28/12/2006

A LETTO CON L'AMICO

La cosa è imbarazzante. Perfino nel sogno.

 

Ospito il mio amico G. (Giulio? Giuseppe? Gianni? Giacomo? Gianqualcosa? Giocondo? Genoveffo?) in casa. Non so bene per quale motivo, e del resto sto sognando, non è mica detto che ci sia un perché logico a tutto. Fatto sta che lui c’è.

E’ ora di andare a dormire. Per quanto sia inverno e faccia freddo, in casa il calore è quasi eccessivo. La nonna, che non è la mia vera nonna, ma è comunque una nonna, lascia aperte le finestre, soprattutto quelle delle camere. Nella cameretta degli ospiti ci sistemo l’amico G. in un lettone fatto per due. E difatti, non so perché, mi ci metto anch’io sotto le stesse coperte, dopo di lui. E insieme a lui.

 

Sto pensando che tanto siamo amici. E un amico è come un’amica, in fondo. Con la differenza che, essendo uomo, dal suo corpo emana più calore… E’ risaputo che gli uomini sono una fonte infinita di calore. D’inverno vanno benissimo. D’estate sudano troppo, ma  insomma, non si può pretendere…

 

Parliamo un po’, con le coperte tirate sul mento. A bassa voce, come fanno le ragazze che si confidano segreti. Ma parliamo di tutto e di niente e del fatto che quella finestra è aperta.

Non so perché, quella finestra aperta mi fa sentire freddo. Ma non è che mi alzi a chiuderla, no, rimane così e basta. Però istintivamente allungo un piede verso l’unica fonte di calore che ho a disposizione. Un altro piede.

 

Dal piano di sotto arriva la voce della nonna che sta parlottando con qualcuno. Mi sembra di sentire voci di altre persone.  Sta raccomandando qualcosa. A chi, a me?... Anche la porta della cameretta è aperta e s’intravede la luce delle scale.

Il calore del piede si diffonde piano a tutta la gamba. Non parliamo più e non ci curiamo della finestra e della porta aperte. Di colpo ci dimentichiamo anche di essere amici e…. be’, il resto posso fare a meno di raccontarlo… Dico solo che si è svolto tutto sotto le coperte perché la finestra è rimasta spalancata. E anche la porta.

 

 

Tentativo di traduzione.

 

Sono a casa mia. Ambiente conosciuto, rassicurante. Mi dà coraggio.

L’amico G. è solo un amico, ovvio, se pure a me caro. In questi giorni sto pensando a lui piuttosto intensamente. E la sua è una presenza che di solito dà calore.

Il rifugiarsi sotto le lenzuola è un mio cercare protezione nei confronti di problemi nati al di là delle barriere, cioè delle coperte, che invece mi fanno da scudo.

La finestra e la porta sono aperte. Apertura verso il mondo, anche se percepito come freddo, in forte contrasto con la necessità impellente di calore. E  bisogno di comunicare, innocenza assoluta e nulla da nascondere.

Le voci sono appunto quelle del mondo, si trovano a portata di mano, anche se non posso vedere a chi appartengono. Sono presenti, e me lo fanno sapere. Non m’infastidiscono, ma restano, al momento, un po’ in disparte. Le raggiungerò, prima o poi. Lo sento. Sono voci amiche e sono in casa mia.

La nonna. La saggezza. Persona paziente e antica, mi raccomanda  qualcosa,  forse che ad avere fiducia non si sbaglia mai. La vedo agitare l’indice come per una ramanzina. Io le credo, con tenerezza. Somiglia a una nonna da fumetto, fisicamente. Alta e secca, con i capelli grigi e raccolti, gli occhiali alla nonna papera, e come nonna papera rassicura e prepara cose buone. E’ una che non sbaglia.

Ciò che si svolge sotto le coperte… ehm… un flash di una scena vista in tv. Capita a sproposito, con protagonisti insoliti e diversi da quelli della fiction, ma non è colpa mia se il regista di questo mio onirico film fa un po’ di confusione.

 

Certi sogni sono sconvolgenti. E imbarazzanti.

Ma per fortuna sono solo sogni e non si è responsabili della loro comparsa. Si può però cercare di sdrammatizzali e capirli, basandosi sulle esperienze vissute nel quotidiano, su desideri e aspettative e problemi insoluti fatti apposta per rosicchiare neuroni e pazienza.

 

Almeno in questo caso, quindi, tutto è solo conseguenza di qualcosa, non c’è alcun significato recondito.

Chi sogna non ha colpe. Al massimo si diverte, come ho fatto io, e ne sorride.

Per forza.

Altrimenti, chi lo guarderebbe più in faccia senza arrossire, l’amico G.?

O l’altra metà del mio cielo?

Tranquilli. Non è realtà. E’ sogno.

 

Dispenso tutti gli amici il cui nome comincia per G. dal chiedere “sono forse io?”. E’ una frase che mi ricorda una G. celebre, quella di Giuda, altamente inappropriata in questo caso. Inoltre, non svelerò mai l’identità dello sventurato G. che ha diviso letto e sogno con me. Il mio segreto resterà tale per sempre!!!

 

 

 

di Ramona 18:49:00 Commenta:

28/12/2006

TERREMOTO

Un boato. Un gran colpo come di corpo che cade, ma un corpo assai pesante. Rumore di vetri, tremore alle gambe.

Tobia dorme sul divano ma è di colpo in piedi, con tutta la velocità che la sua vecchiaia felina gli consente. Ti guarda, non sa che fare, si guarda intorno. Uscire? In altri tempi, forse, a zampe levate e coda ritta. Il micio ora non ce la fa. Si fida di una carezza che vorrebbe dirgli: non ti preoccupare, non è successo niente, torna a dormire.

Ma cos’è stato, in realtà?

Te lo chiedi e ti rispondi in cento modi mentre ti precipiti giù per le scale.

Il cuore in gola, la paura dell’ignoto.

La tua prima ipotesi è quella che non ti auguri, ma pensi che sia quella giusta.

Il terremoto.

Questo è un sacrosanto terremoto, che si annuncia con tanto di botto e folate di vento improvvise. Non hai mai avvertito una cosa del genere, vieni da un tavoliere che sente i balli di altre terre, ma non è mai sede di per sé delle bizze del cuore terrestre.

Perciò hai esperienza sì delle danze dei lampadari, o del letto in cui riposi e che scambi per sogni inquieti. Ma il botto no, non lo avevi mai sentito.

Ma ti tremano le gambe ancora, anche con la terra ormai ferma. E conosci forse per la prima volta la paura della catastrofe.

 

Tutti sono fuori, come te, a cercare conferme, augurandosi smentite, a trovare rassicurazioni.

Si fanno altre ipotesi.

Un brutto scontro fra mezzi in movimento. No.

Un aereo supersonico che infrange la barriera del suono. No.

Un pezzo di montagna che crolla. No.

Niente ti convince e tutti la pensano al tuo stesso modo.

Terremoto.

Uno di quelli con la voce grossa.

E difatti ancora batte il cuore, con violenza arcaica.

 

S’intrecciano le notizie, tutti lo hanno sentito. Pochi hanno dubbi sulla natura del mostro.

E il terrore cresce, anche a posteriori. Ci si chiede se è finita così, o se invece si deve temere un seguito, di assestamento o molto più crudele.

 

Ancora una volta t’interroghi sulla precarietà della vita. Sulla fragilità dell’esistenza, che a noi sembra così importante ma che non è proprio nulla rapportata alla potenza degli eventi naturali, a quella dell’universo.

Ci pensi? Persino il sole, così bello, caldo, grande, forte, che dà vita a un intero pianeta (forse solo uno, forse di più, chissà) nulla può contro il suo destino. Che è quello di spegnersi, di morire.

Tutto muore, o morirà. Cosa vuoi che sia la tua piccola comparsa, per una briciola di tempo, su questo pianeta? Vedi, basta un attimo, un boato a ridosso del natale, o se vuoi, un’ondata più alta mentre sei in vacanza, uno scivolone di fango mentre stai dormendo, una valanga mentre ti stai divertendo sugli sci come un bambino. E non sei più niente.

 

La terra è fragile, e tu, che sei un suo microbo, lo sei ancora di più.

Non ci pensiamo mai abbastanza. Rimandiamo a domani qualsiasi cosa, che tanto crediamo ci sia tempo. E invece il tempo può non esserci. Basta un soffio.

Fa tutto parte della vita. Lo accetti.

Ma pensi anche allo scampato pericolo, a quello che poteva accadere, alle persone che potevano rimanere imprigionate per sempre in un ultimo, fatidico gesto, nelle pareti sicure del proprio nido: l’amore nel momento più bello, la poppata commovente del pupo, i compiti del figlio bambino, un bacio atteso e sognato da tempo, l’assistenza ai più deboli… Persone che sono in bagno, che parlano col mondo con telefono o computer, che ammirano un tranquillo paesaggio invernale, che sorridono o piangono…

Insomma, persone che vivono.

Ci pensi perché un rumore, un tintinnio di vetri come non avevi mai sentito prima, uno strano tremore nelle gambe, ha risvegliato la parte ancestrale di te. E ti ha gettato giù dalle scale di casa tua con il cuore in gola, come tutti. Uniti nella paura.

 

Una volta di più ti convinci che bisogna vivere. Che questa vita che ti è stata concessa in usufrutto è fuggente e precaria. Dura così poco che bisogna goderla appieno. E mai sarebbe da rimandare a domani, né un chiarimento, né una rappacificazione, né un’intenzione o un gesto.

Il domani potrebbe non esserci.

di Ramona 17:45:00 Commenta: