21/02/2007

IBRIDI VOLANTI

Non sapevi come dirlo, che volevi volare. Che in questo mondo ti sentivi pesante, ancorato al suolo, affossato da zavorre indefinibili.

Forse non ti rendevi conto neppure tu, che volevi volare.

Chissà se ci avevi mai pensato prima.

Chissà se da bambino, cioè ieri, ti eri mai perso col naso in su a seguire il volo degli aquiloni, le fughe azzurre degli uccelli, il pellegrinaggio delle nuvole, la lattea scia degli aeroplani o la confusione allegra degli insetti. Lo immaginavi tu, che un giorno avresti volato?

 

Oggi è un giorno in cui non sei più bambino, ma a 16 anni cosa si è? Ibridi, esseri senza forma, non incasellabili in un’etichetta.

Non sei un bambino, non sei un uomo, ti dicono solo che hai 16 anni e questo ti deve bastare.

Non hai diritto d’opinione, non puoi votare, però puoi andare in moto. Se te la comprano. Il che non è pacifico. Potrebbe voler dire entrare in guerra. 

Non puoi piangere, certo che no, ormai ti spunta la barba, e chi ha la barba non piange! Eppure non è ancora ora di radersi, il rasoio morde la pelle tenera.

Gli ibridi non hanno una vita facile, le regole addosso stanno strette, non si adattano alla fantasia. Essendo ibridi, poi, non comprendono il linguaggio comune e non lo parlano. Non è ancora stato inventato un modo di comunicare con gli ibridi. Si parla ai sordomuti, ai defunti, ai delfini e agli scimpanzé, ma mica a un adolescente. Quelli, chi li capisce! Hanno il pensiero veloce e un cuore vuoto che vogliono disperatamente riempire. Di che cosa? Di chi?

Di amore, attenzione?... Che parole impronunciabili. 

 

Non capisci. Non ti capiscono. Nessuno capisce.

E intorno il nulla. Quella terra che attrae con la sua gravità maligna, ti tiene legato, t’impone passi da elefante mentre tu sei puro spirito. 

 

Regole, imposizioni, che palle! Tutti vantano dei diritti su di te, ma che ne sanno loro, se neppure parlate la stessa lingua? Che ne sanno di quel vuoto pneumatico intorno, del piombo ai piedi, della costrizione di vivere?  

 

Chissà se avevi mai pensato, ieri quand’eri piccolo, che un giorno avresti volato.

E chissà se te ne sei ricordato, oggi, quando hai legato la bicicletta al palo, ti sei arrampicato oltre la rete che proteggeva i fianchi del ponte e infine hai volato per davvero. 

 

Ti sei sentito farfalla? Un giovane dio onnipotente? Un falco? Una mosca insolente? Oppure sola aria? 

 

Sei stato veramente felice per un attimo, in quell’attimo, più che in una vita intera? Prima di accorgerti che il piombo era ancora su di te, addosso a te, e che inesorabilmente la terra maligna lo richiamava?

E cosa è stato per te quell’istante di consapevolezza, quando hai realizzato che l’abbraccio finale sarebbe stato violento, duro, cattivo?

Hai sorriso? In fondo era quello che volevi?

Hai chiamato la mamma, come il bimbo che ha paura del buio o di una marachella che ha combinato?

Hai cercato disperatamente di invertire il volo? Ma, aria nell’aria, sospinto dal vento tremendo e contrario della disperazione, non avresti potuto tornare indietro.

Hai avvertito un dolore immenso mentre ti schiantavi? O non hai fatto in tempo? 

 

Sai, i tuoi amici oggi ti chiamano eroe. Lui sì che ha avuto le palle, dicono. Lui sì che è stato coraggioso. E t’invidiano, per avere dato voce all’urlo silenzioso che covano in tanti. Ibridi senza forma, senza linguaggio, senza desideri o forse troppi, con un corpo ingombrante che non si sa dove mettere o cosa significhi.

Ma tu lo sai che non sei stato un eroe. Solo tu e Dio sapete cosa tu sia stato, oltre che a un ibrido incompreso. Di certo ora sei un angelo in più. Ora sì voli, e niente ti può più richiamare al suolo. 

 

Chissà chi o cosa saresti diventato da grande, visto che le metamorfosi sono il nostro destino.

Chissà se avresti riso un giorno di quella sera che dopo un litigio col genitore ti sei avviato verso il ponte in bicicletta e hai guardato giù, pensando, rabbioso, a come sarebbe stato bello dare a “lui” un grosso dispiacere, fargliela pagare così, col rimorso, mentre tu volavi e non ci pensavi più… ma poi hai voltato la bicicletta e sei tornato a casa, sconfitto. Vivo.

Secondo me, da grande, avresti sorriso di tenerezza a quel progetto incompiuto e avresti detto, ai nuovi ibridi disperati, che certi momenti poi passano, sono solo momenti, appunto, brevi, intensi, irripetibili e capitano a tutti.

E poi avresti assicurato loro, con una certa luce negli occhi, che la vita, dopo tutto, è bella.

di Ramona 23:31:00 3 Commenti