29/03/2007

L'INFERMIERA DEI QUADRUPEDI

In principio è stato Tebo. Il caro, vecchio pastore tedesco, imponente, bello come pochi, docile come un bambino non viziato. Non era il mio cane, ma era come se lo fosse. Leggeva nel pensiero, capiva una variazione di intonazione, indovinava le intenzioni.

Un giorno salta da un muretto, scompare alla vista, ritorna piangendo con una zampa anteriore alzata. Eravamo in tanti lì sul prato, compresi i suoi padroni. Ma lui venne diretto da me, sulle altre tre zampe, guaendo e porgendomi la zampa dolente. Voleva che gliela guardassi io, che cercassi un rimedio al suo male. Ero io l’infermiera, no? Sì, lo ero, ma a lui chi glielo aveva detto? E poi curavo esseri umani, non animali. Oddio, la differenza, a volte non la si nota… i primi sono spesso bestiali, ai secondi a volte manca solo la parola per essere meglio di noi.

La zampa di Tebo, dopo un’attenta visita, per quel che mi concerneva non aveva nulla. Probabilmente aveva preso una storta saltando dal muretto. Il paziente si lasciava docilmente palpare, guaendo piano solo se gli toccavo la parte dolente. Una fasciatura contenitiva, cucciolone, e poi tutto passa. Grazie per la fiducia. I suoi occhi marrone, dolcissimi, fissi nei miei, e una leccata sulla mano sono stati il miglior compenso che abbia mai ricevuto per una prestazione professionale. 

 

Anche le pecore si ammalano. Si gonfia la pancia per un morbo strano… bisogna dar loro la medicina. Come? Per bocca, come se no? E come si fa? Sei un’infermiera o no? Non hai mai provato a dare uno sciroppo a un bambino recalcitrante? Bè, non mi sembra la stessa cosa… Dai che ti aiuto io… L’uomo tiene ferma la pecora e io le verso la medicina in bocca… Prendo nota. I miei pazienti si convincono più facilmente. 

 

Poi un giorno il mio vicino mi chiama, disperato. Vieni a vedere il mio gatto, dice, sta male. Io? Sì, tu, non sei un’infermiera?. Sì, ma… Ti prego, vieni. Il buon uomo ha le lacrime agli occhi. Il suo gatto, uno splendido siamese dallo sguardo azzurro e l’aria da macho è come un figlio per lui. Bè, dargli un’occhiata non mi costa nulla. Vado a casa sua e la situazione mi appare subito grave. Il micio è rantolante, freddo, sguardo vitreo… cosa gli è successo, domando? Non so, è la risposta, l’ho trovato così… guarirà? Sai, ha anche bevuto un po’ di latte, non è un buon segno?

Oddio, come si fa  ad essere spietati e dire al buon uomo che quel gatto non ha per nulla l’aria di poter riprendersi? Come si fa a dare un taglio ad ogni speranza? Mi sono trovata nei panni del dottore che deve comunicare ai parenti del malato terminale che non ci sono più cure possibili e la fine è vicina. Ho avuto un momento di solidarietà per la categoria. Io non sono stata capace di spiattellare la cruda verità. Magari sì, il gatto ce la fa… coraggio, aspettiamo domani, forse si riprende. Un sorriso triste mi dice che il vicino apprezza la bugia, in fondo ci crede davvero… Il micio non è sopravvissuto, purtroppo, nel giro di poche ore ha preso la strada del paradiso felino… Aveva un’emorragia interna, causata quasi sicuramente da un’auto che lo aveva investito.

Il senso d’impotenza che mi aveva preso nel toccare quel corpicino ormai freddo non l’ho mai dimenticato. E l’ho provato tante altre volte, in seguito, con esseri viventi a due o quattro gambe. 

 

Poi c’è stata la Gina. Piccolo pony bianco e marrone, con una frangia sugli occhi che assomigliava tanto alla mia. Vivace, ma mansueta, libera di gironzolare intorno a casa, non si allontanava mai. Ma un giorno si ammalò. Zoppicava e il dottore sentenziò che aveva un’infiammazione ai piedi e necessitava di punture. Devi fargliele tu, io non posso venire.  Io? E come si fa a fare un’intramuscolare a un pony? Io curo gli umani, dottor veterinario, non i cavalli. Fa lo stesso, le punture le sai fare, no? Guarda, dice, mostrandomi la foto di un purosangue su un libro. Vedi, la puntura gliela fai qui, e mi indica un’ampia zona fra il collo e la spalla del purosangue. Lì? Sì, lì. Facile a dirsi. Quando ho avuto di fronte la Gina, mi sono resa conto che… lei il collo non lo aveva nemmeno, non era mica un purosangue da corsa! Trovare la zona per l’intramuscolare è stato come cercare l’acqua con la bacchetta da rabdomante… un po’ a caso, un po’con l’istinto da infermiera ma gliel’ho fatta… Avrò pur studiato tanto per qualcosa, no?

La povera Gina è sopravvissuta alle mie iniezioni ancora per qualche anno. Poi una colica se l’è portata via.  Mai ho visto tanto dolore in un animale e mai mi sono sentita così impotente. Ma prima che potessi pensare di porre fine alle sue sofferenze con le mie mani, la piccola, gentile,vanitosa Gina se ne andò senza disturbare oltre. 

 

Poi è stato Flock. Un quasi volpino molto furbetto, più della volpe cui somigliava… un trovatello, affettuoso e dolce come lo zucchero. Alquanto disubbidiente però. Ogni tanto si prendeva un po’ di libertà, come i carcerati con l’ora d’aria, e andava a caccia… di cagnette. Eh, un vero latin lover, un tombeur de femme, non se ne faceva scappare una! Ma un giorno ha incontrato chi lo ha conciato per le feste… A un cagnone invidioso è saltata la mosca al naso e GNAM, lo ha azzannato ad un cosciotto, scambiandolo per un agnello.

Povero piccolo Flock… c’è voluto un intervento chirurgico per ricucirgli i vari strati di coscia. Nel riceverlo fra le braccia dal veterinario, ancora addormentato, ho trattenuto un singhiozzo… era così piccolo, fragile, indifeso!  Posto privilegiato per la convalescenza: non nella cuccia, là fuori, tutto solo, ma un cestino imbottito di stracci morbidi in cucina. E disinfettare la ferita, non farlo camminare… ma del resto lui non aveva nessuna intenzione di camminare. Era incollato al cestino. Sembrava consapevole della sua situazione e si guardava bene dal muoversi di lì. Ti guardava con uno sguardo così sofferente che gli vedevi perfino le occhiaie. La pipì? Prenderlo in braccio  e portarlo fuori, fino a che, zoppicando non la faceva sul prato.

Sembrava non guarire mai. Possibile che avesse tanto dolore dopo tanti giorni? Eppure dalla cesta non si muoveva MAI! Fino a che un giorno trovai pipì sparsa un po’ ovunque nella cucina, per cui compresi che il finto malato era di certo in grado di camminare, ormai… Perciò, ritorno alla cuccia, senza cedere allo sguardo languido da cucciolo di foca… 

Da allora ho cominciato a capire quando gli umani hanno solo bisogno di attenzione mentre lamentano dolori immaginari che non hanno ragione di essere. Quando vedo occhi di foca implorante, mi ricordo di Flock. No, niente cuccia per loro. Ma una parola in più, magari sì.  

 

E Tobia? La cartella clinica di Tobia è corposa.. Un gatto di 15 anni che è arrivato ad avere 15 anni, non è che sia stato sempre bene. Ne ha passate di tutti i colori. Dalle meno gravi (una spina nell’orecchio, una microfrattura alla zampa anteriore, una sinusite curata con l’aerosol) alle più serie. Come quando ho rischiato di perderlo per un incidente (almeno credo, non si è mai saputo di preciso) che gli ha causato la frattura della mandibola. Fedele come pochi, ha voluto provare perfino gli stessi dolori che a 20 anni avevo provato io, con lo stesso trauma. Ma curare lui è stato più laborioso che curare me. Quel giorno è stato l’unico che io ricordi che sono arrivata in ritardo al lavoro. Prima dovevo trovare il dottore per Tobia. Altrimenti lo avrei portato in reparto. E dunque intervento chirurgico, ferro alla mandibola, cibo liquido e antibiotici. Il tutto da somministrare con una certa fermezza, perché Tobia è un caro micio, ma è un gatto tutto lasciami-stare e fargli qualcosa che non vuole gli sia fatta è un’impresa. Anche in questo mi somiglia…

Dapprima latte, acqua, e sciroppi con il contagocce o una siringa, conditi da graffi e miagolii sordi e sofferenti. Poi l’omogeneizzato con il cucchiaino. Ma alla fine ce l’abbiamo fatta. Ora Tobia ha il sorriso un po’ storto, ma è ancora fra noi. Un paio delle sue sette vite le ha lasciate per strada, tuttavia gliene restano ben cinque. Oggi ha l’ipertiroidismo. Dottore, ma i gatti hanno la tiroide? E certo che sì, e si ammala come la nostra… E che devo fare? Dagli la pastiglia. Che pastiglia? Il tapazole, no?, che infermiera sei, devo dirti tutto?... Ma il tapazole si dà alle persone… E tu glielo dai anche al gatto… io e Tobia ci guardiamo… è una nuova sfida, micio? Ma ormai ho più esperienza, ho vent’anni di servizio, e tu il tapazole te lo prenderai. Oh, sì!! 

 

E infine (ma sarà mai finita?), un altro equino necessita di cure. Stella, poverina, nessuno sa quanti anni abbia, ma pare più di 20. Il che per un cavallo è un’età rispettabile. Il che significa che quanto meno un po’ di artrosi ce la deve avere. Ce l’ha, ce l’ha. O forse è artrite? Fatto sta che le zampe a volte non la sostengono abbastanza per farla rialzare. E dunque… antinfiammatori. Dottore, come glieli faccio bere? Bere? No, cara la mia infermiera dei quadrupedi, devi farle le punture… no, per favore dottore, no! Invece sì. Gliele fai sul collo e lei non si accorge nemmeno. Bugia. Si accorge eccome. E’ il primo paziente che si lamenta, di solito ho la mano leggera…Fa un salto ogni volta che le infilo l’ago sul collo. E vorrei vedere… ma come si fa a fare le iniezioni sul collo? Possibile che non possa fargliele su quelle enormi chiappe? Ho una ritrosia tremenda, mi scopro a pensare: e se prendo un’arteria, o una vena, o peggio ancora un nervo? Esito come non ho mai esitato. E’ che a scuola non mi hanno insegnato a saggiare la pelle e il muscolo di un equino… uffa. Ma devo farlo. Perdona Stellucia. Cerca di non pestarmi i piedi quando fai un salto indietro altrimenti chi è che ti cura, poi, se mi metto a letto col gesso?  

 

Dura la vita dell’infermiera. Bipedi e quadrupedi, qui si cura di tutto

di Ramona 21:55:00 3 Commenti

22/03/2007

IL GOLFINO BLU, VENT'ANNI IN CORSIA

“L’ospedale vi presterà la divisa, un camice bianco che dovrete restituire e la cuffia. Al resto dovete pensarci voi. Ciabatte bianche, calze bianche e golfino possibilmente blu o al massimo bianco. Niente orecchini vistosi e niente trucco, non andate mica  al ballo e non è carnevale; niente anelli, o bracciali, potenziali veicoli d’infezioni, solo la fede per chi è sposata. Capelli raccolti sotto la cuffia, niente ciuffi disordinati e niente code di cavallo. Vi aspetto domani in reparto”. 

 

Non era la signorina Rottermeier, l’istitutrice severa di Heidi a parlare, benché così potesse sembrare. Era la direttrice del corso per allieve infermiere. Metà degli anni ’80, non il secolo scorso.

Le allieve infermiere dovevano essere come novizie, secondo la direttrice, e durante il tirocinio dovevano comportarsi proprio come prossime suore in convento.

Giusto o sbagliato che fosse, le regole allora erano rigide. 

 

Andai a provare il camice bianco. Era davvero un camiciotto, che scendeva un po’ a campana fin sotto al ginocchio, manica lunga, abbottonato dietro e col collo alla coreana. Nessun timore che fosse almeno un po’ femminile o provocante, non s’incorreva nel rischio di sembrare donne. La cuffia, o quella che ci dissero essere una cuffia, era una striscia di stoffa, tagliata più o meno come un ciripà, quei pannolini che si usavano una volta per i neonati. Ma, ci assicurarono nuovamente, sarebbe diventato una cuffia. Bastava ricordarsi di inamidarla e piegarla, ecco tutto. E naturalmente di metterla in testa e fissarla con due forcine. Roba da niente! Scoprii sul campo tutto l’orrore di quella cuffia, della sua precarietà quando come me si avevano perfino i capelli un po’ lunghi e molto ribelli. Ribelle come lo ero io, che odiavo, e odio tuttora, le imposizioni.

Ma era un mondo nuovo, ci stavo appena entrando ed ero anche curiosa. 

 

Andai a comprare quanto mi sarebbe servito in battaglia. 

 

Ciabatte bianche… In pelle, chiuse davanti, silenziose. Ma in quale altro mestiere si va a lavorare in ciabatte?! Tra queste, gli zoccoli di legno successivi e quelle di gomma che vennero poi, ho collezionato un gran numero di storte. 

 

Calze bianche. Collant che, mi suggerivano, meglio fossero contenitivi. Sai, tante ore in piedi, preservati le gambe fino a che sei giovane. Io che fino allora avevo portato pochissime gonne, e quelle gonne erano soprattutto mini, mi sentivo già a disagio. Praticamente nuda, nonostante il camice fosse poco più di un sacco. Se un vestito non dev’essere femminile, che te lo metti a fare? E’ solo un impiccio, poco igienico, mi dicevo, sei esposta ogni volta che fai qualcosa. E odiavo i collant. Specie se bianchi. 

 

Il golfino. A comprarlo bianco mi sarei sentita poi una specie di fantasma. Lo trovai di lana blu, classico, da nonna, semplice, con tanti bottoni. Aveva un fratello celeste pallido, che mi fu simpatico. Così li acquistai entrambi. Ma memore della disciplina imposta, abbracciai quello blu, il mio primo giorno di lavoro. E non lo lasciai più per 21 anni. 

 

Sono cambiate molte cose nel corso di due decenni.

Ho terminato con tenacia la scuola, superando contrasti poco piacevoli dovuti alle origini meridionali trapiantate in un contesto nordico (c’è da ridere a ripensarci, ora che finalmente anche qui si conosce il vero senso della parola extracomunitario: allora lo ero io, che parlavo italiano ma non dialetto locale…).

Sono sopravvissuta al tirocinio, che nonostante tutto è stata la parte più fenomenale, quella che mi ha dato la massima conoscenza della umanità e della sua sofferenza.

Sono diventata infermiera, insomma. E le divise sono cambiate molte volte in questo periodo. Niente più camice obbrobrioso, ma pantaloni di cotone, dapprima legati con lo spago e coi bottoni sulla patta, perché il modello era pensato per l’uomo, ora almeno con l’elastico in vita. No, niente leggins, né alta moda. Piuttosto a zampa d’elefante, tipo hippies. Ma se non altro pratici. E anche la casacca ha cambiato varie volte foggia.

Soprattutto, è stata abolita all’unanimità la cuffia. Orribile invenzione inamidata che non serviva a niente, se non farti rimproverare perchè cercavi di fare la gnorri e di non indossarla. Sia lode a colui che per primo, sia pure a denti stretti, autorizzò a bruciarla, seppellirla, farla fuori in qualsiasi modo. Insomma, non era più obbligatoria. 

 

Molte cose dunque sono cambiate nella divisa da infermiera. Che rimane bianca, in corsia. Verde in sala operatoria. Ma il mio golfino blu non era mai cambiato.

Cominciò con me, 21 anni fa, e non mi tradì mai.

Insieme abbiamo vissuto di tutto e di più.

Reparti ospedalieri dei più svariati. Sul mio golfino hanno rigurgitato i neonati e si sono aggrappati i morenti.

Insieme siamo andati in altri ospedali, viaggiando in ambulanza per trasferire i pazienti. Anche d’inverno, ho viaggiato sempre e solo col mio golfino blu. E in ciabatte. Mica avevo freddo. L’infermiera non ha freddo, non ha fame, non deve mai fare la pipì. C’è sempre e non chiede nulla. 

 

Il mio golfino blu mi ha accompagnato in tutte queste notti di veglia. Diciamocelo, di notte non ci vedono in tanti, ma anche noi abbiamo sonno e anche freddo, ma basta un caffè, o un tè, il golfino blu, un buon libro e quattro chiacchiere con la collega per stare  svegli. Da qualche tempo, a dire il vero, c’è anche il monitor da controllare. Il sonno devi per forza fartelo passare. Per il freddo, bè, c’è il golfino blu. 

 

Lavato milioni di volte in questi 21 anni, ha perso uno alla volta tutti i bottoni. Tanto, non li avevo mai usati.

Indossato e tolto miliardi di volte nel corso dei turni. Cominci alla mattina, lo tieni su. Fai il giro letti, lo togli. Distribuisci pastiglie, lo metti, con i prelievi lo togli. Se lo indossi nel sistemare gli allettati, i non autosufficienti, questi gli si aggrappano perché mentre li rigiri per sistemargli le lenzuola hanno paura di cadere. La prima cosa che trovano è il tuo golfino, se ce l’hai su. E lo artigliano, manca mai che tu molli la presa, così invece restano al sicuro. Appesi ad un golfino di lana. Se il golfino non ce l’hai indosso, la presa è più difficile. Un polso, la vita, le chiappe, va bene qualsiasi cosa per restare aggrappati a te. 

 

Qualcuno ci ha vomitato anche su, probabilmente. Non me lo ricordo più, ma può essere. Tanta gente è stata male sotto i miei occhi, e poiché il mio compito era stare lì, io c’ero. Io e il golfino, intendo. 

 

Estate e inverno, bene o male era sempre con me. Del resto in montagna l’estate può essere a volte un concetto relativo. E d’inverno il riscaldamento può essere eccessivo, all’ultimo piano dove mi trovo. E quindi si aprono le finestre per respirare e le correnti d’aria la fanno da padrone. Senza il golfino sei schiava dell’artrosi. C’è chi mette un fazzoletto, un foulard intorno al collo, non per vezzo, ma per salvare la cervicale. A me è sempre bastato il golfino blu e finora la mia cervicale mi ha sempre ringraziato. 

 

In tutto questo tempo, anche i golfini hanno acquistato più libertà. Insieme alle ciabatte hanno dato via ad un arcobaleno che, per il sano principio della cromoterapia, se non altro rallegra la vista e rialza il morale. Rosso vinaccia o giallo canarino o azzurro cielo, l’ospedale può anche tentare, grazie a questi nuovi colori, di sembrare più allegro e umano. Le infermiere sono più sorridenti e i pazienti, per quanto possono, pure.

Io, finora, sono restata fedele al mio golfino blu. Ci siamo amati entrambi in modo viscerale, come pensare di separarsi? L’ho perso innumerevoli volte e l’ho sempre ritrovato. Segno che dovevamo percorrere il nostro cammino, ancora per un po’, insieme.

La durata del mio golfino blu era probabilmente tarata su una vecchia legge che a quest’ora avrebbe fatto di me una pensionata… da quando le cose sono cambiate, da quando ha saputo che ci sarebbe toccato percorrere altrettanta strada di quella fatta finora, il mio golfino blu si è arreso. Si è lasciato andare. Non se l’è più sentita di andare avanti, di reggere i turni e le sofferenze dell’umanità tutta. Sapessi io, caro golfino… ma tu hai somatizzato e di colpo l’usura è stata evidente, il logorio che in me è latente in te è esploso. Polsini e gomiti sono ormai trasparenti, anzi i polsini sono perfino sbrindellati, i bottoni, come detto, non esistono più da tempo e la consistenza della massa è evanescenza pura. Ti sei consumato e hai perso peso come un malato terminale. Avere addosso il mio golfino è ormai come indossare aria.

Era tarato per 20 anni di lavoro. Un po’ come me. Ma io devo continuare. Lui invece può andare in pensione.

Mi sono ricordata del suo fratello celeste pallido e l’ho recuperato, nuovo, dal fondo del baule in cui era finito. Erano uguali all’epoca, ma il mio golfino blu mostra tutto il suo vissuto, il suo avere dato ben oltre se stesso con una generosità e un calore impagabili.

Il golfino celeste sembra appena nato, è molto più caldo, i bottoni ci sono tutti. Ma ci vorrà un po’ prima che mi abitui al suo colore e calore. 

 

Il golfino blu ha rischiato di finire nella spazzatura, dove vanno tutte le cose che non servono più. Ma non ho potuto fargli questo, non dopo tanta fedeltà e tante battaglie. Come un vecchio marine in congedo merita tutti gli onori.

Ammollo con detersivo liquido per delicati, ammorbidente, risciacquo accurato e leggero. Niente ferro da stiro, al massimo un po’ di vapore. Poi una busta di cellophane, profumo di lavanda per tenere lontane le tarme, e infine il meritato riposo dentro un cassetto. Per l’eternità. 

 

Caro il mio golfino blu, almeno tu ce l’hai fatta. Nell’ombra tranquilla del cassetto ogni tanto pensa a me e alla guerra che combatto ogni giorno. Pensa che, se tutto va bene, fra 20 anni ti raggiungerò. Aspettami.

 

  

14/03/2007

RESPIRA, E' PRIMAVERA

Respira!

Non c’è niente di meglio di una giornata di primavera per riacquistare il buonumore.

Sono con il viso rivolto al sole, che è così caldo che invita a spogliarsi di vestiario e brutti pensieri.

Fatto.

Via il maglione, resto in maniche corte.

Via i brutti pensieri, chi li conosce?? 

 

In questo momento non esiste nulla se non il piacere di stare così, sospesa nell’incubatrice fatta di elio, ossigeno e ozono, con un tantino di anidride carbonica per insaporire il tutto.

Polveri sottili?  No, non qua ai piedi di una montagna, appena a 500 metri d’altitudine, lontani dal caos cittadino. Semmai qui ci sono i pollini.

La magnolia è in fiore, e anche se quel suo vestito violaceo chiama la pioggia  (sempre, quando la magnolia termina la sua fioritura, cominciano le piogge primaverili), per ora è solo uno splendido contrasto contro l’azzurro sfacciato del cielo. Anche la forsithia si è vestita di giallo, tanto per scopiazzare la moda dettata dal sole, e il risalto è ancora più evidente, abbagliante.

Ovunque fiori colorati. Primule, pansé, anemoni di bosco, e bucaneve che non trovano neve da bucare. E anche gli alberi, i noccioli, i meli, tutti si risvegliano dal coma apparente di un inverno che quasi non c’è stato.

Saranno pollini, d’accordo, mi dispiace per i soggetti allergici (meglio comunque che le polveri sottili…). Ma sono soprattutto colore. 

 

C’è bisogno di colore. Lo sfondo è verde, perché i prati sono teneri teneri di speranza. Una mano di blu appena sopra di me, così vicino da avvolgermi. Il sole è amico mio, oltre a scaldarmi cuore  e anima e a lavarmi delle tristezze, dà il giusto ritocco di lucente trasparenza. Giallo, rosso, viola, pervinca, non possono che contribuire alla sarabanda.

Insomma, un arcobaleno che si sposa alla terra. Cosa desiderare di più? 

 

Ci sono segnali da parte della natura di autentica fratellanza. Senza chiederti nulla ti regala se stessa. Ti fa compagnia con così poco, ma in realtà è tutto un piccolo miracolo. Accettami, ti dice. Io accetto e accolgo in me. 

 

Offro il viso al sole, e le braccia, e mi viene voglia di togliere anche la maglietta. Ad occhi chiusi posso far finta che sia estate, che il caldo sia maturo e che tra un po’ suderò copiosamente. Macché, non sudo, l’estate è lontana, ma mi va bene così. Ogni cosa al suo tempo.

Le inquietudini intanto si sciolgono, o per lo meno incominciano a cedere all’ottimismo. Si dice che il sole favorisca la comparsa di rughe, ma è una favola. Io sono convinta che invece le spiani.

Certo, questa è solo una pausa, poi si ricomincia.

Ogni batteria ha bisogno di una ricarica.

La mia è il sole e il tepore del dopo inverno.

È il colore e l’azzurro.

È un branco di mufloni a due passi da casa.

E’ il respiro del mondo e lo sbadiglio della natura.  

 

Sì, ho ancora molti pensieri, qualche paura, tante incertezze.

Ma oggi è primavera e il sole è caldo.

Per ora, mi basta.  

 

 

 

di Ramona 22:41:00 9 Commenti

08/03/2007

AUGURI, DONNE. UN GIORNO COME TANTI.

8 marzo, festa della donna. E una donna muore.

Cosa gliene importa, a lei, che oggi sia la sua festa?

E a noi? 

 

Anni di sofferenze, in cui V. combatteva con una grinta impressionante. La decisione ferma di chi vuole vivere a tutti i costi, infischiandosene di imposizioni, restrizioni, consigli. La cosa importante è vivere.

Quando si dice che si resta attaccati alla vita con le unghie e con i denti, è, appunto, un modo di dire. Ma nel sentirlo ogni volta alla mia memoria si riaffacciano nomi e volti e corpi di chi questo detto l’ha messo in pratica.

V. è una di queste persone. Arrivata al capolinea alza la bandiera bianca della resa e chiude la sua personale guerra oggi, 8 marzo, nella festa a lei dedicata. 

 

Dopo giorni e giorni in cui si naufraga nella pena, giorni in cui ti auguri che a te non succeda la stessa cosa, arrivano anche i giorni in cui è lecito pensare cose assurde, del tipo: ma perché quando è il momento non basta spegnere un interruttore, se questo è il nostro destino? Perché bisogna stare male da cani?

V. rimarrà nel mio ricordo con il pigiama giallo sole e le unghie colorate, la voce roca e l’arrabbiatura sempre a portata di mano. Nessuno in casa, un figlio sempre vicino, eppure lontano. La voglia di fare a modo proprio. Purché vivere. 

 

La sua ultima notte in mano mia. 

 

Aiutami.

Aiutami.

Fammi respirare, non ce la faccio. 

 

Aiutarti, V., è stata una priorità assoluta stanotte, ma a che è servito?

Morfina, per combattere dolore e terrore. Niente.

Antiemetico, per il conato con cui sembri voler rigettare il mostro che ti divora. Niente.

Ossigeno, sempre più concentrato, perché l’aria non vuole più entrare nei tuoi polmoni. Niente.

Diuretico, per alleggerire la massa dei liquidi che ti soffocano, perché hai un cuore così stanco che non ce la fa più a spingere. Niente.

Cortisone, perché aiuta a rilassare lo spasmo del respiro. Niente. 

 

Aiutami. Fammi qualcosa. 

 

La testa che sbatte sul cuscino, rabbiosa. 

 

Mamma. Mamma. 

 

Chiama la mamma. Forse la vede pure. Il cuore si stringe anche a me. Più di ogni altra esperienza professionale, più di ogni valutazione “tecnica”, questa invocazione è un segnale che, ho imparato, non sbaglia la prognosi.

 

Un sorso d’acqua, che la sete è tanta.

Una carezza sui capelli sparati per aria.

Su e giù le gambe dal letto, fino allo sfinimento, fino a consumare il residuo di grinta.

Su e giù sul letto, il cuscino così, no colà.

Il dottore è qui, ma cos’altro resta da provare?

Solo pietà.

E sperare, egoisticamente, che arrivi presto la fine del turno e che non tocchi a me il suo ultimo respiro. No. Io ho in mente il pigiama giallo sole e il sorriso furbetto. Non voglio altri ricordi di V. 

 

Aiutami. 

 

Semiseduta sul letto, un momento di tregua. Occhi chiusi, ma se mi sente lì vicino ancora mi domanda di aiutarla.

Arrivano le 6 del mattino. V. respira, dorme sfinita il sonno dell’abbandono che ha rincorso per tutta la notte, incapace di concedersi.

Arrivano le 7 del mattino. V. non respira più e dorme un sonno che finalmente non la tradirà.

Ha aspettato che me ne andassi.

Aiutami, diceva. Ma è stata lei ad aiutare me.

 

 

8 marzo, festa della donna.

Poche stanze più in là. Un’altra donna.

Una giovane madre attende il suo secondo figlio. Il piccolo è nella pancia, ha già 5 mesi ed è piuttosto sballottato. Il cuore della mamma, anziché fargli da ninna nanna col suo tono rassicurante, lo sta assordando come un tamburo impazzito. E’ un cuore che ha deciso di viaggiare forte, oltre i 230 battiti in un minuto.

Come un pilota di formula uno, corre a una velocità pazzesca, sprezzante del pericolo.

E’ folle, canta una canzone dai ritmi frenetici, ossessivi. Troppo, per una creatura che vuole solo diventare mamma. E troppo per quella che vuole solo diventare figlio.

I consulti sono serrati e convulsi. La mamma ha bisogno di farmaci, ma si rischia di rallentare anche il battito fetale. Come salvare uno e l’altro è la priorità di questa mattina. Perché la vita continua, per una che si è spenta un’altra resta accesa e vitale, ed è in quel grembo. E va salvata.

Speriamo sia femmina. 

 

Ma è la festa della donna, oggi.

Qualcuno ci pensa?

Auguri donne, perché le sofferenze vi siano risparmiate almeno oggi, in questo giorno che è un giorno uguale agli altri.

di Ramona 17:44:00 5 Commenti

03/03/2007

SANSONE E MASTRO CAPELLARO

Muoia Sansone con tutti i Filistei… 

 

Conosce Sansone, maresciallo? Certo che sì, lei è un uomo intelligente, lo vedo… Se lo conosce, maresciallo, ricorderà che la forza erculea di quell’energumeno era custodita nei capelli, che portava lunghi e intrecciati. E naturalmente ricorderà anche il brutto tiro che gli giocò la sua amichetta Dalila: gli tagliò la chioma, rendendolo debole e permettendo ai Filistei, suoi nemici giurati, di imprigionarlo.

Poi, dato che Sansone era Sansone, non appena i capelli gli ricrebbero, ritrovò l’energia sufficiente per vendicarsi e fu strage.

Ecco perché mi trova con le forbici in mano, maresciallo. Io sono Sansone e la mia forza era nei lunghi capelli che non ho più.

Avevo impiegato anni per farli crescere, alimentando con la loro lunghezza la mia potenza carismatica. Anni d’infinita pazienza, di tagli lievi, misurati, millimetrici e studiati col regolo. Scolpiti, annaffiati, potati, i miei capelli erano figli di infiniti studi amorevoli. Mi permettevano di guadagnare qualche centimetro di effimera vanità. 

 

Con questi presupposti maresciallo, deve capire: non posso permettere che uno scriteriato qualunque, un impostore che si fregia del nobile titolo di parrucchiere solo perché armato di un paio di forbici affilate, ora vanifichi il sacrificio e le cure di tanti lustri e resti impunito. Però non posso neppure aspettare che i capelli mi ricrescano. Devo agire ora o mai più. 

 

Mi guardi maresciallo: neanche l’ombra della cascata leonina che esibivo fino a ieri. Selvaggia, incolta, libera da fermagli o elastici, modellata da capelli dotati singolarmente di vita propria, indipendenti l’uno dall’altro, che creavano un effetto sempre diverso intorno al mio viso.

Guardi qui, maresciallo (no, le forbici non le poso, abbia pazienza ancora un attimo). Osservi questa foto: mi riconosce? No? Eppure sono io, o per lo meno ero così fino a ieri. Confronti questa immagine con la mia faccia attuale: si fatica ad affermare che quella ed io siamo la stessa persona. 

 

Questi i fatti. 

 

In un momento di lucida follia decisi di affidare la preziosa capigliatura al Mastro Capellaro, presunto professionista dotato di apposito titolo di studio. Andai fiduciosa e mi affidai ai suoi strumenti per migliorare quanto di aggraziato e rasentante la perfezione possedessi in quanto donna: la folta chioma, sede del fascino, della potenza, della femminilità, dei sogni proibiti del mondo maschio.

Ma Mastro Capellaro, maresciallo, mi ha tradito, proprio come Dalila tradì Sansone. Meno di un attimo, di un battito di ciglia e quell’essere infame, preda di un violento e incontrollabile orgasmo, davanti a tanto ben di Dio impazzì.

E tagliò.

Impazzì e tagliò.

Più di dieci centimetri di capelli, tutti quelli sporgenti oltre le spalle, e quindi la forza faticosamente conquistata in tutti questi anni, morirono miseramente, colpiti a morte dalle forbici del pazzo. Si accasciarono sul pavimento, agonizzanti, e solo in ultima vennero raccolti da una scopa pietosa che decretò la fine ufficiale della loro esistenza. Gocciolavo sangue dalla chioma ferita.

Mi creda, ho cercato disperatamente di trattenerlo, ma Mastro Capellaro era preda del raptus creativo, una furia incontrollabile che non ascoltava niente e nessuno se non quella follia che egli definisce genio. Quando si calmò, stremato dall’orgasmo, io mi ritrovai nuda e piangente, senza più fascino né forza. Orfana della mia identità. 

 

Maschio, bastardo e crudele, tuttora insensibile alla mia sofferenza, su cui si permette ancora di scherzare. Nega perfino l’evidenza, afferma di aver solo “spuntato” 2 o 3 o 4 cm… BUGIARDO!!

Maresciallo, può comprendere l’angoscia che mi assale? La disperazione mi ha tolto il sonno, la fame e tutto il resto, ma mi ha arricchito di sete di giustizia.

E’ vero, sono qui con le forbici in mano di fronte al colpevole, ma non voglio bere il suo sangue: mi avvelenerebbe. Invece maresciallo guardi bene quel verme, guardi la sua testa, com’è dotata di incantevoli riccioli d’oro…  belli, meravigliosi, perfidamente angelici. E poi guardi me, se ci riesce, ancora una volta: quei riccioli, quasi più lunghi di quanto resta della mia capigliatura, sono un insulto a quanto mi è stato tolto.

Io sono Sansone e qui cerco giustizia: voglio quei riccioli. E poi crolli Sansone con tutti i Filistei.

 

Ravviso pietà nei suoi occhi maresciallo, vedo che finalmente comprende il dramma di cui sono vittima. Lo dicevo che lei è un milite intelligente e una brava persona. Il suo sguardo va da me all’infame e non ha dubbio alcuno che la mia sia una richiesta legittima.

Il verme boccoluto invece trema, sarà pazzo, ma non stupido… Lo tenga fermo, maresciallo, così, lasci che provi anch’io l’ebbrezza creativa. No, non tema, non voglio lo scalpo, non sono una pellerossa, non saprei che farmene… voglio solo i riccioli.

Ecco, adesso le ciocche dorate cadono volteggiando come piume, una ad una. Ma almeno loro non moriranno come le mie chiome brune. Le raccoglierò e le trapianterò su di me, creerò delle extensions (gratuite) che s’intrecceranno a quel carciofo che ora ho in testa per formare una vera opera d’arte bicolore.

Solo dopo, maresciallo, le consegnerò le forbici. E solo allora potrà ammanettarmi e portarmi in prigione. E, glielo giuro su quanto ho perduto: nessuno saprà che lei è stato mio complice. Parola di Sansone.  

di Ramona 22:46:00 5 Commenti