10/02/2007
SAN VALENTINO/5 - STESO

Oggi in autobus un signore ha citato
Guccini, e ho scoperto una cosa
i
ca
che ho scoperto l’ho di
Peccato perché volevo
entrare in casa tua con questa brillante
intuizione e stenderti.
Ma avevi i capelli appena tagliati,
profumavi di te
e sei stata tu
a stendere
10/02/2007
SAN VALENTINO/4 - CHE HO FATTO?

Che ho fatto? Ho scritto il suo nome dentro l’ascensore. Con la chiave, inciso nel legno. Che mi ha preso? Follia pura. Ora è lì, si legge benissimo. Accanto allo specchio. Avevo le chiavi in mano e lui in testa. E ho cominciato a intagliare. Un nome corto, cinque lettere. Volevo fermarmi all’iniziale, e invece l’ho scritto tutto. MARCO. Poi quando lui verrà, vedrà scritto MARCO. Se lo vedrà. Lo vedrà? (Dio, fa che lo veda. Dio, fa che non lo veda). Poi sono uscita dall’ascensore, ho chiuso la porta. E dentro c’è rimasto lui. Su e giù, giù e su. L’hanno richiamato subito. Ovvio. Sempre così. La signora di sotto, sono sicura. Che avrà pensato? Marco è un nome come un altro, per fortuna. Marco Marco. Mi riempie la bocca.
Da ragazza, a scuola, la prima cosa che facevo quando mi innamoravo di uno era scrivere il suo numero di telefono compulsivamente, decine di volte su foglietti di carta. Poi mi mettevo lì e me li leggevo e rileggevo, per ore. Quanto mi piacevano. Ero scema. Poi il nome. Centinaia di volte. Ma prima il telefono. Non c’era niente di più intimo. Avevo quattordici anni, quindici.
Mai scritto il nome di nessuno dentro un ascensore. E ora? La prima volta che verrà qui a riprendersi la bambina alzerà gli occhi, e… Io scema a scriverlo proprio accanto allo specchio.
Ce l’ho messo apposta. Così non può non vederlo. Si guarderà per mettersi a posto i capelli, e vedrà la sua stessa didascalia. Come se lo specchio fosse il suo ritratto al museo: MARCO, 2005, collezione privata. Viene sempre lui, mai la moglie. Vuoi vedere che sono separati? Però a scuola li ho visti insieme. No insieme insieme. No abbracciati e neanche si toccavano. Anzi poi lui mi ha vista e mi ha sorriso, mentre lei no, nemmeno mi ha salutato, strano no? Di solito è fra mamme che ci si conosce e ci si saluta. Marco. Quand’è che vieni? Devo dire a Lorenzo di invitare Francesca un pomeriggio, dopo la scuola. Marco, inventati una scusa e vieni lo stesso. Vieni per me. Marco Serafini.
“Sono il papà di Francesca”, dice, al citofono. Non dice “Sono Marco”. Lo odio per questo. “A sì, sali, quinto piano”, dico tutte le volte, ormai lo sa a memoria. Dovrebbe saperlo. Guardo l’orologio, sono le sette e mezza non si tratterrà, è tardi. “Scusami, per voi è tardi”. “Figurati, assolutamente.” Marco mi guarda accaldato. “Francesca!” Chiamo forte, spunta prima Lorenzo, paonazzo, la camicia di fuori. “Stavamo ancora giocando” comunica e scompare, come il vento. “Sempre così”, dice, una cosa del genere. “Fai venire Francesca!” E Francesca arriva, maledizione, nemmeno due secondi dopo. “Avanti, il cappotto”, le dice Marco. Lo guardo. Ha un bel cappotto scuro, la sciarpa di cachemire, i capelli quasi bianchi, folti, pettinati all’insù.
Si slaccia la sciarpa. E’ sudato. “Scusami”, dirà senza neppure guardarmi, mentre continua ad abbottonare il cappottino a Francesca.
“Vuoi bere qualcosa?”
“Ti ringrazio. E’ che sono salito su a piedi.”
Lorenzo mi dice che vuole invitare qualcuno della classe. Tremo.
Andrà così ci posso scommettere. Salirà a piedi. Così avrò il tempo di cancellare la scritta. MARCO diventerà MARCONI o MABCO o MABOO, e tutto sarà come prima.
“E invitiamo qualcuno.” Faccio l’appello di tutta la classe “Federica? Carlo? Filippo, Andrea, Susanna, Renata, Viola, Brunella, Giacomo, Yoris?” Li dico tutti ma non “Francesca”, non mi esce, non ci riesco, se dico Francesca, Lorenzo mi vedrà scritta sulla faccia la voglia, il peccato, capirà Marco sono sicura, “Terry? Luna? Aiutami. Chi vuoi che chiamiamo? Betta.” Quasi nessuno di questi bambini è mai venuto a casa nostra, perché dovrebbero proprio oggi? Non conosco i loro genitori, di molti non so neppure dove abitino, e di molti neanche il cognome. “Marco, Maurizia, Annamaria..” “Mamma, non c’è nessun Marco in classe mia.”
“Ah, no? Perché che ho detto io? Marco. Chissà perché, Marco.” L’avrei ripetuto duecento volte ora che era uscito da solo, liberandosi dal graffito in ascensore, era volato fra le fessure delle porte e materializzato fra le mie labbra e la lingua, i denti, e l’arco palatale, partorito da un soffio d’aria espulso dai polmoni e infine scritto nell’aria.
“Posso far venire Francesca?” domanda Lorenzo.
“Francesca?”
“Eh.”
“Va bene.” Ci voleva così tanto?
"Ora la chiamiamo.”
“I suoi genitori sono partiti”.
“Come partiti?”
“In vacanza.”
“E dove sono andati?”
"In Norvegia, mi pare, boh?”
“Chi te l’ha detto?”
”Come, chi me l’ha detto? Francesca.”
”Francesca. Può darsi che scherzasse: ha voluto farti uno scherzo. In Norvegia!” Mi viene da ridere per davvero.
“Che razza di scherzo cretino.”
“Telefoniamo, vediamo chi ha ragione.” Sto perdendo il controllo. Così com’era venuto così se n’è andato, sparito, volatilizzato e tornato in quello stupido ascensore. Devo essere più esplicita. Ora esco con una scusa e ci scrivo TI AMO, accanto al nome, così non si può sbagliare. Quinto piano, non può salire a piedi. Quinto piano. Marco in Norvegia. E’ una barzelletta.
“Mamma, ma me l’ha detto lei!” protesta piagnucoloso.
“Quando fai questa lagna ti prenderei a schiaffi.” Povero Lorenzo, lo abbraccio, lo bacio. Marco era qui fra le mia labbra ora non più. Non potrei mai telefonare, non l’avrei fatto comunque e in ogni caso lui non sarebbe stato a casa, e anche se ci fosse stato avrebbe risposto la moglie e o non avrei potuto dire mi passi Marco, e neppure avrei potuto riagganciare, come nei film, avrei semplicemente detto sono la mamma di Lorenzo Silvestri, pensi, mio figlio ha detto che eravate partiti per la Norvegia. Sì, sua figlia, Francesca, ha detto proprio così, invece ci siete, a Lorenzo avrebbe fatto piacere…
Ma io non posso alzare la cornetta e dire pronto Marco? E dico a Lorenzo: “E chi ce la può portare qui Francesca?”
“La nonna.”
Certo. La nonna, che appena metterà piede in ascensore la prima cosa che vedrà sarà la scritta MARCO accanto allo specchio. La nonna. Mamma di? Che differenza fa? MARCO è un nome qualsiasi, come potrà pensare mai che si tratti di quel Marco lì? Non mi lascerò intimidire da una nonna. MARCO rimane lì. Per sempre.
Sono così stanca.
“Mamma, io non so telefonare.” Dice Lorenzo. Neppure io, vorrei dire. Io non so, anzi non voglio telefonare. Anzi sì. “Allora chiamo io. Vai a prendermi il cordless. Anzi no, vai a lavarti se no non faccio nessuna telefonata”.
Vado in camera sua, prendo il diario dallo zaino, cerco il numero. Apro la rubrica. Non ci capisco niente. Disegni, stelle, fiori, armi, spari, facce, mostri. Il numero di Leonardi Francesca.
Lo trascrivo su un foglietto di carta. Due volte, una di qua e una di là. Altre due volte, di traverso, da un lato e dall’altro. E un bel numero, me lo rigiro fra le mani, lo dico ad alta voce, lo ripeto lo memorizzo, già lo sapevo a memoria, ma fingo uno sforzo originale. E’ la prima volta che leggo questo numero. Però, è proprio un bel numero.
Vado al telefono. Spunta Lorenzo fra i piedi, “e questo tu lo chiami lavarti? Avanti, spogliati.” “Uffa…” Lorenzo torna, strisciando i piedi, verso il bagno.
Compongo il numero. Mi ravvio i capelli:
“Pronto, vorrei parlare con Marco”.
“Sono io, chi parla?”
“La mamma di Lorenzo.”
“Ciao! Scusa se non ti avevo riconosciuto.”
Farfuglio qualcosa sulla Norvegia.
“Dovevamo.”
“Ah, non siete più andati!” Stento a trattenere il sorriso. Lorenzo non può vedermi, allora spalanco la bocca, cerco di non farlo capire, lancio il braccio in aria come dopo un gol i calciatori. Guardo verso il corridoio.
“Francesca ha la febbre alta.”
“Come la febbre alta?”
“Purtroppo.”
“Mi dispiace.”
“Anche a noi.”
“Pensa che Lorenzo voleva invitarla.”
“Ti ringrazio, ma chiaramente…
“Certo, anzi, falla stare riguardata.”
“Sarà per un’altra volta.”
Chiudo il telefono con molta delicatezza. Arriva Lorenzo. “Allora?”
“Franci ha la febbre.”
“Uffa che pizza”.
“A chi lo dici.” Non ho più niente da perdere.
“E adesso? Adesso a chi possiamo chiamare?”
“Lollo, gli amichetti sono i tuoi, devi decidere tu. Io non so che suggerirti.”
Vado in cucina. E’ lì che finisco la frase. C’è da sistemare mezza casa. Una montagna di panni da stirare. Marco non viene. Non è un problema. Anzi, doveva essere in Norvegia con la moglie, è già qualcosa. E’ qui, a pochi chilometri, che dico? A poche centinaia di metri da me. Sta leggendo un libro alla figlia. Poi le preparerà la minestrina. Fa tutto lui in casa, sono sicura, la moglie non mi sembra il tipo. Ora lo richiamo, bisogno di qualcosa? Hai tutte le medicine? È sabato, non è detto che le farmacie… Marco. Pronto Marco? Ho ancora il foglietto con il numero di telefono in mano. Lo appallottolo piano, non vorrei che finisse fra le mani di Lorenzo, mi prenderebbe per scema. Sto facendolo a pezzetti. Che sofferenza. E’ molto meglio così.
Apro il rubinetto del lavandino. Sotto c’è la pila di piatti, del pranzo e della cena di ieri sera.
L’acqua schizza dappertutto, mi bagna la camicetta e il viso.
Sposto il rubinetto verso la bacinella dei piatti sporchi, nell’altra vasca. Mi chino sulle ginocchia, apro lo sportello, mi faccio largo fra il secchio della spazzatura e le buste del supermercato e prendo il detersivo per i piatti, una bella bottiglia verde, trasparente.
Mi rialzo a fatica, più che altro recito, mi devo percepire, mi devo fare compagnia. Verso tre gocce belle grasse nella bacinella che si sta riempiendo di acqua bollente. Infilo i guanti, uno giallo e uno arancione, perché l’altro arancione si è bucato ieri mattina. Travaso i piatti dalla vasca dentro la bacinella, gli schizzi ora sono di schiuma impalpabile, che resta appoggiata al cotone della camicetta senza quasi bagnarla.
Non me n’ero accorta: Lorenzo è venuto anche lui in cucina, si è seduto al tavolo e si è messo a leggere un Topolino. “Aiutami a sparecchiare” gli dico, ma neanche mi sente. Lo lascio in pace.
Suona il campanello.
Lorenzo si alza: “E’ papà!” Corre ad aprire.
Entra in cucina, Lorenzo lo segue, cercando di aprirgli la borsa dell’ufficio cercando non so che.
Mio marito si avvicina a me per salutarmi. “Ciao!” “Ciao. Fatto tardi”, dico. Mi volto verso di lui. Ho i capelli sugli occhi, e i guanti di due colori diversi. Mi aspetterei qualcosa, ma forse ha ragione lui. Mi spegne la lampadina della cappa, come fa sempre e “che hai fatto?” mi domanda. Io no so mai qual è la risposta giusta. Certe volte mi chiedo come sarebbe raccontata questa storia dal suo punto di vista.
“Chi è Marco?” Mi domanda sfilandosi il giaccone. “Lì, in ascensore...” aggiunge.
“Boh. Io non conosco nessun Marco”, dico. Lorenzo mi guarda.
10/02/2007
SAN VALENTINO/3- TU MI RIMPROVERI
Tu mi rimproveri
perché non ti dico più spesso
ti amo,
ma nessuna cosa al mondo
amo più di te.
Quando coi tuoi giochi
mi tratti da bambino
o quando ai nostri figli,
indicandomi, dici:
ecco l'orso della casa;
quando, fuggita dai tuoi,
troppo brontoloni,
vieni a sederti accanto a me
e parli della tua Inghilterra,
del Galles o della dolce Scozia selvaggia,
o quando, mentre ascolto il telegiornale,
invadi la stanza con la tua voce
e più non sento nulla
e ti faccio il gesto supplicante
di tacere,
oh sì, io ti amo
e nessun amore è così ficcante,