10/07/2006
CAMPIONI DEL MONDO!! (E I PERDENTI?)
GOAL
Il portiere caduto alla difesa
ultima vana, contro terra cela
la faccia, a non veder l’amara luce.
Il compagno in ginocchio che l’induce,
con parole e con mano, a rilevarsi,
scopre pieni di lacrime i suoi occhi.
La folla – unita ebbrezza – par trabocchi
nel campo. Intorno al vincitore stanno,
al suo collo si gettano i fratelli.
Pochi momenti come questo belli,
a quanti l’odio consuma e l’amore,
è dato, sotto il cielo, di vedere.
Presso la rete inviolata il portiere
– l’altro – è rimasto. Ma non la sua anima,
con la persona vi è rimasta sola.
La sua gioia si fa una capriola,
si fa baci che manda di lontano.
Della festa – egli dice – anch’io son parte.
(Umberto Saba)
Chi la ricorda questa bella poesia di Saba? A me torna sempre in mente in occasione di partite importanti. Perché, a prescindere dalla squadra che vince e da quella che perde, non volendo considerare il colore della maglia o della pelle, o della bandiera, la sconfitta è l’altro lato della medaglia. E la sconfitta pesa. Fa male. Perché non sempre è giusta.
Certo, il calcio è un gioco. Lasciamo stare gli interessi economici che ci stanno dietro, lasciamo stare le brutte vicende che non hanno nulla di sportivo. Il calcio è un gioco, un divertimento.
In gare normali, il pareggio è una possibilità compresa dalle regole. Significa, sostanzialmente, che due squadre si equivalgono, che 22 persone hanno faticato e sudato allo stesso modo, che fortuna e sfortuna sono state divise equamente. Ma in certe partite no, non ci si può permettere il lusso di essere alla pari. Qualcuno deve vincere. Per forza.
Per questo è stata inventata la lotteria dei rigori al termine di due ore di estenuante parità. Una lotteria altamente ingiusta. Tanto vale tirare in alto la monetina, testa o croce?
Lo penso tutte le volte che vedo due squadre in equilibrio. L’ho pensato in Italia Germania, quando, fino al provvidenziale 1/2 azzurro giunto in extremis, già rabbrividivo e facevo scongiuri.
Eppure proprio in questa partita mi è tornata alla mente la poesia di Saba. Nel vedere il pianto dei giocatori tedeschi, sconfitti, beffati senza rimedio. Inconsolabili.
Sì, è vero, i tifosi tedeschi non sono stati molto carini con noi, ma del resto in generale i tedeschi non sono mai carini con gli italiani che lavorano e vivono in Germania (lo siamo forse noi, sempre, con extracomunitari che ci vivono accanto?…). Tutto vero. Ma il pianto di un giocatore che si è battuto come un pazzo per la vittoria, invano, è qualcosa, tutto sommato, di struggente. Il senso di colpa di un portiere che non para il tiro in porta, come dovrebbe fare per mestiere, chi lo può quantificare? Anche se, spesso si dice, “era un tiro imprendibile”.
Con questo senza nulla togliere alle cose "serie" della vita, intendiamoci.
Il calcio è un gioco, ma a certi livelli fa male. Fa male perdere. Ma pazienza, se avviene durante i 90 o 120 minuti che siano. Ma i rigori…
D’accordo, stavolta ci è andata bene, però ricordiamoci che per un pezzo i rigori sono stati la nostra bestia nera. Giochi bene, fai del tuo meglio, schiatti di fatica, e poi… poi ci si rimette in mano al caso, alla fortuna, a tutta una serie di coincidenze che non dipendono dalla bravura. Ma perché, dico io, non ripetere la partita in caso di pareggio? Mi sembrerebbe più giusto, più umano…
In questo giorno di festa immensa, in cui il popolo italiano ritrova l’unità alla faccia di pensieri federalisti, in cui anche la massaia, anche il vecchietto, anche il malato terminale vuole festeggiare, questo giorno in cui (e mi riferisco alla serata cruciale della diretta tv) milioni di persone avranno evitato di partecipare alla lotteria dei rigori per … rigorosi criteri scaramantici ("se guardo perdiamo"), in questo giorno, dicevo, il mio pensiero va anche un po’ al perdente.
Che è un perdente per modo di dire. Un perdente comunque pagato a peso d’oro, con contratti miliardari, un perdente che può sempre dire “sono il secondo (o il terzo) al mondo, solo per sfortuna”. Ma è un perdente che piange, sfinito, un perdente che non controlla i nervi e colpisce di testa non la palla, ma il torace di un avversario, un perdente che si accascia appoggiato al suo palo e che non sa, sportivamente, gioire per la vittoria altri.
Per quante volte siamo stati noi, per un soffio, per un caso, dei perdenti?
Poveracci. Ti viene un po’ voglia di consolarli…
A loro, ai perdenti, la dedica della poesia di Saba.
Poi però, dai… pensi che il francesino dalla pelle scura che ha sbagliato il rigore è quello che ci ha silurati quell’altra volta…
Pensi che il portiere che ora si mostra così avvilito è lo stesso che ci ha sbarrato l'accesso alla porta, respingendo i nostri colpi, sempre quell’altra volta là...
Pensi che i nostri ragazzi (perché ora sono diventati i “nostri” ragazzi, i ragazzi di tutti), hanno dimostrato tenacia, sacrificio, ci hanno creduto un po’ di più e hanno avuto un po’ più di orgoglio.
Pensi che veramente tutto un Paese deve loro un momento di gioia incontenibile che fa dimenticare la crisi, il costo della benzina, la difficoltà di arrivare alla fine del mese. Ci si dimentica della guerra e della fame nel mondo, delle porcherie dei potenti, dell’ingiusta distribuzione di ricchezze e privilegi. Ci si dimentica, per quel breve attimo, delle malattie e delle sofferenze. Ci si dimentica, anche, del proprio avversario in campo, della sua bruciante sconfitta che poteva essere, ancora una volta, la nostra.
Ci si dimentica di tutto. Ma ci si ricorderà, per sempre, di quella coppa alzata al cielo da un biondino dagli occhi verdi vestito d’azzurro.