31/12/2006

BUON ANNO COL BONOBO

Il bonobo è un animale dolcissimo. L’animale che vorremmo essere. O che dovremmo essere.

Il bonobo è una scimmia che non conosce l’aggressività.  Meglio, che riesce a dominarla, in un modo molto semplice. Facendo l’amore. Il bonobo è l’unica specie al mondo che mette in pratica il vecchio slogan degli hippies degli anni ’70: fate l’amore, non la guerra. 

 

Tra bonobi non ci sono lotte per il predominio, per la conquista della femmina, i piccoli sono rispettati anche se non sono propri. Se a qualche bonobo proprio gli girano i 5 minuti di nervi, perché certo che può succedere, una femmina, o, non è detto, anche un altro maschio, si avvicina e propone qualche avance di tipo sessuale. Ed è subito pace.

I bonobi non hanno tabù, condividono l’amore fra tutti, anche omosessuale. L’unico veto riguarda la madre con il proprio figlio. E, scusate se è poco, non esiste la pedofilia. 

 

Abbiamo molto da imparare dai bonobi, cui somigliamo geneticamente molto più di quello che vorremmo ammettere. Certo, una simile promiscuità forse sarebbe eccessiva per la maggior parte di noi umani. Vuoi per convinzioni personali, voi per motivazioni religiose, vuoi per monogamia congenita… Ma è indubbio che sia una possibilità contemplata segretamente anche dai più integerrimi sostenitori della fedeltà al partner.

 

Il comportamento di questi animali fa pensare, al di là delle facili battute.

Se facessimo come loro, non avremmo tempo né voglia di sprecare energie a fare guerre e ad ammazzarci fra di noi. Le forze ci servirebbero tutte per amare.  

Non avremmo voglia di condannare a morte un nostro simile, quando potrebbe essere un potenziale amante.

Non lasceremmo morire di fame nessuno, per lo stesso motivo… hai visto mai, il piacere che potrebbe regalarci?

E i bambini? Anche se non abbiamo la sicurezza che siano il sangue del nostro sangue, sono comunque la certezza della continuità del nostro significato, del perché siamo al mondo. Meritano rispetto e cure. 

 

D’accordo, tra noi umani, per convenzioni sociali e morali, e perché siamo umani (cosa che non sempre è un merito, ma fa pur sempre la differenza) non è auspicabile un’orgia collettiva… Ma perché non prendere esempio almeno simbolicamente da questi nostri cugini?

Perché non considerare di compiere un gesto affettuoso al posto di quello aggressivo?

Perché non pensare al noi, invece che all’io?

Perché non regalare un sorriso invece che un insulto?

E perché quando ci prudono le mani e dichiariamo guerra a questo o a quell’altro non proviamo invece a stringere una mano o a fare una carezza?

 

Non so, io sono un’inguaribile romantica.

Sono incapace di credere alla cattiveria fino a che non la vedo o non la tocco, e ancora stento a convincermi che sia possibile la sua sola esistenza…

Considero la vita sacra e inviolabile, la sopraffazione un atto disumano e insensato, la violenza non qualificabile, neppure ai fini della selezione. I bonobi si riproducono con difficoltà, nonostante il tanto amore,  e si prendono cura dei piccoli a lungo, per questo non c’è pericolo di sovraffollamento. Il territorio è di tutti, e non occorre cacciare nessuno dai propri confini. Né esistono conflitti di “pulizia”. 

 

Ora che inizia un nuovo anno mi scopro a immaginare questa nostra umanità permeata della stessa scimmiesca umanità dei bonobi. Fare l’amore invece che la guerra, farsi le coccole invece che aggredirsi. Tendersi un mano quando c’è bisogno di aiuto, perché l’unione fa la forza del gruppo.

E va bene, diciamo che la mia immaginazione sembra concepire uno scenario da fantascienza… Forse non sarà mai possibile che accada di trasformarci in bonobo. Però secondo me è auspicabile. Per lo meno nel concetto di fondo. Tutto questo amore non potrebbe che portare altro amore e dunque sopravvivenza. 

 

Io lo voglio, un mondo così.

Voglio che dal 2007 si cominci a considerare la vita da un altro punto di vista. Quello dei bonobi.

Sono stanca delle notizie dei tg, di immagini così cruente e così frequenti che non indignano più, mentre dovrebbero farci morire di vergogna.

Sono stanca di vedere violenza ovunque, di assistere impotente all’autodistruzione di popoli interi.

I fuochi d’artificio alla mezzanotte di oggi li farei bruciando le armi di ogni specie.

Non voglio più pensare che un bambino possa assistere in tv all’impiccagione di un uomo e considerarlo normale.

Non voglio che una parte del mondo muoia di opulenza e l’altra di stenti, perché le risorse ci sono, o ci sarebbero, per tutti.

Voglio che il fare l’amore o compiere un gesto d’amore diventi l’imperativo di questa umanità morente, di questa umanità che ha scelto il suicidio. 

 

Sono un’illusa? Un’hippy mancata? O un bonobo mal riuscito?

Non lo so.

Ma questi animali sono così teneri, che definirli animali, dopo il confronto con noi e la nostra cosiddetta intelligenza, è ridicolo.  

 

E per tornare al nuovo anno che sta arrivando, ancora intonso e tutto da scrivere, da plasmare, da godere, vorrei che cominciasse davvero col botto: la nostra buona volontà di diventare bonobi, per lo meno nelle intenzioni. A cominciare da questa sera, a mezzanotte. Ragazzi, e facciamolo questo amore!, anziché la solita, noiosissima guerra.  E che il primo giorno dell’anno cominci con un lungo e intenso gemito di stupefatto piacere, anziché con l’ennesimo grido di dolore. 

 

Auguri a tutti.

 

di Ramona 17:15:00 2 Commenti

28/12/2006

A LETTO CON L'AMICO

La cosa è imbarazzante. Perfino nel sogno.

 

Ospito il mio amico G. (Giulio? Giuseppe? Gianni? Giacomo? Gianqualcosa? Giocondo? Genoveffo?) in casa. Non so bene per quale motivo, e del resto sto sognando, non è mica detto che ci sia un perché logico a tutto. Fatto sta che lui c’è.

E’ ora di andare a dormire. Per quanto sia inverno e faccia freddo, in casa il calore è quasi eccessivo. La nonna, che non è la mia vera nonna, ma è comunque una nonna, lascia aperte le finestre, soprattutto quelle delle camere. Nella cameretta degli ospiti ci sistemo l’amico G. in un lettone fatto per due. E difatti, non so perché, mi ci metto anch’io sotto le stesse coperte, dopo di lui. E insieme a lui.

 

Sto pensando che tanto siamo amici. E un amico è come un’amica, in fondo. Con la differenza che, essendo uomo, dal suo corpo emana più calore… E’ risaputo che gli uomini sono una fonte infinita di calore. D’inverno vanno benissimo. D’estate sudano troppo, ma  insomma, non si può pretendere…

 

Parliamo un po’, con le coperte tirate sul mento. A bassa voce, come fanno le ragazze che si confidano segreti. Ma parliamo di tutto e di niente e del fatto che quella finestra è aperta.

Non so perché, quella finestra aperta mi fa sentire freddo. Ma non è che mi alzi a chiuderla, no, rimane così e basta. Però istintivamente allungo un piede verso l’unica fonte di calore che ho a disposizione. Un altro piede.

 

Dal piano di sotto arriva la voce della nonna che sta parlottando con qualcuno. Mi sembra di sentire voci di altre persone.  Sta raccomandando qualcosa. A chi, a me?... Anche la porta della cameretta è aperta e s’intravede la luce delle scale.

Il calore del piede si diffonde piano a tutta la gamba. Non parliamo più e non ci curiamo della finestra e della porta aperte. Di colpo ci dimentichiamo anche di essere amici e…. be’, il resto posso fare a meno di raccontarlo… Dico solo che si è svolto tutto sotto le coperte perché la finestra è rimasta spalancata. E anche la porta.

 

 

Tentativo di traduzione.

 

Sono a casa mia. Ambiente conosciuto, rassicurante. Mi dà coraggio.

L’amico G. è solo un amico, ovvio, se pure a me caro. In questi giorni sto pensando a lui piuttosto intensamente. E la sua è una presenza che di solito dà calore.

Il rifugiarsi sotto le lenzuola è un mio cercare protezione nei confronti di problemi nati al di là delle barriere, cioè delle coperte, che invece mi fanno da scudo.

La finestra e la porta sono aperte. Apertura verso il mondo, anche se percepito come freddo, in forte contrasto con la necessità impellente di calore. E  bisogno di comunicare, innocenza assoluta e nulla da nascondere.

Le voci sono appunto quelle del mondo, si trovano a portata di mano, anche se non posso vedere a chi appartengono. Sono presenti, e me lo fanno sapere. Non m’infastidiscono, ma restano, al momento, un po’ in disparte. Le raggiungerò, prima o poi. Lo sento. Sono voci amiche e sono in casa mia.

La nonna. La saggezza. Persona paziente e antica, mi raccomanda  qualcosa,  forse che ad avere fiducia non si sbaglia mai. La vedo agitare l’indice come per una ramanzina. Io le credo, con tenerezza. Somiglia a una nonna da fumetto, fisicamente. Alta e secca, con i capelli grigi e raccolti, gli occhiali alla nonna papera, e come nonna papera rassicura e prepara cose buone. E’ una che non sbaglia.

Ciò che si svolge sotto le coperte… ehm… un flash di una scena vista in tv. Capita a sproposito, con protagonisti insoliti e diversi da quelli della fiction, ma non è colpa mia se il regista di questo mio onirico film fa un po’ di confusione.

 

Certi sogni sono sconvolgenti. E imbarazzanti.

Ma per fortuna sono solo sogni e non si è responsabili della loro comparsa. Si può però cercare di sdrammatizzali e capirli, basandosi sulle esperienze vissute nel quotidiano, su desideri e aspettative e problemi insoluti fatti apposta per rosicchiare neuroni e pazienza.

 

Almeno in questo caso, quindi, tutto è solo conseguenza di qualcosa, non c’è alcun significato recondito.

Chi sogna non ha colpe. Al massimo si diverte, come ho fatto io, e ne sorride.

Per forza.

Altrimenti, chi lo guarderebbe più in faccia senza arrossire, l’amico G.?

O l’altra metà del mio cielo?

Tranquilli. Non è realtà. E’ sogno.

 

Dispenso tutti gli amici il cui nome comincia per G. dal chiedere “sono forse io?”. E’ una frase che mi ricorda una G. celebre, quella di Giuda, altamente inappropriata in questo caso. Inoltre, non svelerò mai l’identità dello sventurato G. che ha diviso letto e sogno con me. Il mio segreto resterà tale per sempre!!!

 

 

 

di Ramona 18:49:00 Commenta:

28/12/2006

TERREMOTO

Un boato. Un gran colpo come di corpo che cade, ma un corpo assai pesante. Rumore di vetri, tremore alle gambe.

Tobia dorme sul divano ma è di colpo in piedi, con tutta la velocità che la sua vecchiaia felina gli consente. Ti guarda, non sa che fare, si guarda intorno. Uscire? In altri tempi, forse, a zampe levate e coda ritta. Il micio ora non ce la fa. Si fida di una carezza che vorrebbe dirgli: non ti preoccupare, non è successo niente, torna a dormire.

Ma cos’è stato, in realtà?

Te lo chiedi e ti rispondi in cento modi mentre ti precipiti giù per le scale.

Il cuore in gola, la paura dell’ignoto.

La tua prima ipotesi è quella che non ti auguri, ma pensi che sia quella giusta.

Il terremoto.

Questo è un sacrosanto terremoto, che si annuncia con tanto di botto e folate di vento improvvise. Non hai mai avvertito una cosa del genere, vieni da un tavoliere che sente i balli di altre terre, ma non è mai sede di per sé delle bizze del cuore terrestre.

Perciò hai esperienza sì delle danze dei lampadari, o del letto in cui riposi e che scambi per sogni inquieti. Ma il botto no, non lo avevi mai sentito.

Ma ti tremano le gambe ancora, anche con la terra ormai ferma. E conosci forse per la prima volta la paura della catastrofe.

 

Tutti sono fuori, come te, a cercare conferme, augurandosi smentite, a trovare rassicurazioni.

Si fanno altre ipotesi.

Un brutto scontro fra mezzi in movimento. No.

Un aereo supersonico che infrange la barriera del suono. No.

Un pezzo di montagna che crolla. No.

Niente ti convince e tutti la pensano al tuo stesso modo.

Terremoto.

Uno di quelli con la voce grossa.

E difatti ancora batte il cuore, con violenza arcaica.

 

S’intrecciano le notizie, tutti lo hanno sentito. Pochi hanno dubbi sulla natura del mostro.

E il terrore cresce, anche a posteriori. Ci si chiede se è finita così, o se invece si deve temere un seguito, di assestamento o molto più crudele.

 

Ancora una volta t’interroghi sulla precarietà della vita. Sulla fragilità dell’esistenza, che a noi sembra così importante ma che non è proprio nulla rapportata alla potenza degli eventi naturali, a quella dell’universo.

Ci pensi? Persino il sole, così bello, caldo, grande, forte, che dà vita a un intero pianeta (forse solo uno, forse di più, chissà) nulla può contro il suo destino. Che è quello di spegnersi, di morire.

Tutto muore, o morirà. Cosa vuoi che sia la tua piccola comparsa, per una briciola di tempo, su questo pianeta? Vedi, basta un attimo, un boato a ridosso del natale, o se vuoi, un’ondata più alta mentre sei in vacanza, uno scivolone di fango mentre stai dormendo, una valanga mentre ti stai divertendo sugli sci come un bambino. E non sei più niente.

 

La terra è fragile, e tu, che sei un suo microbo, lo sei ancora di più.

Non ci pensiamo mai abbastanza. Rimandiamo a domani qualsiasi cosa, che tanto crediamo ci sia tempo. E invece il tempo può non esserci. Basta un soffio.

Fa tutto parte della vita. Lo accetti.

Ma pensi anche allo scampato pericolo, a quello che poteva accadere, alle persone che potevano rimanere imprigionate per sempre in un ultimo, fatidico gesto, nelle pareti sicure del proprio nido: l’amore nel momento più bello, la poppata commovente del pupo, i compiti del figlio bambino, un bacio atteso e sognato da tempo, l’assistenza ai più deboli… Persone che sono in bagno, che parlano col mondo con telefono o computer, che ammirano un tranquillo paesaggio invernale, che sorridono o piangono…

Insomma, persone che vivono.

Ci pensi perché un rumore, un tintinnio di vetri come non avevi mai sentito prima, uno strano tremore nelle gambe, ha risvegliato la parte ancestrale di te. E ti ha gettato giù dalle scale di casa tua con il cuore in gola, come tutti. Uniti nella paura.

 

Una volta di più ti convinci che bisogna vivere. Che questa vita che ti è stata concessa in usufrutto è fuggente e precaria. Dura così poco che bisogna goderla appieno. E mai sarebbe da rimandare a domani, né un chiarimento, né una rappacificazione, né un’intenzione o un gesto.

Il domani potrebbe non esserci.

di Ramona 17:45:00 Commenta:

26/12/2006

LETTERA A NATALE

Caro natale, ti ho aspettato per un anno e ora te nei sei già andato. Non ho fatto in tempo a godere nemmeno della tua attesa, perché sei arrivato troppo in fretta. Sei approdato nel mezzo della nostra fretta, nel caos di preparativi di cui si era persa la ragione. Cioè, tu sei giunto puntuale, lo so,  ma se ci penso mi sembra ieri che ti salutavo e ti davo appuntamento al prossimo anno. 

 

Ti aspettavo quindi.

Però qualcosa è successo, se non mi sono accorta del tuo arrivo. 

 

Forse è mancata la neve. Un natale non è natale senza la neve, almeno qua in montagna, su questa faccia della sfera. E' mancato anche il freddo, il vero, autentico gelo, padre e padrone dell’inverno, tuo fratello inseparabile, caro natale.

Be’, non che mi sia dispiaciuto. Questo bel sole allegro nel cielo azzurro sarà poco natalizio, ma è così confortante…

E dunque il clima non mi ha aiutato a creare l’attesa per la tua venuta. 

 

Sarà stato per questo, o forse per i pensieri occupati da virus di tutti i tipi, fatto sta che mi sono ritrovata un tantino in ritardo nell’allestimento del presepe e dell’abete, il tuo albero preferito. Accidenti, caro natale, poco è mancato che nascesse il Bambino e non trovasse nemmeno un luogo dove riposare, in cui sentire il calore dei genitori, degli amici il bue e l’asino, e di tutta quella gente semplice che di solito percorreva tanta strada per portargli un piccolo dono. E pensa, l’ho costruito così in fretta questo presepe, e mi sono lasciata così influenzare dal clima, che non ci ho messo neppure la neve. Anche lì, anche in un paesaggio finto, il muschio è rimasto verde, l’acqua stagnola del laghetto non è ghiacciata, e quasi non serviva il fiato dei cari animali della stalla a scaldare il Santo Pupo.

E l’albero? Caro il mio natale, alla fine ho fatto anche quello, per accoglierti come meglio potevo, ma mi rendo conto che ha l’aria di essere un po’ di passaggio. Del resto, durerà pochissimi giorni. All’arrivo della vecchietta sulla scopa, ritornerà nella sua scatola, nudo come sempre. 

 

Ti è piaciuto ciò che ho preparato per te, un po’ in extremis?

Mi dispiace, non ho saputo fare di meglio. 

 

Sai, di solito ci si prepara anche spiritualmente, ci si raccoglie e ci si appresta a respirare l’aria serena che la Nascita reca con sé. Da parte mia se non ho fatto in tempo a predispormi ad aspettarti è stato anche perché  pure nel mondo intero si pensava a tutt’altro.

 

Caro natale, le guerre non sono affatto cessate perché tu stavi arrivando.

Nella patria del bambinello si sparavano i fratelli.

L’Africa continuava, e continua, il suo martirio.

Da noi un uomo chiedeva di morire serenamente dopo una vita di malattia e la sua volontà riempiva pagine di carta e di etere di milioni di vuote parole. E al contempo non ce n’erano abbastanza di parole per coloro che invece vogliono vivere con una dignità che spesso gli viene negata. I miei pensieri erano quindi in Africa, in Medio Oriente, oltre che in Italia, e un po’ ovunque.

Caro natale, sono stata un po’ distratta, è vero. Ma vedi quante cose accadono nel mondo? E pensa che accadono ogni giorno, anche senza la tua venuta. Perciò, come potevo fare a concentrarmi? Cosa c’era di diverso che avrebbe dovuto allertarmi? 

 

Per un po’, inoltre, anche i fatti intorno a me hanno prevalso sul conto alla rovescia che mi separava da te. Oh, non avrebbe dovuto accadere. In fondo si trattava di normale quotidianità. Storie di umanità dolente, e poi pettegolezzi cattivi, giudizi affrettati e maligni. E infine il dispiacere informatico di essere separata dagli amici lontani, compagni di recenti ed emozionanti avventure… Una tristezza che non immagini, caro natale.  

 

Insomma non era certo l’atmosfera giusta per aspettarti. Non è che mi fossi dimenticata di te, però non mi accorgevo che eri già dietro l’angolo. 

 

E difatti sei arrivato ugualmente, caro natale. Mi hai colto col fiatone e con un vago senso di stupore, come se dopo tutto non ci credessi veramente. Ma tu sei stato più gentile che mai, nonostante le mie mancanze. Perché insieme a te sono arrivati un sereno pranzo in famiglia, che aspettavo da tempo; un augurio inaspettato, seppur fugace; e poi il sole caldo, un gioco aereo e un piacevole senso d’infanzia con tante risate gioiose per un giorno senza pensieri. E inoltre tanto affetto, che non guasta mai. Lo sai che di quello non ne ho mai abbastanza. 

 

Stavo ancora godendo del tuo splendore, caro natale, quando mi sono resa conto che te n’eri già andato. Di colpo mi sono accorta che ti avevo aspettato a lungo, per poi farmi sfuggire gli ultimi giorni, i migliori, i più ricchi di trepidazione. E perfino mentre eri da me con tutti i tuoi doni, il giro del tempo non si è fermato e tu, in punta di piedi (così simile a me!), sei ripartito presto per il tuo viaggio misterioso.

Nessuno sa dove vai, cosa fai per un intero anno. Ti si può solo aspettare, compiacersi della tua breve compagnia, dimenticare per qualche ora le preoccupazioni del giorno prima, accantonandole sotto un albero addobbato, che tanto fanno presto a ritornare… giusto il passaggio delle 24 ore sante.

 

Caro natale, resti con noi per troppo poco tempo. E anche se nel mondo a volte ci si dimentica di te, e ogni 25 dicembre c’è chi uccide, chi soffre, chi odia, chi spara e chi è sparato, chi ruba e chi muore di stenti, finché ci sei tu si ha la sensazione che non sia vero. Che si tratti solo di favole tristi, perché l’odio e la sofferenza non esistono, o non dovrebbero esistere, quando è natale.  

Dovresti restare un po’ di più.

Guarda, ti scrivo questa letterina per chiederti due cose, per la prossima volte che torni.

Prima di tutto, cerca di arrivare con più clamore, di farti sentire al di là dei festoni e delle luci, oltre l’egoismo e la fretta e il vuoto assoluto.

E poi, una volta che ci sei, ti chiedo di restare e di avvolgermi a lungo nella tua bolla magica di serenità. Per favore.

Te ne ricorderai?

 

Con affetto e gratitudine e, di già, tanta nostalgia,

tua…….

 

 

 

di Ramona 21:05:00 5 Commenti

23/12/2006

GLI STRAORDINARI DI BABBO NATALE

“Ogni anno è sempre più faticoso”, pensava il vecchietto.

Già, andare in giro per il mondo a distribuire regali, non era cosa da niente… e tutto in una notte, poi.

“A questa età non è mica uno scherzo, sapete?” , bofonchiava il nonnino non si sa bene a chi. E qualche ragione di lamentarsi l'aveva.

Negli ultimi tempi si ritrovava costretto a presenziare un po’ ovunque, in pose strane e talvolta compromettenti. Oltre che faticose.

Ormai babbonatale era diventato uno status symbol, bisognava averlo, possederlo a tutti i costi. Per acquisire prestigio, probabilmente, dato che era la moda del momento. La quale non si curava di un povero vecchio , seppure un tantino magico, e gli faceva fare gli straordinari.

 

E così capitava di ritrovarlo appeso a una finestra, con una gamba sul davanzale e l’altra a penzoloni. Sembrava un ladro che stesse scavalcando una finestra per penetrare in casa e svaligiarla.

Un ladro travestito da babbonatale?!!

Be’, il look più indicato a rubare la tredicesima, no? Faceva pendant con l’atmosfera del momento, ecco.

Non si possono contare le volte che arrivavano le volanti della polizia, o le pattuglie dei carabinieri, chiamate da qualcuno che, vedendo un’ombra appesa alla finestra di fronte, si faceva prendere dal sacro fuoco del dovere. Oh, sapeste, i vicini di casa sono a volte una specie umana assai fantasiosa, capaci di non farsi i fatti propri quando occorre, ma altrettanto abili a non vedere, non sentire, non parlare quando invece dovrebbero. E difatti il pettegolo di turno era sicuro che il malandrino che stava per entrare dalla finestra del dirimpettaio altro non fosse che un extracomunitario. Alla faccia delle proprie credenze religiose, costoro (“‘sti marocchini”, insolentiva il vicino)  imparano alla svelta quali sono le nostre pecche consumistiche e in quali periodi si sviluppino. Poi si travestono da babbonatale e ne approfittano per derubare gli ignari festaioli.

Questa almeno era la assai discutibile teoria vicinale.

 

Mah!

Naturalmente è facile immaginare la faccia di poliziotti e carabinieri arrivati di gran carriera con le pistole in pugno per arrestare il ladro, quando si accorgevano che il poveraccio non era che un semplice babbonatale, costretto dalla festività a starsene lì come minimo una quindicina di giorni, al freddo e al gelo, senza poter muoversi, nemmeno per scaldarsi. Ma anche, di certo, senza alcuna intenzione malavitosa.

  

Alle volte accadeva il contrario.

Ben sapendo che tutti ambivano al babbonatale penzoloni da finestre e balconi, poteva accadere che nessuno facesse caso al tizio che sporgeva da una veranda e che sembrava finto, era vestito di rosso, ma a guardare bene si muoveva eccome, e, invece di svuotare il sacco dei doni, lo riempiva con le proprietà altrui.

Pochi minuti d’immobilità et voilà…

Simili ai mimi di strada travestiti da personaggi storici, che sembrano statue nelle piazze, ma se gli passi vicino ti fanno un occhietto e cambiano posizione, facendoti fare un sobbalzo, anche questi toponi d’appartamento erano disponibili a restare immobili come pupazzi perfino qualche ora.  

Da un po' di tempo le ruberie nel periodo natalizio si moltiplicano.  Le forze dell’ordine sono un po’ disorientate e quando accorrono non sanno, ogni volta, se metteranno le manette a un pupazzo vestito da babbonatale o a un babbonatale vestito da pupazzo, o a un ladro autentico vestito da babbonatale-pupazzo.

 

Altre volte, povero babbonatale, lo si poteva intravedere ritto su una scala di corda, oppure con una corda semplice tra le mani, tesa in verticale, intento a scalare una parete come un ragno. Avete presente Spiderman? L’arzillo vecchietto era costretto a imitarlo. Tanto che una volta l’uomo ragno in persona, calato nella sua tutina rossa e blu, si presentò con l’intento di diffidarlo. Solo lui, diceva un tantino arrabbiato, era dotato di ragnatela doc, di cui aveva il copyright, e che non si sognasse, l’imitatore, di registrare a proprio nome i diritti dell’arrampicata libera su parete liscia…

 

Insomma, qualcuno ci cascava sempre. Non veniva in mente a nessuno che una scala di corda messa sul muro di una casa, spesso un muro cieco, non poteva condurre da alcuna parte.

  

E quando il poverino veniva disposto in parete con un braccio steso e una gamba piegata, nell’atto di arrampicarsi sulla pura fantasia?... Sembrava uno Scoiattolo di Cortina, quelli che scalano le vette e i campanili, bravissimi, talentuosi arrampicatori. Un paio di volte era giunta anche una telecamera a filmare l’avvenimento. Gli operatori però desistevano dopo qualche minuto, rendendosi conto dell’immobilità innaturale del soggetto. Tanto che la troupe era addirittura incerta se chiamare o meno il 118… Quella posizione, quella fissità, potevano essere indicative di un malore o peggio, ma allora solo con l’elicottero si sarebbe  potuto scrodare il presunto scoiattolone.                                                                    

 

Povero babbonatale. Ormai lo si ritrovava ovunque, non c’era casa, giardino o finestra che non lo reclamasse.

 

Lo si poteva individuare anche abbarbicato ad un camino. Un classico, certo. Un babbo natale che non passi dal camino, che babbo natale è?! Larghi, stretti, decisamente poco puliti, i camini babbonatale li conosceva tutti. Ahimè, le sue amate renne non gli lasciavano mai alcuno scampo: per quanto cercasse di convincerle a scendere nei giardini, loro parcheggiavano sempre la slitta sui tetti. Così non gli restava che calarsi ogni volta dal camino. E va bene. In fondo era il suo mestiere. Ma allora perché era costretto anche a restare, solo per far piacere a qualcuno, abbracciato allo stesso camino per tutto il tempo delle sante festività? Nessuno si rendeva conto di quanto scottasse: d’inverno il fuoco viaggiava allegro tutto il giorno, perbacco! Per non parlare del fumo, assai fastidioso da ingoiare, accidenti.

“Qui”, sbuffava rassegnato il babbonatale,  “mi si vuole affumicare come le aringhe del mio mare del nord.”.

 

E non finiva qua. Gli  straordinari di babbonatale prevedevano anche che rimanesse appeso giorni e giorni su un’altalena, o di guardia a negozi e distributori, che cantasse jingle bells e suonasse una campanella ogni volta che qualcuno gli passava davanti. Tutto ciò, e altro ancora, da un angolo all’altro del pianeta, che è tondo, sì, ma a lui ormai sembrava quadrato, per quanto lo percorreva in lungo e in largo… E in tutte le stagioni, tanto che doveva spesso cambiarsi, spogliarsi e rivestirsi…

In Australia, si sa, quel vestito di lana fiammante sotto la barba, nel caldo inverno degli antipodi  è assai pesante. Era necessario ricordarsi di infilare il mutandone da bagno sotto le braghe rosse, e le renne  dovevano lasciare la slitta per metter mano (zampa) al surf.

 

Era già una faticaccia così. Perché sobbarcarsi anche questo ruolo di bella statuina in pose impossibili, solo per accontentare il capriccio di una moda?

“Non basta che vi porti i regali, ragazzi?  Mi volete proprio morto?!”

Il povero vecchio era ormai allo stremo, con le lacrime agli occhi.

 

Ma finalmente qualcuno pensò a lui e a tutte le sue fatiche e fu deciso di fare anche a babbonatale un regalo per natale. Nel suo ormai stanco girovagare un bel giorno egli trovò una comodissima panchina, con un bel fiocco rosso e il suo nome scritto a lettere d’oro. Era proprio per lui!!

 

“Ahhh, finalmente…” sospirò stravaccandosi. “ Che bellissimo pensiero… sono commosso. Per fare onore a questo regalo meraviglioso, credo proprio che di qua, per un pezzo, non mi schioderà nessuno. Il natale è vicino, ma io ho fatto molto più del mio dovere… i regali sono tutti distribuiti, faccio la guardia a case e negozi e quant’altro un po’ ovunque… Per favore, lasciate che ora riposi le mie stanche ossa, che non so cosa mi aspetta il prossimo anno.

Come? Gli auguri? Ma sì, quelli ve  li posso fare da qui… Oh-oohh!! Buon natale a tutti!!”

 

 

 

 

di Ramona 15:34:00 1 Commento

19/12/2006

INGRANO LA PRIMA

Ingrano la prima.

 

La prima marcia è quella che serve per partire, lo sanno tutti. E’ indispensabile, senza non si va avanti, e nemmeno di traverso. Solo indietro.

Sei stanco, demotivato, davanti ad un bivio o ad uno stop. Se rimanessi lì, fermo, smarrito, con il motore in panne, nella tua immobilità saresti fritto. Morto.

Movimento invece è sinonimo di vita e salute, chi si ferma è perduto, e non soltanto perché lo dice un proverbio. Sarà per questo che per ogni fermata c’è una ripartenza.

Se hai un incidente di percorso, sconfitto, affranto, vorresti seppellirti lì dove ti trovi. Spegnere i motori, lasciarti andare all’oblio. Ma non puoi e lo sai. Del tutto automaticamente, senza averne quasi coscienza, finisce che ingrani la prima.  Rilasci la frizione, premi appena l’acceleratore, o magari lasci fare alla potenza del mezzo. L’importante è mollare il freno.

Ecco, questo è fondamentale. Togliere i freni, ma ricordarsi di quelli d’emergenza... Perché in certi casi una tirata di freno a mano fa solo bene. Quando stai per esagerare, quando stai per slittare, quando stai per perdere il controllo della tua vita. Cioè in extremis.

Tira il freno a mano. A volte conta.

Ma poi, mollalo.

Ingrana la prima.

E riparti.

Sempre avanti, guardando a destra e a sinistra, lontano e appena accanto a te.

La prima marcia è quella della partenza, la più lenta e la più decisa. Perché sì, ci vuole sempre una certa decisione ad usarla. Altrimenti che fai, resti lì, fermo ad un palo che ignora la tua esistenza?  Bisogna andare oltre. La prima marcia non ha bisogno di tanti incoraggiamenti, con un minimo imput sfrutta la forza del motore e va, sempre e comunque. Ogni volta a segnare la via, a incoraggiare, a spingere in avanti la carretta. Che, altrimenti, quanto pesante sarebbe!

Ora non tirare troppo, la prima è fatta per riflettere, per scaldare il motore, per convincere tutte le altre marce. Se le tiri il collo, tutto il trabiccolo si lamenta e borbotta e magari urla. Piano. Fai piano. Ok, ci sei.

 

Ingrano la seconda.

 

La seconda marcia è quella della ragione. Venendo appresso alla prima capisce subito cosa c’è da fare. E’ proprio riflessiva, calma. In fondo mica ti puoi sempre permettere di avere fretta. Certo, per andare si va, come no. La seconda è la marcia che ti permette di tirare il fiato, almeno per un istante, dopo la fatica della fatale decisione (partire o non partire?). E ti permette di pensare a quello che vuoi fare subito dopo. Se vuoi aumentare la velocità, parcheggiare, svoltare a destra o a sinistra. Fermarti. Hai tutto il tempo per pensare. E al contempo sai che una decisione la devi prendere. Come la prima marcia, anche la seconda non ha  molta pazienza, o capacità illimitate. E’ una marcia di transizione, che ti porta verso altre, inevitabili scelte. Sei costretto a scegliere.

 

Ingrano la terza.

 

Ah, sei in passeggiata! La terza ti consente di gustarti il paesaggio, urbano o no. Non ha grosse pretese, ma ti regala una relativa tranquillità. E’ una giornata senza scosse e senza nuvole, senza avvenimenti, senza attese. Ti offre solo un suggerimento: prima o poi le cose cambiano. Oh, sì. E allora o tornerai a lumachizzare fraternizzando con la seconda riflessiva, oppure acquisterai grinta e decisione incontrando la prossima marcia. Un po’ ti dispiace, è bello guardarsi intorno, giocare con le vie della città (della vita) da giuggerelloni. E’ uno scacciapensieri. Tuttavia, sai anche questo, e non te lo hanno insegnato solo alla scuola guida, non si può restare sempre in terza. Forse ora non ci credi, non ti sembra, ma prima o poi ti verrà voglia di partire in quarta.

 

Ingrano la quarta.

 

E la quarta ti regala libertà e velocità. Accidenti, via dai pensieri. A testa bassa, non esiste altro traffico che te e la tua grinta. La tua rabbia. L’adrenalina non ti fa vedere gli ostacoli. O forse nemmeno ce ne sono, di ostacoli, la via è sgombra se ti è concesso di usare la quarta. E vedi sfrecciare ombre indefinite, ma i contorni sono ancora piuttosto netti. Ti ricordano che c’è il mondo intorno a te. E ci sono dei limiti anche alla velocità. Ma chi se ne impippa! Tu riconosci il richiamo della velocità e vuoi farglielo vedere, al mondo, di cosa sei capace. Senti che hai ancora una possibilità di accelerare, il pedale a tavoletta incita il tuo orgoglio a fare di più. Di più. Sempre di più. Oltre i limiti delle tue possibilità. Vuoi volare. E cambi ancora una volta la marcia.

 

Ingrano la quinta.

 

E ora sì che voli. Con la massima tranquillità, perché il tuo mezzo è solo uno strumento docile fra le tue mani. Quello che conta sei tu, che osi, osi ancora. E la tua vita è fra le tue mani e questo ti fa sentire un semidio. Sei su un’autostrada dritta dritta, dove se c’è un limite alla velocità tu te ne freghi. Perché bisogna buttarsi sempre e comunque nelle imprese, nelle scelte, nei rischi. Se non rischi non avrai mai soddisfazione. E vai, tocchi i 200 km/h e li superi, il tuo bolide ha il cuore generoso come il tuo. Vento nei capelli, profili sempre più sfumati, quasi inesistenti, velocità pura… Sogna, sogna di volare, sogna che se vuoi davvero una cosa la puoi realizzare, gli ostacoli non ti fanno paura. Non lo troverai un muro a fermarti, né il pilastro di un cavalcavia, né ci sarà qualcuno a frapporsi fra te e il tuo sogno.

Pigi l’acceleratore, sai che puoi, devi farcela.

Tanto, se dovessi cambiare idea, se le cose della vita mutassero, se tu stesso ti trasformassi in qualcosa d’altro e nuovo, avresti ancora una possibilità.

 

Puoi ingranare la retromarcia.

di Ramona 19:24:00 4 Commenti

16/12/2006

CRISI DI ASTINENZA

Ha lunghe treccine rasta, a contorno di tempie invece rasate quasi a zero.

Ha occhi verdi da gatta. Diffidenti e guardinghi.

Decine di braccialetti etnici, grossi e vistosi come le spille punk che le perforano i lobi, le ornano i polsi.

Ha 25 anni ed è una tossicodipendente, cronica e in fase attiva.

Figlia di una madre apprensiva, rassegnata eppure combattiva, e di un padre suicida a poco più di 30 anni.

 Circondata dagli specialisti di ogni settore.

C’è chi parla di disturbo borderline della personalità.

Chi dice che non è ancora una manipolatrice e dunque può essere recuperata.

Una comunità le apre le porte, appena starà meglio.

 

E intanto insulta e bestemmia, piange, e farebbe a pezzi il mondo con la rabbia incontenibile che l’ha spinta verso l’autodistruzione.

 

Ha 25 anni ed è, o potrebbe essere, carina, come tutte le ragazze.

Alla sua età c’è chi si sposa, chi mette al mondo figli, chi si affaccia alla vita, chi sogna di amare il cantante o la star, chi vuole sfondare nello spettacolo e luccicare da velina.

 

E c’è chi si buca.

Chi futuro non ne ha perché si è bruciata il presente. E naviga a vista fra sedativi, tranquillanti, sigarette e metadone.

Chi ha il cuore in pericolo, in tutti i sensi che gli si vuol dare, a questo povero organo.

Chi ha i polmoni distrutti e dei 25 anni non le resta un granchè.

 

Un paio di poliziotti vengono a farle visita perché è agli arresti domiciliari. Divise azzurre con la pistola al fianco e il sorrisetto di sufficienza di chi crede di sapere come va il mondo e si arroga il diritto a giudicare. Un giudizio che è di condanna.

Delinquenti.

Tossici.

Le giacche blu mettono in subbuglio il resto dei degenti, che sgranano gli occhi intimoriti e fra di loro sgomitano e si pongono domande.

Ed è ancora una condanna non detta.

  

E’ una tossica, non ha diritti.

Nemmeno alla privacy.

Nemmeno a stare chiusa nel bagno, anche se se ne approfitta con arroganza, perché deve dar conto anche di quello.

  

 E’ sempre una condanna.

Lei si difende attaccando e insultando. Ci accusa a gran voce di voler far fuori tutti i  tossicodipendenti, così poi saremo contenti. Rifiuta cure ed esami. Per poi accettarli fra le lacrime, e altre urla e altri insulti. Difende le proprie vene, l’autostrada senza fermate che porta la roba dritta al cervello.

Guai a toccarla dove non vuole.

Guai a toccarla.

Guai a guardarla.

 

Fa i capricci come i bambini, ma gli insulti sono pesanti e il livello è quello dell’isteria.

Non faccio fatica a immaginarla, anziché così aggressiva, abbracciata invece all’orsacchiotto di peluche mentre scrive piangendo: caro diario, nessuno mi vuole bene e il mondo è cattivo…

 

Ma la cosa è tremendamente più seria.

Distorsione di una realtà che è all’opposto. E’ lei, solo lei, che sceglie di non farsi voler bene.

  

E’ così… inspiegabile.

  

Io vedo ogni giorno la lotta per la vita che altre persone, condannate a volte perfino dalla genetica, intraprendono fin dalla nascita. Chiedono solo una vita normale. E vogliono vivere.

  

Lei invece ha 25 anni, e una vita normale non ce l’ha per scelta. La fatalità ha forse solo suggerito la via, più comoda e insieme scomoda, terribile. Poi, per il libero arbitrio di cui godiamo, lei sola l’ha scelta, quella via.

 

Ma ora che rifiuta di curarsi, e sembra invece gridare aiuto, ora che rifiuta la mano tesa, anche quella è una libera scelta?

O è la scelta obbligata di una “malattia” che diluisce i contorni, distorce i fatti, manda in pappa i neuroni e una intera possibilità di vita?

Dov’è in questo caso il libero arbitrio?

Dov’è il limite tra scelta e incapacità d’intendere?

  

Come si fa spiegare a chi non vuol sentire che il cuore malato necessita di calma e cure adeguate da seguire con scrupolo?

Quali sono le parole adatte da usare con una ragazza che ha scelto di suicidarsi lentamente nel peggiore dei modi, per convincerla invece a curare la patologia acuta che…le potrebbe essere fatale?

E perché poi dovrebbe scegliere di curarsi?

Ha diritto di voler farne a meno?

Ha diritto di urlare la propria rabbia e la diffidenza, di spaventare il resto del piccolo mondo circostante?

Ha diritto di far piangere la madre che le ha dato la vita, quella stessa che ora vuole bruciare, una povera madre che ormai ha più paura che lacrime?

Come si fa stabilire diritti e doveri in questa storia?

  

Io non ne sono capace.

Non ho nemmeno parole.

Sono confusa e triste.

Il mondo è sempre più ricco d’ingiustizie.

di Ramona 22:40:00 6 Commenti