25/07/2007
L'ULTIMO SABATO DEL DOTTORE
Era una mattina d’estate, bella e luminosa. Un sabato, per la precisione. Mattina presto, ma già si preannunciava il caldo. Non bastava quella nuvoletta bianca nell’azzurro splendente a garantire il fresco nelle ore a venire o un po’ di pioggia, da molti invocata per raffreddare le temperature medie stagionali, in netto rialzo.
Era la mattina ideale per andare in bicicletta.
Partenza prestissimo, con un amico, poi via dai viali inquinati del centro urbano.
“Prendiamo la statale che fa un po’ da cintura a questa Signora delle Dolomiti.” Così aveva proposto, probabilmente, il dottore all’amico, e lui di certo sarà stato subito d’accordo. O forse sarà stato il contrario, chissà. Poco importa. Erano partiti, in bici, di buonumore.
La statale forse era un po’ pericolosa per le biciclette, le macchine lì di solito vanno via ben oltre il limite concesso, ma era sabato, con un po’ di fortuna il traffico avrebbe potuto non essere intenso, e poi … la strada è larga, stando in parte, a destra e in fila indiana, cosa vuoi che ci capiti? Dopo tutto abbiamo il casco, no?
Risate.
Voglia di vivere.
Voglia di sentire il proprio corpo vivo e forte, impegnato nello sport.
A poco più di 50 anni, oggi, si è ancora giovanotti. Si hanno ancora tante energie dentro. Si è belli fuori.
Il dottore era anche bello anche dentro. Il sorriso non dimenticava mai di accompagnarlo. Sembrava nato per fare il medico dei bambini, con tutta quella dolcezza che faceva sognare anche le mamme…
Pedalava e rideva, il dottore, quella mattina di sabato. Di certo, quanto meno, sorrideva e scherzava, perché lo faceva sempre. Lui era così.
Accanto ai due amici già sfrecciavano i mezzi motorizzati, pesanti e non pesanti, tanti, pochi, non si sa… non era previsto un censimento, quel sabato.
Quattro ruote almeno per volta e un gran casino per ognuno di quei mezzi che passando accanto ai ciclisti li avvolgeva in un turbinio di polvere.
Da compatire.
Cosa ne sapevano quegli esseri amorfi chiamati autisti, poveracci, della bellezza di due ruote mosse solo dalla volontà e dalla tenacia, senza alcun tipo di inquinamento? Niente gas, niente rumore, solo silenzioso e biologico sudore della fronte. E tutto il tempo per guardare le vette, maestose e splendide, pulite come appena lavate, tirate a lucido come spose il giorno delle nozze. Uno, al volante, non può concedersi questi lussi, a meno che non sia imbottigliato in una colonna infernale, ma allora è così compresso di rabbia ulcerosa che nemmeno i miracoli della natura lo possono consolare…
Sulla bici sì che si può.
Si ha tutto il tempo per guardarsi intorno.
Anche per vedere d’un tratto un mostro a quattro ruote, proveniente dall’altra corsia, cambiare rotta deciso e puntarti addosso.
Sicuro che l’avevano visto il mostro, il dottore e il suo amico. Forse hanno avuto anche il tempo di dirsi : “Guarda questo qui, cosa sta facendo?!…”
E dopo tempo non c’è più stato.
SBAMM!!
Due birilli colpiti in pieno al bowling.
Che rumore fa la palla contro il birillo?
Un colpo durissimo. Schianto di lamiere e di ossa.
E con meraviglia, subito dopo, il dottore scopriva di saper volare.
Lo stupore uccideva il suo sorriso, mentre dell’atterraggio, ancora più violento, non si accorgeva neppure, povero birillo scomposto.
Volava oltre il guard-rail, senza le ali, ma insieme alla bici. E mentre questa si fermava sull’albero come un bizzarro uccello di metallo, lui, impreparato, sorpreso di andare così in alto per poi precipitare immediatamente, atterrava di testa, e quella parte così delicata che regge il filo della vita si spezzava, ramo secco travolto dall’incuria umana.
Toccava il suolo, il dottore dei bambini, e il suo sé di luce riprendeva nello stesso istante il volo, verso qualsiasi destinazione avesse voluto la sua fede.
Era sempre una bella mattina di un sabato di luglio, ma d’improvviso l’aria tersa si colorava di rosso. E di morte.
Erano giorni che alla tv la cronaca registrava incidenti su strade che grondavano sangue. Per colpa di alcool, droga e incoscienza. Di certo anche il dottore aveva commentato quei fatti disgraziati con la famiglia, gli amici, i figli poco più che adolescenti. Come medico dei bambini di sicuro sarà rimasto sconvolto dalla tragedia dei tre piccoli falciati non per disgrazia, ma per colpa. E come loro tanti altri.
Quei giorni era tutto un fiorire, dal nord al sud del Paese, di notizie del genere. Un macabro rosario di nomi cancellati, privati di un futuro da chi con leggerezza cancellava il proprio con l’abuso, vuoi di ectasy, vuoi di cocaina, vuoi di superalcolici, vuoi di …merda da inghiottire!!
Perché perdere la dignità di sé è un affare personale, ma NON se ti metti al volante, straccio che a quel punto di umano non hai più niente, e NON se scambi la strada per una pista di bowling.
In strada non si deve fare strike.
In strada gli altri li devi evitare, non centrarli tutti come in un videogioco.
Chi ne ammazza di più vince.
Vince il rimorso eterno. Almeno spero.
Il dottore non avrebbe mai immaginato che sarebbe stato lui il prossimo protagonista della cronaca nera. Come avrebbe potuto credere di incontrare sulla sua strada, quella statale così larga e ora maledetta, ancora vivibile alle 7 di mattina, due ragazze ubriache dalla notte passata nei locali da sballo, così strafatte da non capire che la loro auto stava invadendo la corsia opposta? E cosa avrebbe detto sapendo in seguito che quella di loro che era alla guida era pure senza patente perché già ritirata dopo un’altra sbronza?
Lui, anima gentile, potendo farlo, avrebbe detto solo “poverina, quella ragazza”, avrebbe fatto solo un cenno tra la compassione e il rimprovero, ma non avrebbe mai giudicato. E avrebbe, ancora una volta, sorriso a quella vita che ora non ha più.
Dottore, spero solo che la tua bici sia venuta con te, a farti compagnia su strade senza confini e senza idioti al volante.
23/07/2007
INDOVINA I MIEI PENSIERI
Indovina i miei pensieri.
C’è un uomo che incontro tutte le mattine, quando vado a lavorare di mattina, ed è fermo sempre allo stesso punto, in attesa. Cosa pensa che io pensi, mentre i nostri occhi s’incatenano e si riconoscono per una frazione di secondo? Si chiederà cosa mi passa per la testa, nel rispettare questo muto, non concordato appuntamento? Nella sua io vedo girare pochi concetti… no, non se lo chiede, né presta attenzione ai miei pensieri. E’ così presto, e lui dorme poco, all’alba non c’è molto contenuto nel suo cervello, stanco da una vita di levatacce, al di là del desiderio di un caffè. Però io lo so che per un attimo, solo un momento, pensa anche a me, lo so che mi ha riconosciuto perché ormai conosce la mia auto, e con un sorriso di simpatia e solidarietà operaia si chiede di sfuggita che lavoro faccio. Niente di più, niente di meno. E lo vedo, allo specchietto, fare un cenno istintivo di saluto.
Indovina i miei pensieri, signore.
I vicini di casa mi osservano mentre ripulisco l’aiuola dalle erbacce, sotto un sole africano. I loro pensieri mi arrivano chiari: è tutta matta, quella là, con questo caldo!… Si vede che ha poca cura dei suoi fiori, guarda quante erbacce… io al suo posto farei così e così…
Ma ciò che io penso in questo momento, a loro non arriva. Né, a dire il vero, riguarda le loro vite. I miei pensieri non sono ancorati al suolo, né ai miei fiori, né alle erbacce…
Indovinate i miei pensieri, signore e signori.
Uscendo indosso qualcosa di attillato o scollato, o che scopre l’ombelico così tondo, come quello del mondo, e subito vengo assalita da un turbine di pensieri altrui. Li distinguo in pensieri maschili e femminili. Entrambi forti, così prevedibili… Censurabili, i maschili, critici i femminili. Qualcuno, giustamente, e per fortuna, è del tutto assente, o indifferente. Non tutti pensano addosso a me. Perché in fondo, talvolta sono invisibile. Ma i miei pensieri di risposta sono solo miei. Rimbalzano tra le pareti impermeabili della scatola cranica e non giungono all’esterno. Di fuori, solo un sorriso, uno sguardo concentrato, un’armatura impenetrabile.
Ehi, gente, indovinate i miei pensieri.
In corsia il nonnetto canta, senza neppure rendersene conto, ma poi cerca la mia divisa bianca e respira convulso, ansioso. Nella sua testa tanta paura di restare solo. Nel corridoio invece una marea confusa di pensieri apprensivi, paura di morte, preoccupazione per il familiare a casa, per il proprio cuore ballerino, per quello lento, per quello stanco… per fortuna che c’è quella divisa bianca là, inossidabile e impenetrabile, che non ha pensieri per sè, certo che no, qui almeno non arrivano… Però che pensa a noi siamo sicuri… non lo sentiamo, ma lo vediamo. Perché c’è sempre, per noi.
I miei pensieri privati e ingabbiati non hanno diritto di starci, in corsia. C’è posto solo per quelli pubblici.
Gentili pazienti, indovinate i miei pensieri.
Cosa mi passa per la testa? C’è qualcuno che possa sentirlo?
Me lo chiedo. Mi stupisce che non sia possibile percepire il rumore dei miei pensieri. Perché i miei pensieri non sono così silenziosi.
A volte danno un mormorio incessante, come di foglie al vento, come il tranquillo sciabordio del mare, qualcosa, insomma, in perenne, quieto movimento, ma mai silenzioso.
A tratti invece è un rumore fischiante e vorticoso, come durante una tromba d’aria perché i pensieri si accavallano, sgomitano e urlano tutti insieme per farsi sentire da me. E dagli altri, che però non li sentono.
Altre volte il rumore dei miei pensieri è un’ape molesta che ronza, una zanzara che la senti anche se dormi, altrettanto petulante e fastidiosa. Possibile che non giunga all’esterno? Che non trapeli nulla del suo ronzio?
Confesso, è meglio così…
Provate a indovinarli… ma il caos dei miei pensieri è meglio che resti solo mio.
16/07/2007
LE AFFINITA' ELETTIVE

In vacanza di solito si legge qualcosa di lieve, poco impegnativo, divertente o giù di lì. Qualcosa che non faccia pensare troppo, ché sotto l’ombrellone il cervello è già abbastanza cotto dal sole per farlo sciogliere ancora. L’ideale dunque sono gialli che per colpevole abbiano il maggiordomo, o romanzi rosa con un tocco hard, tanto perché, come detto, il sangue già ribollisce… O magari qualcosa di demenziale, che ci lasci il gusto di sbellicarci per un nulla prima di alzarci dall’asciugamano e andare a raccontare la barzelletta ai pesci.
Questo di solito, e io, di solito, non faccio eccezione.
Eppure quest’anno la mia scelta è stata insolita. Come pure la mia vacanza, in fondo … Ma questa è un’altra storia.
Diciamo che quest’anno ho avuto voglia di un classico e sullo scoglio che mi ha accolta per pochi giorni, appollaiata come una gallina sul trespolo, mi sono portata LE AFFINITA’ ELETTIVE, di Goethe. Perché proprio quello e non, che ne so, I PROMESSI SPOSI?... Sempre di matrimoni e relazioni si tratta, ma decisamente visti da un’altra prospettiva. Questione d’istinto, credo, affinata dalle cose della vita.
Del romanzo si sa tutto, essendo un classico. Si sa che è stato scritto tra il 1808 e il 1809 da un J. Wolfgang Goethe ormai sessantenne, si sa che il romanzo suscitò polemiche e scandali, e che può essere considerato fra i capolavori della narrativa tedesca.
Quello che non potevo sapere né prevedere, ma che avrei dovuto immaginare, se è pur vero che l’istinto mi ha guidato fino a lei, è che quella storia mi ha veramente emozionato. Mi ha fatto pensare a come, dopo tutto, certe verità non hanno tempo, e certe situazioni, nel corso dei secoli, si ripetono uguali.
Edoardo e Carlotta sono una coppia felice. Si sono innamorati da giovani, ma le circostanze della vita e gli obblighi sociali li hanno separati e fatti sposare con altri. Poi, entrambi vedovi e ancora follemente innamorati si sono ritrovati e sposati. Vivono la loro tranquilla esistenza in campagna, ma non sono contadini, bensì dei signori ricchi e altolocati.
In questo felice ambiente bucolico arriva dapprima un amico di Edoardo, chiamato semplicemente il Capitano, che dovrebbe aiutarlo a ristrutturare ambienti e campagne. E in un secondo tempo arriva Ottilia, una giovane adottata da Carlotta dopo la morte dei genitori di lei, rimasta fino ad allora in collegio.
Un po’ alla volta succede l’imprevedibile, le carte si mescolano e tutti restano scombussolati dalle nuove convivenze. In breve accade che Edoardo perde la testa per la giovane Ottilia, che lo ricambia ma in modo puro, dato che viene dipinta come la quintessenza dell’onestà e della innocenza. Ma accade anche che Carlotta e il Capitano si sentano attratti l’una dall’altro. Ma sono altrettanto onesti e non consumano la loro passione, per rispetto del vincolo matrimoniale di lei. Da tale vincolo, dall’unione legittima degli sposi in una notte in cui entrambi pensavano all’altro/a, nasce un bambino che complica e risolve in un certo senso le cose…
La storia evolve in un clima di rinuncia. Tutti rinunciano a qualcosa o qualcuno. Carlotta rinuncia al suo Capitano per dare una famiglia unita e legittima al bambino in arrivo, e di conseguenza il Capitano rinuncia a lei… Carlotta manovra anche affinché il marito rinsavisca dalla passione per Ottilia e torni a lei. Ottilia rinuncia con sofferenza e dedizione al proprio amore, ma per Edoardo sembra essere più dura… si priva dell’amata solo a condizione che rimanga al castello e non venga abbandonata al suo destino. Piuttosto se ne va lui, si arruola e dalla disperazione cerca la morte in battaglia, che però non arriva. Il suo destino è un altro, ed è legato indissolubilmente a quello triste di Ottilia.
L’epilogo è tragico, come probabilmente si conviene a un melodramma dell’epoca.
In mezzo alle varie vicende si trovano spazi di riflessioni, affreschi di vita nobiliare, caratterizzazioni di personaggi, anche di contorno. Il tutto gustoso, ma in fondo, al lettore ciò che interessa è sapere come va a finire fra i mancati amanti… Si sposeranno, si ameranno, consumeranno la passione che li divora? Cosa riserva loro il destino?...
Anche io sono restata lì, appesa al mio scoglio, con una certa ansia d’indovinare il finale.
E nel frattempo pensavo. Pensavo a come si ripresentano tante e tante volte, negli anni, nel tempo, nel mondo, delle semplici verità: l’attrazione fra le persone è ingovernabile, inevitabile, magari imprevedibile… Specie quando accade fra persone già impegnate.
Goethe cerca di spiegarlo con un esempio di fisica. Ci sono due sostanze amalgamate molto bene fra loro, tanto da formare un nuovo composto. Ma se a questo composto si aggiungono altre due sostanze, può accadere che queste scindano il legame precedente e si leghino singolarmente con gli elementi originari, dando vita a due nuovi composti indipendenti.
Questione di affinità, appunto. I legami che si creano nel secondo caso sono più forti e più stabili, e poco importa che questo rompa i vecchi…
Ecco a cosa pensavo, mentre intorno a me le notizie di rottura di coppie apparentemente stabili e collaudate si diffondono da tempo a macchia d’olio.
Le affinità elettive prima o poi si manifestano. Certo non in tutti i casi, talvolta le separazioni hanno altri motivi, ma chi lo dice che in fondo non si tratti comunque della scoperta che il vecchio legame è meno compatto di un altro, anche se questo resta solo teorico? E come non ragionare che la suddetta è una legge di natura, e dunque, in ultima analisi, come non mettersi a dubitare della solidità di qualsiasi rapporto di coppia? In fondo, tra le altre cose, basta l’arrivo di uno o più elementi e nascono nuove coppie, come nuove sostanze nascono dalla scissione di un legame chimico dovuta all’aggiunta di altri elementi.
C’è qualcosa di sconvolgente, in questo, per chi è convinto che l’amore sia eterno, ma se il paragone con la fisica è una realtà ineluttabile e tangibile, perché credere che nei sentimenti dovrebbe essere diverso?
Io che sono una romantica, ma non una sprovveduta, faccio i conti con queste considerazioni. E devo ammettere che è proprio così. Che le affinità spesso, ma non diciamo sempre, sono maggiori con una persona diversa da quella con cui formiamo coppia… e quando ce ne accorgiamo qualcosa ci crolla addosso. Tutta una vita, una serie di convinzioni che scopriamo essere solo convenzioni, tutto rovina di fronte alla elettività del nuovo legame.
C’è di che disperarsi? Se seguissimo solo la legge di natura sì… ma esiste dell’altro, e Goethe lo sottolinea ampiamente. Anticipiamo che al tempo in cui ambientato il romanzo, e se ne parla anche dentro la storia, esiste già il divorzio in Germania. Dunque, cosa impedisce agli sposi di divorziare e rifarsi una vita? Non è quello che succede anche oggi, così tanto diffusamente?
C’è la rinuncia, appunto, c’è la pazienza e la sopportazione e c’è il sacrificio di sé per il bene dell’altro. Che poi sia discutibile questa arbitraria interpretazione del bene altrui, mettiamolo pure in conto. Ciò che conta è l’intenzione. Tutti i personaggi coinvolti dal ribaltamento delle affinità si sacrificano, rinunciano, pensando sia la cosa migliore per gli altri… Anche Carlotta, che razionalmente manovra i fili delle due coppie in nome dell’unità familiare, anche lei alla fine, considerando l’ineluttabilità della tragedia, cede e concede il divorzio. Ma ahimè è troppo tardi. La morte fa piazza pulita di ogni possibilità, e, fattore esterno catalizzatore di eventi, come può esserlo il fuoco di un becco Bunsen sotto un matraccio, sconvolge nuovamente i legami appena formatisi.
Una cosa mi ha colpito moltissimo, l’ho trovata un’invenzione geniale. Il bambino concepito mentre i genitori, facendo l’amore col coniuge, stanno in realtà pensando all’altro/a, fin dalla nascita, ma poi in misura sempre maggiore nel tempo, rivela sconcertanti somiglianze con quegli stessi oggetti del desiderio.
Potenza dell’amore?
Potenza del desiderio?
Comunque sia, che potenza!!!
E io, incurante del solleone, dello stile aulico del testo e del dramma esagerato, verso perfino una lacrima al cospetto di tanto amore e dico: accidenti, ma divorziate, cosa sono tutte queste sceneggiate?? E mi arrabbio per l’esasperazione melodrammatica, quando le cose, se è pur vero che non sono semplici neppure al giorno d’oggi (non lo è mai rompere un legame consolidato), potevano essere almeno meno tragiche.
Oggi, che tante coppie di amici e conoscenti si sfaldano intorno a me, vedo che questo libro, scelto d’istinto, scritto 200 anni fa, descrive gli stessi strazi di oggi. E, comprendendo che non c’è niente di nuovo sotto questo sole bollente, decido che una nuotatina in mezzo al blu, a rinfrancarmi l’anima, ci vuole.
Naturalmente anche questa è una lettura che deposito sul mio scaffale in Bottega
12/07/2007
IN VOLO
Icaro voleva volare. Aveva ragione di sognarlo, di desiderarlo fino a morirne.
Sono qui, sospesa nel vuoto, a una decina di chilometri dalla terra. Il distacco è stato un incanto.
Sono più leggera dell’aria.
Intorno a me azzurro, sotto di me azzurro.
Sono fra cielo e mare, un nulla più in alto delle nuvole di panna montata, le quali, ammiccanti, invitano a rimbalzare su di loro.
Sono angelo, insetto, uccello. Volo senza ali, ma ho ali di acciaio.
È tutto così piccolo laggiù.
Eppure giurerei di avere visto i bagnanti su quella spiaggia.
Eppure, vicino alla casa colonica, giurerei di avere intravisto un saluto sbracciato. E salutavano me, quelle braccia in alto.
Eppure, nelle piazze, quelle cosine che si muovono, giurerei che non sono formiche.
Alzo per un attimo lo sguardo da questo foglio e mi ritrovo ubriaca… è tutto blu, solo blu, gira la testa… Non so più se sono sopra o sotto. Di certo sono in mezzo.
Il disorientamento dura meno di un secondo, e capisco. Una manovra dell’aereo, una virata dolcissima, niente di più.
Volo a 900 chilometri orari, una follia.
Lo stivale sembra quello di un nanerottolo, in 20 minuti sono già quasi a metà polpaccio.
Vento a favore.
Immagino di essere là fuori e come Icaro di assaporare il vuoto. Solo che a queste altitudini Icaro non si sarebbe bruciato le ali al sole, ma le avrebbe congelate… Ci sono -40° là fuori. E non lo diresti, perché senti il calore del vuoto, e questa tonalità d’azzurro evoca solo paradisi tropicali.
Le coste di un altro Paese, e poi un altro. Nessun confine evidente. La distanza dalla nostra, di costa, appare ridicola. L’Adriatico è pur sempre solo una tinozza. E quei gusci di noce da battaglia navale, chi mi assicura che in realtà sono petroliere e navi da crociera? Ma dai, è una barzelletta… sono solo gusci di noce…
Le orecchie ribolliscono. Ecco perché non sono nata uccello o insetto. L’altitudine, con i suoi scarti di pressione, mi uccide le orecchie e trafigge il cervello. Forse era meglio se nascevo angelo. Gli angeli non hanno orecchie.
Altri quindici minuti e centinaia di chilometri alle spalle. Regione dopo regione, l’Italia si inghiotte sotto di me, fulminea e cannibale.
Isole, chiazze di terra nel blu. La Croazia? Forse.... Ma quando li metteranno i segnali indicatori nel cielo?
Non ho bisogno di niente. Vorrei solo non avere le orecchie. Mi godo il volo, chiudo gli occhi.
Una fitta di nostalgia nei confronti di chi non è con me a volare, ora, angelo brontolone di cui non si può non sentire la mancanza.
Ma è, ancora, solo un attimo che sfuma.
Lo stivale è ormai quasi percorso fino in fondo. Il tacco chiama, batte impaziente il suo tip tap affettuoso, solleva spruzzi bianchi sulle onde verde smeraldo. Ti coccolo io, dice. Per un po’ penserò io a te… E si spalanca fra i due mari ad abbracciarmi.
Le orecchie sono in allerta, il cervello urla, muto.
Ripiego le ali.
Sto atterrando.
04/07/2007
L'ALTALENA DI PINCO E PALLINA
La signora Pallina parte.
Da sola.
No, non è che il signor Pinco l’abbia mandata a quel paese, qualche volta ci avrà pure pensato, però, dato che è un bravo marito poi ha sempre ritrattato.
In realtà la signora Pallina va in vacanza. Per la prima volta, da tempo immemore, senza il consorte.
E va lontano, nella casa avita (più o meno), ma perdinci, in fondo va solo a trovare i parenti…
Eppure questa partenza è per lei un’altalena di sentimenti.
Per lui non si sa, indagheremo dopo.
Per lei c’è prima di tutto l’ansia da separazione. Eh, Pinco e Pallina più che coniugi sono siamesi, attaccati per la pancia prima di tutto, e poi anche per il cuore. Di conseguenza sono inoperabili e inseparabili. Proprio come i pappagallini omonimi. Si capirà dunque che il distacco è assai oneroso da sopportare. La signora Pallina è presa dal magone quando osserva il suo lui e pensa che domani lo lascerà da solo (mentre lei sarà, invece, da sola…). Mai successo prima: le vacanze insieme erano sempre state un modo di ritrovarsi, di godersi, di bisticciare, di riposare, di fare… insomma di fare le stesse cose che si fanno a casa, ma di farle al mare. Il che cambia tutto, ovvio.
Come si fa ora, senza Pinco?
Il secondo problema consiste nell’ansia da viaggio. Non c’è niente da fare. La signora Pallina adora visitare paesi lontani, il più lontano possibile… Però ha timore del viaggio. E’ risaputo infatti che se lei viaggia in treno, il treno deraglia, se va in auto fa carambola in autostrada, se va in aereo è l’ora della sciagura e se va a piedi viene travolta da un pirata. Con la moto invece non ci sono problemi, perché Pallina non sale sulle moto.
Ma non si può inventare il teletrasporto, la telecinesi, qualsiasi diavoleria che permetta di chiudere gli occhi e riaprirli ritrovandosi dall’altra parte del mondo?
E pensare che la nostra da giovane non aveva alcuna paura di viaggiare sola. Tutt’altro…
Ma erano altri tempi.
Che, a quanto pare, stanno per tornare.
Domani.
Il terzo punto ansiogeno per Pallina è che senza di lei il mondo si ferma. Questo è pacifico. Le mille cose di cui lei si occupa non le farà nessuno al posto suo. I mille controlli che lei predispone su tutto e tutti non li realizzerà nessuno. E le coccole al gatto, chi le farà?
E’ un grosso problema.
Però…
Però sull’altalena c’è anche la prospettiva di un periodo di riposo, che non fa mai male, di giorni al mare e al sole che fanno solo bene, di una ricarica gratuita che è proprio indispensabile, di ritrovare gli affetti e i luoghi di una vita…
Insomma, l’altalena oscilla di qua e di là.
Il signor Pinco fa il finto tranquillo, ma sull’altalena ci sta pure lui. Solo che non lo dice.
Ma già si vede, nelle prossime serate solitarie, dormire sul divano, solo lui e il gatto… pure prima dormiva sul divano, però, a differenza di quanto accadrà domani, c’era sempre la petulante che lo invitava a svegliarsi per andare a dormire.
Solo le mogli hanno queste pretese assurde.
Come pure quella di occupare una piccola parte di letto, ma giusto quella che serve per stendere le membra pesantissime, che dunque finiscono addosso a lei… E ora che quella parte sarà vuota per qualche notte… non ha più lo stesso gusto.
Come dire, la libertà può essere intrigante quando non la si ha. Poi quando arriva, non si riesce a godersela.
E poi l’ansia da trasporto è contagiosa… la sposa che parte da sola, senza lo sposo a proteggerla… a cosa potrà andare incontro?...Visioni di catastrofi allucinanti…
Basta.
L’altalena può andare su e giù quanto vuole. L’importante è l’equilibrio.
E Pinco e Pallina ce l’hanno. O almeno ci provano ad averlo.
La partenza è domani.
Sarà quel che sarà, lo sa solo il fato, ma una cosa è sicura: domani sarà luccichio negli occhi nel salutarsi e certezza di ritrovarsi.
Sempre e comunque.