19/07/2006
CUORI SENZA FRONTIERE
ORE 23.00.
Yesser era stufo di studiare. Nella tiepida notte mediorientale mille aromi: profumo di fiori, di primavera, di vita. Tutto invogliava a uscire, a camminare fischiettando e ringraziando Allah per la sua grande e illuminata presenza. C’era gente per strada. Non si udiva sparare nel cuore di Gerusalemme; la paura poteva essere accantonata, almeno per quella sera. Yesser decise di raggiungere il bar e cercare qualche amico.
ORE 23.00.
Mosheh piangeva in silenzio. Non era virile mostrare le lacrime in pubblico. Ora, solo nel letto d’ospedale, poteva dar sfogo al fiume amaro e salato represso da tanto tempo. Per compagnia, nient’altro che il brontolio dell’ossigeno; attraverso un sottile tubo trasparente gli soffiava nei polmoni l’alito vitale. Poco prima il ragazzo aveva appena superato l’ennesima crisi, ancora una volta per un soffio. Ogni volta era sempre più dura. Il dottore era stato esplicito. La salvezza consisteva solo ed esclusivamente in un trapianto di cuore. Dio di Abramo, Signore d’Israele, dove sei? Perché reclami la mia giovane vita? Ma soprattutto, perché la vuoi spegnere in questo modo? Più giusto, più santo sarebbe stato morire in una divisa mimetica con il fucile in mano. Morire da eroe, combattendo una guerra giusta, come la divisa di soldato imponeva. Morire nel tentativo di eliminare i cani musulmani dalla Terra Santa.
ORE 23.30.
Yesser, seduto al tavolino del bar, sfidava la sorte. Era un grosso rischio per un palestinese trovarsi in una zona di frontiera come quella. Il piccolo quartiere era arabo, ma si trovava in mezzo a due insediamenti ebraici. Lì Yesser era di casa, ci aveva abitato da piccolo e aveva ancora delle amicizie. Presto sarebbero arrivati i suoi amici. Erano israeliti, certo, ma come lui erano ragazzi che credevano in un futuro diverso. Credevano che, sotto il cielo limpido della Palestina, quell’unico imparziale sole che illuminava le colline di Gerusalemme avrebbe scaldato un popolo eterogeneo, sì, ma amalgamato, perché tutti avrebbero vissuto in armonia.
Assorto nei suoi pensieri di libertà Yesser non badava al pericolo. Aveva sentito di un nuovo attentato a Tel Aviv. Un altro palestinese, appena sedicenne, figlio di un suo vicino di casa, si era fatto esplodere su uno scuolabus. Ancora morti, tanti, troppi. Ancora una volta bambini, i più innocenti, quelli che senza colpa pagano per l’odio dei padri. Fratelli contro fratelli, divisi da un confine invalicabile, fatto di antiche prevaricazioni, odio primitivo, una diversità religiosa forse solo apparente: chi poteva sostenere come cosa certa, difatti, che Dio e Allah non fossero la stessa cosa? In fondo, non si era tutti “a’nas”, cioè “umani”?
Yesser, come tutti gli altri, sognava che la terra in cui aveva visto la prima luce della sua vita, diventasse uno Stato vero, riconosciuto dagli altri Paesi. Non sapevano che farsene di uno Stato di carta. Se il sogno si fosse realizzato, tutte le nazioni avrebbero dovuto portare rispetto all’ultima nata. Anche Israele. Nell’ideale così apparentemente utopistico di Yesser i due Stati avrebbero vissuto fianco a fianco, in armonia, dividendosi equamente i luoghi sacri, le dolci colline, la buona terra. Quello che è giusto è giusto. La pace però, nel sogno, sarebbe stata raggiunta diplomaticamente. La guerra sarebbe stata dimenticata, o portata come esempio da non seguire, i cannoni avrebbero taciuto per sempre, la parola attentato sarebbe stata cancellata da tutti i vocabolari. Il sangue non avrebbe più bagnato la sacra polvere di quelle strade. Per questo stava studiando legge, voleva dare il proprio contributo pacifico, una volta laureato e gettatosi nella mischia politica. Gerusalemme, culla dell’umanità, non sarebbe stata divisa in tre spicchi, uno musulmano, uno ebreo, l’altro cristiano; non sarebbe stata contesa da tutti, fonte di odio e disordine, rivendicata da tre Padri crudeli ed egoisti. Gerusalemme sarebbe stata libera, senza alcuna frontiera politica o religiosa. Sarebbe diventata il simbolo dell’unità e dell’amore universale.
ORE 23.30.
Mosheh chiuse finalmente gli occhi. Sfinito. Il vecchio tiranno che aveva nel petto, esausto, aveva deciso di concedergli una proroga. Padre, sia fatta la tua volontà.
ORE 24.00.
Yesser fissò negli occhi un ragazzino in moto. La gioventù di oggi scriverà la storia domani, pensò; questo ragazzino rappresenta il futuro, la speranza. Invece era la sua morte. Il ragazzino gli passò accanto, lo riconobbe per il nemico, leggendoglielo sul volto. Estrasse una pistola e mirò alla testa. Fuoco. Centro.
ORE 1.30.
Mosheh si svegliò fradicio, ansante. Un sogno. Il lampo di uno sparo davanti agli occhi, una fiammata, poi tutto rosso. Una mano tesa verso di lui, forte, bruna, giovane, proprio come la sua prima della malattia. Era un segno che sarebbe potuto tornare a combattere.
ORE 2.30.
Una famiglia piangeva un figlio, un fratello. Yesser giaceva immobile su un bianco lettino, irraggiungibile. L’ansare ritmico del respiratore automatico, le urla lamentose della madre, della sorella. Il padre, un pover’uomo invecchiato in un attimo, non aveva nemmeno il tempo di piangere il suo unico figlio maschio. Una dottoressa cortese, ma decisa, gli aveva spiegato. Yesser era morto. Il proiettile aveva devastato il cervello, quel giovane cervello così intelligente e ricco di ideali, che voleva unire le disuguaglianze con la sola forza delle parole. Quel cervello non c’era più. Ma c’era il cuore, che ancora batteva perché riceveva l’ossigeno meccanicamente. Un cuore che poteva salvare una vita. Si poteva avere il consenso per l’espianto? Poco tempo per decidere. Nel frattempo i dati dei tessuti del ragazzo morto erano già partiti per strade informatiche, nei computer del centro trapianti, alla ricerca di un possibile ricevente.
ORE 4.00.
Mosheh fu nuovamente svegliato, in quella convulsa notte insonne, da Leah, l’infermiera del turno notturno. Cosa gli stava dicendo... Forse c’era un donatore. Non doveva illudersi, ma poteva sperare e pregare.
ORE 4.15.
Il padre di Yesser fu informato che un candidato a ricevere il cuore si trovava in quello stesso ospedale. L’ultima spiaggia per un giovane; un giovane israeliano. Doverosa la precisazione. Ma il padre assomigliava al figlio, non aveva pregiudizi. Yesser sosteneva che si era tutti “a’nas”, e lui era d’accordo. Yesser sarebbe stato felice di salvare una vita, anche se ebrea, e il padre concordava anche in questo. Aveva già deciso. Però chiese e ottenne due cose: di avere la certezza che il Corano non vietasse questo scambio d’organo e la garanzia di seppellire il corpo entro il giorno successivo, come prescritto.
Gli esperti del Sacro Testo, interpellati in tutta fretta, ma con grande umiltà e franchezza, non ebbero dubbi, né dovettero consultarsi a lungo. Non era scritto che non si potesse donare qualcosa di sé ad un ebreo. Si poteva fare.
Un ultimo sguardo. Addio, figlio. Qualcosa di te rimarrà ancora in questa vita.
ORE 8,30.
L’intervento era in pieno svolgimento. Per un attimo, lungo un’eternità, il chirurgo ebbe tra le mani, uno per parte, due cuori che avrebbero dovuto odiarsi. Erano perfettamente identici. Dal mondo esterno giungevano, di tanto in tanto, notizie di una sconfortante normalità. Un attentato, una ripicca. Due morti palestinesi per un morto ebreo. L’intifada araba, la repressione israeliana. Funerali e sangue. Frontiere chiuse dai posti di blocco. Frontiere figlie dell’odio. Città divise, barricate insormontabili che accecavano la ragione. Parole senza senso, in quell’attimo sospeso. L’uomo vestito di verde, nel silenzio della sala operatoria, contemplò emozionato quei cuori. Uno di essi si sarebbe fermato solo perché stanco, ma l’altro avrebbe compiuto ancora il proprio dovere. Anche in un petto “nemico”. Il chirurgo sospirò, superò il momento magico e continuò il suo piccolo, grande miracolo.
TRE GIORNI DOPO.
Forse era di nuovo notte, là fuori. Mosheh, dalla sala di terapia intensiva, riusciva a stento a contare il tempo. Non che gl’importasse. Era tutto tempo prezioso, guadagnato. Il suo nuovo cuore palestinese era forte, lo sentiva lavorare imperioso, desideroso di vita, e lui si gustava ogni battito. Ancora non riusciva a crederci. Per tutta la sua breve esistenza aveva odiato i “cani musulmani”. Grazie alla politica governativa aveva creduto che arruolarsi volontario nell’esercito avrebbe dato uno scopo alla vita. Distruggere il nemico, vendicare secoli di oppressione, era stato l’unico obiettivo che lo aveva fatto sentire vivo. Invece ora doveva ringraziare uno di loro se era ancora al mondo. Forse aveva sbagliato tutto. Forse gli avevano insegnato qualcosa di sbagliato.
Ora un altro palestinese aveva trovato posto, un posto che già gli spettava, in quel nuovo cuore. Il padre del suo salvatore. Nel vederlo, con gli scuri occhi liquidi di lacrime inespresse dietro la maschera sterile, aveva provato l’impulso di prostrarsi ai suoi piedi e abbracciargli le ginocchia. Solo i cavi dei monitor e i tubi delle flebo lo avevano trattenuto. Ma quando il vecchio lo aveva ringraziato per aver accolto il cuore del figlio, era esploso il pianto liberatorio. Non pensava più a mostrarsi virile. Si sentiva piccolo e immeritevole di un dono così grande. Aveva tante cose da dire a quel sant’uomo, ma le parole gli si affollavano alla bocca precipitose e s’impedivano a vicenda. Ora piangeva anche il vecchio, stretto a lui, lacrime arabe mescolate a lacrime ebree, identiche.
Aveva ragione Yesser, aveva ragione suo padre e adesso lo sa anche Mosheh: siamo “a’nas”, siamo umani. Tutti.