30/10/2006
IL DOLORE PERFETTO (quando un libro è perfetto)
“Bello!” E’ l’involontario, istintivo commento alla lettura delle prime pagine. Se il buon giorno si vede dal mattino, penso tra me…
“Oh, cavolo, che bello!” L’osservazione iniziale diventa sospirosa a metà libro, accompagnata già da un piccolo, ma tosto rimpianto per i personaggi che non avrei più incontrato da lì in poi.
“Bellissimo!” Soddisfatto e commosso ogni pensiero, cosciente o meno, una volta arrivata all’ultima pagina di questo bel romanzo.
IL DOLORE PERFETTO di Ugo Ricciarelli ha vinto il premio Strega del 2004. Con molto merito, aggiungo io due anni dopo con tutta l’umiltà di una semplice lettrice che vuole solo incontrare bei libri lungo la propria strada.
Giuro, non sono una critica e non ho fatto parte della giuria e dunque all’epoca non ho votato, ma se per un caso improbabile mi avessero chiamato a farlo, avrei dato il mio SI’ incondizionato.
Come al solito, sono arrivata al libro più tardi di tutti e senza averne letto nemmeno una recensione, ma ora aver vissuto questo romanzo mi rende felice e appagata. Al di fuori di ogni retorica.
E dire che il risvolto di copertina non mi aveva solleticato molto. Mi sembrava che descrivesse una storia surreale senza capo né coda, e il genere fantastico non è tra i miei preferiti.
Ma ho voluto seguire ancora una volta l’istinto. Ho letto tutto d’un fiato e ne sono stata ampiamente ripagata fin dalle prime parole, che mi hanno catturata e portata in un’altra dimensione.
La storia, dopo una brevissima, oscura introduzione che sembra non spiegare un granché, ma che verrà compresa alla fine, ha inizio con la venuta di un personaggio chiamato Maestro in un paesino toscano non meglio identificato. L’uomo è davvero un maestro, di idee anarchiche, e viene dal sud a portare la conoscenza e a diffondere le proprie idee. Il periodo è quello post-risorgimentale, ancora ricco di fermenti ideologici, di ricerca della libertà, di abbasso il re tiranno.
Il maestro s’innamora di una giovane vedova e da questo grande amore nascono dei figli che rispecchiano la fede paterna nei nomi che vengono loro imposti: Libertà, Ideale, Mikhail e Cafiero.
Nello stesso periodo e nello stesso paese un commerciante di maiali di nome Ulisse prende moglie e dà vita alla propria discendenza: i suoi figli dovrebbero seguire la tradizione di famiglia e chiamarsi con nomi tratti dai poemi epici, l’Iliade o l’Odissea, ma per volere della madre saranno sempre chiamati con i nomi di Sole e Annina.
Le vicende delle due famiglie sono destinate a intrecciarsi in modo indissolubile e piuttosto originale. La saga familiare che ne deriva copre un lungo arco di tempo, dai primi moti risorgimentali, appunto, ai tempi attuali.
Non è un romanzo storico, ma la storia è molto presente. Ci sono le cinque giornate di Milano, ci sono le due guerre mondiali e nel mezzo l’era fascista con tutta la sua violenza. E ci sono i progressi, inarrestabili, della scienza.
La Storia fa solo da contesto al dipanarsi delle vicende, non soverchia mai i primi attori, ma senza ombra di dubbio è una coprotagonista assoluta.
Non parlerò della trama nei dettagli, perché a spiegarla si rischia la freddezza.
Questo romanzo bisogna leggerlo.
Leggendolo, si entra, come dicevo, in un’altra dimensione, dove il tempo c’è, ma è sospeso, i luoghi ci sono, ma non sono nominati e in fondo contano poco. E i personaggi sono decisamente divisibili in due categorie: idealisti e sognatori e romantici, o realistici, sanguigni e brutali.
Nel corso della narrazione i figli somiglieranno ai padri o alle madri in un modo che va oltre i geni, ereditandone anche i nomi. Così ogni volta si assiste al replicarsi di eventi già accaduti, adattati ai nuovi tempi e alla nuova Storia. E sempre li accompagnerà una grande emozione.
Tutti, infatti, saranno protagonisti di un grande amore, di un grande sogno o di un grande dolore. Dolore che viene definito perfetto, come se fosse impossibile soffrire oltre quella misura, come se fosse impossibile non soffrire in quel preciso momento. E difatti si parla di dolore acuto e perfetto, lunghissimo e perfetto, assoluto e perfetto, totale e perfetto… in un ritornello che ritorna, implacabile, mai a sproposito. Da qui, ovvio, il titolo del romanzo, che di certo non si riesce a scordare mentre si divorano le pagine.
L’intreccio delle storie delle due famiglie, incastonate in un tempo senza tempo è … vabbè, è perfetto. E avvincente. E ai protagonisti ci si affeziona e ci si dispiace quando vengono a mancare, tragedia dopo tragedia.
Ma ciò che più mi ha incantato è stata la lirica del linguaggio. Ogni parola ha un peso, ma al contempo tutte sono leggere, mai banali, ricercate ma di facile comprensione, si adattano all’epoca ma ne sono indipendenti, sembrano sospese in un limbo di poesia. E’ fantastico tuffarsi in esse, lasciarsi manipolare dalla loro dolcezza e stupirsi della loro esattezza. E’ riscoprire una ricchezza, quella della nostra lingua, a volte dimenticata.
Io sì, ci ho giocato con le parole, mi sono proprio fatta rapire e spesso ho dovuto richiudere la bocca che mi si schiudeva in un OH! di approvazione meravigliata. Non so come dire, ma la mia lettura è stata tutta così, un OH! qua e un OH! là di piacevole stupore.
Insomma, un libro… perfetto.
Da leggere e assaporare con quella stessa passione racchiusa nelle sue pagine.
(naturalmente questa è un'altra lettura per gli scaffali della Bottega)
28/10/2006
NON E' CHE UN LIBRO
Non è che un libro, un vecchio libro.
Ha ben 52 anni.
Se fosse un uomo avrebbe un’età ancora giovane e possibile.
Se fosse una donna avrebbe forse un’età da bilancio.
Poiché è un libro ha un’età da considerare, ma non notevole.
Non si parla ancora di antichità, per un libro. Non c’è, nel mezzo, tra la sua nascita e l’attualità, tanto tempo da evocare secoli fumosi e nebulose temporali.
Questo libro è solo vecchio e i suoi anni li dimostra tutti.
La copertina di cartone rosso è malandata e ho dovuto rappezzarla con del nastro adesivo. Niente sovraccoperta. Il titolo è impresso a lettere d’oro. Edmondo De Amicis, CUORE, Garzanti. Garzanti… Ma non pubblicavano enciclopedie alla Garzanti?…
Già, ma questo libro è nato prima delle enciclopedie.
Aprirlo e sfogliarlo è un’operazione di estrema delicatezza. Le pagine sono ingiallite, fragili come la pelle di un vecchio. Ti aspetti di vedere le venature in controluce. Invece no, ci vedi le parole stampate.
Subito dopo il titolo, i diritti d’autore dell’epoca… “Ogni esemplare di quest’opera che non rechi la firma del figlio dell’Autore deve ritenersi contraffatto”… e difatti, subito dopo, un timbro un po’ sbiadito riporta la chiara firma di Ugo De Amicis. Bastava poco, allora, eh?
Il carattere usato per la stampa sembra pure antico, non saprei classificarlo, così a naso. Chissà se il word del mio pc ne contiene qualcuno di simile. Il mio pc è vecchio per i canoni attuali, eppure mi dà l’impressione di un infante che non conosca l’abc, quando gli chiedo di riconoscere questo carattere. Ma tanto non importa. Perché questo modello di scrittura, che in qualche modo evoca la grafia di una mano con penna d’oca e inchiostro, è perfetto per questo libro.
Ricordo che quando da bambina leggevo il diario di Enrico, dovevo adattarmi con un certo sforzo a un linguaggio un po’ aulico e rispettoso, tipico del periodo, così lontano dalla parlata comune. Ecco, anche la stampa rispecchia questa eleganza formale e antica.
Accantono la copertina rossa e rotta, dunque.
Sfoglio le pagine così gialle e mi chiedo come abbia potuto un simile oggetto resistere agli anni, e dove si sia nascosto per tutto questo tempo, dato che io solo da poco ne sono entrata in possesso, e cosa abbia visto quando non era con me. Quali esperienze, quali mani, quali ricordi…
Mi torna alla memoria la visita compiuta alla casa del Leopardi, a Recanati, la biblioteca del conte Monaldo… patrimonio incalcolabile di sapere, libri che hanno attraversato i secoli e sono ancora lì, testimoni che l’intelletto umano non è una leggenda metropolitana, nonostante le cronache moderne cerchino di farcelo credere. Davanti a quella polvere secolare io ho realmente tremato. Avrei voluto aprire uno qualunque di quei libri, scritti a mano con certosina pazienza, per sentire la presenza di chi lo aveva dettato, di chi lo aveva scritto e di coloro che lo avevano letto. So che lo avrei sentito. E un po’ di storia sarebbe entrata in me.
Un libretto di appena 52 anni non può reggere al confronto. Non può vestire l’autorità del tempo, mezzo secolo di vita è uno scherzo rispetto a certi tomi antichi quasi come l’uomo (chi ha insegnato a scrivere, all’uomo…?)
Però…
Però questo libro ha qualcosa che me lo rende caro, che mi chiude la gola in un groppo di emozione. E non è la polvere, così poco affascinante perché non millenaria, nemmeno centenaria, e neppure il contenuto del libro stesso, che pure nella mia infanzia di lettrice-bambina mi ha commosso la giusta parte.
Il segreto del fascino di questo libro, vecchio ma non antico, che altri avrebbero già buttato via, sta in una calligrafia che in prima pagina, con una penna blu, ha riportato una dedica.
“Ad Anna Maria, in ricordo delle ore liete e tristi e con l’augurio di ritornare presto dai suoi aff.mi…” (seguono tre nomi, un luogo, e la data:31/10/56).
Anna Maria era mia madre, che in quel lontano 1956, a soli 17 anni, aveva fatto da tata a dei bambini che alla fine, evidentemente, non si erano rassegnati a rinunciare alle sue coccole. Le regalarono il libro, già un classico, perché non si dimenticasse di loro.
Anna Maria aveva la quinta elementare, e leggere era sempre stata la sua passione. Io la vedo sfogliare quelle pagine fino a impararle a memoria. Posso sentire il suo tocco su quei fogli gialli, il suo rispetto e il rimpianto per non aver potuto studiare di più. Forse, se è vero che noi due ci somigliavamo, c’è anche il sapore di una lacrima qua e là. Sì. Sono sicura che c’è.
Tutto questo basta per fare di un vecchio libro appena cinquantenne il più prezioso dei libri.
Non c’è la Storia in questo libro.
C’è solo una parte della Mia storia.
26/10/2006
COMPLEANNO
25/10/2006
FORTITUDO MENTIS IN CORPORE
20/10/2006
IL VICINO DI CASA IDEALE
Il vicino di casa ideale è quello che, per non invadere la tua privacy, si sforza di fare finta che tu non esista.
Così fa il possibile per non chiederti nulla. Proprio come se tu fossi trasparente o assente. Non ti vuole disturbare.
Non ti chiede, e non si chiede, se ti può disturbare il suo mettersi a fare lavori rumorosi.
Vale a dire che per recarti zero fastidio, non viene certo a bussare alla tua porta solo per dirti, che so: “Ehi, domani mi metto a demolire il bagno, ti servono due tappi per le orecchie?”
Macché, il vicino di casa ideale non ti secca con queste semplici quisquilie, questi suoi piccoli problemi. Lui agisce, e basta.
Non lo vuole neppure sapere, guarda com’è riservato, se, mentre lui usa il demolitore sulle piastrelle del bagno (il quale per pura combinazione confina, mediante un muro di carta velina, con la tua camera da letto) tu sei in casa, o stai dormendo dopo il turno di notte, o hai un mal di testa feroce. Queste cose appartengono alla tua sfera privata. Lui, da bravo vicino, come già detto, rispetta la tua privacy e non se ne interessa.
Il demolitore lo usa a prescindere.
Non è mica colpa sua se demolitori insonorizzati non se ne trovano in giro.
E se il suo bagno confina con il luogo del tuo riposo, è colpa del costruttore. Cosa c’entra lui?
Lui, il vicino di casa ideale, in fin dei conti, è uno da ammirare: è un fai da te. Cioè fa tutto da solo, sotto le finestre (tue e sue) e con le sue mani.
Taglia la legna (con motosega o sega circolare).
Falcia il prato (con rasaerba a motore a scoppio).
Demolisce il bagno (vedi sopra).
Costruisce una stanza nuova.
Con le sue mani, appunto.
E con una serie di attrezzi assai strepitanti, che oltre ad avere questa peculiarità in comune, sono caratterizzati anche da un’altra qualità. Appartengono tutti al vicinato.
Difatti, per valorizzare la generosità di ognuno e per mantenere i buoni rapporti con tutti, il vicino di casa ideale chiede in una sorta di prestito permanente ogni genere di utensile, ora a Tizio, ora a Caio, ora a te. Sì, anche a te. Per non offenderti, visto che già, devi riconoscerlo, ha evitato di invadere la tua privacy. Una specie di compensazione. E, in caso, ti libera perfino dello stesso utensile che ti ha chiesto in prestito: chissà, forse non ti serve, o forse sì, ma non importa, e lo tiene per sé.
Il vicino di casa ideale e la sua signora vicina ideale, amano molto i bambini. I loro. Lei li chiama a gran voce, perchè forse sono un po' sordi.
Lui gioca a pallone con loro e insieme mirano alle vetrate altrui. Perché un padre dev’essere un modello da imitare per i suoi figli, e quindi cosa c’è di meglio di un padre goleador? E pazienza se non ha ancora capito che i mondiali di calcio si giocano negli stadi e non sulle strade e i palloni devono andare in una rete e non sulle finestre… Non si può pretendere proprio tutto.
Cosa vuoi, eroi si nasce e si resta in perpetuo.
Il vicino di casa ideale, poi, sa che tu ami la musica. Perciò ti allieta le orecchie con assurdi gorgheggi e il volume della sua radio arriva a decibel che fanno arrossire una discoteca. Così tu puoi evitare di accendere lo stereo, di scegliere il CD che più ti aggrada, e magari di canticchiare a mezza voce ciò che piace a te. Vedi? E’ tutta fatica risparmiata.
Il vicino di casa ideale è un tipo assai generoso.
Tanto che, sempre per allietare i restanti tuoi sensi finora risparmiati, si mette a fare barbecue sotto le tue finestre e invade le tue stanze di fumo e fantasmi di salsiccia. Come a dire: accontentati dell’aroma, tanto non t’invito a pranzo, ma solo per preservare il tuo colesterolo, poverino, che è già mal messo. Annusa, annusa e basta, ché ci guadagni in salute, grazie a me.
Un po’ meno ci guadagna la biancheria stesa fuori, e quella in uso dentro casa. Vai a dormire che la salsiccia sei tu, per quanto sai di fumo.
Ma cosa importa, di fronte a tanta cortesia?
Il vicino di casa ideale inoltre sa anche accontentare le voglie da voyeur che, giuri e spergiuri, non sapevi di avere. Perciò gira in mutande nel giardino e nella stradetta comune, non nasconde le sue grazie né quelle abbondanti della sua signora, anche lei in babydoll leopardato o body color carne anemica. Entrambi generosi di forme e misure, è come avere vicini di casa moltiplicati per 4. Per la gioia dei tuoi occhi. E gli incubi delle tue notti.
E di certo il vicino di casa ideale è quello che si assicura che in casa tua tutto funzioni per il meglio. Perciò sbircia in continuazione dentro le tue finestre aperte e ascolta quello che hai da dire a terzi. Non si sa mai, dovesse testimoniare ad un giudice, vuole essere preciso.
Per il tuo bene.
Sempre per il tuo bene.
Insomma, il vicino di casa ideale è una persona piena d’iniziativa e di talenti e di buona volontà.
Tu ce l’hai, un vicino così.
Dovresti imparare da lui a voler bene al prossimo.
19/10/2006
IO NON SO PARLAR D’AMORE, PERO’...
Certe volte si ha voglia di parlare d’amore. Si avverte dentro il bisogno impellente di parole che afferrino lo stomaco, lo annodino, lo strizzino come uno straccio e lo rivoltino verso la gola in un rigurgito estremo di sentimento.
Certe volte è un piccolo avvenimento a suscitare questo desiderio.
Io non so parlar d’amore, cantava Celentano qualche anno fa, e l’emozione non ha voce.
Nemmeno io, direi.
Però io l’amore lo riconosco e me ne nutro. Non so stare senza. A volte nella fretta generale di vivere sembra andato perso, ma poi eccolo, riaffiora. E riaffiora il bisogno di afferrarlo e di parlarne, se si è in grado. O di scriverne. O di leggerne.
Capita che un amico mi chieda di dare un’occhiata al suo racconto scritto per un concorso. Il tema è il primo amore.
Mi tuffo nelle parole, scritte a mano, dapprima col fare della professoressa che a colpi di lapis rosso e blu infligge voti severissimi. La sintassi, la forma, l’ortografia. Errori ed orrori. Comprensibili e perdonabili, quasi commoventi, perché per l’amico è la prima esperienza. In tutti i sensi. Poi rileggo il tutto, una volta, e un’altra, e un’altra…
La storia prende forma. Dalle parole più semplici che dapprima ho corretto, cancellato, sostituito, poi ripescate perché autentiche e genuine, troppo personali per doverle soppesare, traspare l’amore. Quello grande, innocente come di solito è il primo, eppure così adulto e consapevole. Così umano.
Ecco, la scintilla riattizza il fuoco mai spento.
Mi emoziono, riconosco l’odore dell’amore, lo fiuto come un segugio, l’assaggio, mi disseto.
L’amore come sogno, poesia, batticuore.
Ecco che viene anche a me, che già lo vivo, la voglia, il bisogno, di parlare d’amore.
Ma io sono in grado di parlare d’amore?… E’ sufficiente conoscerlo per parlarne?
Non sono poeta, non sono cantastorie, non sono narratore.
Poi una persona mi dice: non sono mai stato innamorato… credo.
E allora le parole cerco di trovarle dentro me, per donarle a lui.
Per prima cosa dico che non è possibile non aver mai amato. Forse semplicemente l’amore non è stato riconosciuto. Perchè l’amore ha mille volti, si manifesta nei modo più strani a seconda dei momenti, ma uno o l’altro, prima o poi, bussa alla porta di ogni cuore.
Il primo amore raccontato dal mio amico può essere vissuto nella realtà, condiviso, o solo immaginato, unilaterale e comunque molto sentito. E’ quello tipico del bambino o dell’adolescente, o anche dell’adulto che per la prima volta sente un battito anomalo nella cassa toracica. Non è mai tardi perché si presenti.
E’ il colore del mondo che diventa di sole.
E’il volto dell’amato/a stampato in ogni dove, un sorriso incancellabile, la felicità assoluta di vivere e quel nodo, sempre lo stesso, nelle viscere.
E’ l’acquisizione dell’onnipotenza: io posso tutto perché c’è lui/lei.
E’ la follia lieve che fa compiere gesti insoliti, illogici, meravigliosamente stupidi.
C’è da stupirsi che si riesca a sopravvivere, dato che l’aria, satura dell’innamorato/a sembra sufficiente a sopravvivere. Cibo e acqua non servono, il corpo li rifiuta. Non sono necessari per aggiungere un giorno al giorno quando c’è l’amore.
A volte può sembrare che arrivi perfino doppio, l’amore.
Una scelta gemella è possibile, quando sintomi uguali provengono da direzioni diverse?
No, la confusione dura poco.
L’amore è fratello di altri sentimenti simili, ma lui è uno solo e presto lo si riconosce a occhi bendati. Come? Con il cuore.
Questo è l’amore da canzonetta, da poesia, d’accordo. Ma chi lo dice che non esiste? Vive, invece, e questa è solo una delle sue tante facce. La conosciamo tutti. Perché l’amore è il motore che salva la specie, è intrinseco al genoma. Senza la scintilla che fa rimbambire azzerando le facoltà mentali, questo nostro mondo non sarebbe così popolato. Bè, questo è l’aspetto scientifico, razionale, già trattato, per esempio, in certi libri… ma tu vallo a spiegare a due innamorati come stanno le cose razionalmente. Loro si vogliono, si toccano, si consumano e stop.
Cosa gliene può fregare della ragione quando la ragione non c’è?
L’amore ha anche un’altra faccia. Quella della consuetudine, della condivisone, dell’appartenenza. Il groviglio viscerale in questo caso può esistere oppure no, ma non è fondamentale per riconoscere l’amore.
Come anche, se si ritorna ad apprezzare e utilizzare l’aspetto fisiologico della sopravvivenza, e cioè mangiare, bere e dormire, non è perché non ci sia amore.
E’un amore grande e diverso dal primo, accecante istante. Esiste, e lo si capisce osservando il/la compagno/a che per caso o per scelta o per fato inevitabile, è stato il prescelto.
Guardare e ascoltare, e capire.
Notare le trasformazioni di un corpo che invecchia, e accettarle.
Pensare con sgomento, terrore, al momento in cui le strade dovranno per forza, secondo natura, dividersi per sempre e avvertire il senso di rifiuto, l’inaccettabilità e l’ingiustizia dell’evento.
Considerare senza sorpresa quanto è stata lunga la distanza percorsa insieme, e pensare di essere appena all’inizio.
Esserci, semplicemente, nel momento di ogni bisogno dell’altro, con un sorriso, una parola, un gesto, un abbraccio, che si scoprono naturali come l’atto del respiro.
Avere ancora e sempre la voglia di giocare insieme, alla faccia degli anni che dormono sulla schiena.
Non riuscire a fare a meno di toccarsi, di cercarsi, di sentirsi.
Se queste cose ci sono, perché non chiamarle col loro nome? E’amore, amore tranquillo, amore maturo, amore futuro.
E se per caso si arriva in un’età in cui non si crede sia più possibile che accada, un’età in cui ci si volta indietro con un po’ di timore, e d’improvviso si avverte qualcosa di strano, per la prima volta, tanto che non si sa di che si tratta….
Hai voglia a raccontarti che quel battito anomalo è dovuto a una cardiopatia, e che forse soffri di gastrite, e perciò hai lo stomaco contratto, e le gambe non ti reggono più come una volta perché non fai movimento e sembrano di gelatina, e che forse la demenza ti sta cogliendo un po’ precocemente perché ti ritrovi distratto, assente, smemorato confuso e galleggi in una nuvola…
Tutte balle, quelle che ti racconti.
Sei solo innamorato.
L’altra faccia dell’amore, quello possibile, sempre.
Insomma,diciamocelo, questo amore da bigliettino di Bacio Perugina si trova, e non solo nei cioccolatini.
Io, lo dicevo, non so parlare d’amore.
Ci ho provato, ma sento di non esserne stata capace fino in fondo. E’uno status così immenso che le parole giuste non le so trovare.
E allora non resta che ascoltare chi è capace di parlarne, e leggere chi è capace di scriverne.
Io per parte mia mi avvolgerò in quello che mi viene sparso intorno.
Che non è poco.
09/10/2006
PINCO E PALLINA A RICCIONE
A Riccione c’erano pure il signor Pinco e la signora Pallina. Erano lì quasi in luna di miele, per festeggiare l’anniversario di matrimonio. Perbacco, un’unione quasi ventennale merita di essere solennizzata.
Per la verità, il signor Pinco non era entusiasta. Non dell’anniversario, intendiamoci. Quello c’è, esiste, ritorna puntuale, e se non ci fosse dovrebbe inventarselo, perché al mondo non ci sono molte signore Pallina disposte a tenersi un Pinco come lui, per giunta gratis. No, non è la ricorrenza a infastidire, quanto il fatto di andare in una località di mare, prima di tutto. Qualsiasi cosa odori di mare, per il signor Pinco è sinonimo di creatura infernale. La salsedine è nemica, lo iodio avvelena. Quel tratto dell’Adriatico, poi, è realmente pericoloso, inquinato, nero come la pece, da tenere lontano. La signora Pallina ha provato ad obiettare che in fondo a lui cosa gliene cala, se nel mare non ci bagna un’unghia nemmeno se si potesse vedere il fondale cristallino a 50 metri, come ai Caraibi? E poi la stagione non è da bagno, forse neppure da sole. Dai, signor Pinco, non siamo mai stati a Riccione.
Sì, ma Riccione è un posto troppo da vip, e chissà quanta gente c’è, e Pinco odia la mondanità, la superficialità e soprattutto l’affollamento. Lui è l’uomo da vetta solitaria, da nevicata a bassa quota, da silenzio nei boschi. E dire che in compagnia è così gioviale e simpatico, e nemmeno se ne accorge… Dai signor Pinco, siamo fuori stagione, non ci sarà affollamento e nemmeno i vip si faranno vedere. Fai contenta la tua signora senza brontolare, per una volta.
Il signor Pinco finisce per cedere, come fa quasi sempre. E’ il segreto di un matrimonio duraturo. Darla sempre vinta alla moglie. Magari dopo una battaglia sanguinosa, tanto per non mostrarsi proprio tanto arrendevoli.
Niente spargimenti di sangue stavolta. L’anniversario merita una tregua. Si parte per Riccione.
Perché Riccione?
Perché la signora Pallina deve incontrare un gruppo di persone con cui sta lavorando a un’idea. Perché dunque non unire l’utile al dilettevole? A che servono se no i mariti, specie dopo tanti anni di uso e consumo?
Un bacio e una coccola e si parte. Il signor Pinco lungo la via è un po’ musone, ma il viaggio è piacevole. Ci si diverte anche con poco, basta guardare i fuoristrada, i monovolume, i SUV che sorpassano la tranquilla gippippa dei due, e commentare: “Tanto questo paga…questo pure, questo forse no”, riferendosi alla recente tassa imposta da una finanziaria mai così poco ragionevole. Governo che passa, salasso che trovi.
L’arrivo è liscio come l’olio. Una piantina della città nelle mani della signora Pallina, che solo in ultima ha capito che deve metterla rovesciata per orientarsi, guida con precisione i nostri eroi. Ogni tanto s’imbattono in una rotatoria non segnalata, la crisi aleggia nell’aria, il signor Pinco s’innervosisce un po’, ma poi, comprensivo, pensa a come sono facili le rotatorie a spuntare come funghi (anche a casa è stato così) e pazienza. Se questa non è segnata su una piantina così precisa, vuol dire che è nata stanotte, no?
E finalmente l’albergo, qualche presentazione con persone simpatiche e via, subito a fare una passeggiata sulla spiaggia. Tutti insieme. Ma Pinco e Pallina un po’ più insieme. Mano nella mano. C’è vento. Il mare, realmente nero come petrolio, è agitato. Ma fa caldo e c’è anche chi non ha paura della peste e fa il bagno. Si cammina sulla riva, giocando con le onde che vogliono lambire i piedi ma vengono evitate a tutti i costi… si ammirano scritte e disegni sulla sabbia, riflettendo su quanto sia effimera una simile creatività, oggetto per pochi fortunati.
La signora Pallina è felice.
C’è il mare, il vento, l’amore e l’amicizia. Tutto lì per lei. Si può chiedere di più dalla vita?
La passeggiata è lunga, c’è gente da guardare, vetrine da sbirciare, una libreria da visitare…
Poi in albergo altri arrivi, sorrisi, incontri, abbracci. Pallina dà un volto a ogni nome conosciuto finora solo come tale. Le sorprese non mancano e sono gradevoli. Il signor Pinco è un po’ in imbarazzo, tra tutti quegli sconosciuti, ma gli passerà. Perché sono persone simpatiche e finisce per essere contagiato dall’allegria. E dopo chiederà a Pallina chi è questo e chi è quello. Ora vuole partecipare anche lui in piccola parte alla piacevole compagnia. Si fa per dire. Appena si parla di lavoro, il signor Pinco crolla. Del resto non è un addetto ai lavori. Ma resiste e non si addormenta dopo cena. Grande!
Cosa non si fa per amore.
Per amore si resta anche tutto il giorno da soli. Mentre la moglie partecipa alla riunione di lavoro, il giorno dopo, il signor Pinco va a spasso. In solitaria. Gira e rigira per le vie di Riccione. Guarda le vetrine e le ragazze, che chissà perché qui hanno tutte la minigonna. Trova viale Ceccarini, per il dispetto della signora Pallina che invece andrà via senza vederlo. Poi dorme, tutto un pomeriggio in letargo, mentre fuori piove e fa freddo. E la signora Pallina, ignara, partecipa alla riunione come meglio sa fare. Un pensiero al marito (si annoierà, tutto solo?), uno al nuovo fantastico mondo che si apre davanti a lei. No, il signor Pinco non si è annoiato. Ha ronfato beato, come non fa mai a casa sua, preso da mille impegni.
E l’anniversario da festeggiare?
Tranquilli, è domani.
E l’indomani arriva, ed è già partenza. Come si fa a dire a tutti che per Pinco e Pallina è una festa grande? Non si riesce, è proprio ora di partire. Saluti e abbracci ad una compagnia così affascinante che perfino il signor Pinco è stato contento di conoscere. Un po’ di rimpianto, la giornata è di nuovo bella e calda. Non c’è tempo per salutare il mare color petrolio. Si risale in macchina, si dà un passaggio agli amici, si chiacchiera ancora amabilmente. Ma la signora Pallina vuole ringraziare il signor Pinco per i bei giorni che le ha regalato per l’anniversario. All’autogrill acquista i Baci Perugina, ad un costo esagerato e glieli consegna, con un bacio (vero) e un sorriso.
Grazie amore.
Costano cari, i cioccolatini, ma sono buoni e dolci come te.
Mille di questi giorni.