02/12/2006
READING, INCONTRI CULTURALI DELLO STRANO TIPO (2)
Ecco, mi ha incastrato di nuovo.
Il signor G. è un uomo troppo cortese e fermamente deciso a ottenere ciò che gli sembra giusto. In questo caso vuole me. Per la seconda volta.
Al signor G. sembra cosa buona e giusta che io legga qualcuno dei miei raccontini al circolo degli anziani, perché spera sempre che un barlume, una scintilla d’interesse per quella che definisce cultura, si accenda in cervelli solitamente dediti a tutt’altro. La cultura, sostiene, mantiene giovani. Sono d’accordo. Tranne che considerare me stessa sinonimo di cultura.
Il signor G. crede nei miracoli, e la fede è contagiosa, lui è fermo, gentile e deciso nella sua richiesta. E io non so dire di no.
Perché dovrei dire di no, poi, non si sa.
Cioè, io lo so.
Dovrei dire di no perché non sono un nome di richiamo che attira masse oceaniche, la mia presenza non è sinonimo di musica, balli o mangiate e quindi non verrà nessuno.
Dovrei dire di no perché, anche se venisse tanta gente, mi vergogno un po’ a leggere in pubblico le piccole cose che ho scritto, che quando le ho scritte erano solo per me e non prevedevano ascoltatori.
Dovrei dire di no perché mi sembra di truffare le persone, millantando me stessa, esibendo ciò che loro credono che io abbia e che io penso di non avere. Non molto, almeno. E cioè il talento vero.
Però ho detto di sì.
Perché in fondo non so dire di no.
Già stamattina era cominciata bene. Il quotidiano cittadino aveva pubblicato una mia intervista (io ero l’intervistata…) con cui cercavo di reclamizzare Vibrisselibri anche in questi luoghi montani… A proposito di cultura, insomma. Con tanto di foto, proprio nella pagina culturale! Che onore!! Anche se, dicono le malelingue, è una pagina che non legge nessuno… Ma và!!!
Insomma, oggi è comunque un giorno importante. Dall’alba al tramonto.
Il mio nome e la promessa di “piccoli pensieri, piccole parole, piccole emozioni… racconti brevi scritti e letti” dalla sottoscritta, sono sulle locandine diffuse in tutto il paesino… La locandina è graziosissima, poco appariscente, un pennino col calamaio e un quaderno aperto, fogli bianchi intonsi. Un gran bel simbolo. Ma non è fatta per catturare gli sguardi ignari. Solo il mio. Che quando sono andata in un ufficio del Comune, l’altro giorno, me la sono trovata di fronte, appesa di fianco all’impiegata cui mi ero rivolta. Chiaramente lei non sapeva che quel nome accanto alla sua persona era il mio… mi era venuta la tentazione di dirglielo, ma… a che pro? Mi sono goduta per un attimo la scena e nulla più.
Ed è già sera.
Quanta gente verrà stasera?
Non so se sperare in tanta o augurarmene poca. Non so
Mi sento abbastanza carica, ma sono andata tre volte in bagno e un po’ in ansia in fondo lo sono.
La sala dove ci riuniamo è nuova di zecca, si potrebbe tenere una conferenza per un centinaio di persone, posti in piedi compresi.
Cosa leggerò?
Ci ho pensato a lungo, ma la scelta è stata istintiva. Scartando i racconti già letti la volta scorsa, quelli da buttare via, quelli troppo personali e quelli che gli anziani non avrebbero capito o gradito…. Non rimane molto.
Li ho presi e li ho portati con me, i miei poveri scritti, titubanti come colei che li ha creati.
Prendo posto ad una bella scrivania, poltrone girevoli, prova microfoni e luci.
Mi arrivano sms che mi spediscono in bocca al lupo e io spero che la povera bestia non riporti danni dal tenermi nelle fauci. Augurargli di crepare proprio non sono capace. Mando un bacio, col pensiero, ai mittenti.
C’è un contrattempo.
Il parroco ha indetto la riunione del consiglio pastorale, cioè dei fedeli, questa stessa sera, stesso posto, al piano di sopra, e, puta caso, più o meno stessa ora…
Il signor G. ha l’aria piuttosto seccata. La serata era programmata da tempo, il consiglio no. Ha tutta l’aria di essere un boicottaggio. Ma perché? Che il don sia un po’ geloso? Ma dai!!!!
Però è un po’ una mancanza di rispetto e considerazione, non verso di me, che conto zero, ma verso chi, eventualmente, si è trovato a dover scegliere. Tra ascoltare due raccontini scemi, ma chissà, magari divertenti, e sorbire le prediche di un prete un tantino egocentrico che però parla degli affari (non si sa quanto spirituali) di tutti, in effetti la scelta è ardua.
Non ho molte chance, di fronte all’abito talare. Non si compete con il Padreterno, sia pure nei panni di un subalterno.
Arrivano poco più di una ventina di persone. Però sinceramente interessate.
Circa una trentina, mi dicono, devono essere di sopra.
Bè, magari loro sbadiglieranno, ma per una sorta di evangelica compensazione, ai miei maturi fans non accadrà. Me lo riprometto all’istante.
E’ per loro difatti, per queste 20 persone, per questi 40 occhi e 40 orecchie, che comincio a ingranare. Si dia inizio allo spettacolo.
E sì, perché non mi accontento di leggere. D’istinto mi viene di cercare l’interpretazione del mio pensiero, con un’insospettata performance teatrale che risveglia il mio lato più istrionico. Mi accorgo, con sorpresa, che questi miei piccoli pensieri si prestano bene alla lettura ad alta voce.
Di colpo è come quando a volte cerco di spiegare a parole quello che penso, che non sempre ci riesco, perché il pensiero è veloce e la parola detta è invece lenta e inadeguata. Ma quella scritta ha avuto il tempo di essere meditata, mutata, rivoltata. Scelta. E, forse, era proprio quella che volevo dire. Perciò stasera non leggo, soltanto. Io ci parlo, con chi ho davanti,
Parlo alla mia piccola platea, e racconto del mio disagio al freddo e a gelo pensando con nostalgia al caldo del sud.
Descrivo la mia inevitabile meraviglia di fronte ad una nevicata e gl’inconvenienti buffi nell’andare in giro con la neve e poco attrezzati.
E metto a nudo la mia emozione di fronte ad un libro a me caro.
E poi traduco in parole semplici il dolore del dover partire; bianchi e neri, quando si lascia la propria terra si soffre allo stesso modo.
E poi mi trasformo in un potenziale assassino, che prima o poi farà una strage di quanti se ne approfittano del suo essere insulso.
E poi ricordo che il pastorello che perde l’agnello nel presepe ha sempre la sua anima da offrire al Bambino, il quale intanto si scalda i piedini proprio con il tenero animaletto…
E poi…
Poi mi fermano, terrorizzati, perché è tardi, loro sono anziani, fuori fa freddo e devono andare a dormire. Io invece sarei andata avanti, ansiosa di raccontarmi, con le mie semplici parole, che rispecchiano il mio semplice essere, senza altre pretese che un po’ di semplice affetto e di semplice calore.
E l’ho percepito il calore, l’attenzione con cui mi hanno ascoltato, l’emozione che hanno raccolto in me e condiviso con me. Non si è addormentato nessuno e non mi hanno tirato i pomodori. Mi hanno applaudito e si sono commossi o hanno riso. Mi hanno ascoltata.
Dopo, le lodi si sprecano, e mi sembrano esagerate, ma le accolgo commossa a mia volta.
Arriva una poesia a me dedicata e un paio di regali fantastici: un vaso in legno di olivo creato da un anziano artigiano del paese appositamente per me e una splendida orchidea. L’artigiano non c’è, lui va a letto con le galline, ma il gesto, rimasto sconosciuto perfino al signor G., è di una dolcezza estrema e mi affonda dentro senza trovare resistenza. Così come la poesia, e il fiore. E la semplicità e la generosità di queste persone che a dispetto del prete hanno preferito me, una specie di sconosciuta, alle faccende di chiesa e quindi di tutti.
Una ventina di coraggiosi che mi hanno donato con la loro presenza affettuosa più di quanto io possa aver dato loro con la messa in piazza del mio piccolo mondo privato.
Così privato che forse qualcosa potevo non dirla…
C’è stato chi mi ha fatto notare quanto si avverta in me la nostalgia del meridione. Un piccolo velato rimprovero, come a dire: non stai bene qui con noi?
Ma certo che ci sto bene, qui è la mia vita ora. Però, dai, lì almeno non ci si congela, abbiate un minimo di comprensione!!
E c’è perfino chi mi ha vista sul giornale di oggi e mi chiede: Com’è che si dice…virrr…. Isse… brisse…?... Chi lo diceva che la pagina della cultura qui non la legge nessuno?
E mentre m’impossesso di tutti i regali e del calore di quella stanza, mezza vuota e mezza piena, rifletto. All’importanza che rivesto per queste persone, che mi ammirano e mi stimano come fossi una celebrità. Anime candide e generose. Semplici anche loro, più di me.
E mentre rifletto su questo, rispondo di sì, senza riflettere abbastanza, a una domanda che mi viene posta.
Allora, la rifacciamo un’altra volta, eh?
Ho detto sì.
Ho detto sì?!
Ma potevo dire di no?
No. Non potevo.