07/02/2007

SAN VALENTINO/1- AMORE, SEMBRA CHE VAI ALLA GUERRA

Sembra quasi che vai alla guerra.

Così hai sussurrato quando mi hai visto uscire di casa. Ma come facevi a saperlo, che andavo alla guerra, se in realtà avevo indosso la mia solita divisa di poliziotto? Il resto dell’armamentario, il manganello, il casco con la visiera e il giubbotto antiproiettile lo avrei preso in caserma. Anzi no, forse quest’ultimo non sarebbe stato necessario. In fondo dovevo prestare servizio presso uno stadio, mica ero di scorta ad un magistrato antimafia…

Ma tu lo sapevi amore mio. Sapevi che andavo incontro ad un rischio quantificabile solo come alto…E scherzando mi hai detto che andavo in guerra. Io l’ho letta la paura nei tuoi occhi, ma ti sei fatta coraggio, come sempre, e non le hai lasciato spazio. Hai sposato un poliziotto, e insieme a lui hai accolto in casa i rischi della sua professione, che ben conoscevi.

Ho baciato i tuoi occhi neri, stamattina, una carezza ai ragazzi, e sono uscito. Come tante altre volte.

Ma stavolta andavo davvero in guerra.

 

In realtà, l’ho detto,  andavo in servizio allo stadio. A fare la guardia ad un pallone.  

 

Amore mio, non ti ho mai raccontato cosa avrei potuto incontrare davvero ogni volta che ero di pattuglia, o di servizio presso una manifestazione, un corteo, una gara sportiva. Non ti avevo mai raccontato che la guerra è ogni giorno per le vie di questa città. La divisa da poliziotto scatena l’istinto crudele dell’uomo, che di colpo non è più un uomo, perché si trova faccia a faccia con le proprie paure, la rabbia di una vita compromessa, e poiché non può prendersela con se stesso, riversa l’odio covato e represso contro chi invece cerca di garantire la stabilità e la sicurezza per tutti. 

 

Amore mio grande, ti ho detto stamattina, prima di uscire di casa, quanto sei bella? Forse no, ma volevo proprio farlo. Te lo giuro, solo a guardarti mi sentivo sciogliere per te. E’ un’emozione che non ho mai saputo confessare, né dimostrarti, perché se le avessi dato modo di avere il sopravvento su di me tu non avresti potuto fare altro che raccogliermi con una cannuccia…

Credimi, anche se non te l’ho espresso, lo avevo dentro quel nodo al gargarozzo, il mio complimento per te. E’ che uno non pensa mai che può non avere più l’occasione per esternarlo, specie se è uno che va alla guerra come me. 

 

Sai, amore, non avevo mai dubitato, prima d’ora, che sarei sempre tornato a casa, dopo ogni turno. Perché tu eri lì ad aspettarmi, insieme ai nostri figli, e non ti sei mai mostrata impaurita o preoccupata. Sapevamo, lo abbiamo sempre saputo, che accanto a me c’era una creatura che mi lusingava come una prostituta. La signora morte non celava troppo la sua presenza né i suoi inviti, e di emissari inviatimi come promemoria, in questi anni di divisa grigio-blu, ne ho incontrati molti. Però li ho semplicemente ignorati, forte della tua presenza e di quella dei ragazzi. 

 

La vedevo, la nera signora, nella pistola tra le dita di un balordo, nei sacchetti bianchi di polvere che passavano di mano in mano, nelle minacce dell’ignoranza e della disperazione, in un coltello arrugginito di sangue che sbucava da una tasca senza alcuna sorpresa. La vedevo, sì, le sorridevo, e tornavo da te, da voi. Punto.

Come se fossi un impiegato. E in fondo lo sono, un impiegato al servizio dello stato. Un impiegato con l’ufficio sulla strada e la poltrona nei bassifondi. 

 

Cosa c’era di diverso stamattina, amore? Niente. Solo una partita di calcio, come tante altre. La scorta ad un gruppo di tifosi, colpevoli di essere di un’altra città della nostra stessa isola e di tenere per un’altra squadra. Non è una colpa, ma vallo a spiegare alle teste calde. Sono ragazzini, sai, così simili ai nostri figli, persi, cresciuti senza una guida, senza un amore come il nostro. Presi uno per uno, alcuni meriterebbero solo uno scappellotto. Altri non avrebbero il coraggio di guardarti in faccia. Ma chissà perché, tutti insieme hanno la forza del leone e nascondono la vigliaccheria della iena.

Anche quello che mi ha fronteggiato, oggi, dopo lo scoppio della bomba carta, non doveva essere diverso. Non l’ho visto in faccia, né prima né dopo. C’era l’inferno, amore mio, la signora morte galleggiava tutto intorno, nel fumo, e aspettava. Era triste, ma esigeva il suo tributo. E guardava me, me ne sono accorto, nella confusione, nella concitazione, nel tentativo di ripararsi dai sassi, dai fumogeni, dalle botte. Nella rabbia di dover usare i manganelli su quelli che potevano essere i nostri figli, pecore da soli, cieche talpe omicide in branco.  Me ne sono accorto, ma non ho potuto farci niente. Quel ragazzo, perché era un ragazzo, ci scommetto, mi ha fissato solo per un attimo, ma già era tardi. Troppo tardi per qualsiasi cosa. Anche per farti quel complimento che mi era rimasto nel gargarozzo stamattina.

E’ stato subito buio. 

 

Amore mio, so che non piangerai. Sarai allucinata per un po’, non vorrai crederci, ma in fondo te lo aspettavi. Non ne sarai sorpresa. E dovrai essere forte per i figli, per la gente, per i media che ti vorranno intervistare. Fornirai un’immagine forte che non senti, ma che sai di avere il dovere di mostrare. Hai sempre avuto un saldo senso del dovere. Hai sempre amato la mia divisa. E hai sempre amato me. Anche se sapevi che sarei andato in guerra.  

 

Sembra quasi che vai alla guerra, mi hai detto.

E ci sono andato, amore mio. Alla guerra del pallone. E non sono più tornato.

Scusami.

Volevo solo dirti che per me resti la più bella ragazza dell’isola. Ecco, così non ce l’ho più nel gargarozzo.

Ricordami nella nostra prossima vita, quando ci rincontreremo, perché di sicuro saremo ancora insieme e io ti sposerò un’altra volta… ricordami, dicevo, che quando si va alla guerra è bene non portarsi sui campi di battaglia il fardello di parole mai dette. Potrebbero non dirsi mai più, e io non voglio più sentire la stretta al gargarozzo. 

 

Ti amo. Per sempre. 

 

di Ramona 20:52:00 Commenta: