30/06/2007

E' FINITA (PER ORA...)

Si spoglia lentamente, con mosse studiate, caute. Non ha fretta, manca poco. Ha aspettato tanto, aspetterà ancora. Un’ora, un’ora sola, e sarà finita. Non per sempre, questo si sa. Due settimane appena… ma la separazione è dovuta. Necessaria. In qualsiasi rapporto un po’ di lontananza non guasta. Anzi, lei pensa che se il periodo fosse stato più lungo non avrebbe certo pianto… non si sarebbe disperata. Ne avrebbe gioito in ogni più piccola parte del corpo.

Negli ultimi tempi ha concesso molto di sé in questa lunga storia tormentata. Ha come l’impressione di essere stata svuotata del proprio sangue. Ogni energia annientata, ogni minuto del suo tempo inghiottito da un buco nero. Per avere che cosa in cambio? Poco o nulla, in proporzione.
Piccole soddisfazioni personali da terze persone, quelle che in fondo danno la spinta a non mollare, che fanno sentire utili.

Finisce di cambiarsi. Così sarà pronta per ricominciare, fra due settimane. E sa già che sarà dura. È sempre così, tutte le volte. Questo lasciarsi e riprendersi, odio e amore, un tira e molla distruttivo che ogni volta pesa un po’ di più.
Non è più come in principio... Gli amori, si sa, all’inizio tutti meravigliosi… la nuova esperienza è pura curiosità e stimolo e, perché no?, anche incoscienza e leggerezza. Tutto nuovo: le sensazioni, il batticuore, il timore di sbagliare. La passione.
Poi, nel tempo, si cresce e si cambia. Aumenta la sicurezza e l’autonomia. Aumenta la responsabilità e la fatica.
E diminuiscono i propri spazi. Si riduce la tolleranza. Un po’ ci si disillude.
Si ha più bisogno di quell’aria che pare manchi sempre più.

Per quante volte le pile scariche si possono ricaricare, prima di gettarle via e tentare un riciclaggio?

Ecco, è quasi pronta. Tra un pensiero e uno sfila e reinfila maglietta e pantaloni è trascorsa già mezz’ora. Gli ultimi 30 minuti sono i più lunghi. Non è vero che l’unità di tempo è costante. Quando si attende qualcosa si allunga a dismisura. Quando vorresti dilatarla a tuo piacimento si restringe e si consuma troppo presto.

Un veloce inventario: ha qualcosa da rimproverarsi, qualcosa di lasciato in sospeso? Chi può dirlo, se non i posteri?… Ma non gliene importa poi molto. Non sente rimorsi e questo è senz’altro un ottimo indizio. Il dovere è compiuto, come sempre. Un’altra parte di sé si è prosciugata ed è rimasta in questa storia, in mille storie.

Ci vuole un pit stop.
Decisamente.
Per poi ripartire.
Come la Ferrari.

La divisa pulita addosso, quella sporca nel sacco apposito. Profumo di stireria, colore che dovrebbe essere un bianco splendente e invece appare un po’ verdolino… capita a tutti di sbagliare qualcosa nel lavaggio, anche alle lavanderie industriali.
Niente in tasca. Le penne, raccolte nel taschino, pesano, ma servono tutte. Serviranno cioè, di nuovo, fra 15 giorni.
Uno sguardo intorno, voglia di fuggire per sempre.
Sogni esotici di palme e onde blu, carezze del sole… un sorriso… 
Saluti e baci a tutti, vi voglio bene, ma vado.
Fuori, l’aria è fresca.
Il sorriso è più ampio ancora, sembra una fetta di anguria.
Da questo momento è in ferie.
Sta già meglio.

di Ramona 09:11:00 2 Commenti

23/06/2007

UN FILO D'ARGENTO

Distrattamente mi spazzolo i capelli. Un gesto quotidiano, banale. Perfino inutile, dato che la mia capigliatura è perennemente in subbuglio, tuttavia è pur sempre un atto dovuto al comune senso di ordine e accuratezza.
Sempre distrattamente, da lì a poco, raccolgo qualche reduce caduto sulla maglietta. Essendo questa chiara, il capello scuro che volteggiando vi si è depositato si vede subito. Scuro e anche lungo, non va bene. Disordine sì, ma, per quel famoso comune senso di ordine e accuratezza, dove si può si deve intervenire.
Ed ecco la sorpresa.
Dei due capelli che raccolgo sul davanti della maglietta verde pistacchio, poggiati in bella vista proprio sul seno, solo uno è scuro. L’altro… è bianco.
Rimango basita. Lo sollevo davanti agli occhi per essere sicura di non sbagliare, ché la vista è al momento ancora buona, ma non si sa mai. È proprio bianco… anzi, color argento.
È meraviglioso.

Capelli lunghetti, se mastro capellaro mi concede di farli crescere, qualche riflesso naturalmente chiaro su base scura, aspetto selvaggio… l’eterna giovinezza dello scalpo è un fattore genetico, in famiglia s’invecchia tardi. E la muta proprio non rientrava nei miei pensieri!

Ora però, per la prima volta, vedo un pezzo di me che dimostra saggezza. Perché i capelli bianchi sono sinonimo di saggezza, no? Agli anziani si dà credito perché hanno esperienza, e l’anziano lo riconosci perché ha i capelli candidi, prima di tutto. Poi, vabbè, ha anche le rughe e talvolta il pannolone, ma non sono la prima cosa che noti. Di un vecchio saggio ti colpisce la fluente chioma bianca.

Affianco i due capelli, uno scuro e l’altro argento. Sono della medesima lunghezza. Fratelli gemelli, hanno avuto l’identica durata di vita. E probabilmente crescevano vicini vicini. La forbice di mastro capellaro ha parificato la loro eventuale vanità.
Però uno è scuro, castano, l’altro è grigio. E la cosa mi affascina. Vorrei spiegarmi il motivo della loro diversità, data invece l’evidente vicinanza e fratellanza, ma non lo conosco. Cosa ha portato l’uno a colorarsi d’argento, o meglio a sbiadire, e l’altro a restare del suo colore giovane?
Forse che in quello bianco si sono riversati i dispiaceri e in quello scuro le dolcezze? Il che significa che finora ho più gioito che sofferto?
Oppure, se il candore è davvero sinonimo di saggezza, ecco, io ora  l’ho appena persa. Ne avevo poca, evidentemente, e già non c’è più. Così ora mi sento quasi autorizzata a fare delle pazzie…
Tanto, anche a cercarne ancora, altri capelli bianchi non ne vedo, se ci sono si guardano bene dal mostrarsi. E se non ci sono, o si nascondono, vuol dire che ho ancora tempo per fare la vecchia saggia.

Sono sempre stata una vecchia saggia.
Qualche errore lungo la via l’ho ben commesso, sia chiaro, ma dall’errore ho sempre tratto insegnamento. E ho fatto la giudiziosa, la saggia, l’equilibrata.
Ora che vedo il mio unico capello bianco apparentemente morto tra le mie dita, mi chiedo se negli anni non si fosse concentrata tutta lì la mia saggezza, invisibile ma tangibile. Che ora mi abbandona lasciandomi un prurito d’imprevedibilità, la voglia di pazzia, l’insofferenza al mio senno che non è mai di poi, ma sempre di prima…

Be’, quasi sempre… ridacchio tra me pensando che talvolta agisco tuttora così d’istinto che definirmi saggia è un’assurdità… di solito, anche se non ne do l’aria, mi ficco in mezzo ai guai, altro che! Sarà per questo che capelli bianchi di assennatezza in fondo non ne ho, forse, che un paio ancora, e pure ben eclissati. Sono brava. Lo so.
Il corpo parla anche per la mente, l’istinto discute con la ragione e l’equilibrio lo si raggiunge ognuno a modo proprio. Magari penzolando un po’ di qua e un po’ di là…

I miei due capelli gemelli, bianco e marrone, ora s’intrecciano, si abbracciano sospinti dall’aria calda di giugno, quasi a darmi ragione. Sembrano confermare che in noi c’è posto per entrambe le condizioni, quel pizzico di follia in una vita ragionevole, quel tocco di ragionevolezza in un’esistenza folle. Sarà l’attimo fuggente a scegliere. Sarà il rimpianto a stabilire la giustezza della scelta.

Poggio i due fili sottili che contengono entrambi il mio DNA sul davanzale e li osservo danzare nell’aria, dotati di colpo di vita propria. Quello grigio è color della luna, misterioso e impalpabile, quasi non lo vedi. Confesso che in questo momento è il mio preferito fra i due. Mi sfiora la tentazione di conservarlo… Un tempo si conservavano le trecce delle bambine, cosa ci sarebbe di strano a mettere tra i ricordi anche il primo filo di saggezza di una donna? Per lo meno, quello evidente…Il difficile è solo infiocchettarlo, ma in una bella cornice d’argento con sfondo blu sarebbe assai elegante. Lo farebbe risplendere proprio come la luna piena in una notte d’estate.

Archivio il progetto, per questa volta. Così lascio che i due capelli gemelli diversi vengano rapiti dal vento ancora abbracciati. Non durerà a lungo, il loro legame è destinato a sfaldarsi presto, e chi lo sa che fine faranno entrambi… rotoleranno nella polvere, separati ma magari vicini, uno di loro forse finirà in un’altra casa, e infine in un altro aspirapolvere.
Forse quello argentato passerà sotto il naso di tante persone che neppure lo vedranno e sospinto dalle correnti volteggerà a lungo e rifletterà il sole, abbagliando gli insetti col suo biancore.
Di certo da me non tornerà più.

Riprendo la spazzola in mano e ricomincio a pettinarmi. Questi dannati sono sempre ribelli… fossero rossi come il fuoco o biondi angelici, non si lascerebbero domare comunque. Ma sono piuttosto scuri, e speranzosa li osservo nello specchio e poi ispeziono la mia maglietta color  pistacchio.
Sto cercando tracce della mia saggezza racchiusa in fili d’argento.
Ahimè, non ne ho più neanche un po’…

di Ramona 17:02:00 2 Commenti

21/06/2007

E VENNE L'ESTATE

E venne l’estate, finalmente!

Venne e portò via i freddi invernali e l’umidità primaverile che aveva invaso ogni anfratto, fino a far crescere muschio e funghi fra le ossa e i reumatismi.

Venne l’estate col suo carico di calore e di cieli azzurri.
Venne col sudore della fronte ma anche di tutto il resto. Perle preziose che scivolano lungo la schiena, sotto le ascelle, ovunque. La meraviglia di togliersi i vestiti, mettere allo scoperto ogni centimetro di pelle e constatare che ancora non basta, che il caldo ti avvolge interamente, come una nuvola di fiato. E ti piace, ti sollazza, ci sguazzi.

Venne l’estate con i sandali aperti, le infradito, piedi scalzi con smalto sulle unghie, vanità stagionale. E gambe nude, belle e brutte, magliette corte, attillate e scollate, incollate al corpo in un abbraccio intimo e suadente. Provocanti, leggere… ma è colpa dell’estate.

Venne l’estate e vento africano addosso, calura che toglie il respiro, evoca scenari da sogno, stuzzica i sensi.

L’estate venne e rese i prati lussureggianti. Un oceano verde, trifogli e quadrifogli della fortuna, se li trovi.

Venne l’estate con il taglio del fieno e l’aroma sensuale che invita a rotolartici sopra. Paradiso di sensazioni in libertà. Fieno sui capelli, nelle mutande, nelle scarpe…  quali scarpe?... i piedi sono nudi, baciati dal sole, giocoso e caloroso solletico.

Venne l’estate col profumo di mare… forse, per stavolta, solo un ricordo di mare, di onde, di sale e di blu, forse stavolta nelle lunghe giornate assolate non è compresa la gioia di sentire il fresco reale del grande fratello salato… Chissà.
L’estate venne, ma è appena nata, vuole il suo tempo. E nel tempo non si sa cosa sia scritto.

Venne l’estate, infine, e l’invito all’ozio sotto il sole pittore che colora l’epidermide.
Venne l’estate con sere chiare e fresche di passeggiate.

Venne l’estate, con i moscerini sulla frutta e un ragnetto appostato che se li mangia. Guai a disturbarlo. Meglio lui dei moscerini.
E venne l’estate con api laboriose che non conoscono ferie, e mosche tormentose e zanzare affamate. Vite di una stagione, che non vedranno un’altra estate.

Venne l’estate e il silenzio pomeridiano, la caciara notturna, i grilli e le lucciole.
L’estate nel cielo venne con stelle più vicine, più grandi, un universo da toccare.

E con l’estate vennero nuove ma antiche voglie. Voglia di giocare, di amare, di sognare e dimenticare. Voglia di abbandono e dolcezza, spensieratezza e riposo. Voglia di chiudere i conti, chiudere gli occhi, chiudere per ferie e non riaprire più ai doveri.

Venne l’estate, finalmente.
La stavo aspettando.

di Ramona 22:27:00 Commenta:

15/06/2007

VIBRISSELIBRI A UN ANNO DAL CONCEPIMENTO


E’ usanza comune festeggiare i compleanni nella ricorrenza dell’effettiva venuta al mondo. Cioè, se uno nasce un certo giorno di un certo mese (per nascere s’intende uscire dal grembo materno dalla porta principale, strillare per protesta e poi alla fine rassegnarsi al nuovo mondo), per tutti gli anni a venire sarà sempre in quel tale giorno di quel tale mese che accenderà le candeline sulla torta. Di certo non gli verrà mai in mente di festeggiare invece il giorno in cui è stato concepito. Che, del resto, non potrebbe nemmeno conoscere con precisione, salvo indagare sui fattacci privati di mamma e papà, e sempre ammesso che non fossero stati troppo occupati, quella volta, per rendersi conto di cosa stavano per produrre. Altra possibilità: essere figlio di una provetta, il che renderebbe la conoscenza dell’ora x estremamente dettagliata.

Nel caso di Vibrisselibri, però, a me sembra giusto ricordare, visto che lo si conosce bene, manco fosse davvero frutto della provetta, proprio il momento magico in cui la scintilla primordiale diede la vita al tutto, appena quattro mesi prima (e non perché fosse prematuro) della nascita ufficiale, quella cioè che avviene dalla porta principale, quella con tanti strilli di vitalità che il mondo non può ignorarla.
Diciamo che vibrisselibri, anfibia fino in fondo, può permettersi il lusso di festeggiare un paio di compleanni.
Una ricorrenza, un primo compleanno cade, per l’appunto, oggi.

Un anno fa l’appello di Giulio Mozzi: chi ci sta? Chi si butta con me in un’impresa nuova e pazzesca? Era l’antivigilia dell’anniversario della nascita di Giulio. Forse lì per lì nessuno ci fece caso, nemmeno lui, ma ora chi può dire che quella non fosse stata una data simbolica? Il creatore e la creatura nati quasi lo stesso giorno.
L’impresa pazzesca proposta da Mozzi era di costituire una casa editrice che fosse anche agenzia letteraria ma che pubblicasse, in esclusiva sul web, libri autentici e inediti curati in tutto e per tutto, come quelli di carta, ma che in realtà erano senza carta, ossia sans papier, e che però cercavano editori di carta, loro, quei pochi libri accuratamente selezionati definiti mostruosi solo perché fuori dai canoni, mica perché erano brutti e…

A raccontarla così sembra un casino.
In realtà è stata una ventata di follia.
Una follia, sì. Un’impresa strana, definita subito anfibia, perché non era né carne né pesce, ma entrambi, una cosa nuova, fuori dai canoni, fuori dagli schemi, che attirò subito nelle sue fila una marea di pazzi scatenati ed entusiasti. Me compresa. Più pazza di tutti, perché per la sottoscritta si trattava di fare un tuffo ad occhi bendati in un ambiente, quello dell’editoria, assolutamente sconosciuto.
Avevo bisogno di emozioni forti, un anno fa. E le ho avute.

Cinquanta, sessanta, settanta scriteriati, chi lo sa di preciso, nemmeno si conoscevano tra loro, si ritrovarono a discutere animatamente, a cercare di conoscersi fra le righe delle mail. Si litigava, anche. Si scherzava. Si organizzava una struttura pensante e funzionante. Si leggevano i testi e si decideva cosa pubblicare su un sito che ancora non c’era, che era tutto da inventare. Libera la fantasia dei grafici, la creatività di ognuno chiamata a dare un contributo, ed è incredibile il concentrato di belle menti che si ritrovava all’interno di vibrisselibri. Nasceva un logo, un motto destinato a fare scuola: “La carta non è tutto, ma aiuta!”. Nascevano le strategie che dovevano farci conoscere al mondo.
Nascevano amicizie destinate a crescere. 
Chi se la dimentica la prima riunione dell’ufficio stampa, in quel di Riccione? Molti si incontravano per la prima volta, dopo mesi di discussione via mail. Ed era un gioco al riconoscersi tra baci e abbracci e commozione. Consapevolezza di partecipare alla creazione di qualcosa di nuovo, di essere infine dei precursori. Eccitazione, divertimento, impegno. Tutto con il tempo che ciascuno poteva impiegare, perché il lavoro in vibrisselibri è volontario e gratuito: ognuno fa quello che può quando può.

Il secondo compleanno arrivò a novembre nella capitale, e fu col botto. La creatura concepita e custodita gelosamente nel grembo di decine di persone prese la famosa strada principale per vedere la luce, strillare un po’ e cercare un suo spazio nuovo in un mondo vecchio.
E furono ancora abbracci e baci e commozione, e ancora riconoscersi e ritrovarsi, e un pranzo alle quattro del pomeriggio, e una cena alle otto di sera, e ricordi indelebili e felici.

E a un anno da quel concepimento geniale, cos’è oggi vibrisselibri?

E’ quello che era un anno fa, per certi versi: una fucina di menti incredibili, di gente appassionata di letture e scritture che presta la propria opera gratuitamente in nome di un ideale, capaci d’inventarsi di tutto, persino un film, per il progetto. Una catena di solidarietà e amicizia sparsa per l’Italia dalle Alpi alla Sicilia, il cui entusiasmo per il progetto non è mai venuto meno e se possibile si è pure rafforzato.
Perché nel frattempo vibrisselibri è diventata grande: la creatura covata tanto a lungo e allattata ad un generosissimo seno letterario, muove i primi passi senza cadere, senza nemmeno gattonare. La struttura strampalata che non aveva avuto precedenti fino ad un anno fa, ora fa lei da precedente. Sembrava folle pensare di tenere uniti i pezzi umani disseminati qua e là, ma se c’è riuscito Frankestein a restare assemblato e a funzionare, figuriamoci se vibrisselibri, mostruosa per definizione, non poteva fare di più e di meglio di un povero mostriciattolo costruito per fiction.

Le conseguenze di questa nascita sono fenomenali. La  stampa, e i media in genere, si ritrovano oggi a discutere di vibrisselibri, dei testi che ha pubblicato, della sua proposta alternativa che rispecchia i tempi moderni. E dunque sorgono gli interrogativi amletici. E’ meglio un libro pubblicato in rete, gratis e a disposizione di tutti, o è meglio il caro vecchio libro di carta, da comprare, sfogliare e annusare? Tutti ne parlano, tutti espongono teoremi e teorie.

Che discutano pure. Noi di vibrisselibri conosciamo già la risposta.

E’ decisamente meglio l’intramontabile libro di carta, un mito per quelli come noi, ma se per arrivare alla carta occorre passare dal web, dov’è il problema? Noi gestiamo disinvoltamente l’etere e la carta, perché entrambi diffondono la parola, la cultura, che sia sotto forma di un saggio, di una poesia o di un romanzo: noi abbiamo tutto, utilizziamo tutto.
Noi cerchiamo autori coraggiosi e mostruosi, lettori coraggiosi e mostruosi, editori di carta coraggiosi e mostruosi. Noi utilizziamo il web per arrivare alla carta, lo dichiariamo e siamo fieri di essere anfibi.

In un anno non abbiamo lavorato per niente. Non ci siamo spostati di qua e di là nel Paese, e abbracciati commossi invano. La creatura a un anno dal suo concepimento è razionale e funzionante e appassionata e produce i primi frutti. Per noi è come vedere un figlio laurearsi e poi mettere subito in pratica quello che ha studiato.
Siamo tanti padrini e madrine orgogliosissimi di avere contribuito ad allevare quell’idea che un uomo un giorno seminò nel web. Non un uomo qualunque, e nemmeno il giorno era un giorno qualunque. Per forza di cose, dunque, anche l’idea non era destinata ad essere un’idea qualunque.

Buon primo compleanno, vibrisselibri. E anche a te, babbo Giulio Mozzi, diavolo di un inventore folle…


di Ramona 08:06:00 Commenta:

11/06/2007

LA POZIONE MAGICA DELLA SIGNORA PALLINA


La signora Pallina prepara una pozione magica.
Ali di pipistrello e code di rospo, saliva di ragno e dita di millepiedi….
Oddio, a dire il vero si può tentare anche con meno. Tanto la magia è di quelle impossibili, che non riuscirebbe neppure a Harry Potter…
La signora Pallina si trasforma dunque in maga Magò e si mette all’opera.

La formula magica era su un giornale. Un settimanale femminile, uno di quelli dove le magie appaiono facili e accessibili a tutte. A sentire chi scrive su riviste del genere, ci vuole così poco a diventare più belle, più sode, più sicure, più …. Più, ecco. Come dire che se non le magie, almeno i miracoli sono davvero alla portata di chiunque.
Il tutto corredato da foto che fanno travasare la bile dall’invidia, dato che anche per reclamizzare una caramella si utilizzano belle gnocche semispogliate. O semivestite. Le quali probabilmente devono aver fatto indigestione della pozione magica per apparire in cotanto splendore.
Per questo la signora Pallina non ha molti dubbi: la magia funzionerà.

La formula promette di tonificare la pelle, di ricompattarla, di ridarle giovinezza e splendore uccidendo gli inestetismi. Che parola difficile per definire la cellulite…. Pallina pensa, solo per un attimo, che la sua pelle in fondo è sempre stata all’incirca com’è adesso: con tanti difetti, ma anche qualche positività. Gli anni che sono passati non hanno influito molto. Ma che vuol dire, non è mai troppo tardi per migliorare, no? Basta guardare le foto della rivista, e sospirare…

Talvolta è necessario concentrarsi sulle fatuità, perché le brutture di questo mondo sono tante e un cuore non può farcela a sopportarle se non si concede una saltuaria, frivola distrazione.
Via, niente pensieri seri, qui c’è una pozione magica da preparare. Al lavoro.

Il signor Pinco, scetticismo fatto persona, con qualche moina maliarda subisce il primo incantesimo e si trasforma in un tuttofare trova robe… per amore, solo per amore, che a lui la sua Pallina piace com’è. Anche Pallina in fondo si piace, ma un gioco è un gioco, serve per divertirsi e per divertire.

Ingrediente fondamentale, dice la ricetta, è un vino invecchiato almeno cinque anni. Capperi, è la volta che Pallina fa una sbronza, pensa lui… anzi, ridacchia tra sé, la facciamo insieme e poi, sai che festa?…
La doccia fredda arriva impietosa. Macché sbronza, il vino non si deve bere! Ah no? … Peccato.
Non è nemmeno facilissimo trovarne, di vino invecchiato. E quando lo ha trovato, il signor Pinco sborsa una somma che gli sembra ingiusta, se poi non si può nemmeno berne un goccio e non si può far sbronzare la moglie. Ma pur brontolando, come abbiamo detto, per amore si fa tutto, e il signor Pinco porta a casa un rosso sangiovese del 2000. I due coniugi guardano il liquido scuro con un filo di saliva sbavante e molto rimpianto, ma la pozione aspetta, inutile commuoversi.
Non c’è niente da fare. La sbornia con il vinello invecchiato è rimandata a data da destinarsi, con un’altra vittima in bottiglia: questa qui sarà immolata alla magia.

Le erbe portentose le procura maga Magò.
In una notte di luna piena, allo scoccar della mezzanotte, accompagnata dagli spiriti benigni, alla luce fioca di una fiaccola…
Sarebbe fantastico, ma in realtà è molto più semplice: in erboristeria, in pieno giorno e con portafoglio dapprima ben fornito, poi di colpo alleggerito (questa sì è una magia!…).
La signora Pallina comincia a pensare che una seduta dall’estetista in fondo le costa di meno. Ma il suo alter ego Maga Magò ha una voglia prepotente di pasticciare. E di giocare.
Pronti? Via!!

In un’altra notte di luna piena, allo scoccar della mezzanotte, il pentolone fuma…
E dalli….
Ok.
In un giorno qualsiasi, Pallina, novella apprendista stregona come il Topolino di Fantasia, ordina:

Cavatappi!
E il cavatappi gira, gira, gira, il tappo salta e il profumo del sangiovese inebria la maghetta… però, sarebbe bello cedere alla tentazione di un sorsetto, lei che è praticamente astemia…Dopo sì che si vedrebbero certi numeri!

Tintura di ippocastano!
La boccetta si spalanca, il contagocce incrocia la bocca della bottiglia e le versa dentro, in un umido bacio, una per una 50 gocce di liquido ambrato. Facile.

Tintura di quercia marina!
Analogo incontro stregato fra 50 gocce di un liquido ancora più chiaro e lo scuro mare alcolico. Danza il contagocce, proprio come la scopa di Topolino. E se la colonna sonora non c’è, la si inventa, la si ricorda, si mette allo stereo quella che si vuole. Maga Pallina sceglie musica melodica e romantica, l’antro della strega si riempie di testi poetici e note dolcissime...
Foglie d’edera!
Intoppo. La ricetta della pozione parla di 20… che cosa? Non specifica. Venti gocce? Ma l’erborista ha consegnato foglie, non liquido. Venti foglie? Ma se sono tutte sbriciolate! Venti grammi? Ma come si fa a pesare venti grammi con la bilancia da cucina??
Panico. La pozione rischia di saltare per aria. Che fare? Pallina decide di personalizzare la faccenda e mettere una quantità a caso, facendo gli scongiuri.
Certo che  infilare le foglie sbriciolate giù per il collo di una bottiglia richiede altro che incantesimi… ci vuole un utensile più pratico.

Imbuto! Ma l’imbuto è notoriamente più stretto del collo della bottiglia e con le foglie si tappa.

Spiedino! Spiedino?! Ma sì, un lungo spiedino d’acciaio per sgomberare il tutto, cosa ci vuoi mettere se no, l’idraulico liquido?!! Foglia dopo foglia in un attimo si innalza il volume del liquido fino all’orlo… che stia già funzionando, l’intruglio? Immagina cosa farà allora sulla pelle…

Fra otto giorni lo sapremo.
La pozione deve riposare al fresco per una settimana. Poi bisogna filtrarla e infine applicarla con un impacco sulle zone malate. Non serve specificare quali. Questione di privacy.
 
Riporre il pentolone, conservare le ali di pipistrello e le code di rospo avanzate, vedere se è possibile riattaccare qualche dito inutilizzato ai mille piedi dell’insetto omonimo, richiudere il flacone della preziosa saliva di ragno. E attendere.

Consigli dopo impacco del signor Pinco:
1) mettersi a lungo sotto la doccia e usare profumi a volontà. Per confondere un po’ le idee e permettere al marito di avvicinarsi nottetempo senza ubriacarsi di colpo… non per il novello fascino della consorte.

Qualora il lavaggio non fosse possibile o fosse inutile:
2) Non andare a lavorare. Non v’è certezza alcuna che i vapori alcolici provenienti dall’impacco non intacchino le facoltà cognitive e i riflessi necessari per lavorare.
3) Non mettersi alla guida di qualsiasi veicolo semovente. Se anche si fosse immuni al miasma alcolico, provate voi a convincere il poliziotto della stradale che vi ha fermato che non siete alticci. Non c’è palloncino che tenga, anzi, in questi casi nemmeno lo sprecano, il palloncino. Patente azzerata e multa stratosferica non le toglie nessuno. Garantito!

Infine, un consiglio per tutti/e dato dalla premiata ditta Pinco&Pallina: volersi bene e coccolarsi in ogni caso. Questa è la magia più grande e la più facile!

di Ramona 12:05:00 1 Commento

07/06/2007

JANE EYRE, UNA SCOPERTA

Posso dire di aver visto un bel film? Anche se il film non è nuovissimo?
 
Ieri sera Rete4 ha messo in onda Jane Eyre, un film di Franco Zeffirelli datato 1995 (c’è chi dice1996, di preciso non lo so).
Ovviamente, come tutti sanno, il suddetto film è stato tratto dall’omonimo romanzo di Charlotte Bronte. Ovviamente io il libro non l’ho ancora letto. E’ una di quelle cose che ti riprometti sempre di fare, e poi rimandi sempre, e poi la signora con la falce arriva e tu ti trovi a fare i conti con una marea di rimpianti e terrorizzato implori un po’ di tempo in più, che devi leggere il libro e sbrigare un sacco di altre faccende.

Per fortuna c’è il film. E c’è la sana abitudine di dare repliche in tv. Così casualmente capita d’imbattersi in un bel film che comincia a orari decenti. Poi non sai mai quando giungerà a termine, magari il giorno dopo, perché le interruzioni per pubblicità e tiggì sono snervanti e chilometriche. C’è bisogno di una dose di anfetamine per tenerti sveglio e vedere come va a finire.
Eppure ce l’ho fatta fino in fondo. E posso dire che da tempo non vedevo un bel film come questo.

La storia credo che la conoscano tutti, al mondo, tranne me.
Siamo nell’Inghilterra dei primi dell’ottocento, periodo nefasto, caratterizzato da estremo rigore e puritanesimo. Un’orfanella viene messa in un terribile collegio dalla zia cattiva cui era affidata. Vita dura fin da subito per la piccola, già dotata di un carattere fiero e ribelle. Ne viene fuori signorina, con il diploma d’istitutrice, e come tale trova un impiego in un castello, dovendo badare ad una bambina adottata dal padrone.
Ovviamente, e non poteva essere diversamente, il proprietario del castello è un duro che fatica a mettere in evidenza la bontà del suo cuore. I due si scontrano più volte, dato che anche lei, oltre che di una notevole intelligenza, è dotata di un caratterino… Poi i due s’innamorano, perché anche questo non poteva non accadere. Decidono di sposarsi ma… Ma sull’altare, sorpresa!, si scopre che lui è già sposato, con una povera pazza violenta che vive nel castello, isolata dal mondo. Proprio la pazza  provoca l’iradiddio. Jane fugge un attimo prima della tragedia, orgogliosa e non incline a compromessi, la pazza appicca un incendio e muore, e lui… Pure, si pensa, vedendolo intrappolato nel fuoco.
Invece…
Invece dopo qualche tempo, visto che Jane, innamorata persa, proprio non riesce a dimenticarlo, ritorna e lo trova accecato dal fuoco e più misantropo e cattivo che mai. Ma con la forza dell’amore lo guarirà, nell’anima e nella vista. Perché altrimenti come avrebbero fatto a vivere ancora  a lungo felici e contenti?...

Ragazzi! Da quanto tempo non m’immergevo in un simile polpettone romantico! E con tanto gusto, poi! Perché il film mi è sembrato riuscitissimo.
Bellissima l’ambientazione, i paesaggi.
Indovinata la protagonista, una certa Charlotte Gainsbourg, non bella, poverina, ma capace di comunicare con la sola forza dello sguardo la tempesta dei sentimenti che imperversa in Jane.
Belle e bravissime le bimbe scelte per rappresentare Jane piccola e la sua sola amica che morirà di stenti  in collegio. Ineguagliabile la forza con cui le due si ribellano alla inutile severità del reverendo rettore del collegio, sottoponendosi con un sorriso alla crudele punizione del taglio dei capelli.
Bello e dannato il protagonista maschile, un William Hurt bene in forma.
E bene anche gli altri attori impegnati in parti minori.
Insomma, un film che prende, nonostante l’epoca di ambientazione.

Sarà stata la storia, così sentimentale.
Saranno stati i paesaggi, romantici e selvaggi di per sé, ampiamente mostrati per tutto il film.
Sarà che io sono in un periodo in cui ho bisogno di pura evasione e di pura anima, per staccarmi dalle difficoltà del vivere.
Sarà che di un po’ di sano romanticismo in fondo abbiamo bisogno tutti.
Sarà che all’appuntamento con la signora della falce ci voglio arrivare con meno cose incompiute possibile.
Insomma, io ora voglio leggere anche il libro.

Domani lo cerco.

di Ramona 21:04:00 Commenta:

05/06/2007

LE INVENZIONI DI BUON SIGNORE

Buon Signore, fammi fare un po’ di conti.
Quando, preso dalla noia della solitudine oltre-cosmica, ti è saltato lo sghiribizzo di fare l’inventore e di creare nuovi esseri a tua immagine e somiglianza, ti sei forse distratto un po’ e l’esperimento non è riuscito tanto bene… anche tu, dopo tutto, non sei così perfetto come dici di essere. Ammettilo.

E non tirare in ballo la solita storia della curiosità di Eva e della debolezza di Adamo. In fondo loro hanno dimostrato di essere dei ricercatori, di voler sperimentare cose nuove… direi che è un pregio, questo, altro che peccato. Dovresti essere orgoglioso di loro.

Buon Signore, invece le conseguenze della tua invenzione non  è che siano sempre soddisfacenti. I tuoi cocchi prodigio, cioè noi, siamo riusciti difettosi, inutile girarci intorno. Litigiosi, cattivi, egoisti, morale zero. Non sappiamo combinare che guai in giro per il mondo che ci hai regalato. Ci ammazziamo  a vicenda, spargiamo sangue, la nostra linfa preziosa, a ettolitri. Distruggiamo le cose belle, la nostra stessa culla, incuranti del fatto che questa sia il nostro rifugio di domani. Viviamo in un presente egoista che ci fa dimenticare dei nostri simili.

Buon Signore, ma sei sicuro di aver fatto una cosa giusta?

A questa domanda tu per tutta risposta mi mostri quanto di buono invece i tuoi pupilli hanno saputo fare. Hanno creato le cure per le malattie, hanno risposto con la pace, con il lavoro delle proprie mani e del proprio cuore alle brutture di un mondo a volte proprio sbagliato. Hanno salvato, e salvano con impegno, quelle altre tue invenzioni viventi in via di estinzione. Danno se stessi per salvare fratelli che non conoscono. E danno una famiglia a chi non ce l’ha. E molte altre cose.

Ok, buon Signore. Sì, diciamo che hai inventato una cosa bella. Quando ti sei accorto che a noi essere solo belli non bastava,  hai pensato di fornirci di un’anima. Che a volte è nera, a volte manca, ma quando c’è e funziona è da premio nobel. Te l’ha mai dato nessuno un premio nobel? Be’, per l’anima lo avresti meritato.

Aspetta buon Signore, non ti gasare troppo, perché vorrei scendere un po’ sul piano pratico. Parliamo di questo corpo in cui ci hai rinchiuso.
Una macchina perfetta, io l’ho sempre sostenuto. Una macchina in cui ogni singolo ingranaggio, ogni singola cellula è indispensabile pure quando muore. Tutto è calcolato, tutto è preciso.
Insomma.
Si fa per dire.
Pure questa tua invenzione ha qualche difettuccio buon Signore. Si guasta.

Ci hai fatto dono dei cinque sensi, giusto? Ci servono per scoprire il mondo, per portarlo fino al cervello, che poverino da solo non può gustarselo. Hai presente la pubblicità di quel gelato che si dice sia “da mangiare con gli occhi!”?... Un povero, dolcissimo essere, fatto solo di occhi e gambe, non ce la fa a mangiare il gelato così buono, perché è senza bocca… mentre un altro essere ingordo, fatto di sola bocca e privo di occhi, se lo gusta eccome, lasciando gli occhi a piangere sconsolati.

Ecco, i cinque sensi dovrebbero funzionare in sincronia. Eppure, sembra che ogni tanto qualcosa vada storto. Prendi me, per esempio.

Mi si è interrotto, tempo fa, l’uso della parola. Bocca chiusa!, mi hai detto, in seguito ad un incidente. Ed è stata dura. Aver la lingua, aver le labbra, saper parlare e non poterlo fare. E nemmeno mangiare, che tutto è correlato! Quindi anche il senso del gusto è rimasto sprecato…
Poi vabbè,  il meccanico mi ha aggiustata e voilà… quasi tutto come prima. Quasi.
Poi è stata la volta  della vista. Oh, personalmente ci ho sempre visto benissimo, o così credevo, fino a che non ho vissuto l’esperienza di alcuni amici non vedenti. Specialmente quando uno di loro, per mia disattenzione, stava andando a finire contro un muro. Stupida, la cieca ero io, che non vedevo le sue difficoltà. Ci sono occhi non visibili, e i miei in quel momento non funzionavano affatto.
E ora mi si guasta l’udito! Vado inesorabile verso il nulla, verso un mondo pneumatico senza suoni. E pensare che tutto ha un suono, anche il vuoto dell’universo ha una sua voce. Forse chissà, anche i pesci, che a noi sembrano muti, propagano nell’acqua suoni celestiali.

Ma diciamocelo, buon Signore, che questo corpo è un’invenzione sbilenca! Tra un po’ che cos’altro non mi funzionerà?!
Cos’hai da obiettare in proposito?

Tu non parli, non puoi, perché sai che è vero. Questa macchina perfetta che è il nostro corpo in realtà così precisa non è.
E pazienza, sai, io ti ho parlato di piccole cose, dei miei piccoli problemi di manutenzione, ma ci sono guasti peggiori. Dove non serve il tagliando di controllo e nemmeno un bollino blu o di qualsiasi altro colore.
Non sono io a dirlo, ma tutte quelle macchine viventi che soffrono per avarie lente, inesorabili, dei circuiti non vitali, così che l’agonia è lenta e la sofferenza atroce.
Non sono io a dirlo, ma quell’uomo che oggi è morto tra le mie mani, e non fra le mura di un ospedale, senza che potessi riuscire a guarirlo. A salvarlo.
Io evidentemente non sono un bravo meccanico. Ma tu, buon Signore, dovevi fare qualcosa di meglio. Prova a dirglielo a quell’uomo buono, che male non ne ha mai fatto in vita sua, che, mentre due minuti prima rideva e scherzava e viveva, ora non è più buono nemmeno  per lo sfasciacarrozze. Impossibile da rottamare. Glielo dici tu, buon Signore, che noi vediamo la luce già difettati? Che la nostra vita è un’illusione?

Tu non rispondi ancora, ma mi mandi agli occhi della mente, quelli che ogni tanto mi sono ciechi, l’immagine di una croce e di un nazzareno striato di sangue.

Lo so. A volte funziona, rivedere quel vecchio film.
Ma oggi no.

Buon Signore, sei stato un inventore eccezionale, ma devi ancora migliorarti.
Il nobel, stasera, non mi sento di dartelo.


di Ramona 20:32:00 5 Commenti