16/12/2006
CRISI DI ASTINENZA
Ha lunghe treccine rasta, a contorno di tempie invece rasate quasi a zero.
Ha occhi verdi da gatta. Diffidenti e guardinghi.
Decine di braccialetti etnici, grossi e vistosi come le spille punk che le perforano i lobi, le ornano i polsi.
Ha 25 anni ed è una tossicodipendente, cronica e in fase attiva.
Figlia di una madre apprensiva, rassegnata eppure combattiva, e di un padre suicida a poco più di 30 anni.
Circondata dagli specialisti di ogni settore.
C’è chi parla di disturbo borderline della personalità.
Chi dice che non è ancora una manipolatrice e dunque può essere recuperata.
Una comunità le apre le porte, appena starà meglio.
E intanto insulta e bestemmia, piange, e farebbe a pezzi il mondo con la rabbia incontenibile che l’ha spinta verso l’autodistruzione.
Ha 25 anni ed è, o potrebbe essere, carina, come tutte le ragazze.
Alla sua età c’è chi si sposa, chi mette al mondo figli, chi si affaccia alla vita, chi sogna di amare il cantante o la star, chi vuole sfondare nello spettacolo e luccicare da velina.
E c’è chi si buca.
Chi futuro non ne ha perché si è bruciata il presente. E naviga a vista fra sedativi, tranquillanti, sigarette e metadone.
Chi ha il cuore in pericolo, in tutti i sensi che gli si vuol dare, a questo povero organo.
Chi ha i polmoni distrutti e dei 25 anni non le resta un granchè.
Un paio di poliziotti vengono a farle visita perché è agli arresti domiciliari. Divise azzurre con la pistola al fianco e il sorrisetto di sufficienza di chi crede di sapere come va il mondo e si arroga il diritto a giudicare. Un giudizio che è di condanna.
Delinquenti.
Tossici.
Le giacche blu mettono in subbuglio il resto dei degenti, che sgranano gli occhi intimoriti e fra di loro sgomitano e si pongono domande.
Ed è ancora una condanna non detta.
E’ una tossica, non ha diritti.
Nemmeno alla privacy.
Nemmeno a stare chiusa nel bagno, anche se se ne approfitta con arroganza, perché deve dar conto anche di quello.
E’ sempre una condanna.
Lei si difende attaccando e insultando. Ci accusa a gran voce di voler far fuori tutti i tossicodipendenti, così poi saremo contenti. Rifiuta cure ed esami. Per poi accettarli fra le lacrime, e altre urla e altri insulti. Difende le proprie vene, l’autostrada senza fermate che porta la roba dritta al cervello.
Guai a toccarla dove non vuole.
Guai a toccarla.
Guai a guardarla.
Fa i capricci come i bambini, ma gli insulti sono pesanti e il livello è quello dell’isteria.
Non faccio fatica a immaginarla, anziché così aggressiva, abbracciata invece all’orsacchiotto di peluche mentre scrive piangendo: caro diario, nessuno mi vuole bene e il mondo è cattivo…
Ma la cosa è tremendamente più seria.
Distorsione di una realtà che è all’opposto. E’ lei, solo lei, che sceglie di non farsi voler bene.
E’ così… inspiegabile.
Io vedo ogni giorno la lotta per la vita che altre persone, condannate a volte perfino dalla genetica, intraprendono fin dalla nascita. Chiedono solo una vita normale. E vogliono vivere.
Lei invece ha 25 anni, e una vita normale non ce l’ha per scelta. La fatalità ha forse solo suggerito la via, più comoda e insieme scomoda, terribile. Poi, per il libero arbitrio di cui godiamo, lei sola l’ha scelta, quella via.
Ma ora che rifiuta di curarsi, e sembra invece gridare aiuto, ora che rifiuta la mano tesa, anche quella è una libera scelta?
O è la scelta obbligata di una “malattia” che diluisce i contorni, distorce i fatti, manda in pappa i neuroni e una intera possibilità di vita?
Dov’è in questo caso il libero arbitrio?
Dov’è il limite tra scelta e incapacità d’intendere?
Come si fa spiegare a chi non vuol sentire che il cuore malato necessita di calma e cure adeguate da seguire con scrupolo?
Quali sono le parole adatte da usare con una ragazza che ha scelto di suicidarsi lentamente nel peggiore dei modi, per convincerla invece a curare la patologia acuta che…le potrebbe essere fatale?
E perché poi dovrebbe scegliere di curarsi?
Ha diritto di voler farne a meno?
Ha diritto di urlare la propria rabbia e la diffidenza, di spaventare il resto del piccolo mondo circostante?
Ha diritto di far piangere la madre che le ha dato la vita, quella stessa che ora vuole bruciare, una povera madre che ormai ha più paura che lacrime?
Come si fa stabilire diritti e doveri in questa storia?
Io non ne sono capace.
Non ho nemmeno parole.
Sono confusa e triste.
Il mondo è sempre più ricco d’ingiustizie.