24/08/2006
CENTENARI O GIU' DI LI'
Credevo di averle viste tutte. Davvero.
Credevo che certe cose fossero troppo incredibili e che nella quotidianità non accadessero.
Non avevo fatto i conti con la mia professione.
Non avevo considerato quanto la materia prima umana fosse un terreno fertile per la tecnologia, la medicina, e le scienze cosiddette esatte. E sì che da vent’anni ci sono in mezzo, non dovrei sorprendermene.
Da un po’ di tempo ho a che fare con una fetta di popolazione impressionante per caratteristiche e vitalità. Gli anziani. Ma non “solo” anziani. I cosiddetti grandi vecchi.
In corsia ci arriva lo specchio della società, e in questo periodo la maggiore rappresentatività ce l’hanno gli anziani. I vecchi.
Che a volte sono vecchi solo per anagrafe. Perché un calendario impietoso e arcaico pone la loro venuta al mondo in un’altra epoca, lontana, così lontana, che sembrerebbe di poterla raggiungere solo con la macchina del tempo. Eppure questi alieni venuti dal passato non hanno avuto bisogno di macchine strane. E’ stata la loro forza, la grinta, la voglia di vivere e la lucidità mentale a farli giungere pressoché integri fino a noi.
Vabbè, certo, se sono in ospedale qualche problemino ce lo hanno pure. Ma in questo terzo millennio in cui si cambia l’automobile ogni tre anni, perché “vecchia” e fuori moda. In questo millennio in cui il computer è da sostituire ogni sei mesi, perchè sorpassato da nuove, velocissime tecnologie che non concedono agli oggetti (il computer è un oggetto, ci credereste?) di invecchiare… In questo terzo millennio, dicevo, ci sorprendiamo a guardare con meraviglia l’unica cosa che non possiamo sostituire in nome dell’età avanzata: i nonni. Anzi, i bisnonni, che a volte sono dei bis-bis e poi ancora bis. Perché non stiamo parlando dei nonni sprint che a 60 anni o anche 70, perfino 80 anni vivono una vita da cinquantenni, si sposano, fanno figli, fanno sport e viaggi intorno al mondo. Già ci sorprendono così, figuriamoci. Ma qui stiamo parlando dei centenari o giù di lì. Che fino a qualche anno fa erano delle rarità. Oggi sono la (quasi) normalità.
Eppure a me ancora fanno un certo effetto. Anche perché li vedo sotto una certa luce: quella della malattia.
La malattia è stata inventata da Adamo ed Eva quando hanno deciso che l’Eden non faceva per loro: troppo noioso. Facciamoci cacciare, hanno pensato, così vediamo qualcosa di diverso e stimolante. Certo, in questo modo hanno conosciuto la vita. Con il suo carico di gioie, emozioni, tristezze e, appunto, malattie. La malattia, e la sua cugina morte, esistono in quanto metodi di selezione naturale. E ci ricordano che l’esistenza al di fuori dell’Eden non è eterna né invulnerabile. A qualche ora incespica, cade, e se alle volte si rialza, altre volte rimane a terra. O forse è meglio dire sottoterra. E’ la procedura standard dell’essere vivente: nasce, cresce, vive per un po’, magari se la gode, poi muore. E’ terribile, crudele, per certi aspetti, inaccettabile per tanti altri, ma assolutamente inevitabile. Naturale. E’ così.
Tutto per colpa di Adamo ed Eva. Che comunque benediciamo perché è grazie a loro che siamo qui, grazie alla loro intraprendenza e al buon fiuto. I due ingenui, ma mica poi tanto, sono stati dei veri geni a trovare qualcosa che evidentemente in paradiso non si potevano concedere. Ragazzi, hanno scoperto il sesso, mica poco!! E poiché era una novità, e piacevole pure, guarda un po’, hanno finito per popolare un intero mondo.
E questo mondo di cose ne ha viste tante. Sempre per merito, o demerito, di quei nostri progenitori così impiccioni. Bravi figlioli, però.
Una volta si viveva a lungo. Personaggi come Noè e Matusalemme e tanti altri loro contemporanei (Abramo, Isacco e via di seguito) potevano contare i secoli sulla dita di una mano, come oggi i bambini nel giorno del compleanno contano i propri pochissimi, meravigliosi anni su manine sporche di cioccolata. Si parla di 900 anni di vita gloriosa, suppergiù, per i cari nonnetti di allora…
Poi si è cominciato a vivere meno. L’età media nel medio evo era di 30 anni, 40 appena più tardi e fino all’Ottocento. Selezione naturale. Sopravvivevano i più forti, che assicuravano il proseguimento della specie.
Nel nostro tempo, contrordine, si vive di più. Si prolunga la permanenza transitoria in questa valle di lacrime. E la valigia pronta per l’ultimo viaggio rimane pronta ma lì, in un angolo, dimenticata. Si sa mai, potesse servire prima a qualcun altro…
Se poi si vive meglio, è discutibile, e non è di questo che voglio parlare. Ciò che è innegabile, statistiche alla mano, è che si vive più a lungo. E non di poco. Siamo in grado di rimandare la dipartita fino a data da destinarsi. Vogliamo, in sostanza, tornare all’era di Noè e Matusalemme.
Le implicazioni etiche e morali di quanto sto per raccontare farebbero discutere i saggi e i sapienti, competenti e non, fino al giudizio universale. Il buon Dio li sorprenderebbe ancora tutti intenti a discutere, e le trombe del giudizio suonerebbero fino a sfiatarsi, che tanto non se ne accorgerebbero nemmeno. Perché l’argomento è appassionante.
Ma andate a raccontarlo a “loro”. Alle persone che sono passate da un reparto di ospedale in cui hanno fatto loro un tagliando, rimesso cioè a nuovo, per quanto possibile, un motore molto usato (per la carrozzeria, spiacenti, non siamo ancora attrezzati…), e dato un’opportunità in più di vita. Vivere un mese, un anno o solo un giorno in più, a quell’età, direi che ha un peso inimmaginabile. Se vogliamo raggiungere Matusalemme, siamo sulla buona strada.
Maria ha 95 anni. E’ di gradevole aspetto, dimostra 30 primavere di meno. Si trucca gli occhi con l’ombretto e il rimmel, si pettina accuratamente i capelli, di un grigio raffinato, in un complicato chignon. Ci sente poco, ma parla molto, con un accento terribilmente chic. Quasi come Susanna Agnelli, per capirsi. Solo che la signora Agnelli è famosa per i suoi interventi lapidari. Maria no, una forma compensatoria di quanto non ode la spinge a manifestare la propria ansia parlando a raffica. A Maria viene proposto di mettere un pace-maker. Lei si meraviglia, credeva di essere lì solo per un controllo, perché non si sentiva molto bene, cos’ è questa novità? Deve proprio? Ma è pericoloso? Fa male? E’ necessario? Ci pensa. Poi accetta. A 95 anni si può fare anche a meno di quei disturbetti fastidiosi. Se mettere il pacemaker le può garantire di sentirsi meglio, vabbè, mettiamolo pure. Basta che non faccia male.
Lucia di anni ne ha 98. Vive da sola, nell’appartamento accanto a quella di sua sorella di 94 anni. Autonoma, lucida, deliziosa. Un metro e trenta di simpatia. Con malizia racconta che aveva 15 anni quando si è messa col suo futuro marito. Lui è morto 25 anni fa, improvvisamente, e anche lei aveva creduto di morire per il dolore. Invece è sopravvissuta, con uno spirito folletto che è meraviglioso a questa età. Età di cui è consapevole e che accetta serenamente. Senza per questo perdere la voglia di vivere ancora. Mi chiama morettina, mi carezza il viso e dice che le ricordo la sua figlioletta cara, ormai ultrasettantenne… ma no, certo che io sono più giovane, avrò sì e no 25 anni… A Maria difetta un po’ la vista… e difatti doveva essere operata ad un occhio, ma l’oculista, previdente, ha chiesto un consulto cardiologico. Ed ecco, si scopre che anche Lucia ha bisogno di un pacemaker. Non c’è niente da fare, il motore ad un certo punto perde forza, ha bisogno di additivi. Il tempo passa mica per niente. Dopo una settimana dalla sentenza Lucia si ricovera e scopre che nel frattempo ha avuto anche un infarto. L’emozione? La paura? Lei che non era convinta di fare tutte queste cose strane… La prima cosa che chiede entrando in reparto è se ne vale la pena… Come Maria. Perché queste donne, così forti, sono anche così sagge. E sanno che ci sarebbero dei limiti da tenere presente. Ma di fronte alle rassicurazioni (sì, ne vale sempre la pena), si lasciano convincere.
Perché la testa funziona meglio del cuore, in questi casi.
Perché vogliono vivere, e vivere bene.
Perché è difficile accettare di morire quando si ha la ragione ancora integra.
Certo, ci voleva pure l’infarto… ha lasciato un segno sul motore, la ripresa diventa difficile e anche il secondo pilota, cioè il pace-maker, ha il suo da fare. Ma diciamocelo, i motori di una volta erano di una certa tempra. Altro che le diavolerie elettroniche di oggi! Quelli sì, in qualche modo li rimetti in piedi. Su questi moderni, stressati da una vita troppo frenetica, c’è da dubitare.
Poi è arrivata Angela. Classe 1900.
Sì.
Angela ha 106 anni. Vive da sola con una badante, è lucida e determinata. Una donna delle montagne, forte come la roccia. Manco a dirlo, anche il suo motore perde colpi. E certo, direte voi, niente dura in eterno. Manco a dirlo, il miracoloso pacemaker viene proposto anche a lei. Che lo rifiuta. Decisamente. Che sono queste diavolerie? Lasciatemi alla mia età. Ma il nipote è un medico, le spiega le cose e la conduce alla ragione (alla ragione?!…) E il piccolo personal computer viene applicato, lì, sotto una pelle fragilissima, le sue propaggini seguono un percorso venoso antico e delicato e arrivano a fare tutt’uno con un cuore centenario. Quante, quante cose, storie, emozioni, sentimenti, contiene un cuore centenario? Infinite. Da oggi anche un corpo estraneo. Che lo aiuterà, forse, a raggiungere nuovi traguardi.
L’era di Matusalemme, signori, è appena dietro l’angolo.