31/08/2006

IL RITORNO DEL SOLDATO

Ore 23.00 Il soldato fa rientro alla base.

La casa mi accoglie dormendo. Tutte le presenze vive che vi dimorano sono immerse nel misericordioso oblio. Tobia veglia con un occhio e dorme con l’altro. Un gatto non lo si coglie mai di sorpresa. Lui ti aspetta sempre.

Apro il rubinetto della doccia e lascio correre l’acqua. Entro nel box e resto così, a occhi chiusi, a lavare lo sporco della mia battaglia. Polvere e sudore, nerofumo e dolore.

Io sono un soldato. Sono una donna e combatto come un uomo, tutti i giorni, la mia guerra.

Non vado in Libano, non sono in Iraq, o in Afghanistan, né in Somalia o in capo al mondo. La mia guerra si svolge in un Paese non belligerante da almeno 60 anni. La mia guerra si chiama Vita.

 

L’acqua calda ha la temperatura ideale. Sono nuda, indifesa, potrei scottarmi o agghiacciarmi, alla conclusione di una giornata interminabile. Invece mi riscaldo al punto giusto.

L’intensità del getto è straordinaria. Né più né meno che una carezza. Ho proprio bisogno di una carezza, ora. Vorrei dormire, sotto questa doccia.

 

La stanchezza è mortale.

Un soldato in guerra spreca molte energie.

Un soldato deve combattere scaramucce, evitare agguati.

Un soldato deve saper ingaggiare un corpo a corpo.

Un soldato deve mantenere alta la concentrazione e obbedire agli ordini, non deve uscire dalle regole d’ingaggio.

E’ quello che faccio, tutti i giorni.

 

Continuo a non aprire gli occhi. Sto troppo bene. Ogni singola fibra muscolare e nervosa del mio corpo si rilassa, si abbandona, si scioglie. Non getta la spugna, eh no!, perché la spugna serve per distribuire la schiuma e aumentare la percezione di morbidezza.

Oh! La schiuma è un cappotto di sogno. Mi lascio avvolgere. La osservo, poi, mentre mi abbandona dopo aver attraversato tutto di me. Si porta via lo sporco, il nerofumo, il sudore. Il sangue. Le particelle negative.

Dal viso, talvolta, ruba le lacrime, le confonde col getto dell’acqua proveniente dal soffione. Mica si accorge che quelle sono salate, per lei fa lo stesso. La schiuma conforta e addolcisce. E porta via con sé ogni cosa. Scende lungo il collo, la schiena, il petto… segue le curve e gli avvallamenti, senza distinguerne difetti e cedimenti. Terribilmente sensuale accarezza ovunque, solletica le zone più sensibili, provoca l’irresistibile incresparsi della pelle. E non certo per il freddo… Infine alleggerisce il fardello al povero soldato, che si ritrova di colpo più leggero.

 

Siamo in trincea. Tutti i giorni.

Da soldato devo combattere contro l’ignoranza, la maleducazione e l’arroganza. Con il sorriso sulle labbra e la buona parola.

Da soldato devo imporre il rispetto di me come persona. Non è così scontato che gli altri ti vedano come persona uguale a loro.

Da soldato devo lottare contro pregiudizi, far capire che a volte posso apparire in mimetica, o in divisa, o in borghese. Ma sono sempre io e sotto qualsiasi abito, sotto qualsiasi comportamento, io resto quella che sono: vulnerabile come una chiocciola senza il suo guscio.

Da soldato devo combattere contro superiori grigi, stanchi e fossilizzati in ruoli che non esistono più.

Da soldato devo combattere col tempo che corre come un podista aggrappato all’I-pod: la musica gli ritma il passo, lo accelera e nemmeno se ne accorge. Pensa solo a correre, correre, correre.

Da soldato devo combattere contro i segnali del corpo, i mille malesseri di quest’armatura di ossa, carne, sangue e nervi, indossata solo per proteggere un io pulsante di pensieri (troppi) ed emozioni (tante). Non occorre che sappia cosa siano, questi malesseri: sono il nemico e l’ordine è di farli fuori. Tutt’al più ignorarli può rivelarsi una buona tattica. L’importante è non approfondire.  

 

E’ faticoso.

Ma è adrenalina pura.

E’ ciò che ti fa sentire vivo.

 

Magico, il tocco dell’acqua è magico. Un massaggio caldo, vivificante. Confermo, signore: potrei dormirci, qui sotto.

Le tensioni si sciolgono, un sorriso sornione si fa strada tra la schiuma residua. E ancora non apro gli occhi. Compio questo rituale ad occhi chiusi per gustarlo meglio. Questo momento è mio.

 

La casa non si sveglia, e ha ragione. E’ l’ora dell’abbandono, della resa delle armi, della tregua. Non basta il getto di una doccia a svegliarla, la casa con le sue presenze. E del resto, il getto è così discreto… mentre scivola sulla pelle non fa rumore. E nemmeno mentre si lascia inghiottire dallo scarico.

Cerco d’immaginarne il percorso, al di là della grata di scarico, oltre il risucchio. Dove andranno a finire le mie particelle negative?… Seguiranno il percorso dei fiumi fino al mare. E il mare è così grande e buono che assorbe tutto. Anche la schiuma che per lui è un veleno. Il mare ha visto la guerra vera, quella della sopravvivenza, che appartiene a migliaia di disperati in fuga. Le mie piccole catastrofi non lo impressionano.

Mi decido e chiudo il rubinetto.

Per qualche istante ancora centinaia di goccioline proseguono imperturbabili, direi maliziose, il cammino tra promontori e valli sul mio corpo. Mi piacerebbe essere una di queste goccioline. Mi piacerebbe percorrere scivolando, lentamente, la mia pelle, centimetro dopo centimetro. Studiarla, assaggiarla, raccogliere le ultime briciole di scorie. Sfiorarmi con leggerezza ovunque, regalarmi sollievo mentre rubo la fatica, il sudore, il sangue.

Esco, cerco l’asciugamano. Tobia, ora sveglio, si precipita a bere l’acqua tiepida e insaponata prima che sparisca nel gorgo dello scarico. Fa sempre così. E’ come se volesse dissetarsi con una parte di me. Una condivisione. Affetto.

 

Indugio nel silenzio, che mi avvolge come prima l’acqua, e poi la schiuma, e l’asciugamano. Indugio nel mio bisogno di  avvolgere sempre la corazza in qualcosa. Un bisogno che mi obbliga a posare le armi e poggiare il capo senza condizioni.

Mi si stampano in mente le parole di un amico: Non siamo soli.

E’ così.

Per quanto combatta contro i mulini a vento non lo faccio da sola. Qui c’è Tobia che ora si lecca i baffi dal sapone. Di sopra il letto che mi aspetta non è vuoto. Al di là delle distanze mi ritrovo nei pensieri di molta gente, persone amiche la cui presenza affettuosa è il mio miglior alleato.

E’ per questo che non ho paura del silenzio e della notte. E’ per questo che la mia battaglia quotidiana accetta una tregua.

 

E’ notte. L’acqua ha lavato via lo sporco, il sudore, lo schifo. Sono stata coccolata e accarezzata dalla schiuma e dall’affetto. Non sono sola. Il mio letto non è vuoto.

 

Ore 23,30. Il soldato va a dormire.

Domani, la guerra riprende.

Lei, il soldato, avrà per armi un sorriso e una parola buona.

di Ramona 09:19:00 2 Commenti

24/08/2006

CENTENARI O GIU' DI LI'

Credevo di averle viste tutte. Davvero.

Credevo che certe cose fossero troppo incredibili e che nella quotidianità non accadessero.

Non avevo fatto i conti con la mia professione.

Non avevo considerato quanto la materia prima umana fosse un terreno fertile per la tecnologia, la medicina, e le scienze cosiddette esatte. E sì che da vent’anni ci sono in mezzo, non dovrei sorprendermene.

 

 

Da un po’ di tempo ho a che fare con una fetta di popolazione impressionante per caratteristiche e vitalità. Gli anziani. Ma non “solo” anziani. I cosiddetti grandi vecchi.

In corsia ci arriva lo specchio della società, e in questo periodo la maggiore rappresentatività ce l’hanno gli anziani. I vecchi.

Che a volte sono vecchi solo per anagrafe. Perché un calendario impietoso e arcaico pone la loro venuta al mondo in un’altra epoca, lontana, così lontana, che sembrerebbe di poterla raggiungere solo con la macchina del tempo. Eppure questi alieni venuti dal passato non hanno avuto bisogno di macchine strane. E’ stata la loro forza, la grinta, la voglia di vivere e la lucidità mentale a farli giungere pressoché integri fino a noi.

Vabbè, certo, se sono in ospedale qualche problemino ce lo hanno pure. Ma in questo terzo millennio in cui si cambia l’automobile ogni tre anni, perché “vecchia” e fuori moda. In questo millennio in cui il computer è da sostituire ogni sei mesi, perchè sorpassato da nuove, velocissime tecnologie che non concedono agli oggetti (il computer è un oggetto, ci credereste?) di invecchiare… In questo terzo millennio, dicevo, ci sorprendiamo a guardare con meraviglia l’unica cosa che non possiamo sostituire in nome dell’età avanzata: i nonni. Anzi, i bisnonni, che a volte sono dei bis-bis e poi ancora bis. Perché non stiamo parlando dei nonni sprint che a 60 anni o anche 70, perfino 80 anni vivono una vita da cinquantenni, si sposano, fanno figli, fanno sport e viaggi intorno al mondo. Già ci sorprendono così, figuriamoci. Ma qui stiamo parlando dei centenari o giù di lì. Che fino a qualche anno fa erano delle rarità. Oggi sono la (quasi) normalità.

Eppure a me ancora fanno un certo effetto. Anche perché li vedo sotto una certa luce: quella della malattia.

 

 

La malattia è stata inventata da Adamo ed Eva quando hanno deciso che l’Eden non faceva per loro: troppo noioso. Facciamoci cacciare, hanno pensato, così vediamo qualcosa di diverso e stimolante. Certo, in questo modo hanno conosciuto la vita. Con il suo carico di gioie, emozioni, tristezze e, appunto, malattie. La malattia, e la sua cugina morte, esistono in quanto metodi di selezione naturale. E ci ricordano che l’esistenza al di fuori dell’Eden non è eterna né invulnerabile. A qualche ora incespica, cade, e se alle volte si rialza, altre volte rimane a terra. O forse è meglio dire sottoterra. E’ la procedura standard dell’essere vivente: nasce, cresce, vive per un po’, magari se la gode, poi muore. E’ terribile, crudele, per certi aspetti, inaccettabile per tanti altri, ma assolutamente inevitabile. Naturale. E’ così.

Tutto per colpa di Adamo ed Eva. Che comunque benediciamo perché è grazie a loro che siamo qui, grazie alla loro intraprendenza e al buon fiuto. I due ingenui, ma mica poi tanto, sono stati dei veri geni a trovare qualcosa che evidentemente in paradiso non si potevano concedere. Ragazzi, hanno scoperto il sesso, mica poco!! E poiché era una novità, e piacevole pure, guarda un po’, hanno finito per popolare un intero mondo.

E questo mondo di cose ne ha viste tante. Sempre per merito, o demerito, di quei nostri progenitori così impiccioni. Bravi figlioli, però.

 

 

Una volta si viveva a lungo. Personaggi come Noè e Matusalemme e tanti altri loro contemporanei (Abramo, Isacco e via di seguito) potevano contare i secoli sulla dita di una mano, come oggi i bambini nel giorno del compleanno contano i propri pochissimi, meravigliosi anni su manine sporche di cioccolata. Si parla di 900 anni di vita gloriosa, suppergiù, per i cari nonnetti di allora…

Poi si è cominciato a vivere meno. L’età media nel medio evo era di 30 anni, 40 appena più tardi e fino all’Ottocento. Selezione naturale. Sopravvivevano i più forti, che assicuravano il proseguimento della specie.

Nel nostro tempo, contrordine, si vive di più. Si prolunga la permanenza transitoria in questa valle di lacrime. E la valigia pronta per l’ultimo viaggio rimane pronta ma lì, in un angolo, dimenticata. Si sa mai, potesse servire prima a qualcun altro…

Se poi si vive meglio, è discutibile, e non è di questo che voglio parlare. Ciò che è innegabile, statistiche alla mano, è che si vive più a lungo. E non di poco. Siamo in grado di rimandare la dipartita fino a data da destinarsi. Vogliamo, in sostanza, tornare all’era di Noè e Matusalemme.

Le implicazioni etiche e morali di quanto sto per raccontare farebbero discutere i saggi e i sapienti, competenti e non, fino al giudizio universale. Il buon Dio li sorprenderebbe ancora tutti intenti a discutere, e le trombe del giudizio suonerebbero fino a sfiatarsi, che tanto non se ne accorgerebbero nemmeno. Perché l’argomento è appassionante.

Ma andate a raccontarlo a “loro”. Alle persone che sono passate da un  reparto di ospedale in cui hanno fatto loro un tagliando, rimesso cioè a nuovo, per quanto possibile, un motore molto usato (per la carrozzeria, spiacenti, non siamo ancora attrezzati…), e dato un’opportunità in più di vita. Vivere un mese, un anno o solo un giorno in più, a quell’età, direi che ha un peso inimmaginabile. Se vogliamo raggiungere Matusalemme, siamo sulla buona strada.   

 

 

Maria ha 95 anni. E’ di gradevole aspetto, dimostra 30 primavere di meno. Si trucca gli occhi con l’ombretto e il rimmel, si pettina accuratamente i capelli, di un grigio raffinato, in un complicato chignon. Ci sente poco, ma parla molto, con un accento terribilmente chic. Quasi come Susanna Agnelli, per capirsi. Solo che la signora Agnelli è famosa per i suoi interventi lapidari. Maria no, una forma compensatoria di quanto non ode la spinge a manifestare la propria ansia parlando a raffica. A Maria viene proposto di mettere un pace-maker. Lei si meraviglia, credeva di essere lì solo per un controllo, perché non si sentiva molto bene, cos’ è questa novità? Deve proprio? Ma è pericoloso? Fa male? E’ necessario? Ci pensa. Poi accetta. A 95 anni si può fare anche a meno di quei disturbetti fastidiosi. Se mettere il pacemaker le può garantire di sentirsi meglio, vabbè, mettiamolo pure. Basta che non faccia male.

 

 

Lucia di anni ne ha 98. Vive da sola, nell’appartamento accanto a quella di sua sorella di 94 anni. Autonoma, lucida, deliziosa. Un metro e trenta di simpatia. Con malizia racconta che aveva 15 anni quando si è messa col suo futuro marito. Lui è morto 25 anni fa, improvvisamente, e anche lei aveva creduto di morire per il dolore. Invece è sopravvissuta, con uno spirito folletto che è meraviglioso a questa età. Età di cui è consapevole e che accetta serenamente. Senza per questo perdere la voglia di vivere ancora. Mi chiama morettina, mi carezza il viso e dice che le ricordo la sua figlioletta cara, ormai ultrasettantenne… ma no, certo che io sono più giovane, avrò sì e no 25 anni… A Maria difetta un po’ la vista… e difatti doveva essere operata ad un occhio, ma l’oculista, previdente, ha chiesto un consulto cardiologico. Ed ecco, si scopre che anche Lucia ha bisogno di un pacemaker. Non c’è niente da fare, il motore ad un certo punto perde forza, ha bisogno di additivi. Il tempo passa mica per niente. Dopo una settimana dalla sentenza Lucia si ricovera e scopre che nel frattempo ha avuto anche un infarto. L’emozione? La paura? Lei che non era convinta di fare tutte queste cose strane… La prima cosa che chiede entrando in reparto è se ne vale la pena… Come Maria. Perché queste donne, così forti, sono anche così sagge. E sanno che ci sarebbero dei limiti da tenere presente. Ma di fronte alle rassicurazioni (sì, ne vale sempre la pena), si lasciano convincere.

Perché la testa funziona meglio del cuore, in questi casi.

Perché vogliono vivere, e vivere bene.

Perché è difficile accettare di morire quando si ha la ragione ancora integra.

Certo, ci voleva pure l’infarto… ha lasciato un segno sul motore, la ripresa diventa difficile e anche il secondo pilota, cioè il pace-maker, ha il suo da fare. Ma diciamocelo, i motori di una volta erano di una certa tempra. Altro che le diavolerie elettroniche di oggi! Quelli sì, in qualche modo li rimetti in piedi. Su questi moderni, stressati da una vita troppo frenetica, c’è da dubitare.

 

 

Poi è arrivata Angela. Classe 1900.

Sì.

Angela ha 106 anni. Vive da sola con una badante, è lucida e determinata. Una donna delle montagne, forte come la roccia. Manco a dirlo, anche il suo motore perde colpi. E certo, direte voi, niente dura in eterno. Manco a  dirlo, il miracoloso pacemaker viene proposto anche a lei. Che lo rifiuta. Decisamente. Che sono queste diavolerie? Lasciatemi alla mia età. Ma il nipote è un medico, le spiega le cose e la conduce alla ragione (alla ragione?!…) E il piccolo personal computer viene applicato, lì, sotto una pelle fragilissima, le sue propaggini seguono un percorso venoso antico e delicato e arrivano a fare tutt’uno con un cuore centenario. Quante, quante cose, storie, emozioni, sentimenti, contiene un cuore centenario? Infinite. Da oggi anche un corpo estraneo. Che lo aiuterà, forse, a raggiungere nuovi traguardi.

 

 

L’era di Matusalemme, signori, è appena dietro l’angolo. 

di Ramona 20:09:00 5 Commenti

16/08/2006

EMOZIONI

Seguir con gli occhi un airone sopra il fiume e poi
ritrovarsi a volare
e sdraiarsi felice sopra l'erba ad ascoltare
un sottile dispiacere
E di notte passare con lo sguardo la collina per scoprire
dove il sole va a dormire
Domandarsi perchè quando cade la tristezza
in fondo al cuore
come la neve non fa rumore
e guidare come un pazzo a fari spenti nella notte
per vedere
se poi e' tanto difficile morire
E stringere le mani per fermare
qualcosa che
e' dentro me
ma nella mente tua non c'e'
Capire tu non puoi
tu chiamale se vuoi
emozioni
tu chiamale se vuoi
emozioni
Uscir dalla brughiera di mattina
dove non si vede ad un passo
per ritrovar se stesso
Parlar del più e del meno con un pescatore
per ore ed ore
per non sentir che dentro qualcosa muore
E ricoprir di terra una piantina verde
sperando possa
nascere un giorno una rosa rossa
E prendere a pugni un uomo solo
perché e' stato un po' scortese
sapendo che quel che brucia non son le offese
e chiudere gli occhi per fermare
qualcosa che
e' dentro me
ma nella mente tua non c'e'
Capire tu non puoi
tu chiamale se vuoi
emozioni
tu chiamale se vuoi
emozioni

LUCIO BATTISTI (di Mogol-Battisti)

Chiamale emozioni…

Salire a piedi lungo una strada ripidissima, col fiato corto e la lingua fuori per la fatica, sei lenta ma indomita, perché l’aria fresca ti sostiene e ti asciuga il sudore. E perché sai che la ricompensa è lì, dopo l’ultima curva.

 

Seguire con gli occhi il volo basso delle rondini immaginando quello più alto dell’aquila, oltre la vetta che ti sembra così vicina. Seguire con le orecchie il suono di campanacci pesanti e di muggiti rassicuranti. Sei arrivata, coraggio. Il paradiso è lì, appena avanti a te.

E sdraiarsi felice sopra l’erba ad ascoltare un sottile dispiacereche non c’è! Perché non può esserci nulla che ti ferisce veramente quando giaci abbracciata da un mare verde di erba alta e dolce, con accanto la persona che ami. E mentre la schiena è accarezzata dall’erba, e sei rilassata come sotto ipnosi, osservi il cielo sopra di te. E stai lì, felice, a invidiare la limpidezza del suo blu, così blu che nessun pittore, nessuna macchina fotografica riesce a rendere uguale. E non poter fermare gli ammassi di nuvole bianche, morbide e veloci, trascinate da capricciose correnti d’alta montagna….E perderti confusa nella bellezza mentre il cane, furbetto e dispettoso, ti strappa all’incanto, ti salta addosso approfittando della tua posizione indifesa e ti coccola e ti fa le feste, e ti bacia e ride con te, con voi, per l’emozione assoluta di un momento irripetibile. Semplicità del voler bene: basta una coda da agitare e un muso caldo da una parte, due occhi azzurri, un sorriso e due braccia forti dall’altra.

 

 E la commozione, il sole caldo, il volo operoso dell’ape che si tuffa nel fiore a due centimetri dal tuo viso t’ispirano certe cose che… che lì non puoi fare, perché nessuna montagna è così deserta, nemmeno l’Everest, figuriamoci questa, raggiungibile in un amen dai vacanzieri della domenica come te. Anzi, del ferragosto.

Domandarsi perché la tristezza, quando cade in fondo al cuore non fa rumore…  te lo chiedi proprio ora che stai così bene col mondo che nulla può scalfire questo momento di serenità, come le nuvole non possono scalfire l’azzurrità che ti sovrasta. Oggi la tristezza è lontana. Non esiste in quest’ora, in questo minuto, in questo secondo.

 

E stringere le mani per afferrare quanto più puoi di tanta serenità, ma la serenità non si può afferrare. C’è, e basta, alberga dentro di te, nel cuore e nella mente. E anche in quelli di lui, che ti leggono dentro, che sono lo specchio di te stessa.

 

E tornare a casa ridendo del traffico, dei rallentamenti, del burino col BMW coupè che ti sorpassa dove il divieto lo vedrebbero anche i ciechi e dove il limite di velocità non va oltre alla passeggiata di una mucca al pascolo. Tornare a casa e continuare a ridere e giocare, perché l’uomo che ti sta accanto lo sa fare benissimo, prende, e rende, la vita come un gioco, e la risata e il gioco sono liberatori. Lui è nato apposta per farti star bene, anche quando ti fa arrabbiare e poi ci ridete su. Lui è tutto ciò che ti serve per amare.

 

E scoprire che il calore umano è così a portata di mano, anzi… di tasto… è dietro il tasto di un pc, o di un telefono. E scoprire che quel che brucia forse non sono le offese, ma allora cos’è? …Di certo scopri che se qualcosa brucia, molto altro riscalda benevolmente, e ne godi quasi incredula, e ricopri di terra ogni piantina verde che ti sembra meritevole sperando che da questa possa nascere un giorno una splendida rosa rossa. Ma anche solo una margherita, comunque qualcosa che non rimanga sterile, ma a sua volta possa riprodursi con fiducia.  Il seme dei buoni sentimenti. Chi si vergogna di pensarlo, di sperarlo è un idiota.

 

E chiudere gli occhi, alla fine di una giornata come questo ferragosto, per fermare qualcosa, quegli attimi che l’hanno arricchita, qualcosa che è dentro te, sì, ma forse non in altri, e pazienza.

 

Non puoi capire, amico mio.

Tu chiamale, se vuoi, EMOZIONI.

Sono banali.

Ma sono le mie.

di Ramona 20:41:00 5 Commenti

11/08/2006

E’ DI NUOVO IL 10 AGOSTO.

 

 

 Anche un anno fa lucean e cadean le stelle. Eh sì, era inevitabile, allora come ora.
Un anno fa, come oggi, mi trovavo col naso all’insù. Ero di turno in una notte tranquilla e silenziosa. Sembrava che la sofferenza fosse andata a dormire coi sofferenti. Nella quiete luminosa stavo sul terrazzino del mio reparto scrutando il cielo, particolarmente generoso quella sera, proprio come ci si aspetta che sia in questa data. Mi commuovevo, inerme di fronte a tanta bellezza e stranezza, nell’enormità di un evento che vedeva me, piccola pulce cosmica, partecipe dei segreti dell’universo.

Ora come allora sono di nuovo qui, piego il collo all’indietro, fino a percepire lo spasimo dei muscoli, estenuati dallo sforzo di reggere il capo. Gli occhi scrutano frenetici l’oscurità, in cerca degli enigmatici titani dello spazio che si suicidano in miliardi di frammenti infuocati.
Ma qualcosa di diverso c’è, rispetto all’anno scorso.
Piove a dirotto.

Qualche coincidenza fisica e temporale, spiegabilissima, permette il rinnovarsi periodico delle lacrime di San Lorenzo. Le stelle si stancano di stare appese all’eternità, immutabili a se stesse, scelgono l’avventura, scelgono di andare oltre i limiti delle orbite ellittiche. Vanno, si staccano, si gettano nella mischia, vivono intensamente per un attimo e poi muoiono. Trascinandosi dietro il sogno.
Questa è quanto ci piace immaginare, in chiave quasi fiabesca, ma la realtà dice che esiste una spiegazione specifica che è tutta un’altra cosa. E ci dice anche che questo incontro annuale sta andando in esaurimento. La cometa che incrociò il suo cammino con la Terra più di un secolo fa, ci ha lasciato la sua coda e un appuntamento estivo che non falla mai. Ma ormai quella coda si è bruciata quasi tutta, più passa il tempo (secoli? …un soffio) e meno incontreremo i suoi resti. Le stelle cadenti.

Ce ne importa qualcosa?
Un pochino sì.

Io, da tutta una vita, ad ogni stella che vedo precipitare nel cielo in questa notte, associo un desiderio. Un rito irrinunciabile, che qualcuno mi ha insegnato quand’ero bambina. Se avessi avuto un figlio lo avrei insegnato anche a lui. Perché il desiderio è sogno, è vita, è la benzina che ti brucia dentro per aiutarti a proseguire il tuo percorso, di solito tutto in salita. Mi auguro tanto che non sia poi così imminente l’esaurimento della scorta di stelle, perché vorrebbe dire esaurire anche un bellissimo modo per rinnovare i sogni.

Me ne ricordo qualcuno, dei desideri espressi un anno fa, come oggi. Le richieste e le speranze dettate dal momento. Un momento sereno, non presago di quanto sarebbe avvenuto dopo, di buono e meno buono. Solo un istante di speranza.

In questa notte, in cui le condizioni meteo non aiutano a sognare; in questa notte, in cui dal cielo piove acqua a catinelle; in questa notte, oggi, io so che lassù, oltre le nuvole, oltre il faccione della luna che vi si nasconde vergognosa, piovono ugualmente anche lacrime di fuoco.
In questa notte a naso in su, cercando di oltrepassare con la fantasia la pesante barriera nera, mi ritrovo a fare il bilancio di un anno.

Si sono avverate le mie richieste, i miei desideri, i miei sogni di allora?
Sì e no.

Avevo chiesto una cosa e invece l’ho perduta. Lo vedo ancora, il punto di domanda impresso sulla scia della meteora. Una meteora che era scappata via così in fretta da farmi dubitare che mi avesse ascoltato. Difatti…. Difatti quella semplice, innocente richiesta, è andata persa. Ha scelto, fra tante, la stella sbagliata. Ci tenevo così tanto.
Stupida io, a crederci.
Stupida io, ad affidare ad un solo istante, pur così potente da sconvolgere l’equilibrio cosmico, una cosa così importante.
Ma lo era davvero, così importante?
Non può essere invece che la stella, distruggendo così repentinamente se stessa e il mio desiderio, avesse voluto indicarmi quanto fosse sbagliata la mia pretesa?
Era una stella cattiva o una stella saggia?

Altre cose ho richiesto, un anno fa, una per ogni scia che riuscivo a rubare all’istantaneità con cui svanivano, con l’emozione che mi serrava la gola e mi bruciava negli occhi. Qualcosa sì, si è poi realizzato. E pensa un po’, queste divinità capricciose ed effimere hanno esaudito perfino i miei sogni inespressi, quelli che non confessi neanche a te stessa per non incorrere in una delusione cocente.

E così, chiusa una porta, con dolore e rumore, se ne sono aperte tante altre, mostrandomi altri mondi interiori intensi ed affascinanti. Sotto questo firmamento ballerino ora brilla la luce di nuove avventure, di opportunità insperate, di un giro di valzer attorno a una vita senza troppe scosse. Ciò che non osavo nemmeno sognare, una poggia luminosa di frammenti celesti me lo ha regalato.

Cosa mi rimane da chiedere oggi, senza apparire ingrata, presuntuosa e insaziabile?

Bè, un’aspirazione, un nuovo sogno, una speranza, ci sono sempre. Stelline mie, io ne ho una riserva infinita, una per ciascuna di voi….
Dove siete?
E va bene, farò finta di vedervi, perché mi sentirei troppo triste senza poter comunicarvi ciò che vorrei per il prossimo, immediato futuro. Come farei a vivere serena?!

A te, piccolina, che, immagino, baleni in un sospiro a oriente, chiedo……… (pssssss)
E tu che procedi spedita nella direzione opposta, lasciando un segno che non vedo, mi porteresti…….(psssss)?
Quel graffio lucente contro il nero è, lo vedo anche ad occhi chiusi, così grosso e lento. Sei una stella importante, vero vecchia mia? Allora a te affido questo desiderio……..(pssssss). Ma sì, lo so, assomiglia tanto a quello andato perduto lo scorso anno. Però guarda bene, non è così uguale. E tu sei un’altra stella, magari mi accontenti. Per favore.

Notte di San Lorenzo.
Lego le mie chimere
con un filo di niente
a un granello di universo
oltre le lacrime del tempo. 
 

 

 

di Ramona 14:03:00 4 Commenti

08/08/2006

OROSCOPANDO

Mmmm… cosa stai facendo?

 

Una  verifica.

 

In che senso?

 

Ho qui l’oroscopo del mese di luglio, giorno per giorno. Voglio vedere se, quando mi prendo il tempo di leggerlo, non faccio un cattivo investimento in minuti preziosi. Voglio verificare se l’oracolo è veritiero, insomma, o se mi prende per i fondelli.

 

 

Mmmm …. E come funziona la cosa, visto che siamo in agosto?

 

Che domande! Ogni giorno, a luglio, leggevo l’oroscopo della giornata, e poi stavo a vedere se le previsioni si avveravano. Solo che lì per lì a volte mi dimenticavo, o di leggere o di verificare, e a volte, sai com’è, mi sembrava fossero solo fesserie… Credo che solo a posteriori, zoomando indietro con la memoria, possa provare a verificare se, alla fine, qualcosa di vero c’è stato, nell’oroscopo di un mese fa.

 

Bizzarra idea… ma contenta tu..

 

E’ un oroscopo molto dettagliato, sai, abbraccia il campo dell’amore, delle emozioni, del lavoro e della salute.

 

Perché amore ed emozioni sono due cose distinte?

 

Mah, non l’ho ben capito...  credo che nelle emozioni siano compresi anche gli amici, il fascino in generale, il sentire… Ecco guarda qui: il giorno 2 il pronostico era: “Avrai voglia di dirne quattro a una persona che reputavi amica…”

 

Ed era vero?

 

Be’, sì, in un certo senso è un pezzo che avrei da cantargliene a chi so io… Non è una cosa limitata al giorno 2. Ha validità perenne, temo. O almeno fino a che non mi decido a  risolverla

 

Ma quel giorno avresti potuto proprio sfogarti con tutti i crismi, stando all’oroscopo. Lo hai fatto?…

 

Ehm, no, non credo. Ma c’è sempre tempo. So aspettare.

 

Guarda che nello stesso giorno ti si diceva anche “Non tenere tutto dentro, potresti esplodere da un momento all’altro.”

 

Certo, una bomber…Piuttosto, guarda al giorno 5: “C’è qualcosa che non va, evita gli sforzi fisici”. Vedi che mi si conosce bene: è una vita che sto cercando di evitare gli sforzi fisici, poi però trovo sempre qualcuno che mi costringe a lavorare, a camminare, a fare fatica, insomma, mentre io non vorrei altro che oziare senza rimorsi. Devo fare un ingrandimento di questo bel consiglio.

 

Guarda che valeva per un solo giorno…

 

Non è necessario essere fiscali. Io sono di larghe vedute.

 

Hai letto la voce Emozioni del 1 luglio? : “Una discussione con una persona amica ti ha reso meno sereno. C’è stata una chiusura a maggio..”

 

Cielo, è vero!!! Questa mi era sfuggita…comincio a credere che questo astrologo sia un mago: ci azzecca davvero!…

 

Però qui, più avanti, diceva anche: “Occasioni per risentire una persona legata al tuo passato recente. Possibilità di emozionarsi e di riprendere un rapporto amichevole.”

 

……Tutti possono sbagliare, anche gli astrologi. No, non ci azzecca poi così tanto……..

 

Ma c’è stata o no l’occasione?

 

Ammesso che ci sia stata, è evidente che quella persona non ha letto il mio oroscopo.

 

In effetti qui c’è scritto, in data 6, che sei in collera con qualcuno…

 

Davvero?!… Io invece avevo letto qui, guarda: “ I rapporti pericolanti cadranno…”

 

Uh.. meglio ripararsi, allora…. Non parlava dell’amore, vero?

 

No, quello funziona anche senza che me lo dica l’oroscopo. Guarda qui…il giorno16: “Giornata bella da vivere con il partner con intensa passione!!”… E il giorno 19 “Le stelle sono pronte a darti più di una notte di follia e di passione…”

 

E?…..

 

Non lo saprai mai.

 

Pazienza. Lo leggo nel luccichio dei tuoi occhi…

 

Sai una cosa, invece? Già dal giorno 20 in quelle pagine mi si diceva di contattare gente, anche attraverso internet, che era un momento buono…e il giorno 31:  “La luna nel segno ti deve far credere alle tue capacità e al tuo fascino.” E prima ancora: “Espanderai il tuo raggio di azione in ambienti nuovi. Successo.” E ancora: “Nuovi contatti promettono risultati eccellenti entro l’autunno”.

 

Ma dai! Ed è andata così?

 

E certo! Ho davvero espanso il mio raggio di azione su orizzonti nuovi, non dimenticare che proprio in quei giorni partiva, per me, la corazzata vibrisselibri… e con che onori, per quel che mi riguarda!… E’ un successo, no? Ma di questo ne riparleremo, non ho ancora letto l’oroscopo di agosto….

 

Allora c’è da crederci?

 

Tu che dici?

 

Che me lo dirai a settembre.

 

 

 

 

 

di Ramona 15:35:00 Commenta:

02/08/2006

CAVALLI SOTTO LE STELLE

 Il signor Pinco e la signora Pallina soffrono di divergenze di opinioni su alcune cose.

Il che rischia di compromettere ogni giorno il delicato equilibrio ventennale della loro convivenza.

Il signor Pinco e la signora Pallina, peraltro, condividono molte cose.

Il che fa sì che dopo lo stesso ventennio di cui sopra stiano ancora insieme a parlarne.

 

 

Una passione comune eppure diversa è quella per i cavalli. Per l’equimania, insomma. Comune, perché sempre dello stesso quadrupede si tratta. Diversa perché viene vista da due punti di vista differenti. Mentre la signora Pallina sogna (e solo sogno può essere) di vincere trofei di salto ostacoli o di fare la cow-girl (woman) in tale stretta simbiosi con l’equino da non necessitare di sella o briglie per farsi capire dal medesimo, e di fronte a un muso vellutato non sa resistere alla tentazione di strofinarci sopra il proprio, il signor Pinco adora il lato pratico: brusca e striglia, pedicure, mangime, fieno e letame. Né disprezzerebbe mettere in piedi un bell’allevamento. Ma salire sulla schiena del poveraccio coduto, no, scherziamo?, il suo peso lo stroncherebbe.

Detto ciò, la passione comune resiste e ha fatto sì che stasera i nostri si ritrovino a guardare i cavalli sotto le stelle. Nel senso di assistere ad uno spettacolo a base di cavalli e meraviglie.

Sotto le stelle perché è all’aperto e, miracolo, non piove nemmeno. E’ una bella sera di fine luglio, fresca, piena di zanzare e moscerini come si deve a una serata del genere.

 

 

Ecco che i coniugi entrano nell’area deputata allo spettacolo. Un gran prato, una pista da circo cosparsa di segatura, sedie di plastica tutto intorno. Da un lato, le star. Cioè i cavalli. Non si può restare in disparte, bisogna andare a vederli da vicino. Magari non rilasceranno autografi, che peccato: nemmeno l’ombra di uno zoccolo su un foglio di carta qualsiasi…. Però si lasciano sfiorare, toccare, carezzare, divi muti e consapevoli del proprio fascino.

Guarda quanti ce ne sono signora Pallina…

Sono uno più bello dell’altro, signor Pinco…

Tornano ai loro posti già parzialmente soddisfatti. I protagonisti dello spettacolo sono ben curati, proprio come attori professionisti sottoposti a lifting. Mantello lucido, camerino pulito, vivacità e curiosità al punto giusto, niente costole in vista da eccessive diete dimagranti. Niente. Creature belle e in salute e nient’altro. Nonostante lo spettacolo ovviamente itinerante comporti certamente notevoli disagi nel loro trasporto e cura.

 

 

Il signor Pinco e al signora Pallina, quando lo show ha inizio, assistono in diretta all’uscita degli attori dal camerino, li vedono andare dietro al tendone che funge da sipario e aspettare impazienti il loro turno.

Pallina è a dir poco sbalordita. Il primo numero prevede l’esibizione di sei cavallini francesi della Camargue, bianchi come le nuvole di un cielo primaverile. Dietro il tendone sono liberi, non li tiene nessuno, sanno perfettamente quando entrare e cosa fare. Ad un segnale difatti entrano ed è come vedere in scena i cavalli di Apollo, quelli che fanno muovere il carro del Sole. Bellezza, eleganza, forza. I sei viaggiano all’unisono in tondo alla pista, in fila indiana, alzano una nuvola di polvere, si mettono alti sulle sponde di fronte al pubblico con divina regalità. Pallina ne ha proprio uno di fronte e si commuove per quanto è meraviglioso. Sempre con elegantissimo incedere saltano, uno dietro l’altro, piccoli ostacoli e ad un semplice STOP dell’uomo che li accompagna, si fermano di botto, tutti insieme, come una sola creatura. Niente fruste, niente violenze. Sembrano divertirsi e fare a gara a chi è più bravo a fermarsi. Meritano il biscottino dell’uomo e il suo bacio.

Anch’io un bacio… pensa Pallina, leggermente incerta se indirizzarlo agli animali o all’umano, che, per la cronaca, è un esemplare di quelli che proprio non è che si buttino via… mezzo gitano, mezzo corsaro, il costume non chiarisce le idee su cosa voglia rappresentare. Resta il fascino dell’uomo che sa come sussurrare ai cavalli.

 

 

Ma siamo solo all’inizio. Gitano o corsaro, sarà lui che accompagnerà anche gli altri attori. Da un gruppetto di splendidi mini ponies irlandesi, alti poco più di un cane lupo, che invadono la pista con allegria e arrancano velocissimi sulle zampette, praticamente quasi al galoppo, dove i loro cugini bianchi trottavano regalmente, ma saltando gli stessi ostacoli (tutti insieme, i piccolini, meno uno, il più furbetto!). Allo splendido stallone arabo, che ad un semplice comando si erge in tutta la propria statura, e corre incontro all’uomo agitando gli zoccoli, e sembra voglia abbracciarlo, lo sfiora e non lo tocca, sa bene che una zoccolata a quell’altezza significherebbe fracassare il cranio al suo amico. E poi c’è il cavallo di Zorro. Meraviglia delle meraviglie, altissimo, nero come il peccato, lui che di peccati non può averne, stupenda creatura dallo sguardo luminoso, se il nero può rifulgere di luce. Il corsaro per l’occasione è diventato Zorro, con tanto di maschera di  stoffa che lo rende assai intrigante…

Qualche giro veloce di pista, impennate che danno la sensazione possano toccare il cielo, e Tornado (ma non si chiama così l’imponente Frisone) si mette poi in mostra senza alcuna vanità. C’è l’intervallo, si può montare in sella, proprio sulla sua groppa, e fare fotografie con Zorro.

Signor Pinco andiamo anche noi?

Ma no, lo abbiamo già visto prima da vicino nel suo box.

I bambini accorrono e vengono issati di peso. Per me ci vorrebbe una gru, pensa Pallina, che tanto più alta di un bimbo non è… ma di certo più pesante.

Signor Pinco…

No, vacci tu.

Dai, vieni anche tu.

No.

Allora vado io.

E in quel momento, mentre Pallina si alza decisa, Tornado viene riportato al box. Pazienza. Ha terminato, per oggi, il suo ruolo di bello. Ma domani sarà ancora più bellissimo. Va bene, lo so che non si dice così, ma lui lo merita. Credetemi.

 

 

E non c’è solo il corsaro-gitano-zorro che gioca con i cavalli. C’è anche uno stunt-man, anche questo una via di mezzo tra un cow-boy e un pellerossa (nessuno che sappia decidersi fra quale sogno incarnare? Sarà perché vanno bene tutti?). Il pericolo è il mio mestiere, dice la voce narrante dello spettacolo riferendosi al giovane e smilzo stunt-man. Che dimostra dal vivo quanto ciò sia vero. Prima compie un salto attraverso il cerchio di fuoco in sella ad uno splendido albino dagli occhi di ghiaccio che sembra incarnare gli orrori infernali, e invece ha il muso più morbido e dolce di tutti gli altri (Pallina lo sa, lo ha provato prima).

Poi una serie di salti acrobatici su e giù di sella da un Appaloosa, che però, distrattino, ha stretto troppo sul bordo pista, così che l’acrobata quasi si rompe una gamba sulle protezioni. Quasi, perché poi rischia di rompersi definitivamente il piede quando si esibisce in una finta caduta da morto e il cavallo gli si sdraia comodamente sopra. Mica lo sa, il cavallo, quanto pesa. Mica lo sa che quel piede si può spezzare messo lì così.

Ma poi lo smilzo si libera, lo show deve continuare, anche se lui zoppica un po’, e va a fare da bersaglio al corsaro che gli lancia i coltelli addosso, contro una tavola. Insomma, se le cerca proprio, pensano insieme i coniugi Pinco-Pallina…

Poi però il giovane si rifà quando viene invitato qualcuno del pubblico a prendere il suo posto di bersaglio. Per un attimo Pallina trema, lo smilzo si sta dirigendo verso di lei… ma no, lui ha già adocchiato la preda: una giovanissima fanciulla nemmeno maggiorenne, ma con una microgonna che mostra belle gambotte da ballerina, sode, lunghe, muscolose.

‘A Pallina, non puoi certo competere. Lascia che sia lei a essere infilzata, tu hai fatto il tuo tempo. Non ti vogliono nemmeno da affettare, non vedi? Consolati col tuo Pinco, che è meglio.

E anche con l’alta scuola di uno stallone Andaluso che cammina a passo di danza, criniera intrecciata e ciuffo bizzoso come lui non è, docile e preciso, vero professionista senza capricci.

 

 

Il breve show comprende anche un po’ di rettili in giro per la pista: lunghi pitoni e anaconde, serpentelli di vario genere, un varano, insomma, per molti, il meglio dell’horror. E c’è anche un piccolo clown, piccolo nel senso di età, che avrà sì e no 8 anni, terribilmente simpatico e assolutamente professionale nell’ispirare tenerezza e risate.

 

 

Ma ciò che resta, di quel “venghino siore e siori”, di quello spettacolo itinerante, oggi qui domani là, è il meraviglioso mondo del cavallo. Creatura gentile da fiaba, grande, forte e indifeso amico dell’uomo, che per l’uomo andrebbe sulla luna. Anzi, a trainare il bollente carro del Sole…

 

 

Pinco e Pallina si avviano verso casa, sottobraccio sotto le stelle, stretti stretti, immersi ciascuno nel proprio sogno, gli occhi pieni di bellezza.

 

di Ramona 20:25:00 4 Commenti