24/07/2006

VIBRISSELIBRI

In questa lunga estate calda, qualcosa bolle in pentola.

No, non si tratta di zuppa di cervello fumante all’ombra dei 38° C.

E nemmeno di fluidi organici evaporati in mille gocce di sudore sopra il fornello di uno splendido solleone.

Cioè, volendo proprio spendere il residuo di energie che la canicola ci risparmia, si troverà di certo anche tutto questo nel pentolone di luglio. Ma non solo.

Difatti se il pentolone che bolle si chiama Vibrisse e il cuoco Giulio Mozzi, la cosa che lì dentro è ancora in ebollizione al termine della cottura sarà bella densa, asciugata dagli eccessi, insaporita dall’entusiasmo e condita da novità e passione. E  si chiamerà Vibrisselibri.

Metafore culinarie e roventi a parte, Vibrisselibri è una gustosissima avventura scaturita dalla mai rilassata inventiva di Mozzi. La prima impressione che dà Giulio quando lo si conosce è di paciosità e tranquillità. Dopo un po’ che lo hai frequentato, se pure solo virtualmente, cioè attraverso la rete, ti ritrovi coinvolto in uno dei suoi innovativi progetti. E dico coinvolto malgrado te stesso. Perché Giulio è in fondo un pasionario, e tu che magari te ne stai per i fatti tuoi con le idee poco chiare, scopri che alla fine lui ti ha trasmesso i suoi entusiasmi.

Spiego.

Vibrisselibri è, o sarà, in quanto al momento ancora avvolto nei fumi del pentolone (cioè in fase di cottura), una specie di casa editrice.

E dov’è la novità.

La novità è che i libri editi da questa casa editrice… non ci saranno. O meglio, saranno solo virtuali, si potranno leggere via internet. Non si compreranno in libreria, o all’edicola, non ci sarà il profumo di carta stampata.

E dov’è la novità. Oggi molti libri si trovano in internet e magari solo lì.

Sì, ma i libri di Vibrisselibri, pur virtuali, verranno trattati come i cugini di carta. Con presentazioni, reclamizzazioni, discussioni, recensioni. Si andrà in libreria alla loro presentazione, magari se ne conoscerà l’autore, ma… non si sfoglieranno pagine né si firmeranno copie.

Ed è questa la novità?…

Non solo. Perché Vibrisselibri potrà fare da padrino, da agente letterario, da supporter, da quel che si voglia, al libro che dovesse attirare l’attenzione di un editore tradizionale. E trattare con questo per una pubblicazione “normale”, fatta di carta da toccare e annusare. E il libro che prima navigava solo in rete in seguito potrebbe approdare a solidi lidi editoriali, fatti di vendita e ricavi, come nel sogno più banale di chiunque ami scrivere.

Tutto qua?

No. Perché ancora non ho detto della sfida vera e propria. La maggioranza quasi assoluta dei testi sarà costituita dal lavoro di esordienti, o comunque di gente non nota, che spesso si vede rifiutare il manoscritto dagli editori per le più svariate ragioni. Vibrisselibri ha le antenne sul muso, proprio come i gatti, che per “vedere” nel buio usano radar chiamati vibrisse. Bene, i radar di Vibrisselibri potrebbero riconoscere, nel buio fantasmagorico del marasma creativo, un talento, una novità, una certa validità e dargli la possibilità. La visibilità. Accendere il riflettore su un lavoro altrimenti sprecato.

Ma….  Troppo lavoro per una persona sola, pur abile ed esperta come Mozzi.

Vero. E’ per questo che Giulio non è solo. Vibrisselibri è composta da una gran quantità di persone che neppure si conoscono fra loro, ma che manterranno i contatti via rete dividendosi il lavoro. E che lavoro!! Esiste già un comitato di lettura, che esprimerà un giudizio sui testi. Una redazione per il lavoro di editing. Un ufficio stampa per le pubbliche relazioni e i contatti con i media e le librerie…. E poi esperti d’informatica per i problemi tecnici, esperti di grafica per quelli di…look … e tanto altro. Il tutto, è bene dirlo, su base volontaria. Tutte queste persone lavorano e lavoreranno al progetto solo per passione. Per il gusto della sfida. Per il piacere di formare un gruppo, motivato solo dall’amore per la lettura. E, perché, no, per l’avventura…

E….

Sì, certo, cosa c’entro io in tutto questo? E’ quello che mi sono chiesta anch’io. Me lo sto chiedendo ancora. Perché ne sono assolutamente travolta e coinvolta. Con che qualifica, con che esperienze, con che cosa mi presento a fare un lavoro di cui non so nulla?

A Giulio, che mi ha invitata a collaborare, ho detto: io so solo leggere, cosa posso fare?

E lui mi ha risposto: sei arruolata.

Insomma faccio parte del comitato di lettura. Dovrò leggere, leggere e leggere, selezionare e scegliere e proporre i testi più significativi, commentare e motivare le mie scelte. E’ anche attraverso di me, dal mio piccolissimo contributo, e dal lavoro di tanti altri, che può partire l’avventura della nascita di un libro.

Però!!

Già.

Ma dai!

Eh sì!

Ce la farai?

Non lo so. Ci provo. Si sa mai, dovessi imparare un nuovo mestiere…

 

 

 

di Ramona 09:11:00 7 Commenti

22/07/2006

LE COSE CHE DEVO FARE

Pulire casa. La polvere mi squadra e sogghigna, mi sfida. I ragni regnano. Io guardo e passo.

Lavare tende e finestre. Idem come sopra.

Portare il cane a fare la vaccinazione. Sono una madre snaturata.

Spazzolare un gatto spelacchiato. Idem come sopra.

Telefonare a fratelli e amici.

Leggere. La montagna di libri che si accumula sugli scaffali. Le proposte per Vibrisselibri (cos’è?!!… Ne parlerò tra un po’…). Semplici riviste scacciapensieri, le cui ultime notizie invecchiano prima che le prenda in mano.

Fare parole crociate. Scacciapensieri, come sopra.

Prenotare qualche visita medica. Siamo fatti di carne, qualche volta ci si può guastare.

Scrivere. Scrivere, scrivere, scrivere, scrivere…….

Scrivere per questo blog sempre più anonimo e trascurato.

Scrivere lettere agli amici, che ormai si dimenticano di me.

Scrivere racconti, che non so più come si fa.

Scrivere per emozionarmi, che non so più come si fa.

Scrivere letture per la Bottega, che non ho mai saputo come si fa.

Scrivere per partecipare a concorsi, che tanto… però era una prova con me stessa.

Scrivere nuovi racconti per una nuova proposta che è una bella, ma così bella occasione, che sarò costretta a vanificare. E il cuore mi piange.

Dimenticare. Le cose che fanno male.

Smettere di pensare. Come si fa a mandare in vacanza il cervello?

Questo è semplice. Basta essere costretti a lavorare, con una professione che il cervello te lo risucchia, perché devi metterlo tutto in ciò che fai. Non puoi pensare ad altro. Non puoi distrarti. Non puoi concederti svaghi.

Non puoi vivere.

 

Ho bisogno di tempo.

di Ramona 11:01:00 Commenta:

19/07/2006

CUORI SENZA FRONTIERE

ORE 23.00.

Yesser era stufo di studiare. Nella tiepida notte mediorientale mille aromi: profumo di fiori, di primavera, di vita. Tutto invogliava a uscire, a camminare fischiettando e ringraziando Allah per la sua grande e illuminata presenza. C’era gente per strada. Non si udiva sparare nel cuore di Gerusalemme; la paura poteva essere accantonata, almeno per quella sera. Yesser decise di raggiungere il bar e cercare qualche amico.

 

 ORE 23.00.

Mosheh piangeva in silenzio. Non era virile mostrare le lacrime in pubblico. Ora, solo nel letto d’ospedale, poteva dar sfogo al fiume amaro e salato represso da tanto tempo. Per compagnia, nient’altro che il brontolio dell’ossigeno; attraverso un sottile tubo trasparente gli soffiava nei polmoni l’alito vitale. Poco prima il ragazzo aveva appena superato l’ennesima crisi, ancora una volta per un soffio. Ogni volta era sempre più dura. Il dottore era stato esplicito. La salvezza consisteva solo ed esclusivamente in un trapianto di cuore. Dio di Abramo, Signore d’Israele, dove sei? Perché reclami la mia giovane vita? Ma soprattutto, perché la vuoi spegnere in questo modo? Più giusto, più santo sarebbe stato morire in una divisa mimetica con il fucile in mano. Morire da eroe, combattendo una guerra giusta, come la divisa di soldato imponeva. Morire nel tentativo di eliminare i cani musulmani dalla Terra Santa.

 

 ORE 23.30.

Yesser, seduto al tavolino del bar, sfidava la sorte. Era un grosso rischio per un palestinese trovarsi in una zona di frontiera come quella. Il piccolo quartiere era arabo, ma si trovava in mezzo a due insediamenti ebraici. Lì Yesser era di casa, ci aveva abitato da piccolo e aveva ancora delle amicizie. Presto sarebbero arrivati i suoi amici. Erano israeliti, certo, ma come lui erano ragazzi che credevano in un futuro diverso. Credevano che, sotto il cielo limpido della Palestina, quell’unico imparziale sole che illuminava le colline di Gerusalemme avrebbe scaldato un popolo eterogeneo, sì, ma amalgamato, perché tutti avrebbero vissuto in armonia.

Assorto nei suoi pensieri di libertà Yesser non badava al pericolo. Aveva sentito di un nuovo attentato a Tel Aviv. Un altro palestinese, appena sedicenne, figlio di un suo vicino di casa, si era fatto esplodere su uno scuolabus. Ancora morti, tanti, troppi. Ancora una volta bambini, i più innocenti, quelli che senza colpa pagano per l’odio dei padri. Fratelli contro fratelli, divisi da un confine invalicabile, fatto di antiche prevaricazioni, odio primitivo, una diversità religiosa forse solo apparente: chi poteva sostenere come cosa certa, difatti, che Dio e Allah non fossero la stessa cosa? In fondo, non si era tutti “a’nas”, cioè “umani”?

Yesser, come tutti gli altri, sognava che la terra in cui aveva visto la prima luce della sua vita, diventasse uno Stato vero, riconosciuto dagli altri Paesi. Non sapevano che farsene di uno Stato di carta. Se il sogno si fosse realizzato, tutte le nazioni avrebbero dovuto portare rispetto all’ultima nata. Anche Israele. Nell’ideale così apparentemente utopistico di Yesser i due Stati avrebbero vissuto fianco a fianco, in armonia, dividendosi equamente i luoghi sacri, le dolci colline, la buona terra. Quello che è giusto è giusto. La pace però, nel sogno, sarebbe stata raggiunta diplomaticamente. La guerra sarebbe stata dimenticata, o portata come esempio da non seguire, i cannoni avrebbero taciuto per sempre, la parola attentato sarebbe stata cancellata da tutti i vocabolari. Il sangue non avrebbe più bagnato la sacra polvere di quelle strade. Per questo stava studiando legge, voleva dare il proprio contributo pacifico, una volta laureato e gettatosi nella mischia politica. Gerusalemme, culla dell’umanità, non sarebbe stata divisa in tre spicchi, uno musulmano, uno ebreo, l’altro cristiano; non sarebbe stata contesa da tutti, fonte di odio e disordine, rivendicata da tre Padri crudeli ed egoisti. Gerusalemme sarebbe stata libera, senza alcuna frontiera politica o religiosa. Sarebbe diventata il simbolo dell’unità e dell’amore universale.

 

ORE 23.30.

Mosheh chiuse finalmente gli occhi. Sfinito. Il vecchio tiranno che aveva nel petto, esausto, aveva deciso di concedergli una proroga. Padre, sia fatta la tua volontà.

ORE 24.00.  

 

Yesser fissò negli occhi un ragazzino in moto. La gioventù di oggi scriverà la storia domani, pensò; questo ragazzino rappresenta il futuro, la speranza. Invece era la sua morte. Il ragazzino gli passò accanto, lo riconobbe per il nemico, leggendoglielo sul volto. Estrasse una pistola e mirò alla testa. Fuoco. Centro.

ORE 1.30.

Mosheh si svegliò fradicio, ansante. Un sogno. Il lampo di uno sparo davanti agli occhi, una fiammata, poi tutto rosso. Una mano tesa verso di lui, forte, bruna, giovane, proprio come la sua prima della malattia. Era un segno che sarebbe potuto tornare a combattere.

ORE 2.30.

Una famiglia piangeva un figlio, un fratello. Yesser giaceva immobile su un bianco lettino, irraggiungibile. L’ansare ritmico del respiratore automatico, le urla lamentose della madre, della sorella. Il padre, un pover’uomo invecchiato in un attimo, non aveva nemmeno il tempo di piangere il suo unico figlio maschio. Una dottoressa cortese, ma decisa, gli aveva spiegato. Yesser era morto. Il proiettile aveva devastato il cervello, quel giovane cervello così intelligente e ricco di ideali, che voleva unire le disuguaglianze con la sola forza delle parole. Quel cervello non c’era più. Ma c’era il cuore, che ancora batteva perché riceveva l’ossigeno meccanicamente. Un cuore che poteva salvare una vita. Si poteva avere il consenso per l’espianto? Poco tempo per decidere. Nel frattempo i dati dei tessuti del ragazzo morto erano già partiti per strade informatiche, nei computer del centro trapianti, alla ricerca di un possibile ricevente.

ORE 4.00.

 

Mosheh fu nuovamente svegliato, in quella convulsa notte insonne, da Leah, l’infermiera del turno notturno. Cosa gli stava dicendo... Forse c’era un donatore. Non doveva illudersi, ma poteva sperare e pregare.

ORE 4.15.

Il padre di Yesser fu informato che un candidato a ricevere il cuore si trovava in quello stesso ospedale. L’ultima spiaggia per un giovane; un giovane israeliano. Doverosa la precisazione. Ma il padre assomigliava al figlio, non aveva pregiudizi. Yesser sosteneva che si era tutti “a’nas”, e lui era d’accordo. Yesser sarebbe stato felice di salvare una vita, anche se ebrea, e il padre concordava anche in questo. Aveva già deciso. Però chiese e ottenne due cose: di avere la certezza che il Corano non vietasse questo scambio d’organo e la garanzia di seppellire il corpo entro il giorno successivo, come prescritto.

Gli esperti del Sacro Testo, interpellati in tutta fretta, ma con grande umiltà e franchezza, non ebbero dubbi, né dovettero consultarsi a lungo. Non era scritto che non si potesse donare qualcosa di sé ad un ebreo. Si poteva fare.

 Un ultimo sguardo. Addio, figlio. Qualcosa di te rimarrà ancora in questa vita.

ORE 8,30.

L’intervento era in pieno svolgimento. Per un attimo, lungo un’eternità, il chirurgo ebbe tra le mani, uno per parte, due cuori che avrebbero dovuto odiarsi. Erano perfettamente identici. Dal mondo esterno giungevano, di tanto in tanto, notizie di una sconfortante normalità. Un attentato, una ripicca. Due morti palestinesi per un morto ebreo. L’intifada araba, la repressione israeliana. Funerali e sangue. Frontiere chiuse dai posti di blocco. Frontiere figlie dell’odio. Città divise, barricate insormontabili che accecavano la ragione. Parole senza senso, in quell’attimo sospeso. L’uomo vestito di verde, nel silenzio della sala operatoria, contemplò emozionato quei cuori. Uno di essi si sarebbe fermato solo perché stanco, ma l’altro avrebbe compiuto ancora il proprio dovere. Anche in un petto “nemico”. Il chirurgo sospirò, superò il momento magico e continuò il suo piccolo, grande miracolo.

TRE GIORNI DOPO.

Forse era di nuovo notte, là fuori. Mosheh, dalla sala di terapia intensiva, riusciva a stento a contare il tempo. Non che gl’importasse. Era tutto tempo prezioso, guadagnato. Il suo nuovo cuore palestinese era forte, lo sentiva lavorare imperioso, desideroso di vita, e lui si gustava ogni battito. Ancora non riusciva a crederci. Per tutta la sua breve esistenza aveva odiato i “cani musulmani”. Grazie alla politica governativa aveva creduto che arruolarsi volontario nell’esercito avrebbe dato uno scopo alla vita. Distruggere il nemico, vendicare secoli di oppressione, era stato l’unico obiettivo che lo aveva fatto sentire vivo. Invece ora doveva ringraziare uno di loro se era ancora al mondo. Forse aveva sbagliato tutto. Forse gli avevano insegnato qualcosa di sbagliato.

 Ora un altro palestinese aveva trovato posto, un posto che già gli spettava, in quel nuovo cuore. Il padre del suo salvatore. Nel vederlo, con gli scuri occhi liquidi di lacrime inespresse dietro la maschera sterile, aveva provato l’impulso di prostrarsi ai suoi piedi e abbracciargli le ginocchia. Solo i cavi dei monitor e i tubi delle flebo lo avevano trattenuto. Ma quando il vecchio lo aveva ringraziato per aver accolto il cuore del figlio, era esploso il pianto liberatorio. Non pensava più a mostrarsi virile. Si sentiva piccolo e immeritevole di un dono così grande. Aveva tante cose da dire a quel sant’uomo, ma le parole gli si affollavano alla bocca precipitose e s’impedivano a vicenda. Ora piangeva anche il vecchio, stretto a lui, lacrime arabe mescolate a lacrime ebree, identiche.

Aveva ragione Yesser, aveva ragione suo padre e adesso lo sa anche Mosheh: siamo “a’nas”, siamo umani. Tutti.

 

 

 

 

 

di Ramona 17:17:00 2 Commenti

14/07/2006

UMANITA' DOLENTE

Arriva in ambulanza, lo portano di sopra in barella. È anziano, gonfio come una mongolfiera  a causa dei liquidi in eccesso. E’ cianotico, respira male. Scompenso cardiaco, non ci vuole un genio a capirlo. Metti l’ossigeno, sistemalo a letto, per come può. Ha una gamba fasciata, bisogna controllare: un’ulcera distrofica, quelle da insufficienza venosa in una persona che ha già anche problemi di diabete. Ah, il diabete, il killer silenzioso. L’uomo, L., deve fare subito una trasfusione di sangue, oltre al diuretico in vena. Procedura d’urgenza. Inizia e termina la trasfusione, si controllano tutti i parametri, la glicemia è alle stelle, fagli anche l’insulina. Attenti a non mandarlo in coma.

 

 

Meno di mezz’ora e arriva l’elicottero con un’altra barella. M. è completamente sommersa dalle coperte e dalle infusioni che le hanno appoggiato addosso per portarla di sopra. Ha anche il monitor che sorveglia il ritmo cardiaco. E’ la prassi nei trasporti in elicottero di pazienti che si presume siano a rischio. M. ha 92 anni, due infusioni di farmaci vitali in corso e una grossa sacca contente un liquido bianco che pure le scorre in vena. È la sua alimentazione. E’ cachetica, provata, non mangia. Una grossa piaga le devasta il fondo schiena. Non sa dov’è, non sa che giorno è, dice di avere 70 anni, ma ti sorride. E poi non parla più. Forse non sa che dire.

 

 

M. viene trovata dalla figlia grigia in volto, la bocca storta e la dentiera protrusa, tutta rannicchiata su un fianco e senza coscienza, né di sé, né del mondo. Vai, accorri, ti maledici perché a causa dei nuovi arrivi non sei riuscita a passare prima da lei, che pure aveva la febbre, dovevi controllarla. Era sola in stanza. Da quanto tempo è così? Il monitor non segnala niente: è viva. Qualche scossone, e si riprende. Controlli tutti i parametri e alla fine è tutto in regola. Un lieve ictus, per fortuna risolto. Lei non ricorderà nulla.

 

 

E. è da una vita che sta male. La sua vita è stata scandita da vari interventi chirurgici sulle valvole cardiache. L’ultimo appena un anno fa, già rischioso, l’ultima chance, che le ha garantito pochi mesi di discreto benessere. Sta male, non riesce a respirare. Il viso è gonfio, l’ansia la divora. Non è così anziana, avrebbe tanti anni ancora da vivere, se non fosse malata. Cosa puoi farle? Ha già il diuretico in corso. Le spalanchi le finestre, le aumenti l’ossigeno, la rassicuri. Le racconti perfino barzellette e infine riesci a farla sorridere e perfino a farla stare un tantino meglio. Ma non puoi guarirla, maledizione. E’ al capolinea. Lei non lo sa, ma vedi che ha paura, è sempre agitata. Forse lo intuisce. E quel respiro che non viene, non viene, le impedisce di abbandonarsi sul cuscino. E’ orribile, la fame d’aria. Ti fa sentire un pesce fuori dall’acqua, e come un pesce boccheggi.

 

 

V., dopo qualche giorno di discreto benessere, alla notizia che sarebbe il caso di prendersi un aiuto in casa, qualcuno che abbia cura di lei, si fa venire il mal di cuore. Ha l’angina, il suo cuore soffre realmente. Non regge all’idea di dover rinunciare all’indipendenza, seppure quasi ottantenne. Pensa che ai figli non gliene importi di lei, si chiude a riccio, prende l’ansiolitico e si rifugia in un mondo a sé, meno crudele. Dorme, vuole dimenticare il dolore del suo cuore. Ma il monitor, freddo e senza emozioni, ne rivela la sofferenza.

 

 

E poi.

 

 

E. ha la cervicalgia, oltre che più di 80 anni.

V. vuole proseguire la sua riabilitazione.

P. vuole una bottiglia di acqua, perché pensa che quella presa nella cucina delle infermiere è diversa da quella presa in bagno.

G. suda freddo, forse è un calo pressorio, forse un calo glicemico, forse un’aritmia…

C. vuole la purga.

 

 

E’ questa l’umanità che incontro oggi pomeriggio.

L’umanità dolente.

 

 

di Ramona 19:10:00 2 Commenti

10/07/2006

CAMPIONI DEL MONDO!! (E I PERDENTI?)

GOAL


Il portiere caduto alla difesa
ultima vana, contro terra cela
la faccia, a non veder l’amara luce.
Il compagno in ginocchio che l’induce,
con parole e con mano, a rilevarsi,
scopre pieni di lacrime i suoi occhi.
 
La folla – unita ebbrezza – par trabocchi
nel campo. Intorno al vincitore stanno,
al suo collo si gettano i fratelli.
Pochi momenti come questo belli,
a quanti l’odio consuma e l’amore,
è dato, sotto il cielo, di vedere.
 
Presso la rete inviolata il portiere
– l’altro – è rimasto. Ma non la sua anima,
con la persona vi è rimasta sola.
La sua gioia si fa una capriola,
si fa baci che manda di lontano.
Della festa – egli dice – anch’io son parte.
 (Umberto Saba)

Chi la ricorda questa bella poesia di Saba? A me torna sempre in mente in occasione di partite importanti. Perché, a prescindere dalla squadra che vince e da quella che perde, non volendo considerare il colore della maglia o della pelle, o della bandiera, la sconfitta è l’altro lato della medaglia. E la sconfitta pesa. Fa male. Perché non sempre è giusta.

Certo, il calcio è un gioco. Lasciamo stare gli interessi economici che ci stanno dietro, lasciamo stare le brutte vicende che non hanno nulla di sportivo. Il calcio è un gioco, un divertimento.

In gare normali, il pareggio è una possibilità compresa dalle regole. Significa, sostanzialmente, che due squadre si equivalgono, che 22 persone hanno faticato e sudato allo stesso modo, che fortuna e sfortuna sono state divise equamente. Ma in certe partite no, non ci si può permettere il lusso di essere alla pari. Qualcuno deve vincere. Per forza.

Per questo è stata inventata la lotteria dei rigori al termine di due ore di estenuante parità. Una lotteria altamente ingiusta. Tanto vale tirare in alto la monetina, testa o croce?

Lo penso tutte le volte che vedo due squadre in equilibrio. L’ho pensato in Italia Germania, quando, fino al provvidenziale 1/2 azzurro giunto in extremis, già rabbrividivo e facevo scongiuri.

Eppure proprio in questa partita mi è tornata alla mente la poesia di Saba. Nel vedere il pianto dei giocatori tedeschi, sconfitti, beffati senza rimedio. Inconsolabili. 

 

Sì, è vero, i tifosi tedeschi non sono stati molto carini con noi, ma del resto in generale i tedeschi non sono mai carini con gli italiani che lavorano e vivono in Germania (lo siamo forse noi, sempre, con extracomunitari che ci vivono accanto?…). Tutto vero. Ma il pianto di un giocatore che si è battuto come un pazzo per la vittoria, invano, è qualcosa, tutto sommato, di struggente. Il senso di colpa di un portiere che non para il tiro in porta, come dovrebbe fare per mestiere, chi lo può quantificare? Anche se, spesso si dice, “era un tiro imprendibile”.

Con questo senza nulla togliere alle cose "serie" della vita, intendiamoci.

 Il calcio è un gioco, ma a certi livelli fa male. Fa male perdere. Ma pazienza, se avviene durante i 90 o 120 minuti che siano. Ma i rigori…

 

 

 D’accordo, stavolta ci è andata bene, però ricordiamoci che per un pezzo i rigori sono stati la nostra bestia nera. Giochi bene, fai del tuo meglio, schiatti di fatica, e poi… poi ci si rimette in mano al caso, alla fortuna, a tutta una serie di coincidenze che non dipendono dalla bravura. Ma perché, dico io, non ripetere la partita in caso di pareggio? Mi sembrerebbe più giusto, più umano…

 

In questo giorno di festa immensa, in cui il popolo italiano ritrova l’unità alla faccia di pensieri federalisti, in cui anche la massaia, anche il vecchietto, anche il malato terminale vuole festeggiare, questo giorno in cui (e mi riferisco alla serata cruciale della diretta tv) milioni di persone avranno evitato di partecipare alla lotteria dei rigori per … rigorosi criteri scaramantici ("se guardo perdiamo"), in questo giorno, dicevo, il mio pensiero va anche un po’ al perdente.

Che è un perdente per modo di dire. Un perdente comunque pagato a peso d’oro, con contratti miliardari, un perdente che può sempre dire “sono il secondo (o il terzo) al mondo, solo per sfortuna”. Ma è un perdente che piange, sfinito, un perdente che non controlla i nervi e colpisce di testa non la palla, ma il torace di un avversario, un perdente che si accascia appoggiato al suo palo e che non sa, sportivamente, gioire per la vittoria altri.

Per quante volte siamo stati noi, per un soffio, per un caso, dei perdenti?

 

Poveracci. Ti viene un po’ voglia di consolarli…

A loro, ai perdenti, la dedica della poesia di Saba.

 

Poi però, dai… pensi che il francesino dalla pelle scura che ha sbagliato il rigore è quello che ci ha silurati quell’altra volta…

 

 

Pensi che il portiere che ora si mostra così avvilito è lo stesso che ci ha sbarrato l'accesso alla porta, respingendo i nostri colpi, sempre quell’altra volta là...

Pensi che i nostri ragazzi (perché ora sono diventati i “nostri” ragazzi, i ragazzi di tutti), hanno dimostrato tenacia, sacrificio, ci hanno creduto un po’ di più e hanno avuto un po’ più di orgoglio.

Pensi che veramente tutto un Paese deve loro un momento di gioia incontenibile che fa dimenticare la crisi, il costo della benzina, la difficoltà di arrivare alla fine del mese. Ci si dimentica della guerra e della fame nel mondo, delle porcherie dei potenti, dell’ingiusta distribuzione di ricchezze e privilegi. Ci si dimentica, per quel breve attimo, delle malattie e delle sofferenze. Ci si dimentica, anche, del proprio avversario in campo, della sua bruciante sconfitta che poteva essere, ancora una volta, la nostra.

Ci si dimentica di tutto. Ma ci si ricorderà, per sempre, di quella coppa alzata al cielo da un biondino dagli occhi verdi vestito d’azzurro.

 

 

 

 

 

di Ramona 14:38:00 4 Commenti

02/07/2006

CLICK, DA TUTTO IL MONDO, A ME!!

Ci sono cose che indubbiamente mi stupiscono e, devo dire, mi divertono. Ci sono invenzioni fantastiche che consentono cose inimmaginabili e altrettanto divertenti. Che il computer permetta l’impossibile, è risaputo. Che io sia una specie di troglodita, nei confronti dello stesso, è altrettanto risaputo, e alla stregua di un bimbo che scopre il mondo ogni tanto faccio una scoperta informatica. E se da un lato mi viene da ridere perché quelle che scopro sono in realtà piccole cose, data appunto l’ignoranza nel settore, dall’altro mi fermo a pensare.

Ebbene, qualche tempo fa, in un pomeriggio afoso in cui non riuscivo a stabilire una precedenza in tutte le cose che dovevo fare, scrivere, leggere, lavare, stirare ecc., ho aperto casualmente la pagina di ShinyStat. Sì, quel cosino azzurro che si trova in fondo alla colonna di destra di questa pagina. E’ un contatore, lo so bene, ce l’ho messo io, seguendo le istruzioni con infinite cautele, dando per scontato l’ennesimo guaio in cui mi sarei ficcata e riuscendo invece a farla franca. Più o meno.

Questo contatore mi dice quanta gente passa per di qui. Non mi spiega di chi si tratta, perché quella  è una funzione superiore cui io non ho accesso, ma mi dice quanti visitatori si sono fermati sulle mie pagine. E da dove provengono. Cioè,  sempre che io non abbia frainteso (ma allora sì sarei un caso d’imbecillità cronico) posso risalire al loro Paese di provenienza. E la cosa che ne è venuta fuori mi ha stupito non poco.

Questo è il grafico del mese di giugno.

 

 
Italia 86,94 %
Francia 3,92 %
Stati Uniti d'America 1,54 %
Canada 1,19 %
Svizzera 1,19 %
Altri 5,23 %
 
 
 
     

 

 

 

Come si può notare, l’86,94% delle visite, cioè 732 visite, proviene dall’Italia. Già così mi sono meravigliata: solo? Credevo che solo gli italiani leggessero qualcosa scritto in italiano…mi aspettavo un 100%, insomma.

Invece, per l’esattezza, sono venuti a trovarmi, traducendo dalle percentuali (riporto dati che qui non si vedono): 33 francesi, 13 americani, 10 svizzeri e 10 canadesi. Poi sotto la voce “altri” (5,23%) si nascondono 7 rumeni, 6 belgi e 6 tedeschi, 4 sloveni, 3 inglesi, 3 dei paesi bassi, 2 venezuelani, 2 messicani, 2 svedesi, 2 polacchi e infine un solo accesso per ciascuno da abitanti di Uruguay, Polinesia francese, Marocco, Ungheria, Croazia, Danimarca, e Serbia-Montenegro.

Fantastico!!

Da ogni parte del mondo si sono collegati, per un motivo o per un altro, al mio modestissimo diario. Cercando probabilmente chissà che cosa (con Shiny è possibile anche risalire alle chiavi di ricerca usate: non posso descriverle qui, ci vorrebbe un altro delirante post, ma se qualcuno è curioso si accomodi: click sull’icona e buon divertimento..). Di fatto tutte queste persone sono giunte qui. Avranno sfogliato queste pagine, non avranno trovato ciò che cercavano, indubbiamente, ma intanto sono state qui. A prendere un caffè (virtuale) con me.

Quasi tutto il mondo è passato di qui. Tranne Africa, Australia, Paesi asiatici, e India. Per lo meno nel mese di giugno. Non ho indagato sui mesi precedenti. Non escludo che pure qualche pigmeo dell’Africa nera, o un canguro australiano, o un pirata della Malesia si sia intrufolato amichevolmente.

Mi piace pensare a qualche navigatore della rete che, da un posto lontano, capita per caso qui da me. Gli basta un click, una ricerca su Google ed eccomi qua. Si tratta, secondo me, ed è facile crederlo, di persone di lingua italiana, magari emigrate, o nate all’estero da nostri connazionali, o momentaneamente trasferitesi in capo al mondo per studio o lavoro.

Mi sembra di vedere le loro notti solitarie, o i lunghi pomeriggi d’inedia, intenti a cercare un contatto al computer, per una ricerca, una nostalgia, un divertimento. Cercarlo nella lingua d’origine per sentirsi un po’ più a casa.

Oddio, mi riesce un po’ difficile immaginare che colui o colei che mi è piombata in casa dalla Polinesia non abbia avuto proprio niente da fare in quello splendido paesaggio… Amica/a mio/a, facciamo un cambio?… Se hai nostalgia, vieni tu qui, e qualsiasi cosa ti ritrovi a fare in Polinesia la faccio io al tuo posto… Forse non sentirei il bisogno del computer, se mi trovassi là… o forse la nostalgia di casa mi farebbe procedere esattamente come te, e a quest’ora io starei leggendo il tuo blog cercando chissà che cosa…

Nessuno di questi visitatori ha lasciato un messaggio, perché è ovvio che non cercavano me e quello che io avevo da dire a loro non interessava.

Però...

 

Però io ora, da questa pagina, che chissà se mai varcherà il confine, vorrei lanciare un messaggio in bottiglia.

Amici d’oltre frontiera, se ci siete, se per caso leggete queste righe, non sparite senza lasciare un segno che ci siete stati. Mi basta un bye-bye, un hello, un au revoir (come si dirà ciao in marocchino, croato, svedese….?). Mi basta anche solo sapere da che parte del mondo state pensando a me in questo momento, quindi un “Ciao da… Timbuktu (esempio)” può essere sufficiente.

 

Diomio, mi sento come quella sonda lanciata nello spazio contenente tutto lo scibile umano, la spiegazione delle origini terrestri, la registrazione di voci, l’elica del DNA, la voce di Mike Bongiorno… e non so più che diavolo ancora, di fallibile e terrestre, che la identifichi appunto come oggetto proveniente dalla terra, costruito da umani  in cerca di fratelli alieni. Poi vagli a spiegare, agli spaziali, che sulla Terra di fratellanza ce n’è così poca che siamo costretti a cercarla nel cosmo.

 

Amici che giungete da chissà dove, insomma, (spero non dallo spazio, ma se così fosse, benvenuti, piccoli E.T.), io sono un essere come voi, e il mio DNA, senza troppa fatica, si ricava da quanto leggerete qui. Se vi siete soffermati anche solo un attimo, me la lasciate la vostra impronta? Fatemi toccare con mano la vostra vicinanza, se pure così lontana. Perché davvero, ormai, questo mondo è così piccolo, che possiamo abbracciarci con un semplice click. Ciao a tutti, amici all’estero!

di Ramona 20:30:00 6 Commenti