28/04/2007

UN FIORE PER TE, BAMBINO


Sto piantando un fiore per te, bambino. E’ piccino, come lo sei tu, ha petali delicati, per vederlo diventare alto bisogna dargli tanta acqua, mai dimenticarsi di lui.

Si chiama non-mi-toccare.

 

Impara questo nome, bambino. Ricordalo quando un uomo nero viene a cercarti e ti promette giochi in gran segreto. E intanto ti carezza la testa, ma ha le mani fredde e ti fa venire un brivido, come quando hai la febbre.

Ricordati allora di dirgli: non-mi-toccare.

 

Sto piantando un non-mi-toccare rosa e uno bianco. Un fiore rosa come la tua innocenza e uno bianco come il tuo sorriso d’angelo. L’orco nero sparirà alla luce dei colori, se tu ricorderai il nome di questo piccolo fiore. Non-mi-toccare, devi dirgli. E dillo forte, fatti sentire. Perché sei un bimbo coraggioso, che non sa cos’è la paura. Almeno, non lo sapeva finora. E non conoscevi il nome di questi fiori, perché tu invece volevi essere toccato e abbracciato e baciato. Qualche volta hai fatto anche i capricci per farti prendere in braccio da mamma e papà e sentire le loro labbra sulla tua guancia e le loro braccia avvolte intorno a te a proteggerti.

Di solito, bambino, tu sorridi a tutti, prendi per mano l’adulto e lo fai tornare piccolo perché sei tu a volere che giochi con te. Per te il mondo è buono e bello, non c’è dubbio alcuno. Essere buoni vuol dire avere le carezze che ti piacciono tanto.

Ma ci sono persone, caro bambino, uomini cattivi, che con le carezze fanno male. Hanno mani pesanti che vanno dappertutto, sono piovre. Ma non come quelle dei cartoni animati. Sono uomini veri, come il tuo papà, o il tuo nonno. A volte, inoltre, anche le signore, possono essere cattive. Devi stare attento.

Attento quando qualcuno ti chiede di fare un gioco, e poi scopri che questo gioco non ti piace. Stai attento se qualcuno cerca di portarti via, se ti stringe con forza e ti fa male: quella persona  non ti vuole bene, anche se ti dice il contrario.

In questo caso, ricordati del fiore che oggi sto piantando per te, grida il suo nome più forte che puoi: non-mi-toccare! Grida grida grida!!!

 

E’ una magia, sai. Serve a far scomparire la persona cattiva. Puoi diventare più bravo di Harry Potter se pensi al fiore e gridi il suo nome.

Certo, qualche volta non funziona, purtroppo… ma tu provaci comunque. Per favore.

 

Sto piantando un fiore per te, bambino. E per tutti gli altri bimbi che non lo conoscevano ancora.

Un fiore, un bimbo.

Un fiore, una lacrima.

Le lacrime annaffiano i fiori, sai bambino? Non ti spaventare per me. No, non ho la bua. O forse sì, ce l’ho nel cuore. E’ che io penso ai bimbi che volevano giocare e che poi ne hanno perduto la voglia. A quei bimbi cui gli adulti hanno fatto tanto male e che ora non ridono più. Penso che ci sono vergogne che gravano sulle nostre spalle in modo indelebile.

Non basteranno tutti i fiori del mondo.

Ma tu, bambino, ricordati del tuo diritto di urlare: non-mi-toccare!!!

di Ramona 19:50:00 2 Commenti

24/04/2007

TOBIA

Quando un gatto invecchia non te ne accorgi subito. E’ che un giorno ti rendi conto che sono passati molti e molti anni da quando lui ti è capitato in casa la prima volta. E ti pare di ricordare, ma sembra impossibile, che allora quel gatto era solo un cosino morbido dalla vocina sottilissima e disperata. Ti stava in una mano, ricordi? E ricordi come girava per casa cercando la mamma, quella gattona perfida e infida, che però con lui era un angelo con la coda? Fai un po’ di conti… sono passati quasi 15 anni. Ma no, non è possibile.

 

Quando un gatto invecchia non fa le rughe, né imbianca, il suo aspetto è sempre lo stesso. Però, osservandolo meglio, ti accorgi che il pelo non è proprio uguale a quello di pochi anni fa, di pochi mesi fa… te ne ritrovi a gomitoli dappertutto, i divani ne sono rivestiti, sul pavimento grosse ciocche rotolano come le sterpaglie nei deserti del far west… Non era mai successo prima. E poi noti che anche il gatto ha una pelliccia rattoppata, piena di nodi, di patacche aggrovigliate specialmente sui fianchi e sulla pancia, là dove non arriva, evidentemente, a liberarsi da solo del pelo morto.

E come in una reazione a catena, ti rendi conto d’improvviso che è da tanto, tantissimo tempo che il tuo gatto non si lava più, non passa più le zampe con la lingua  e poi le stesse sul resto del corpo. Da quanto non fai più previsioni di pioggia imminente osservando il gatto che si lava dietro le orecchie?

Gesù, da tanto di quel tempo che non te ne ricordi. I gatti vecchi, come i nonni, perdono la voglia di lavarsi, o più semplicemente non ce la fanno.

 

Quando un gatto invecchia ritorna un po’ cucciolo. Non nel senso che gli piace giocare. No, il gioco non fa più per lui, è faticoso. Inseguire un oggetto in movimento, neanche da pensarlo. Cercare di prendere il tuo dito agitato davanti al suo muso, meno che meno. Non si tratta di giochi. Quando un gatto invecchia, come un cucciolo cerca affetto e ti segue dappertutto, ovunque tu sia. A fatica fa le scale, ma non rinuncia a cercarti in bagno, o in cantina. E quando ti trova ti sale in qualche modo in braccio. Anche se stai pranzando, chi se ne frega! In genere devi essere tu a issartelo addosso, perché lui si alza sulle zampe posteriori, mette quelle anteriori sulle tue gambe e miagola, rimproverandoti un po’: dai, tirami su, non vedi che non ce la faccio? Poi, quando finalmente è sulle tue ginocchia, ronfa beato come non ha mai fatto prima. Un russare felice, da baby gatto quando è insieme a mamma micia. Infatti cerca il tuo calore e ti dà il suo, ultimo regalo che sa di poterti ancora fare. Insieme alle coccole, alla maniera di un gatto che troppo coccolone non è mai stato. Ma quando un gatto invecchia,  per te si reinventa. Per addolcire un ricordo che sai già sarà indelebile.

 

Un gatto che  invecchia, pur di non mollarti nemmeno un attimo, impara anche a usare il computer. O ci prova. Ti vede sempre davanti al monitor, e allora viene anche lui davanti al monitor, si fa issare se sei alla scrivania, o si fa spazio se stai usando il portatile. Scruta lo schermo affascinato, cerca di capire cosa ci sia, là dentro, che ti distoglie dal prestargli attenzione. Chissà se capisce, se quella luce azzurrina , le lettere che compaiono frenetiche una dietro l’altra, gli dicono qualcosa. Di certo c’è che ci prova anche lui a scrivere. Posa le zampe doloranti ma decise sui tasti, ti fa vedere che per te è disposto a imparare l’impossibile. Del resto, te la ricordi ancora bene quella volta che si era arrampicato sugli scaffali e aveva estratto dai raccoglitori ad anelli, dalle buste trasparenti, tutti quei fogli, i tuoi scritti… Era solo geloso, o anche allora voleva dimostrarti che per amore avrebbe fatto quello che facevi tu?

 

Quando un gatto invecchia, puoi lasciare finalmente le finestre aperte. Non riuscirà mai più ad arrampicarsi sugli alti davanzali per andare sui tetti e far spaventare la tua vicina. Che, furba come la volpe, dalla paura lo chiudeva in camera e poi ti veniva a chiamare perché lo recuperassi.

Un gatto che invecchia non riesce nemmeno a saltare sulla libreria (i libri, una passione anche per lui!), come faceva in quel periodo che lasciava le impronte sulle vetrine dei mobili, a dimostrazione che saliva da chissà dove, ma di certo scendeva scivolando sui vetri.

Il tuo gatto vecchietto, oggi  ricade all’indietro perfino tentando di saltare sulla vasca da bagno, cercando di fare quello che ha sempre fatto. Cioè consolarti. Era un modo tutto suo, speciale, quello di saltare sulla vasca, anticipando perfino le tue intenzioni, per starti vicino le volte che tu, coraggiosamente e un po’ sconfortata, salivi sulla bilancia… Lui, dall’alto, scuoteva la testa come se sapesse leggere i numeri del diabolico utensile… Ora dovrà accontentarsi di fare la stessa cosa dal basso. Se riuscirà a leggere ancora i numeri.

Perché, quando un gatto invecchia, perde anche la vista. E non lo aiutano le vibrisse, chissà perché. Così sbatte il naso sugli stipiti delle porte, o sulle gambe delle sedie, o crede di uscire quando invece si sta infilando tra i ripiani bassi della libreria. E cade dalle scale perché non vede lo scalino. Per fortuna si ferma al primo. Un gatto vecchio e quasi cieco finisce col diventare un po’ saggio e tende la zampa in avanti prima di fare un passo. Quasi sempre.

 

Quando un gatto invecchia fa cose strane, come bere l’acqua dalla doccia dopo che ti sei lavata. Perché? Per conservare dentro una parte di te? Per dimostrarti che tu sei in lui come lui è in te? Che siete una cosa sola? Ma tu lo sai già! Si è fatto perfino investire, qualche anno fa, riportando gli stessi traumi che avevi riportato tu a tua volta in un altro incidente. Santo cielo, entrambi siete andati avanti a omogeneizzati, per un po’…

 

Un gatto anziano si ammala come un cristiano. La tiroide, i reni, il cuore… e la mutua non gli passa né esami né farmaci, nonostante la senilità. Ma non sono cose che interessano, al vecchio micio. Pensaci tu alla burocrazia... Ma portalo dal dottore meno che puoi, che è ancora capace di soffiare e graffiare e, se potesse, di mordere…

Quando un gatto invecchia perde i denti, uno alla volta. E non puoi mettergli la dentiera. Anzi, quelli che restano gli fanno infezione, e lui non mangia più. Ma ha sempre fame e ti chiede di dargli da mangiare, ti guarda con gli occhi opachi come a dire: ma lo capisci o no che ho fame?! E tu provi a dargli di tutto ma la risposta è sempre e solo un mao disperato. Ho fame, non posso mangiare!! Fai qualcosa! Guardami! E tu vedi l’ombra del gattone gagliardo di un tempo, quello che pesava sette chili e faceva scappare cani molto più grossi di lui: un pastore tedesco andò a rifugiarsi sotto una macchina per la fifa, ché la tigre era impressionante e feroce. Ora la tigre peserà un paio di chili, ed è più simile ad un ghepardo smilzo e affamato che alla regina dei felini.

E allora vai, di corsa, a chiedere aiuto, e il dottore ti avvisa che potresti essere al capolinea dell’affetto, fattene una ragione… ma non si può farsene una ragione, non dopo 15 anni di amore assoluto.

Il dottore dice: proviamo.

E il vecchio gatto mette in gioco l’ennesima vita, per farsi curare la bocca e sfidare la sopravvivenza. Lui vuole starci ancora a questo mondo. Cieco, sdentato, magro, spelacchiato, dolorante, ma alle coccole non può rinunciare. Non ancora.

 

E ancora una volta si risveglia. Per il momento. Ancora una volta gira circospetto per casa, la sua casa di sempre, presente, quasi strisciante, ma vivo. Puro spirito.

 

Quante vite ti restano, Tobia? Per quanto tempo hai scommesso con te stesso che resterai accanto a me, a scaldarmi i piedi su questo divano, a ronfare beato, pur invalido come sei?

Non me lo dire, ti prego.

Lasciami sperare e sognare ancora

22/04/2007

NON LASCIARMI

Se non me lo avessero regalato, probabilmente non avrei mai letto questo libro.

Non sarebbe servito il titolo ad attrarmi, perché avrei pensato ad un polpettone rosa che proprio non è il mio genere di lettura. Non mi avrebbe detto niente nemmeno la copertina dell’edizione Einaudi, che mostra solo una ragazzina con i capelli distesi al vento e un albero con la chioma piegata nella stessa direzione. E il nome dell’autore non lo conoscevo. Solo in seguito ho scoperto che Kazuo Ishiguro è lo stesso che ha scritto Quel che resta del giorno, da cui è stato tratto un magnifico film con uno strepitoso Anthony Hopkins.

Niente, insomma, avrebbe potuto farmi intendere che dietro queste apparenti banalità c’era una bella storia. Ma per fortuna il libro mi è stato regalato. Con tante raccomandazioni a leggerlo subito! E io, obbediente, l’ho letto. Subito.

 

Non mi sarà possibile raccontarlo senza svelare, almeno in parte, la trama. Me ne dispiace. Ad ogni modo la narrazione è svolta talmente bene che un riassunto non può bastare a rovinare l’effetto sorpresa nella lettura. 

 

C’è uno strano istituto chiamato Hailsham, in un angolo della dolce Inghilterra. Un istituto per ragazzi “speciali”. In che cosa consiste questo essere speciali verrà rivelato un po’ per volta. Siamo negli anni Novanta, praticamente ieri. Tre ragazzini, Kathy, Ruth e Tommy, fra i tanti ospitati dall’istituto, stringono un legame di amore e d’amicizia che li legherà per tutta la vita. E’ proprio Kathy che racconta, in prima persona, la loro storia, quando ormai ha superato i trent’anni.

Nell’istituto i bambini, che non sono orfani, ma che non nominano mai i genitori (ma se non sono orfani, viene da chiedersi, allora questi dove sono?....) vengono protetti dal mondo esterno, con il quale non hanno alcun tipo di scambio. Vengono istruiti alla perfezione, incoraggiati ad esprimere creatività e intelligenza attraverso forme artistiche quali disegno, pittura, scultura. E un po’ alla volta, con una sorta di lavaggio di cervello, fin dall’infanzia essi prendono coscienza del proprio destino, del perché esistono.  

 

Non sono ragazzi come tutti gli altri. Sono dei pezzi di ricambio. Cloni, creati appositamente allo scopo. Sono destinati ad effettuare un certo numero di donazioni (massimo quattro, se ce la fanno) e poi concluderanno il loro ciclo. A meno di non diventare assistenti di altri come loro che invece sono donatori. 

 

Ecco, detta così, sono convinta che la prima reazione che può insorgere è di pensare a una sorta di robot, privi di anima e sensazioni, come insegna la miglior fantascienza. Ma questa non è fantascienza, sebbene possa sembrarlo. Se ci pensiamo bene è una cosa molto vicina alla nostra realtà.

Ci siamo mai chiesti, infatti, a partire dalla pecora Dolly, cosa vuol dire essere un clone? Non avere genitori, certo, essere al centro delle attenzioni scientifiche, certo… fino a che si tratta di animali, tutto bene, tutta una meraviglia… Ma quanto siamo distanti dalla possibilità di avere cloni umani? E come sono questi cloni? Robot senza anima? 

 

Ishiguro ci dice che no, non è così. 

 

Kathy racconta la storia sua e dei suoi amici, con un tono di piatta rassegnazione. Non c’è ribellione al loro destino programmato. Nemmeno quando scoprono, o si illudono, che l’amore possa cambiarlo. Perché ad un certo punto finiscono per scoprirlo, l’amore, così diverso dal sesso a sè stante, che pure non viene loro proibito. E già dall’infanzia hanno scoperto la bellezza dell’arte, della musica, nell’unico istituto preposto allo scopo che abbia voluto coltivare queste sensibilità. In altri luoghi simili, viene raccontato, non c’era stata la stessa attenzione per i cloni. E’ un altro esperimento, forse, il tentativo di dimostrare qualcosa fino allora ritenuta inconcepibile. L’umanità dei cloni stessi.

Grazie all’amore c’è un tentativo di ribellione alla propria sorte, da parte dei protagonisti, che potrebbe però, negli intenti, al massimo procrastinare di qualche anno l’inevitabile. E sarà inutile.

Ma al di là della rassegnazione, rimane il sentimento. I cloni hanno sensazioni ed emozioni, conoscono la gelosia e l’amicizia e l’amore. Rimangono turbati quando scoprono un loro “possibile”, cioè una persona “reale” da cui possono essere stati copiati. Una sensazione indefinita che aleggia nell’aria, che si può identificare con la ricerca delle origini, con il bisogno di avere un “genitore”. Come tutti, in fondo. Tutti gli esseri umani. 

 

Con l’umanità reale questi ragazzi non hanno contatti. Solo gli istitutori, e una certa Madame che sembra schifarli “come ragni” ma poi in realtà è loro affezionata… Solo da grandi vengono lanciati nel mondo, ma sembra che non riescano ad integrarsi. Eppure sognano di fare una vita normale, di lavorare come segretaria in un ufficio, per esempio… Sognano. Ma con una sorta di fatalismo vanno incontro alle donazioni in attesa di chiudere il ciclo. E chiuderlo appena dopo la prima, o la seconda donazione, viene considerato un fallimento. 

 

Ho divorato questo libro in pochissimi giorni. E prima di cominciarne un altro ho dovuto aspettare, fare un reset. Perché non riuscivo a togliermi di mente il destino di questi ragazzi. E guardandomi intorno, osservando visi sconosciuti nella folla, mi chiedo se non possa essere già una realtà. Chi di loro è stato creato dal nulla per soddisfare un bisogno emergente, quello di salvare altre vite con la propria? Il giovane con un libro in mano e gli occhialini tondi? La ragazza con la minigonna e la coda di cavallo? Il bambino con lo zaino di scuola sulla schiena?

E, una domanda tira l’altra: cosa ne sappiamo dei tanti embrioni che riposano nei congelatori? Hanno un’anima congelata, ma ce l’hanno. E’ così difficile crederlo, immaginarlo? Che diritto abbiamo avuto di crearli e lasciarli lì? Che diritto avremo di distruggerli? La questione è ancora aperta, a dispetto delle nostre coscienze indifferenti. 

 

Per tornare al libro, ne consiglio la lettura.

C’è però qualche piccola pecca.

Per esempio per la rivelazione finale è stata usato un sistema un po’ scontato, privo dei colpi di scena, sia pur pacati, presenti in tutta la narrazione.

Le donazioni non sono nemmeno lontanamente specificate, mentre secondo me un minimo di concretezza si poteva dargliela (cos’è che si dona? Cuore, fegato, polmoni, midollo? Non viene detto, forse perché ritenuto ininfluente).

Inoltre a mio modesto avviso ci sono qua e là difetti di editing, o di traduzione. Di poco conto, certo, ma che tuttavia si potrebbero notare. A meno di non lasciarsi trascinare dalla voce ipnotica e a tratti incerta di Kathy e della sua, diciamolo pure, triste storia d’amore. 

 

di Ramona 14:27:00 Commenta:

20/04/2007

FOTOGRAMMI ALBOREI

L’isola d’oro nel mare d’argento.

Il grigio di un’alba rammollita e pigra.

Barche dondolano nell’isola d’oro nel mezzo del mare d’argento.

Solitaria una barchetta nel mare d’argento.

Ancorata al fondo, respinta dalla corrente, vicina alle altre.

Ma fuori dall’isola di sole.

Vuole essere come le altre, andare nel sole.

Ma lo sa che non è uguale.

Cerca di spezzare l’ancora.

Tira. Tira.

Il mare la respinge.

E l’alba diventa azzurra.

di Ramona 14:34:00 2 Commenti

16/04/2007

BESTIA

Ti capita di pensare che, avendo incontrato la Bestia da piccola, dovresti aver pagato pegno sufficientemente per poter vivere di rendita a lungo. O meglio, vivere serenamente con meno dolore possibile.

Scoprirai poi che non è proprio così.

La Bestia ha anche altri nomi, non volendo usare quello scientifico. Mostro, orco, nemico… alieno. Bestia non vuole essere un’offesa agli animali, che è risaputo essere anime innocenti privi di crudeltà fine a se stessa. Bestia invece deve essere inteso come il concentrato del Male, come la Cosa indefinibile che viene da chissà dove e chissà perchè, da un gruppo di cellule impazzite, dice la Scienza, per chissà quale motivo.

 

Insomma, se conosci la Bestia da bambina, e l’hai vista portarsi via gli affetti più preziosi, poi pensi: adesso non può farmi più niente. Almeno per un po’. Anzi, sfidi la Bestia in prima persona, cerchi di guardarla negli occhi tutti i giorni, e per dispetto tenti come puoi di alleviare i danni che le vedi infliggere a tante persone. Tanto sono persone estranee, pensi, non posso mica starci male. Sono forte, io, anche per loro, perché l’affetto lo metto da parte, in fondo sono persone sconosciute.

Ho già dato alla Bestia, non può più togliermi nulla.  

 

Del resto, dopo gli affetti più cari, c’è altro che ti possa sottrarre?

Sì, ci sono altri affetti.

Ma non lo dici ad alta voce, non lo pensi neppure.

Ti sei fatta una corazza: proteggi i tuoi cari con la finta indifferenza di chi sostiene di non saper dimostrare l’amore che prova per loro. Pensi che se nascondi i sentimenti, la Bestia ti passerà accanto senza vederti, e i tuoi cari saranno al sicuro.

Per un po’ ha funzionato. Certo il Dolore, fratello della Bestia, ha colpito ugualmente, ma in altro modo. È inevitabile, è la natura che fa il suo corso. La continuità della specie: i vecchi lasciano il posto ai giovani. Anche se  a volte non sono proprio tanto vecchi.

E comunque non è stato sempre indolore. Perché chi l’ha detto che quando la Bestia colpisce gli estranei si riesce a non soffrirne? Chi lo dice che si può restare indifferenti se la Bestia si mangia un bambino, o un giovane che avrebbe invece davanti a sé solo futuro, o una donna che perde la sua identità e, talvolta, la dignità?

No, non è stato tutto indolore, in questi anni.

Ma la Bestia ha comunque girato al largo, la finta indifferenza sembra aver funzionato, non si è accorta di quante persone tu hai amato e ami. E queste sono ancora tutte con te. 

 

Però.

Però lo sforzo dell’indifferenza è notevole, e così di colpo ti accorgi che non sei riuscita a coprire tutti. Scopri che altre persone a cui vuoi bene si sono trovate faccia a faccia con la Bestia o stanno aspettando di sapere se toccherà anche a loro. Non sei riuscita a proteggerle. 

 

E ti ritrovi impreparata, un po’ colpevole, un po’ angosciata, un po’ stupita.

Il pensiero corre ora a queste persone, alla battaglia che dovranno affrontare e ti sembra di non avere mai vissuto, o di essere tornata indietro, a rivivere le stesse sensazioni di 30 anni fa.

Con una importante differenza, però: adesso sei più consapevole e fiduciosa.

Hai la consapevolezza del veterano, di quello che ne ha viste tante, e la fiducia di chi ha visto vittorie una volta insperate. La Bestia non è imbattibile. La Bestia nel corpo a corpo è micidiale, lascia distrutti, ma è vigliacca e spesso fugge di fronte ad armi un tempo nemmeno immaginabili. Armi chimiche o fisiche, biologiche, nucleari, una volta tanto armi buone, utilizzate per difesa contro un nemico cattivissimo. Ma soprattutto l’arma più importante: la volontà di abbattere la Bestia, sapendo che si può. E la rabbia, che segue la domanda inevitabile: proprio da me dovevi venire, brutta Bestia? Armi potenti, queste, che da sole fanno metà del lavoro.

Ed ecco che dopo lo smarrimento iniziale, a tutte queste armi aggiungi la tua, senza più paura alcuna, un’arma fatta del conforto che viene dal cuore, dell’affetto che non si può più nascondere, della condivisione assoluta di ogni piccolo passo, ogni piccolo progresso, ma anche di ogni piccola sofferenza, di ogni lacrima impotente. Sai già che sarà così. Lo sai perché lo hai vissuto da piccola, quando eri grande abbastanza per soffrire, ma non per capire fino in fondo. 

 

E tutto sommato non potrai mai capire perché esiste la Bestia e perché colpisce chi ti sta vicino.  Non sai nemmeno se tu stessa ne sarai risparmiata o prima o poi busserà direttamente alla tua porta. E chi mai lo può sapere?

Hai davanti agli occhi lo scorrimento di un film già visto. Ma stavolta, lo sai, lo speri, ne sei sicura, il finale sarà diverso.

di Ramona 21:00:00 3 Commenti

10/04/2007

SOGNANDO DI SOGNARE

È notte e sono al lavoro. È andata bene, il turno sta finendo, i pazienti hanno dormito tutti. Ma al momento del cambio succede qualcosa e c’è da impazzire.

Una signora ha attacchi di diarrea, va lavata e cambiata a ripetizione, non se ne vede la fine, le scariche non si fermano! E lei si sente male.

Un giovane uomo presenta al monitor alterazioni elettrocardiografiche, è sudato e sofferente. Chiamiamo il medico. Non è un reparto ospedaliero, questo, ma un girone infernale. Il caos è pazzesco, i campanelli suonano come fosse festa…

Arrivo a casa con un notevole ritardo. È mattina da un pezzo. La mia casa è quella in cui ho abitato fino ai 20 anni, quella nel vicolo. C’è un posto libero per parcheggiare la macchina, quasi accanto al mio portone. Quasi. Devo fare un po’ di manovra in retromarcia, e non è mai stata il mio forte. E poi sono sotto gli sguardi sfacciatamente curiosi di un gruppetto di comari sedute in circolo fuori da uno dei portoni, tutte intente a raccontarsela, a spiare i fatti altrui. A spettegolare.  Ci sono le rondini che volano in tondo, da un lato all’altro del vicolo, sfiorando i muri delle case. Il chiarore del giorno è impressionante. Accecante. Sembra una tiepida e luminosa sera d’estate e invece è un chiaro mattino di primavera.

Le comari mi guardano, io le saluto, educata, e m’infilo nel portone. Salgo le scale, stancamente. I gradini sembrano tirati a lucido. Sono di marmo grezzo, ma io me li ricordavo grigi, sporchi e malandati. Invece sono lucenti, come nuovi.  

Voglio solo andare a dormire.

Non so perché, entro nella camera da letto che era stata dei miei genitori. Ora non lo è più. Sulla poltrona letto di pelle verde, quella della nonna, dorme mio fratello, avvolto in un plaid fatto all’uncinetto. La Tv è accesa.

Vado in cerca del mio lettino e da lì, da sotto le coperte, si alza una vocina tremolante, sottile, lamentosa. Scopro l’ammasso informe e trovo mia madre, tutta rannicchiata su se stessa. Mi rimprovera del ritardo, preoccupatissima, in ansia.

Vorrei arrabbiarmi, dirle che non ho più 14 anni, sono maggiorenne da un pezzo, lei non deve più controllare quello che faccio o non faccio, e io non devo giustificare niente.

Invece non mi arrabbio, perché per lei il tempo non è passato. Ha ancora l’aspetto che aveva a 38 anni, l’ultimo che le è stato concesso, solo un tantino più curato. Ha perfino il rossetto e la sua pelle è liscia come allora. E’ minuta e bella.

Sospiro, mi siedo accanto a lei, le prendo una mano e con pazienza le spiego il motivo del ritardo. Come se fosse lei la bambina da rassicurare perché si sveglia e non trova la mamma accanto a sé e ha paura. Le racconto tutto, in ogni particolare.

Di colpo è in piedi, sorridente, e svanisce.

M’infilo nel letto, nel posto ancora caldo di lei, e mi addormento, consapevole che tutto è solo un sogno.

di Ramona 23:37:00 6 Commenti

07/04/2007

BUONA PASQUA

E anche Pasqua arriva, quest’ anno come tutti gli anni. Arriva a cavallo del bel tempo, di un sole caldo e del buonumore. Pasqua è domani. Io, oggi, ripenso alla pasqua di ieri.

Il ricordo è già partito per la tangente. 

 

Nell’attesa della Pasqua, a Lecce, ci si godeva la domenica delle palme. Immancabilmente era un giorno piovoso. Non c’è ricordo nella mia infanzia di una domenica dell’ulivo senza acquazzone. Chissà se anche quest’anno…

La domenica delle palme era ricca di palme, appunto. O meglio, di manufatti ottenuti con le foglie di palma intrecciata e benedetti insieme ai ramoscelli di olivo. La nostra terra è generosa in fatto di olivi, ce ne sono di centenari, tutti contorti, diversi l’uno dall’altro. A me hanno sempre dato l’impressione di un’enorme, antica saggezza. Se potessero parlare, gli olivi della mia terra, parlerebbero con la voce di un vecchio sapiente e filosofo, forse anche un po’ mago… perché ci vuole della magia per vivere in un clima così arido d’estate e riuscire a produrre frutti così preziosi.

Le palme dovevano avere una provenienza pure nostrana. Del resto il microclima consente loro di svilupparsi come in Africa. Avevano le fogge più strane, quei manufatti, ma molto decorative. E caratterizzavano altrettanto bene la giornata. Del resto Gesù non era stato accolto dallo sventolar di palme, alla vigilia della sua morte?

La messa era in parte all’aperto, con una piccola processione che riportava in chiesa e la benedizione finale di palme e ulivo, che proteggessero la casa che li avrebbe ospitati per tutto un anno. Quelli dell’anno prima non andavano buttati, ma bruciati. Erano benedetti, dopotutto. 

 

Nella settimana santa si cercava di essere più buoni e rinunciatari. C’era il precetto pasquale, che noi ragazzi svolgevamo con la scuola. Chi lo dimentica un nostro tentativo clamorosamente fallito di abbellire il rito con un coro di cantori terribilmente stonati? E poco disciplinati, perché le prove erano già dei mini fallimenti, basati sulla buona volontà di pochissimi volontari.

Il peggio era stato durante la funzione religiosa… fuori tempo, stonati, imperterriti, abbiamo proseguito nella disfatta in diretta e rovinata la messa a tutti i fedeli. Credo di non essere mai più entrata in quella chiesa. Temo che ci possa essere il mio viso di adolescente, insieme a quello degli altri piccoli criminali rovinamesse come me, con su la scritta WANTED. Magari c’è anche una taglia sulla nostra testa.

Meglio non verificare.  

 

Il giovedì santo si andava ai sepolcri. Un pellegrinaggio, a piedi, per chiese, quante se ne voleva purché in numero dispari, per mettersi in adorazione del sacro cuore di Gesù esposto, di solito, sull’altare principale. Tutto il resto della chiesa rimaneva spoglia e buia, in previsione della morte annunciata del Cristo. Quello era il giorno dell’ultima cena, l’altare rappresentava il tavolo attorno al quale si riunirono gli apostoli e il loro maestro, prima del giorno fatale. Bastava pensare a questo  per provare brividi autentici. Ma di solito non si riusciva a concentrarsi così tanto... Eravamo ragazzini e ragazzine che andavano incontro alla vita. Si aveva poca voglia di pensare luttuosamente.

Prima di tutto perché si era distratti dalla passeggiata … camminare nel centro di Lecce è sempre stato come camminare in una bomboniera. Se lo facevi con la mamma era di per sé un fatto così insolito e piacevole che raddoppiava la preziosità del pellegrinaggio. Non capitava mica così spesso, passeggiare con lei. E dopo non è stato più possibile.

Poi, se lo facevi con l’amica del cuore, avevi troppe cose da raccontare e da ascoltare. I problemi di cuore sono cose grosse, con tutto il rispetto al cuore sacro di Gesù. Perdona Gesù, tanto ci vediamo a messa a Pasqua…

E non dimentichiamo che le chiese stesse ci lasciavano ogni volta a bocca aperta. Il barocco così sfacciato, così opulento, così ricco di dettagli sempre nuovi perché non ancora scoperti (un fiore, una testa, un angelo) non lasciava indifferenti neppure noi. La primavera, le rondini, la festa vicina, la passeggiata, l’amica più cara e un mare di segreti svelati, che nemmeno al confessore avevi spiattellato. Avevi tutto il mondo ai tuoi piedi. 

 

Il venerdì santo, giorno di digiuno e penitenza. Accidenti, si aveva anche fame, noi, giovani virgulti, che alla fine venivamo graziati: qualcosa nello stomaco ci arrivava sempre. Le nonne non sanno resistere quando i nipoti lamentano fame… religione o meno, la gioventù non deve patire, i bambini devono crescere, guarda che magri che sono! Alle 15, campane a morto. Silenzio e preghiera, ragazzi, Gesù muore. 

 

Comunque sia, la penitenza la si faceva durante tutta la settimana pre-pasquale. Era il tempo delle grandi pulizie di primavera. Primavera e Pasqua, entrambe simboli di rinascita, dovevano essere accolte da una casa pulita, rinfrescata, in una parola, già rinata. La Pasqua non aveva la bacchetta magica per far lucidare ogni cosa… bisognava usare l’olio dei gomiti.

A me toccarono, per un certo periodo, lampadari e tapparelle. Il lampadario della nonna a quell’epoca era formato da mille pendenti di vetro, come quello dei castelli delle favole, per capirsi. Una a una ripulivo quelle gocce di cristallo offuscate da un anno di pigrizia e di fumo dei termosifoni. Era anche gradevole, perché mi concentravo lì, in un lavoretto “luuuungo” e noioso, per non fare altro… Ma poi c’erano le tapparelle che mi aspettavano. Incredibile quanto smog si accumulava sulla facciata di una casa tutto sommato di periferia. Però era soddisfazione vederle cambiare faccia, schiarirsi, mentre sulla strada passavano auto beffarde che avrebbero nuovamente depositato il loro inquinamento in meno di un nano secondo. Però fino al prossimo anno io ‘ste cose non le tocco più, siamo intesi?!

E poi c’erano le tende da lavare, le fughe delle piastrelle da grattare, magari cuscini di lana da rifare… Operazione pruriginosa quest’ultima. Nel senso che aprendo una per una le varie ciocche di lana di pecora ingarbugliata si sollevava un nugolo di polvere così straripante di acari da far paura. Un bambino di oggi sarebbe morto con l’asma. Allora cosa vuoi, ti facevi gli anticorpi. 

 

E infine arrivava Pasqua.

Si andava a messa sfoggiando un capo di vestiario nuovo di zecca, comprato per l’occasione e assolutamente da non indossare prima di questo giorno. Una gonna, una maglia, un paio di scarpe nuovi, anch’essi simbolo di rinnovo, di rinascita. E anche perché insomma, almeno a Pasqua vestiti bene che sembri sempre una zingara, con quei capellacci lunghi, i jeans e le scarpe da ginnastica.

Messa interminabile, pranzo con i parenti, altrettanto interminabile. Ma che leccornie! Purtroppo spesso c’era l’agnello, ma a me si rivoltava lo stomaco immaginando il piccolo bianco quadrupede ucciso mentre mangiava ancora il latte della mamma. Indifeso, innocente. Di nascosto una lacrima la versavo e una preghiera per la creatura la dicevo. Non toccavo la sua carne. Hai voglia a dire che anche Cristo si era fatto agnello sacrificale e che per questo la tradizione vuole che si consumi carne d’agnello a Pasqua… niente da fare.

Mi rifacevo con l’agnello di pasta di mandorle. Delizia delle delizie, lì no, non mi facevo alcuno scrupolo!! La dolcezza di quella piccola bestia finta e commestibile, come del resto quella delle zeppole che si mangiavano da san Giuseppe in poi, riempiva e leniva ogni patimento. Almeno per un po’.

Poche le uova di cioccolata, a dire il vero, in quegli anni, però non posso dire di non averne mangiate, di non aver cercato avidamente la sorpresa, dopo aver cullato con lo sguardo famelico, per giorni e giorni, l’involucro colorato.

Insomma, la festa era festa anche per il palato e per i dolci. 

 

E il giorno dopo, pasquetta, scampagnata fuori porta! Talvolta il martedì, invece del lunedì, perché i leccesi, privilegiati, hanno l’opportunità del Rio, di un giorno di festa e scampagnate solo loro. Allora via al mare, o in pineta. O in campagna dai parenti… Ma via.

La festa proseguiva all’aria aperta, solitamente benevola e calda, magari ventosa. Ma a nessuno importava. Il giorno dopo era solo un giorno come tutti gli altri, e la festa era finita. 

 

Ho perso tutte queste tradizioni. Dai pellegrinaggi, ai digiuni, alle grandi pulizie.

L’aspirapolvere oggi già mi ha squadrato sorpreso e un po’ seccato: lavorare due volte in una settimana, ma siamo matti?! Le tende sembrano abbronzate da nere che sono, e il concetto di digiuno, di penitenza, di attesa della festa chissà dove sono andati a finire. Del resto, non c’è più nemmeno la festa. Io domani lavoro, perché l’ospedale non chiude per la festività e i malati non guariscono come Lazzaro, per miracolo. Qualcuno lo deve fare.

Niente leccornie, niente pasta di mandorle. Ma un uovo di cioccolata, ebbene… lo voglio! Sennò, che pasqua è? 

 

Auguri a tutti.

di Ramona 16:41:00 8 Commenti