29/06/2006

LA MOGLIE DELL'UOMO CHE VIAGGIAVA NEL TEMPO

Quando m’immergo nella lettura di un libro vado in apnea, respiro solo l’alienazione, cioè l’immedesimazione in ciò che non sono, ma magari vorrei o potrei essere. Poi, rovistando nel fondo, fra le correnti, in mezzo alle creature che abitano il libro, cerco quel quid che può permettersi impunemente di attanagliarmi l’anima, rovistarmi nel cuore, devastarmi il cervello. Quel certo non so che, insomma, che risveglia i desideri, che pone domande, accende la nostalgia, instilla dubbi nuovi e vecchi, magari antichi quanto l’uomo. Quando scovo anche una piccola parte di tutto ciò, allora mi dico che ho esplorato un libro bello proprio come un fondale marino. Come questo romanzo, in cui ho trovato una certa soddisfazione per quel che riguarda i miei bisogni. Per mezzo di una storia d’amore, che non è solo una storia d’amore.

 

 LA MOGLIE DELL’UOMO CHE VIAGGIAVA NEL TEMPO è l’opera prima di Audrey Niffenegger, una scrittrice quarantenne, americana, che di professione fa l’artista visiva e l’insegnante. Questo suo lavoro, inizialmente snobbato dalle grosse case editrici, ora edito da Mondadori per l’Italia, ha conosciuto il successo solo tramite l’appassionato passaparola tra i lettori.

Io, al solito, mi ci sono imbattuta per caso... E se ora sono qui che ne parlo è perché il romanzo, oltre a essere una bella storia, mi ha indotto a qualche riflessione. Proprio quello che cercavo, lì, nel fondale.

 

C’è un uomo, Henry, che ama una donna, Clare. Lei lo ricambia, con uguale intensità. Un amore intenso, che li accompagnerà per tutta la vita e andrà oltre la morte.

Tutto qua?

 

No.

 

L’anomalia, in una storia d’amore simile ad altre, sta nel protagonista maschile e nella sua diversità. Henry è affetto da cronoalterazione, un’alterazione genetica che lo fa viaggiare nel tempo. Non si sposta volontariamente, né telepaticamente, e nemmeno usa strani e futuristici marchingegni. Gli capita di punto in bianco, a volte per uno stress emotivo: si ritrova catapultato fisicamente in un’altra data, in un altro luogo, per un periodo più o meno lungo, non prevedibile, che non coincide con il normale scorrere del tempo nel suo presente. Presente da cui scompare, dissolvendosi nel nulla, lasciando di sé solo gli abiti che indossa. Perché Henry viaggia nudo, non porta nulla con sé (spostare qualsiasi oggetto significherebbe il caos, destabilizzare l’ordine prestabilito di quanto già accaduto). Quando si rimaterializza non ha altro che la sola pelle addosso.

 Non è una storia di fantascienza o giù di lì, come si può essere portati a credere. La vicenda è ambientata a Chicago in un lasso di tempo che va dal 1979 al 2008, e arriva a toccare il 2045. Ma nonostante ciò, e mi ripeto, non si tratta di fantascienza né di sola scienza o di sola fantasy. La vicenda è contemporanea, senza estremismi o astrazioni o invenzioni assurde. Henry è un bibliotecario, Clare un’artista. Lo sfondo è quello della quotidianità americana per come la conosciamo anche noi. L’unico elemento surreale è proprio questa strana cronoalterazione, che nel libro viene vissuta come una malattia di cui nulla si conosce, e che a tempo debito verrà studiata da un genetista, senza alcun clamore.

 

Un punto a favore del romanzo. Un fatto così inusuale, anzi, chiaramente inverosimile, viene inserito nella storia come un evento sì straordinario, ma tutto sommato possibile (una semplice anomalia genetica: se ne scoprono tutti i giorni, no?) e accettato con naturalezza, per quanto sbigottita.

 E di patologia grave si tratta, nonostante tutto. Per il personaggio Henry ogni viaggio è un trauma, ogni spostamento è imprevedibile e inevitabile, non esiste controllo da parte sua né volontarietà. E spesso ovunque si ritrovi, è costretto a lottare, per vincere il malessere fisico, ma anche per sopravvivere nel nuovo ambiente in cui è stato scaraventato.

 

Intorno a questo disagio si costruisce la storia d’amore fra i due.

 

Clare incontra per la prima volta Henry quando ha 6 anni e lui 36, in uno dei viaggi dell’uomo nel proprio passato. In realtà Henry ha conosciuto Clare “ufficialmente” nel presente quando di anni ne aveva 28 e lei 20. Non prima. Invece lei, proprio perché lo ha già visto da piccola sa tutto di lui, aspettava con ansia d’incontrarlo nel presente di entrambi. La Clare bambina di 6 anni non sa chi è quel signore che le compare nudo e sofferente (un angelo?…), non immagina che sarà l’uomo che amerà e sposerà, mentre lui ha già vissuto ogni cosa (ricordiamo che per Henry, si tratta di un viaggio nel passato). Nel corso della vita di Clare ragazzina questi incontri saranno periodici, con Henry che giunge dal futuro. Quando poi si frequenteranno nel presente toccherà a lei raccontargli il passato, così già pieno di lui, a insaputa dello stesso Henry….

 

Complicato? Francamente sì, a dirla così, e anche nella lettura del romanzo occorre far scorrere un po’ di pagine prima di raccapezzarsi…

 

 Per tutta la breve esistenza dell’uomo e la lunga vita della donna ci sarà questo intreccio di passato, presente e futuro, in un ritmo che avvolge, scandito da date precise che corrispondono ad altrettanti avvenimenti e incontri. Un’esistenza scandita su due piani. Quello presente, che ha per riferimento il quotidiano di Clare, il suo vivere “normale” e il suo “normale” diventare grande aspettando che il suo difficile amore, poi marito, rientri dai propri viaggi (da qui il renderla giustamente tenera protagonista del titolo); e un piano imprevedibile legato agli spostamenti di Henry, che  a volte vediamo bambino, a volte invecchiato, a volte contemporaneo a Clare, a volte simultaneo ad un altro sé di età diversa. O con la stessa età, e dunque due Henry uguali convivono per un po’ faccia a faccia, ed è come un guardarsi allo specchio.

 Mi rendo conto che riassumere questa storia in due parole comprensibili è arduo. Comunque sia la lettura del romanzo scorre che è un piacere. L’alternanza casuale (ma non sarà poi tanto casuale, alla fine) delle date presenti, passate e future è ben gestita, con la specifica, ogni volta, dell’età dei protagonisti in quel momento. La narrazione, sempre al presente, avviene a due voci, quelle dei due innamorati, così che spesso si ha modo di confrontare il punto di vista di entrambi su uno stesso fatto. Il protagonista Amore è di quelli che avvolge, molto umano, molto terreno, molto possibile. E’, difetti genetici a parte, quello che tutti sogniamo e che tutti, più o meno, se siamo fortunati incontriamo: l’amore della vita, che non guarda in faccia al tempo, all’età, o alla diversità.

Lo stile della scrittrice è molto… americano, ma accattivante, non privo in alcuni punti di bellezza e perfino di poesia. E con molti, interessanti riferimenti letterari.

 

Insomma, è una lettura godibile, facile, leggera, ma coinvolgente, fino al romanticissimo, commovente finale. Che indurrà i più alla tentazione di versare almeno una lacrimuccia. Una sola. E a sospirare per amore. Cosa che io non ho certo mancato di fare.

 

Ma per me non è finita chiudendo il libro all’ultima pagina e riponendolo sullo scaffale. In realtà si chiude il libro e si aprono le riflessioni. 

 

Viaggiare attraverso il tempo è uno dei sogni proibiti dell’uomo. In letteratura e nel cinema molte volte si è affrontato l’argomento. Mi viene in mente  il Topolino dei fumetti che col suo amico Pippo e grazie alla macchina costruita da due amici scienziati se ne vanno a zonzo soprattutto nel passato dando vita a simpaticissime avventure. Poi penso a Michael Crichton e al suo Timeline, diventato anche film: una macchina del tempo porta i protagonisti nel medioevo.

Però solo nel romanzo della Niffenegger (che nome impossibile!) la possibilità di tali improbabili viaggi è vissuta in un modo diverso e secondo me più affascinante: quello della malattia. Non richiesta, dunque, non cercata, qui la faccenda non è frutto degli studi e dei calcoli di uno scienziato folle. Qui c’è una patologia, casuale, che indubbiamente genera sconquasso, ma che dal punto di vista letterario è forse un elemento innovativo rispetto al tema. E conquista di più.

 

Ed eccole, le domande, inevitabili che mi sono posta.

 

Se fosse davvero possibile viaggiare nel tempo? Se io fossi un soggetto anomalo che soffre di cronoalterazione? Come la vivrei questa malattia? Con filosofia, con disperazione? Ne apprezzerei i vantaggi, o ne starei male? E i vantaggi, ci sarebbero?

 

Nel libro è spesso ribadito che i viaggi per il protagonista sono una sofferenza. E che comunque non c’è mai, e sottolineo mai, la possibilità di cambiare il corso degli eventi, neppure conoscendone in anticipo le conseguenze. Al massimo, può capitare di scoprire il biglietto vincente di una lotteria, o “indovinare” l’andamento in borsa, cose cui peraltro i nostri protagonisti fanno, con una certa misura, ricorso…

Chiamiamolo quindi fato, destino, ineluttabilità o disegno di dio, ciò che è stato non si cambia. Ciò che deve accadere, accadrà. Come fosse stato scritto con penna indelebile.

 

Detto ciò, e posto l’accento sul fatto che non esiste nemmeno possibilità alcuna di rimediare ad eventuali errori compiuti in passato né evitare quelli futuri, la domanda torna, assillante: mi “piacerebbe” soffrire di una simile malattia?

La risposta, dopo attenta riflessione ed epurazione di una certa vena masochistica, è sì.

 

Sì, vorrei viaggiare nel tempo. Soprattutto andare indietro. Vorrei vedere me stessa bambina, come capita ad Henry, che, trovandosi faccia a faccia con Henry piccolo ne diventa amico. Oh, che cosa proverei a incontrare quel topino scontroso offeso col mondo? Quella piccina con le trecce lunghe e i grandi occhi sempre umidi di pianto, con cui scruta senza sconti i comportamenti insensati degli adulti? Probabilmente le farei una carezza, perché so che non le bastano mai. Le spiegherei di non prendersela, che gli adulti sono strani e incurabili, che le cose che vede e non capisce spesso non le capiscono nemmeno loro. Le asciugherei quella lacrima d’incomprensione e conforterei quella terrificante sensazione di estraneità che l’affligge.Vorrei tanto abbracciare me stessa bambina e poi conservare il ricordo di quell’abbraccio come quello di un angelo.

 E vorrei tornare indietro nel tempo per rivedere ancora una volta mia madre, che non c’è più da quando era poco più di una ragazza. Anche questo accade ad Henry, che perde la mamma, pure giovanissima, in un brutto incidente. Proprio tramite le sue emozioni immagino le mie: rivederla viva, riascoltare la sua voce, godere totalmente del suo affetto sapendo che il tempo condiviso sarà tragicamente breve… Sarebbe una gioia innegabile e al tempo stesso uno strazio profondo.

 

E vogliamo parlare del futuro? Henry conosce la data della propria morte, che avviene molto presto, e la causa di essa, terribile e complessa, in un certo modo legata al suo andirivieni temporale. Quanti di noi vorrebbero sapere in anticipo quando scoccherà l’ultima ora? Forse non molti, forse nessuno. Io, se fossi malata di cronoalterazione, accetterei anche questo. Ma è chiaro che l’argomento è di quelli che fanno discutere.

 

Al di là quindi della storia in sè, che può piacere o meno, che può stancare o meno, nel complesso delle sue 500 pagine (ma a me è piaciuta!), quando ho riposto il libro sullo scaffale, mi sono accorta che ero ancora in apnea. Che il fondale esplorato era di quelli belli, forse non del tutto accessibili, perché profondi in modo spaventoso. Ma tornando a respirare, riaprendo gli occhi sul presente, ricordando il mio passato e non prevedendo nulla del futuro, mi sono detta: sì, voglio essere anch’io un viaggiatore del tempo.

 

(questa mia lettura è anche in Bottega)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

di Ramona 13:09:00 1 Commento

27/06/2006

EFFETTI POST REFERENDUM

Il popolo italiano si è espresso per il NO.

La Costituzione non si tocca.

I benefici di tale saggia decisione già si avvertono sui cittadini.

Ho trovato, dopo il referendum, un paio di sandali numero 35, tacco 6 cm. Belli, comodi, quasi da velina. Quasi.

Chiedi e ti sarà dato.  Questa è la democrazia.

Viva la democrazia.

di Ramona 15:04:00 2 Commenti

21/06/2006

INTERROGAZIONE PARLAMENTARE

Ebbene sì, voglio fare un esposto molto importante. Data l’importanza dello stesso, ho pensato di riunire il parlamento a Camere unite. Perché la cosa potrebbe assumere un interesse nazionale, considerato il periodo. Siamo in pieno clima elettorale, referendario, siamo chiamati a esprimere un SI’ o un NO su una riforma costituzionale. Signori ministri, senatori e deputati,  io vi dimostrerò che quanto sto per esporre è perfettamente attinente al tema di questi giorni.

Io protesto, signori, e ditemi voi verso chi dovrei indirizzare le mie ire. Protesto perché non sono in grado, avendone bisogno, di acquistare un paio di scarpe. Non perché sia indigente, o impedita in qualche modo,  o amputata, ma perché non riesco a trovarle, le scarpe adatte a me!!

 

Spiego l’antefatto.

Qualche tempo fa, i miei adorati sandaletti bianchi, comodi, freschi, leggeri come piume, hanno esalato l’ultimo respiro. La malattia è stata fulminea, la morte istantanea. Non si è potuto nemmeno tentare una terapia, un viaggio della speranza presso il migliore dei calzolai. Nulla. Defunti. Il mio dolore è stato immenso. Io e quei sandali bianchi camminavamo sulla stessa strada da un paio di anni, ed eravamo felici insieme.

Ma la vita prosegue, e io scalza non posso stare. Così impongono le regole del vivere cosiddetto civile cui posso solo obbedire.

Perciò mi sono recata senza meno in un luogo pomposamente denominato La città della calzatura.  Un nome, una

promessa. Un’intera città dedicata alle calzature? Capperi! Troverò quel che cerco in un nanosecondo, ho pensato…

E cos’è che cerco? La cosa più banale: un paio di sandali per la sottoscritta, alla moda, perché no, ma funzionali. In fondo, non sono ancora troppo decrepita per osare. Dato l’impellente avvicinarsi della bella stagione, il sandalo in questione dev’essere quanto meno fresco, aperto, e attento alle possibilità e agli incontri della strada. Deve lasciare passare l’aria e concedere respiro a delle estremità a volte in serio disagio.

Sul colore non ho preferenze assolute. Mi piacerebbe, in memoria dei predecessori, i sandaletti da me tanto amati, tornare sul bianco. Però va bene anche beige, giaccio, cuoio. Magari anche blu. Al limite anche un bel colore pastello. Diamine, in estate tutto è concesso. Anche una vena di pazzia colorata.

Tacco?  Ecco, questo è il mio unico dubbio. Di certo praticità insegna che, se non proprio strisciante al suolo, l’altezza del tacco, come pure la sua larghezza, dev’essere proporzionale al tipo di percorso e al chilometraggio praticato dal soggetto proprietaria dei gentili piedini. Nonché all’abilità equilibrista della suddetta nel camminare sui trampoli. O sulle uova, il che fa lo stesso. Nel mio caso, seguendo questa regola, avrei dovuto cercare un paio di ciabatte… ma poiché, come già detto, estate è sinonimo di follia, non mi prefiggevo limiti assoluti. Mi sarei lasciata guidare dall’istinto del momento.

Onorevoli deputati e senatori, la mia ricerca si è rivelata fin dal primo momento un’utopia.

Decine, centinaia di calzature da sogno, dai modelli e colori più accattivanti abitavano questa fantomatica città. Non c’era che da gettarsi a capofitto. E così o fatto. Ma…

Ma il campo si è ristretto, e poi annullato, in un amen.

Affascinata da elegantissimi sandali luccicanti di strass e da vertiginosi tacchi a spillo, ho deciso in cuor mio di tentare il colpo da vamp. Anch’io, come le vip, le starlette, le veline, le squillo d’alto bordo e le professioniste della strada, e perfino le badanti di ogni nazionalità in servizio presso novantenni sclerotici e paralitici, anch’io, dunque, avrei indossato i miei 12 cm. Minimo. Così sarei cresciuta… di considerazione in chi mi avesse incontrato per strada. Di almeno 12 cm, appunto.

Cinghiette alla caviglia, o serpentine che abbracciano il polpaccio, o semplice zoccoletto, mi sono gettata avida sul reparto tacco alto. Ahimè, non ho trovato neanche un modello della mia taglia. Ora, io indosso il 35. Vi pare poco, onorevoli? Ho un piede di fata, che ci posso fare? Del resto, se portassi il 40, abbinandolo a tutta la rimanenza della mia distinta persona, finirei per somigliare a un clown, avrei l’andatura di Charlot e incespicherei ad ogni passo. Sarebbe serio? Alla mia età?! E poi io sui miei piedi ci cammino benissimo, non sono monchi, e io non sono mutilata.

Però un sandalo grazioso, elegante, col tacco 12 o più e col numero 35, non c’è. Non esiste. Si parte dal 36, almeno, in su.

E allora l’ho provato un 36, speranzosa. Mi sono adattata a tante cose nella vita, credevo di poter adattare anche un paio di scarpe. Ma nel 36 la mia piccola estremità sguazzava in almeno 3 cm di troppo. Che, aggiunti all’altezza del tacco, sortivano in me l’impressione di fluttuare in barca. No, non avrei potuto andare a fare la spesa in quelle condizioni senza provocare danni apocalittici a cose e persone con inevitabili e orripilanti cadute.

Così ho cercato fra i tacchi medi. Altre bellezze occhieggiavano tra le scatole sui ripiani, e mi chiamavano, certe che le avrei scelte fra tante. Tacco 6-7 cm. Ragionevole. Modelli ancora eleganti, freschi, adatti a tutte le occasioni. Golosa, impaziente, cerco la mia taglia. Non c’è. Ancora, la partenza è dal 36 in su. Cavolo, deve essere successo qualcosa. Una volta ero una donna normale. Ora sono quasi una bestia rara, col 35 di scarpa. Cos’è, tutta la popolazione femminile si è allungata di piedi in una notte? Come hanno fatto? C’è passato sopra qualcuno col rullo compressore? O sono io che a forza di camminare in …punta di piedi ho interrotto un’improbabile crescita?

Onorevoli signori, perfino le scarpe importate dalla Cina partono dal 37 e arrivano al 41. Se non sbaglio, le cinesi erano quelle cui la società fasciava dolorosamente i piedi, al limite della violazione dei diritti umani, per lasciarli mignon, perché piccolo è bello e perché altrimenti non avrebbero trovato marito… Quante saranno le cinesine col 41 di piede, oggi che le loro estremità sono libere di crescere?

A forza di rovistare fra le scatole, esasperata, ho trovato un modello taglia 35. Finalmente! Solo che si era travestito da 34, perché il mio piedino non sono riuscita nemmeno  farlo entrare. Modello stretto. Troppo stretto, per me, che sono di pianta comoda… insomma, non sono una Cenerentola. Per lo meno dal punto di vista degli arti inferiori. Ma credo che neppure lei, povera, sarebbe riuscita a calzare questa. Avrebbe di certo perso il principe azzurro e sarebbe rimasta una single infelice, se il suo destino si fosse basato su questo sandalo anziché su una scarpa di cristallo.

Sempre più avvilita, mi sono infine aggirata fra i modelli a tacco basso e bassissimo, ciabattine e infradito. Niente da fare. La storia si ripeteva.

E fra le proposte per bambine, direte voi? Signori, mi avete guardata bene? Vi sembro un bimbetta? Non porto più il grembiulino da 30 anni almeno, e non gioco a campana o salto la corda da altrettanto. Sono una SIGNORA, capperi!

Una signora scalza.

Mi viene negata la possibilità di vestire in modo civile.

Mi verrebbe voglia di tirar fuori le mie calzotte…

 

Ora, premesso che ho ripetuto l’infruttuosa caccia in altri grandi negozi, premesso che in quelli piccoli e costosi non sono nemmeno entrata dopo aver visto i prezzi esposti e che per lo stesso motivo non mi rivolgo ad un artigiano per una creazione su misura; premesso che anche un poveraccio accanto a me ha vissuto la stessa sgradevole esperienza cercando invano una scarpa da uomo numero 46 (cos’è, se le femmine si allungano, i maschi si accorciano?). Premesso tutto ciò, ecco il motivo dell’interrogazione, in questi giorni pre-referendum.

La Costituzione sancisce il diritto al lavoro (art.4), all’istruzione (art.34), alla salute (art. 32), all’uguaglianza fra i cittadini senza distinzione di età, sesso religione (art.3), ecc. ecc.

Come mai allora, dico io, non sancisce il diritto ad avere un paio di scarpe?

Perché non mi è permesso di acquistare semplici calzature, come tutti nella società globalizzata? Escludendo i poveri del terzo mondo, ma solo quelli che rimangono nel loro Paese…

Esiste qualche legge di cui non sono a conoscenza che vieta la produzione e/o la diffusione di scarpe femminili taglia 35 (o maschili taglia 46, parlo anche a nome di quell’altro poveraccio)?

Ebbene, se esiste, ne chiedo visione e revisione, poiché palesemente anticostituzionale. Se tale legge non esiste, cosa impedisce al libero mercato di produrre e diffondere tali calzature? Chiedo alle camere qui riunite di esprimersi in tal senso.

Altro che votare la riforma della Costituzione. Io pretendo che vengano rispettati i diritti già sanciti da quella attuale. IO VOGLIO UN PAIO DI SANDALI per essere uguale alle mie simili. Non devo incorrere in discriminazioni anticostituzionali solo perché costretta a camminare scalza.

Perciò, onorevoli deputati e senatori, fiera di avere usufruito della libertà di parola (art. 21), di qui non mi muovo, salvaguardata dall’art. 13 che vieta ogni forma di restrizione della libertà personale. E rimango, fiduciosa come sono nelle istituzioni, in attesa del risultato delle vostre profonde e sagge riflessioni.

O quanto meno dell’indirizzo di un buon negozio di scarpe.

Grazie.

17/06/2006

QUESTO E' IL GIARDINO

Quando si legge un libro, o un racconto, di qualcuno che si conosce, è inevitabile che mentre si legge si pensi all’autore. Finora a me non è che sia successo molte volte. Voglio dire, di leggere i lavori “ufficiali”, per così dire, di una persona conosciuta. A parte gli scambi amichevoli con qualche amico, di solito via mail. O qualche racconto sui blog personali. O il prodotto risultante dalle esercitazioni durante i corsi di scrittura, scaturito dall’ingegno dei compagni di corso, persone che conoscevo più o meno solo di vista, e la cui storia privata non mi era nota.

No, quello che voglio dire è che provi qualcosa di strano quando hai per le mani il lavoro, fatto secondo tutte le regole, pubblicato secondo tutte le regole da un editore secondo tutte le regole, di un amico.

Conosco personalmente Giulio Mozzi da qualche anno. Prima lo avevo solo sentito nominare, grazie alla sua collaborazione con Inchiostro, rivista per scrittori esordienti cui sono abbonata da tempo. Ed è stata questa curiosità, quella di vedere dal vivo un vero scrittore, a farmi iscrivere a quel primo corso di scrittura. Di lui avevo letto, in extremis, solo qualche nota biografica e forse un racconto, tanto per avere idea di cosa scriveva.

Dopo quel corso ho seguito il suo blog, mi sono appassionata a Vibrisse, bollettino di letteratura (e non solo) da lui inventato, e a tutte le altre innumerevoli iniziative in campo letterario, e ho cominciato ad apprezzare l’uomo-scrittore. A riconoscere quello che mostrava di sé e anche ciò che, così mi sembrava, non voleva dire apertamente. Anche se non ci si poteva ancora definire amici, io ho cominciato presto a considerarlo tale.

Solo ora, però, ho letto “davvero” qualcosa di suo, qualcosa che vada al di là delle discussioni sul blog e della messa in piazza di pubblici pensieri. Ed è per questo che ne scrivo.

 

 

 

Ho letto Questo è il giardino, l’unico libro di Mozzi che ho trovato qui in città.

E’ una raccolta di racconti, l’opera prima. L’inizio. Ma non è del libro in toto che voglio parlare, o non esclusivamente. C’è uno degli otto racconti, uno in particolare che mi ha coinvolta e un po’ sconvolta. Mi riferisco a quello intitolato Per la pubblicazione del mio libro.

 

 

Che non è “solo” un racconto, ma una parte di vita. Della vita di Giulio, quella dedicata alla scrittura. E dei suoi pensieri, messi così innocentemente a nudo, che si ha quasi pudore a continuare a leggere.  Perché, ora che lo conosco, non ho motivo di dubitare che ciò che scrive in quel racconto faccia parte, o abbia fatto parte, della sua vita autentica.

In quella parte di vita io mi ci sono riconosciuta in un modo impensabile.

 

 

 

In questo racconto che non è un racconto, Giulio, parla di sé, con timidezza e stupore, immaginando di raccontare la nascita del suo primo libro alla serata della sua stessa presentazione.

Parlando al pubblico, un po’ imbarazzato, si confessa. Ed è mentre va con la memoria al passato, ripercorrendo le vie che lo hanno condotto lì, di fronte a una platea di attenti lettori, che io vedo me stessa in una serie di stranissime analogie…

Per esempio, Giulio racconta che scrive da quando aveva 14 anni.

Anch’io. Il mio primo racconto risale esattamente  a quando avevo quell’età.

Le cose che scriveva le teneva per sé, o al massimo le leggevano amici e familiari.

Anch’io. Solo qualche amica ha letto i miei primi lavori.

Mozzi scrive che i racconti inseriti nel libro sono ispirati a cose realmente accadute, ed è proprio quanto capitava, e ancora capita, a me: raccontare storie di straordinaria quotidianità, basandosi sull’osservazione di un mondo così a portata di mano da essere di norma invisibile. La pura invenzione forse non è così accessibile a tutti. E forse metterebbe chi ne scrive al sicuro in un altro piano, neutrale. Ma quel riportare una realtà modificata a proprio uso e consumo, quel ricostruire un proprio mondo parallelo serve, racconta Mozzi, a vendicarsi delle realtà che fanno male. A disattivarle, in un certo senso. E del resto, un racconto bell’e che stampato assume un contorno di definitività che spesso non si sente come proprio. I fatti in esso racchiusi sembrano così diversi da quel momento in cui li abbiamo colti e raccontati… Posso confermarlo, provo la stessa sensazione…

E poi si parla di una categoria particolare di persone, quelle dei “pazzi”. Persone che sognano di pubblicare e ne fanno una ragione di vita, fino a capitare nelle mani di editori senza scrupoli (che dire, uno di quelli nominati nel racconto ha contattato perfino me..). Persone che hanno un’autentica passione di sé e ambiscono enormemente al giudizio degli altri. Mozzi dice che assomiglia troppo a queste persone, così sicuro quando scrive, così spaventato dopo che scrive, da non capire come quelle parole possano piacere a chi legge. Ma quest’ambivalente sensazione non capita un po’ a tutti quelli che scrivono?

Be’, io non sono brava come Giulio a descrivere queste cose. Devo rimandare alla lettura del racconto per farvele capire. Io so solo che per come le ha descritte le sento mie.

Come pure riconosco così bene quella certa ritrosia degli esordi a sgomitare, a mettersi in luce, a farsi notare, che convive con la voglia spasmodica di essere “scoperti” e contattati, ricevere offerte e proposte serie… Salvo poi cercare di tirarsi indietro proprio quando si raggiunge il traguardo… Naturalmente per Giulio questo significava trovare l’editore giusto, che riconoscesse il suo effettivo talento di narratore; per me, al massimo può valere una proposta generica quanto vaga di “collaborazione”, del tipo, “se hai qualcosa prova a mandare, poi si vedrà…”… un piccolo successo dovuto a un momento effimero di notorietà già archiviato. 

La differenza sostanziale tra me e Giulio esiste, comunque, e sta, è ovvio, nella qualità e nella perseveranza: lui, al contrario di me, è bravo davvero, crede in se stesso e in quello che fa, e persegue i suoi ideali ad ogni costo. 

 Il racconto si chiude con la cronaca del viaggio intrapreso da Mozzi per andare a Milano a consegnare una sua foto all’editore che si era offerto di pubblicare il suo primo lavoro, quello che aveva segnato l’inizio di tutto. C’è tutta la consapevolezza dell’estraneità, della non appartenenza a quel mondo che lo accoglieva senza riconoscerlo. Un ingranaggio anonimo ma produttivo. Un senso di dolore e di perdita. Può accadere, dice Giulio, credeteci. E io ci credo.

 

 

 

Mi rendo conto che mi è difficile spiegare questo racconto. Sebbene abbia toccato profondamente le mie corde fino alla commozione. E mi rendo conto che mi ha toccato sia perché mette a nudo l’anima di un amico, sia perché quelle sensazioni mi sono così familiari. Probabilmente non a tutti fa lo stesso effetto, c’è chi può rimanere indifferente alle avventure editoriali di un giovane, ancora sconosciuto, scrittore, solo perché estraneo al mondo della scrittura.

Allora io consiglio di puntare gli occhi su qualche altro racconto della raccolta.

 

 

 

A me sono piaciuti in modo particolare Treni, in cui sembra di toccare di nuovo una delle esperienze reali dell’autore (ci scommetto che lo spunto è tratto da una storia vera!…), e Tana, in cui si parla del sesso degli angeli in un modo assai suggestivo.

Ma anche F., riflessioni di un magistrato, impegnato nella lotta alla mafia, sull’assenza di una vita propria in nome di una giustizia così difficile da perseguire. E’ lo specchio, neanche troppo celato, della storia di Giovanni Falcone, con il finale tragicamente uguale per entrambi.

E poi c’è Lettera accompagnatoria, che altro non è che il primissimo racconto di Mozzi, quello che gli ha dato la notorietà e ha fatto partire la macchina del successo. Uno spunto originale, ma tutte le storie di Giulio sono originali: un ladro che si è impossessato di una borsetta scrive alla proprietaria e si racconta, scava nella propria coscienza, dando lo spunto a pensieri profondi, che non ci si aspetta in un malvivente.

 

 

 

Lo stile di Giulio Mozzi è di quelli che ti impegnano. Non perché scriva in modo difficile, tutt’altro. Giulio dimostra una notevole padronanza della lingua italiana, ama i periodi lunghi e perfetti, eleganti e raffinati, e ogni parola è quella più adatta al contesto. Ogni racconto è da leggere con attenzione e partecipazione.

Insomma (o, come direbbe Giulio, in somma…), per me leggere questo libro ha significato capire un po’ meglio un amico, entrare un po’ di più nel suo intimo. C’è davvero qualcosa di strano, di profondo, nel leggere il lavoro finito di una persona che credi di conoscere, specialmente se questa persona  mette se stessa così, semplicemente, senza remore, a tua disposizione.

Sono stata contenta di averlo fatto. E sono contenta di poter dire: io, questo tipo qui, lo conosco: è amico mio!

di Ramona 09:36:00 Commenta:

16/06/2006

STESSA SPIAGGIA, STESSO MARE

Il signor Pinco e la signora Pallina stanno rientrando a casa. Sono incolonnati in autostrada, causa ennesimo incidente, che viene dopo l’ennesimo rallentamento per lavori, che viene dopo l’ennesimo imbottigliamento per il puro e semplice caos viario. Entrambi pensierosi, oltre che stufi e un po’ incazzati per il ritardo, sono in preda dei propri pensieri.

Il signor Pinco ha già archiviato i giorni appena trascorsi con un sospiro di sollievo. Finiti, finalmente. Si sa, lui, uomo dei monti, considera il mare una tortura o poco meno. Ancora non riesce a capire il senso di passare un’intera giornata stesi sulla sabbia ad arrostirsi. Troppo sole fa male, lo sanno tutti. Medici ed esperti raccomandano di stare all’ombra. E se uno deve stare all’ombra, tanto vale rifugiarsi sotto un pino montano, un abete, un larice, o un intero bosco, no? Per lo meno sta più fresco e respira aria buona. E che dire poi dell’insulsa abitudine di mettersi a mollo in quella spaventosa vasca di acqua blu, che quando esci, e non sei affogato solo perché ti sei saldamente ancorato con le estremità al fondale (ragion per cui è tassativamente vietato addentrarsi in mare oltre un certo livello. Quello del proprio ombelico, per intendersi), se non sei affogato dunque, o morsicato dalle meduse, sei comunque incrostato di sale come una miniera, che ti si potrebbe passare direttamente al forno con un rametto di rosmarino? Che senso ha bagnarsi, rischiare la fine del topo di fogna, uscire dall’acqua, sentire la pelle tirare come cartapesta, rimettersi al sole, scottarsi, ribagnarsi, rischiare di nuovo e via di seguito? No, il signor Pinco proprio non concepisce una fatica simile. Meglio, molto meglio, scalare una vetta, saltare con i caprioli, tagliare legna nel bosco, seccare il fieno, ecc. A proposito, è proprio il fieno il pensiero fisso del signor Pinco, adesso. In sua assenza l’erba sarà cresciuta almeno due metri, ci vorrà la motosega per tagliarla e poi seccarla e riporla nell’apposito fienile. Una settimana, o poco più, al mare? Solo per amore di Pallina, ché se invece si ferma a pensare a quanti lavori nella sua campagna gli sono rimasti indietro…. Ma poi osserva sottocchio  la sua metà: sebbene pensierosa è tutta abbronzata e più o meno soddisfatta, più o meno rilassata, più o meno serena. Le ci voleva uno stacco. In fondo, in montagna ci vive per tutto l’anno, e una boccata di iodio non ha mai ammazzato nessuno. O no? Cosa non si sopporta per amore!!

La signora Pallina è immersa in un altro fiume di pensieri. Il caldo in autostrada è palpabile, saranno 35° C almeno, nonostante sia prossimo il tramonto e nonostante il condizionatore sia in funzione (ben regolato, al minimo, e sul versante sud, cioè sui piedi, dal marito, che teme sempre il colpo della strega da infreddatura condizionata). Sì, fa caldo, e una giornata in più al mare non sarebbe stata da lei disdegnata. Ma per amore, per non vederlo sbuffare in silenzio ogni minuto, ha accontentato il marito e ora sono sulla via del ritorno. E nell’attesa che il casotto autostradale si risolva lei torna col pensiero ai giorni appena trascorsi.

Durante il viaggio di andata, mentre erano incolonnati da due ore per il solito incidente (ma che, sulle autostrade grava uno speciale malocchio?!!), la signora Pallina si domandava cosa le avrebbe riservato la vacanza. Stessa spiaggia, stesso mare, da tre anni a questa parte: la loro destinazione non aveva più misteri da risolvere e poche attrattive ancora da vedere. Non è che sarebbe stata una noia totale? La suddetta località, in così bassa stagione, è meta di pensionati, non conosce il senso della parola movida, né affollamento, né movimento. Un luogo tranquillo, insomma. Forse troppo?… Ma Pallina, tutto sommato, non se n’è preoccupata più che tanto. La sua condizione di pila esausta non le richiede altro che cercare di scoprire se è di natura ricaricabile, con la possibilità di autorigenerarsi mettendosi in carica, o di categoria usa e getta, e quindi cercare riposo eterno negli appositi contenitori in discarica. In parole povere, sarebbe riuscita Pallina, con questa vacanza,  a recuperare l’ equilibrio psicofisico disperso negli ultimi tempi?

La stessa Pallina se lo chiedeva durante il viaggio di andata, e ora, durante il ritorno, pensa di potersi dare una risposta. Prima però, mentre il signor Pinco recita tutto il rosario in modo assai poco cristiano nell’attesa che si torni a poter ingranare almeno la seconda marcia, oltre alla prima, la di lui consorte rispolvera quanto la vacanza le ha regalato in così pochi giorni.

 

 

 

Due ragazzi sulla spiaggia.

Sono due giovanotti, sui 25-30 anni. Belli, ben fatti, fisico abbronzato e palestrato. Hanno il sacco a pelo, dormono lì, vicino agli scogli. Leggono molto, uno di loro fa anche una sorta di stretching che lo fa assomigliare a un gatto sornione che si stiracchia. Movenze aggraziate su un corpo ben tornito, splendente di gioventù. Ci vuole poco a capire che i due non sono solo amici. Si scambiano effusioni tenerissime, ridono fra loro, si abbracciano mentre sono stesi al riparo degli scogli. Si fanno le coccole. L’amore in loro è così evidente che è una bellezza guardarli. E come al solito, una volta di più, c’è proprio da chiedersi se è davvero fondamentale fare distinzione fra omo ed etero. Quando l’amore c’è, c’è. Ha davvero importanza, alla fine, sesso, razza, età? L’amore è un fatto personale, ma quando è lampante coinvolge in modo positivo chi gli sta vicino. Era piacevole guardare quei due ragazzi volersi così bene. Tanto che quando se ne sono andati, è mancato qualcosa sulla spiaggia.

 

 

 

La cinese.

Una cinesina, non proprio giovanissima, ma graziosa ed elegante come solo le cinesi sanno essere, si aggira per la spiaggia offrendo massaggi. Massaggi seri, serissimi. Un giovane, con accanto la fidanzata, richiede il suo servizio, e la cinese comincia. Ogni singolo dito dei piedi viene sfiorato, accarezzato, manovrato. Ogni singolo muscolo della gamba viene isolato e trattato con fermezza e delicatezza. Si ha sensazione di benessere solo osservando, è come se quelle mani gentili sfiorassero anche la tua pelle, i tuoi fasci di nervi e muscoli, che immediatamente si sentono bene. Il piede, la pianta, il dorso, il polpaccio, la coscia, fino al gluteo. Le tue gambe sono più leggere, dimenticano stasi venosa o crampi, si nutrono del massaggio fatto da mani esperte su un’altra persona. Ah, che sollievo. Poi sarà il giovane a sborsare dieci euro, ma tu ti senti leggero più di lui.

 

 

 

L’africano.

La spiaggia, si sa, è il regno degli ambulanti. Camicioni e bikini, occhiali da sole e borse fintamente griffate, collane e pendagli di ogni sorta, perfino tatuaggi, puoi trovare quasi tutto. Pur essendo rigorosamente vietato. E’ la norma, è la prassi, sembri tu quello che invade quel mondo, per quanto sono numerosi e talvolta assillanti quei poveri extracomunitari che cercano di rifilarti le loro chincaglierie. Ma ce n’è uno un po’ speciale. Uno che si siede accanto a te, apre uno zaino e ti riversa una montagna di libri. Tu comprare, dice, per una giusta causa. Per aiutare me e tutti miei amici africani come me. Sei stupito, non ti è mai capitato d’incontrare un ambulante che vende libri. Guardi i volumi e scopri che sono belli e inusuali. Tutti parlano d’Africa. Storie di emigrazione ed emarginazione, sotto forma di romanzi o racconti. Ricette africane. Favole africane. Storie ordinarie di guerre assurde. Ogni libro parla d’Africa, di un continente immenso, magico, che sta per andare alla deriva, dimenticato da Dio e dall’uomo. Scopri che c’è un’associazione a Milano che si occupa della diffusione di questi libri, grazie ad un piccolo editore, e con i proventi cerca proprio di aiutare gli africani emigrati in cerca di una vita serena e possibile. Di una vita, insomma. Vorresti comprarli tutti, quei libri, ma, accidenti, non si può. Non è che sei così ricco da fare il benefattore che salva il continente. Alla fine ne scegli due: una storia d’amore tra un’italiana e un africano, e una cronaca di Medici senza frontiere. Un contributo troppo piccolo, certo, ma dato col cuore.

 

 

 

Il mare.

Il mare è cristallino, calmo come qui non lo hai mai visto. Fai il bagno e ritrovi, ancora una volta, la sensazione di volare. Cala la diffidenza, ti lasci abbracciare dalle sue acque. E poi c’è la luce. Ti chiedi perché un quadro in camera tua sia dipinto solo con verde, bianco e blu. Fino a che in un mattino di luce accecante scopri che questo mondo è davvero fatto di questi soli colori. Il verde è per i boschi. Il bianco e il blu sono la scala cromatica che impregna ogni cosa, quando il sole è così accecante, così caldo, tra il blu turchino del cielo e quello scuro del mare.

 

 

 

Le strane coppie.

Passeggiando sul lungomare s’incontrano coppie molto strane. A volte c’è un lui che dimostra almeno 30 anni più della sua lei. Altre volte c’è una lei che, nonostante evidenti segni di restauro, si accompagna ad un lui molto più giovane. A volte c’è una lei molto elegante, sofisticata e truccata come una diva, che passeggia al braccio di un lui adatto per età, ma non eccessivamente avvenente, e che indossa calzoncini corti tipo safari, sandali e calzini e maglietta stropicciata. Molte volte ci sono coppie formate da due lui. Come si diceva prima, quando l’amore c’è, ha qualche importanza la forma? Qualche remora viene, forse, quando la coppia diviene triangolo. Un ragazzo molto giovane, in spiaggia, è con due ragazze della sua età. Un po’ bacia una, un po’ bacia l’altra. Un po’ accarezza una, un po’ accarezza l’altra. Un po’ fa il bagno con una, un po’ fa il bagno con l’altra. Che dire? Qualcuno (uomo) avrà certamente detto: beato lui!

 

 

 

La gita a Portofino.

Stupenda località vip. Uno normale ci può andare solo per guardare. Se poi vuole mangiare, deve portarsi il libretto degli assegni. Esempio: due panini, una birra e mezzo litro di minerale costano appena 20 euro. Figuriamoci un pasto. Eppure i tavolini di ristoranti e bar sono tutti occupati di gente che trasuda soldi da ogni poro. Gente ben vestita, che parcheggia lo yacht come noi il cinquantino. E i negozi sono solo di grandi marche. E anche alla bancarella che vende strofinacci, centrini e presine ricordo la dolce vecchietta ti spilla altri 20 euro con un sorriso gentile e senza scontrino. Poi t’imbatti in una coppia di sposi giapponesi. Lei bellissima, vestita con un abito all’occidentale color avorio con strascico e velo, minuta ed elegante, splendida bambola orientale. Lui, lo sposo, sembra quasi minorenne, sorride come uno che non sa dove si trovi e ringrazia tutti, anche i piccioni che gli svolazzano attorno. C’è di bello che il fotografo immortala gli sposi cogliendo anche te, mentre stai cercando di mangiare il tuo panino. Che bello, la tua faccia finirà in Giappone e tanti si chiederanno chi diavolo sei, un terzomondista, affamato e accaldato?… Sfilano anche gli invitati giapponesi: i genitori di entrambi, i papà in tight e cilindro, le mamme, e altre signore, in elegantissimi abiti di seta e… ciabatte infradito ai piedi. Fantastiche.

 

 

 

Le due americane.

Sul treno, in occasione della gita, due americane si siedono vicino a te. Sono enormi, da 140 chili l’una, coloratissime, sorridenti, sessantenni almeno, sudate e affaticate al limite dell’infarto, ciarliere, ma non parlano italiano. Biglietti, chiede il controllore. Loro esibiscono il biglietto, ma non è obliterato. Lui vuole fare la multa, sono 5 euro a testa. Glielo spiega con la calma di chi è avvezzo a vedere di tutto in treni sovraffollati e perennemente in ritardo. Glielo spiega in un inglese fluente e comprensibilissimo. Loro rifiutano di pagare. Non sapevano di questa strana legge che ti obbliga a timbrare un biglietto quando lo hai acquistato regolarmente. Credevano che bastasse l’acquisto. È così che funziona al loro paese. Il controllore richiede documenti e i soldi per la multa. Da parte delle signore un categorico no. In quanto ai documenti, sono sulla nave che le ospita, spiegano. Il controllore perde la pazienza. Alla prossima fermata chiama la polizia. Salgono due poliziotti. Uno non parla inglese, sa solo ripetere che il treno non può ritardare a causa loro e invita le due donzelle a scendere e a sbrigare le formalità in stazione. I’m a polishman, dice, come down, please! No, è la decisa risposta delle due. Interviene il secondo poliziotto che parla benissimo l’inglese e ripete tutto il discorso. No, insistono loro, sempre più sudate e sempre meno sorridenti. Arriva anche il capotreno. La confusione è al massimo. Già t’immagini intervenire il carro attrezzi per spostare di là le due pesanti, irremovibili vecchiette, e il conseguente incidente diplomatico che ne scaturisce quando queste perderanno la nave e denunceranno lo Stato italiano di sequestro di persona e maltrattamenti. Rottura delle alleanze, crisi internazionale. Già ti vedi sull’orlo della terza guerra mondiale, a  causa di un biglietto non obliterato, quando dopo un quarto d’ora di discussione, dove ognuno dice la sua e non si capisce più nulla, una delle turiste estrae dal marsupio una banconota da 10 euro. Tutto si calma, il treno riparte, il controllore ha la sensazione di essere stato preso per i fondelli, ma anche per stavolta, fortunatamente, la bomba atomica è scongiurata.

 

 

 

La coda in autostrada si è sbloccata, il signor Pinco riparte, scomodando l’ennesimo santo, e la signora Pallina si riscuote dai ricordi. A dire il vero c’è ancora un paragrafo a conclusione, quello degli amici. E’ stata la vacanza degli amici.

Una bellissima serata in compagnia di un amico, venuto apposta per te, ha regalato buonumore e benessere. Una pizza, una passeggiata sul lungomare, tante chiacchiere piacevoli, una splendida luna piena sul mare. Una serata serena, ricca di calore nonostante il fresco marino.

E sulla strada del ritorno, deviazione obbligata per salutare altri amici. Amici di quelli che sai che non possono farti alcun male, la cui compagnia è così piacevole che t’intristisce la lontananza, perché non ne puoi godere abbastanza. Amici che ti vogliono bene e a cui tu vuoi bene. Senza ma e senza se.

 

 

 

Insomma, si rientra a casa. La signora Pallina scopre di non essere poi una pila da discarica, ma di quelle ecologiche, meritevoli di ricarica. Per il momento il rigeneratore blu del mare ha funzionato. Speriamo che duri. E comunque è stata una bella vacanza. Stessa spiaggia, stesso mare, nuove facce, nuove storie.  Una mano le scivola sulla gamba del marito in una carezza, quasi a sciogliere i crampi che immancabili lo colgono. Grazie signor Pinco. Quand’è che ci torniamo?

 

 

 

 

 

 

di Ramona 15:55:00 Commenta: