31/05/2006

CAPITA

Eppure qualche volta va tutto liscio. Ci crederesti?

Capita così che parti in treno per la Puglia, per una vacanza breve e insperata, senza che il convoglio accumuli troppo ritardo. Venti minuti per un intecity, dai, che cosa sono se messi a confronto con le due ore di un pendolino?

Capita, per inciso, che il responsabile della carrozza letto sia anche carino e ti faccia un sorriso più o meno lascivo. Credimi, non è che capiti tutti i giorni, di questi tempi.

Capita che arrivi e trovi un sole caldo fenomenale. Sì vabbè, c’è un vento piuttosto forte e fastidioso, ma se consideri che di solito quando ti sposti ti porti appresso la pioggia, come nella peggiore delle caricature della famiglia Addams, non c’è da lamentarsi. E poi dopo due giorni il vento toglie il disturbo.

Capita che vai trovare tua madre, nella sua ultima e si spera definitiva dimora, sei un po’ in ansia per il suo recente trasloco da un cimitero all’altro (sarà rimasta offesa, l’avranno disturbata?…), e ti sorprendi nello scoprire che la sua nuova casa è un luogo bello, baciato dal sole, che mette addosso perfino allegria. Capita che anche quei posti, tristi per antonomasia, possano regalare serenità, e pensi che ma sì, forse la mamma il trasloco lo ha gradito.

Capita che si riunisca, dopo tanto tempo, la tua famiglia al completo, rivedi i tuoi fratelli tutti insieme, e non è che accada spesso. Be’, sì, certo, capita pure che ti rendi conto che le differenze fra voi sono le stesse di quando eravate piccoli, forse ancora più accentuate, ma che importa? Capita, e non puoi farci niente, che ti accorgi in un istante che gli anni passano inclementi per te ma anche per loro, e che nessuno di voi, neppure il più giovane, è più un bambino. I bambini sono altri e si chiamano nipoti, ormai. Gesù, lo fai volare troppo questo tempo. Non ti capita mai di rallentarlo un pochino, qualche volta, solo per fare contento qualcuno? No, eh?…

Capita che, a proposito di famiglia, non si dissotterri neanche un dissapore, non si instauri neppure una sia pur minima discussione, che tutto proceda come in un qualsiasi, normale, nucleo familiare. E sai bene che normalità è una parola di solito bandita a casa tua. Perfino tua nonna e la tua prozia sembrano persone normali, nella loro vulnerabilità di persone anziane e non in perfetta salute. Capita, ma è strano.

Capita che il meteo viri al bello stabile, che vai al mare e “casualmente” ti sei portata dietro il bikini così che, in maggio, ti fai il primo, memorabile bagno della stagione. Può capitare, ma a te non era mai accaduto di fare il bagno in mare a maggio.

Capita che, anche se non ci credevi fino in fondo, riesci ad incontrare e salutare i vecchi, cari amici e a conoscerne di nuovi altrettanto cari. Capita dunque che grazie a questi amici gentili e affettuosi capisci come le persone non siano tutte uguali. Così riprendi fiducia nel prossimo e fa niente se nel recente passato qualcuno ti ha ferito. Capita anche questo, nella vita: una stoccata qua, una là, alla fine si diventa invulnerabili. Nooo!!!!… Capita davvero?… Be’, insomma, a volte sì.

Capita che sei ferma ad un semaforo rosso, alla faccia della proverbiale indifferenza dei leccesi al colore dei semafori, e scorgi là fuori, a poca distanza da te, il tuo primo amore. Capita che lo guardi tre volte prima di esserne sicura. E’ così cambiato, dopo quasi trent’anni, ma è proprio, incredibilmente, lui. Capita allora che guardi la persona che siede accanto a te, alla guida dell’auto, e non provi neppure un briciolo di nostalgia per il tempo che fu, invece ti ripeti soddisfatta che è stato bene così, che le scelte fatte in passato dovevano portare al meglio del presente. Però capita, e non lo puoi evitare, di considerare una volta di più che non si torna indietro, e non si avranno mai più 15 anni. E’ un bene o un male? Mah!

Capita infine che l’aereo che ti riporta a casa non precipiti nemmeno, e atterri più o meno dolcemente con più di un quarto d’ora di anticipo. Volevi dire ritardo?… no, volevo proprio dire anticipo. Tanto che le tue orecchie sono perfino scoppiate, per la fretta che il pilota aveva di toccare terra. E se poi capita che tale pilota è terribilmente affascinante (ma il fascino è un requisito richiesto dai concorsi per la categoria?!…),  dici solo amen e aspetti con la pazienza di sempre e un sospiro dei tuoi di scendere dalla croce dell’inferno otoiatrico. Capita, infatti, che  a questo mondo tutto sia di passaggio. Anche il male alle orecchie.

Vedi? Tutto è andato liscio. Puoi non capacitartene, ma succede, alle volte.

Pensa che tra qualche giorno ripartirai e andrai in vacanza.

Se non ci pensi, se lasci fare, vedrai, andrà, ancora una volta, tutto liscio.

Fidati.

di Ramona 15:49:00 5 Commenti

30/05/2006

PORTO BADISCO

Il mare è così simile a un lago, così calmo, così piatto. E al contempo è così profondamente diverso dal lago. Il movimento è impercettibile, ma c’è, è incessante, inarrestabile, e lo rende vivo.

Entro con i piedi nell’acqua. E’ fresca. Quasi fredda. E’ ancora l’acqua di maggio. Il sole invece è quello dell’estate piena. Caldissimo.

Avanzo nel mare fino ai polpacci. Leggero brivido. Mi guardo attorno. Niente altro che blu e trasparenze d’acqua. Non la più piccola increspatura, soltanto dolci anelli concentrici che mi avvolgono leggeri. Mi osservo intenerita i piedi, nemmeno deformati dalla riflessione del liquido elemento. E’ come guardarseli al naturale. O a uno specchio. La purezza di quest’acqua è commovente.

Avanzo ancora, rabbrividendo, sono sommersa fino alla pancia. Piano piano mi bagno anche le braccia, il petto, un po’ la schiena, fino a dove arrivo. E intanto penso. Ricordo.

L’insenatura è definita l’approdo di Enea. Narra Virgilio che l’eroe approdò qui dopo la fuga da Troia, protetto dagli dei. Destinato a fondare Roma per mezzo dei propri discendenti. Ci si aspetta proprio di scorgere all’orizzonte una zattera, o un’antica imbarcazione a vela, di vederla giungere fino a riva col suo prezioso carico umano, trasportata da una corrente lievissima…

La spiaggia è microscopica, così piccola che a Rimini o a Jesolo verrebbe assolutamente derisa e nessuno la prenderebbe in considerazione. Ma questa spiaggetta, d’estate, è stracolma di gente che non rinuncerebbe mai al proprio posticino al sole, anche se così sacrificato. E ci sono gli scogli, tutto intorno, alti e frastagliati, che pure sono presi d’assalto, perché vale la pena stare scomodi se poi ci si può tuffare in un mare così.

Sotto gli scogli, nascosta e protetta, la grotta dei Cervi, in cui uomini antichi, si parla del paleolitico, lasciarono la firma, disegni e ricordi per quei posteri che li avrebbero ammirati a bocca aperta millenni più tardi. Non si può entrare in quella grotta. Ne ho sempre avvertito il desiderio, ma è severamente vietato. Vi sono conservate fragili, preziose pitture, fresche come appena fatte. L’umanità con la sua maldestra curiosità le rovinerebbe per sempre.

Avanti, ancora, di un passo o due. Il fondale si sta modificando. Oltre alla sabbia gialla e morbida s’incontrano grossi sassi verdi, che se incappano nel tuo piede gli fanno molto male. Ma non c’è tutto questo pericolo. Si vede benissimo dove poggiare il passo dopo il passo. Un mondo trasparente senza inganni.

Continuo a bagnarmi, e il senso di freddo si riduce. Tra un metro o poco più l’acqua cristallina si colora di blu con chiazze verdi. Eppure la chiarezza continua. Lo so. Me lo ricordo. I pesci vengono a nuotare con te, fra le tue gambe e tu vedi le rocce in fondo.

Non resisto più. Mi getto in avanti, sollevo le gambe, mi alzo, volo. Il cuore si ferma per un secondo, per il freddo, poi accelera. Aumenta anche la frequenza dei respiri, e tuttavia cerco di trasformare gli sbuffi scomposti in una respirazione costante e profonda.

Ci sono, sto volando, sto nuotando. Sono tornata. Acqua nell’acqua. Sono leggera, guardo sotto di me, vedo il fondale roccioso ed è proprio come se volassi nel cielo e guardassi le montagne dall’alto. Un universo blu e incantato, ricco e generoso di creature è sotto di me. Chiudo gli occhi e mi sento a casa.

E’ qui che ho imparato a nuotare. Avevo 13 anni. Allora mi ero fidata di uno scoglio amico, uno di quelli affioranti, che amano allo stesso modo sia il mare che la carezza del sole. Scogli ospitali, che accolgono pacifici centinaia di granchietti e altri animali, i quali si divertono da matti a pizzicarti la pelle quando ti siedi sul muschio marino che ricopre la loro umida casa. Mi ero fidata di uno scoglio, dunque, un’ancora tutta d’un pezzo cui mi aggrappavo terrorizzata (al di là, l’abisso, profondo una decina di metri, subito), che tuttavia mi faceva sentire tutta la leggerezza di quell’acqua pura. Ricordo come, nella calura infernale di agosto, io, che non sapevo nuotare, mi sedetti su quello scoglio in cerca di refrigerio, e il mare m’invitava, mi sollevava le gambe, m’incoraggiava a non avere paura di lui. Credetti a tutti e due, al mare e allo scoglio, dapprima saldata con una mano alla roccia, poi, più fiduciosa, mi lasciai andare. Seguii un istinto atavico, quello del bimbo nella pancia della mamma. Imparai i gesti. E fu bellissimo. Fu la prima volta che volai nell’acqua. E non sapevo se ridere o se piangere, finalmente anch’io nuotavo. O volavo.

Eccolo, il mio amico scoglio. E’ ancora là. Rassicurante come allora, amichevole come allora.

E come allora sorrido in un istante di perfezione assoluta, e trattengo una lacrima di autentica felicità. Non ci riesco del tutto, a trattenerla intendo, perché il mio sale, memoria ed emozione di una bimba che non c’è più, esce da me e si mescola con il sale marino formando un’unica, grande, lacrima salina.

Lasciatemi chiudere gli occhi e gustare questa magia.

Oh, io non sono una nuotatrice provetta. Non ho mai imparato ad andare oltre il pelo dell’acqua, a esplorare l’incanto del mondo sommerso, a toccare il fondale in cerca del tesoro dei pirati. No, queste cose non le so fare, purtroppo. Però so volare. So lasciarmi andare. So gustare la meraviglia del sentirmi senza peso, ballerina d‘acqua dalle mosse aggraziate, parte del mare, che rispetto e mi rispetta. In modo particolare “questo” pezzo di mare. Che si ricorda di avermi visto bambina inesperta, accaldata, timorosa eppure incosciente. Questo mare che mi culla, mi consola. Per me, dopo un inverno senza fine, questo bagno è la mia estate, la mia epifania, il mio capodanno. Beata, faccio ancora per un po’ la paperetta, in uno stile assurdo, un po’ buffo, che è solo mio.

Non ho più freddo. Il sole riflesso in un gioco di specchi accentua il suo calore che si concentra sulle spalle e sul viso. Chiudo gli occhi pensando che non me ne andrei più, che starei a mollo fino allo sfinimento, fino a che la disidratazione mi riempirebbe il corpo di rughe, fino a che un pesce, o magari un delfino, divertito e un po’ complice, mi porterebbe al largo, aggrappata alla sua pinna.

Una voce mi chiama.

E’ tardi, dobbiamo andare.

                                                                        * * * *

 

Due giorni dopo, a 1000 km. di distanza. Piove. Fa freddo. Sono su un altro pianeta.

Forse ho sognato.

Mi guardo le spalle perché un po’ mi brucia la pelle.

Sono arrossate.

Non è stato un sogno.

di Ramona 15:03:00 2 Commenti

24/05/2006

PARTO

 Parto.

La valigia è quasi pronta. Il gatto Tobia è già dai nonni, con il suo corredo di mangime in scatola e medicine. Il cane Poldo lo raggiungerà tra poco. I nonni sono sempre contenti di avere i nipotini per qualche giorno. Sono dispettosi entrambi, ma così affettuosi.

Parto.

Attraverserò l’Italia da un capo all’altro in pochi giorni. Se ci penso mi gira la testa. Stasera il treno mi porterà in Puglia. Tra qualche giorno (troppo pochi) l’aereo mi riporterà indietro, a nord est. Solo per pochi giorni ancora, poi la nostra vecchia gipippa ci condurrà al mare della Liguria, fino a metà giugno.

Parto.

Ne ho bisogno.

Mi lascio alle spalle un periodo densissimo di cose belle e cose brutte. Lascio, tra quelle brutte, un lavoro duro, che mina la mente e il fisico in un modo che spaventa, un lavoro che diventa pesante come nemmeno in miniera. Lascio una pietra da mettere al collo di una persona che non ha capito nulla di me. Lascio numeri di telefono cancellati e ponti tagliati. Lascio, spero, la stanchezza mortale, le speranze disattese, i lavori di casa incompiuti, le opportunità sgusciate via. Non le voglio più vedere, queste cose. Non ci penserò.

Tra le cose belle lascio la solidarietà di amici e colleghe, le esperienze collettive di letteratura, la popolarità, un premio da sogno, qualche amicizia inaspettata, l’affetto della gente. Cose che spero di ritrovare.

Parto.

Per rimettere in sesto corpo e spirito, per rientrare in possesso dell’azzurro del mare e respirare di nuovo lo iodio. Per fare nuove conoscenze, per rinsaldare un amore che resiste a tutto, per essere coccolata un po’, per dimenticare i doveri e ritrovare il diritto di me. Per rientrare in possesso delle mie origini, che, prepotenti si fanno sentire sempre più forti. Per rispolverare il mio intimo, sentire che c’è e che merita di esistere per come è. Per ritrovare l’ironia, acciambellata dentro me come un gatto che dorme facendo le fusa aspettando una carezza. Parto per dormire, dormire, dormire… e sognare ancora.

Parto.

E mi viene da dire non so se torno. Ma di certo ritorno. E quando ritorno uno dei primi pensieri sarà questo blog. Per come è adesso, la sua funzione non esiste. Non esiste il dialogo, la comunicazione con il lettore, a causa di problemi che il gestore si rifiuta di considerare. E se viene a mancare questo dialogo, che razza di blog è? Un amico ci ha provato a trovare il bandolo del problema, e giuro che è stato troppo bravo e troppo disponibile, ma il problema è a monte, nell’indifferenza del gestore.

In questi giorni di meditazione, di riposo assoluto, l’unico impegno che mi prendo è decidere cosa fare. Se chiudere la baracca o trasferirla da qualche altra parte.

Non so.

Ci penserò.

Promesso.

Ma ora lasciatemi partire.

Vi abbraccio tutti.

di Ramona 11:51:00 Commenta:

23/05/2006

CONCORSO DI POESIA

E così è arrivato anche il momento della premiazione. Parlo del concorso di poesia che mi ha vista, per la prima volta, dall’altra parte della barricata. Sì, insomma, nelle vesti della giurata…

Mi fa ancora effetto definirmi così… santo cielo, ho partecipato a decine di concorsi letterari, ma sempre come concorrente. Ora devo fare un certo sforzo imparare la differenza più sostanziale: quando entrerò nella sala delle premiazioni, non dovrò sedermi fra il pubblico, anonima fra gli anonimi, come sarebbe il primo istinto. Mi ricorderò di prendere posto al di là del tavolo della giuria???…

La giornata non è splendida, come diavolo ci si veste?! Non da estate e non da inverno, non troppo leggero né troppo pesante.  Il look non deve essere aggressivo, ci sono tanti bambini, ma neppure da fatina buona. Primo, perché i bambini non sono deficienti e secondo perché non mi sento molto fata turchina. Ok, vada per pantaloni e giacca. Un po’ di tacco, sì, solo un po’, e il rossetto. Per distinguermi, in qualche modo, dai bambini. Che altrimenti sarebbe difficile.

Arrivo insieme alla presidente di giuria, per fortuna, e insieme ci avviamo verso la sala allestita dal Comune per le premiazioni. E’ il futuro Spazio Giovani, dove la mano delle nuove leve la si incontra nella mostra di quadri, molto interessante, negli addobbi appesi ai muri, nel tocco discreto del ragazzo che sta scrivendo con un pennarello colorato l’intestazione ricordo sulle maioliche che fanno parte dei premi. Tutto molto familiare, sa di fatto in casa. Sa di buono.

Grazie alla presenza amichevole della presidente mi avvio dal lato giusto del tavolo. Insieme agli altri giurati decidiamo l’ordine di lettura delle poesie premiate. A me toccano quelle più lunghe, ma sono contenta. Sono poesie belle, che mi sono piaciute particolarmente, e non temo di impappinarmi.

Ricordo per un attimo come la fase di selezione era stata simpaticamente accesa, anche se poi l’opinione dei giurati, alla fine, è stata quasi sempre unanime. Quasi. Comunque nessuna baruffa, non ci siamo accapigliati. Oddio, io le avrei premiato tutte, le poesie, o almeno la maggior parte. Fosse solo per l’impegno. Fosse solo perché un bambino che concepisce e mette giù quattro versi in modo corretto e con un certo significato, merita rispetto. Come lo merita anche il giovane o l’adulto che affida alla carta i suoi sentimenti più intimi. Impresa, si capisce, non facile. Certo, i giurati erano tutti più competenti di me,  e discutevano sulla metrica, l’assonanza, il significato di una parola. Cose altamente meritevoli, anzi, doverose di valutazione, sicuro. Io però…

….Io leggevo dietro ogni poesia la situazione affettiva del momento in cui era stata scritta, cercavo d’immaginare un volto, una storia. Ho dato per scontato che i versi  trattassero tutti di situazioni veritiere. E’ stato come spiare per un poco nella casa di un altro. Emozionante, ma con la sensazione di essere un po’ invadenti.

Molte delle poesie che mi avevano maggiormente colpita sono state poi scartate dalla maggioranza nella giuria. E’ giusto. E’ così che funziona. Quante volte una giuria ha scartato un mio racconto, mentre magari piaceva in modo intenso ad uno solo dei giurati? Però ho pensato anche al caso contrario: quante volte uno dei giurati si è incaponito su un mio racconto, “lavorando” sugli altri per convincerli? Di questo ho avuta testimonianza diretta quando ad una premiazione un membro di giuria, soddisfatto che il mio racconto fosse stato alla fine il vincitore, venne da me a raccontarmi che era stato lui per primo a porre l’attenzione degli altri sul mio testo e ne aveva perorato la causa. La cosa mi commosse, allora, mi sembrò perfino impossibile, ma l’entusiasmo dell’uomo era autentico e io gli avrei stampato un bacio in fronte, se solo mi fossi concessa di perdere un po’ di aplomb.

Ricordi di una vita fa.

Ricordo di una serata magnifica che rimarrà per sempre negli archivi della memoria, anche quando questa farà acqua da tutte le parti. Cioè fra non molto.

Ricordi che mi fanno sentire un po’ in colpa per non avere difeso con più accanimento una poesia o un’altra di quelle in gara.

Ma è pur vero che una selezione andava fatta e rimane incontestabile che le poesie scelte sono state quelle più belle anche dal punto di vista stilistico.

Uffa. E’ sempre così quando devo esprimere un giudizio. Mi lascio guidare dal cuore e non dalla ragione.

Non credo di essere la giurata ideale.

La sala comincia a riempirsi in modo inaspettato. Visi e voci di corpi variopinti che si stringono, si accavallano sulle panche, nell’aria plumbea di un pomeriggio di pioggia. Un pomeriggio, tuttavia, di festa.

Nella confusione che comincia a delinearsi, ho ancora il tempo per sorridere al ricordo delle discussioni, ancora più movimentate, sorte per stabilire quale premio assegnare e a chi. Ogni giurato aveva le sue preferenze, ovvio. In un caso, si è detto, la qualità non è ottimale, come si fa a dare un premio? Ma come si fa a non darlo?… tutti se lo aspettano… Vabbè dai, facciamo così e così… Eravamo al tavolino di un bar, sotto un sole tiepido, a decidere bonariamente della sorte poetica di tizio e caio, senza neppure conoscerli… Chissà se tizio e caio pensavano a noi come noi a loro?

Distolgo i pensieri dai ricordi di ieri e mi concentro sull’oggi.

Capperi, quanta gente! Cerco di contare in modo approssimativo e ritengo che ci siano almeno un centinaio di persone. Tanti, tantissimi bambini, tutti nelle prime file, composti, ma eccitati per l’evento. E poi adulti, qualche anziano… perfino un pirata… Sì, un pirata. O meglio un tale vestito da pirata, con bandana in testa, gilet variopinto su camicia bianca e larga, stivali… Gli manca solo la benda sull’occhio. Qualcuno dopo mi dirà che forse si trattava di un famoso scrittore locale. Boh?! Io non l’ho riconosciuto. Ma notato sì. E per un attimo la sua presenza colorata ha dato alla festa, nella mia fantasia, la dimensione della favola. Ho richiamato alla mente, senza ritegno alcuno, Capitan Uncino. Il Corsaro Nero. Morgan il filibustiere. Poi mi sono detta: sveglia!! Tu non sei mica Campanellino, o Jolanda, la figlia del Corsaro Nero. Ricordati che sei la giurata e comportati da giurata.

Il sindaco viene a presentarsi e a conoscere la giuria. Giovane, dinamico, sguardo indagatore, con la testa già da un’altra parte. Ma non nasconde l’entusiasmo per il successo dell’iniziativa. Non dice che ci ha messo un po’ per farsi convincere dai promotori, ma va bene così… C’è anche l’assessore alla cultura. Anche lui entusiasta. Anche lui si è fatto pregare, prima?… mah!

 E si da il via alle danze!! Cioè alle premiazioni.

Prima i bambini.

Teneri, tenerissimi, spigliati, ma con le guance in fiamme. Incapaci di dire una sola parola, ritirano il premio e scappano, senza quasi ascoltare la lettura dei loro versi. Nei posti in prima fila vedo le bambine abbracciarsi contente l’una per l’altra, farsi il tifo a vicenda, senza la più pallida idea di cosa sia la rivalità o il senso di sconfitta. I vincitori a ex aequo sono un bambino dall’aria intellettuale, con gli occhialini alla Harry Potter, e una signorinella dal musetto furbo da topino, alta un soldo di cacio, vivace e sveglia anzichenò. La sua breve poesia è un piccolo capolavoro. Continua così ragazzina. La mia simpatia è tutta per te.

Anche per gli altri, naturalmente.

Anche per quella bambina premiata, emozionata, che a festa finita scoppia a piangere, non si sa perchè.

Anche per il ragazzo di scuola superiore che ha scritto versi ermetici sorprendenti in così giovane età.

Anche per lo studente di scuola media che non ha potuto venire a ritirare il premio e ha incaricato una sua amichetta: avrei voluto conoscerlo, colui che ha inventato la filastrocca dell’orso bellunese nato in montagna, ma così freddoloso che decide si trasferirsi al mare. Avrei voluto confessargli la mia piena solidarietà all’orsone. 

Ma la simpatia si estende anche alla giovane signora che sta per scoppiare in lacrime, a sua volta, mentre viene verso di noi per essere premiata. La presidente giustamente fa notare come le sue poesie ci avevano toccato, specie quando al di là dei versi s’intuiva un dramma familiare non da poco.

E come si fa a non provare simpatia per l’arzilla settantenne, premiata con una menzione per la sua poesia scritta  a mano, perfetta nella metrica, avvincente nel contenuto? La signora rappresenta nel mio immaginario la speranza di come vorrei essere io se mai arriverò alla sua età. Alla sua età, difatti, se sarò ancora lucida, parteciperò ancora ai concorsi letterari. Quelli di paese. Giusto per il contentino. E’ l’unica cosa che sono in grado di fare, a quanto pare.

I volti si susseguono in fretta mentre il sindaco premia i più bravi. Nessuno di loro parla, nessuno sa che dire, l’emozione è forte. Sai, diranno tutti domani, facendo giustamente un po’ di ruota da pavone, io ho ricevuto un premio al concorso di poesia di… 

La mia emozione, ma anche quella degli altri giurati, è quella di associare finalmente un viso ad una poesia, cercando in esso il motivo che l’ha spinto a scriverla. E’ un po’ come riconoscere una persona  dopo una lunga assenza, senti che la conoscevi già da prima.

Basta chiacchiere, basta lacrime, finita la sfilata dei premiati, c’è il rinfresco. E la gente, allegra, si butta su pastine e salatini, su coca cola e aranciata. I bambini poi ne fanno razzia.

E’ una bella festa. Semplice e spontanea. Dura poco, già tutti vanno via.

Io mi ritrovo uno splendido mazzo di fiori, coloratissimo, fra le braccia. Omaggio alle giurate. Non so perché, non l’ho mai saputo, ma ricevere fiori mi commuove sempre. E nello stesso tempo mi regala allegria e benessere.

Un raggio di sole torna a scaldarci, ma forse non è che ne abbiamo bisogno, siamo già caldi dentro. Ci permette comunque di uscire senza bagnarci, senza correre. Si sa, coi tacchi si va un po’ male…

Raggiungo l’auto. I fiori in mano. Una bella giornata nel cuore.

di Ramona 11:14:00 Commenta:

19/05/2006

A COSA SERVO

Lo leggo nei tuoi occhi, lo sconcerto.  Lo so, capita a chi mi vede per la prima volta, da un po’ di tempo in qua. E dopo la sorpresa leggo anche la pietà, nei tuoi occhi, come in quelli di tutti coloro che m’incontrano. Come si fa a non restare sconcertati di fronte a un corpo che non è più un corpo vivo, ma un involucro paralizzato, duro e fragile come il legno? Come non provare pietà per una povera vecchia paralizzata quasi completamente, incapace di parlare, di ridere, di piangere, di mangiare?

Lo so cosa hai pensato quando mi hai vista per la prima volta, in questo reparto d’ospedale. Ti sei chiesta certamente perché, quando ormai ero già morta, non mi hanno lasciata andare. Perché quel medico ha usato il defibrillatore sul mio corpo inutile, per riattivare un cuore che aveva deciso di arrendersi definitivamente. Me lo sono chiesto anch’io.

Sono anni che mi trovo in questo stato. La malattia è progressiva, inesorabile, non lascia scampo. Tutti i muscoli si paralizzano, un po’ alla volta. L’unica cosa che si muove è la mia mano sinistra, un tremore incontrollato, più o meno agitato, anch’esso parte della malattia. Le dita però sembrano artigli di rapace chiusi su una preda, solo che le mani sono vuote e le unghie si conficcano sui palmi.

Vedo che stai guardando la mia bocca. Coraggio, non avere paura. Guarda come mi rimane aperta, bloccata in un orrido, innaturale sbadiglio. Non la posso più chiudere. Devo restare così, ed è un mostrarmi perennemente annoiata che non mi si addice. Io non mi sono mai annoiata in vita mia. Ai miei tempi bisognava rimboccarsi le maniche e lavorare per sopravvivere. Non c’era tempo per la noia. La cosa che più odio in questo momento è proprio questa smorfia, questa O tonda in mezzo al mio viso. Non serve a niente. Solo a causarmi ancora sofferenze. Mi dolgono i muscoli della faccia, mi si seccano le mucose e sono preda di infezioni. Non posso difendermi dall’invasione dei germi dell’aria. Difatti ho anche la polmonite, ora. E una lunga serie di altre cose che puoi vedere da te.

Ti stai chiedendo se sono in grado di capire, o se lo stadio di vegetale cui sono ridotta comprende anche che la funzione cerebrale si avvicini alla linea piatta. Te lo chiedi perché non rispondo alle tue domande gentili, non faccio alcun cenno di comprensione. Nulla.

Rassicurati. Comprendo benissimo tutto ciò che dici. Non sono neppure sorda, non occorre che alzi la voce, non urlare per favore. La mia mente lavora, fa quello che deve fare, quello che ha sempre fatto: pensa. Ricorda. Registra. L’unica cosa che non fa è progettare. Già in condizioni normali, alla mia età, sarebbe ottimistico pensare a un domani. Sarebbe già tanto riuscire a svegliarsi un giorno dopo l’altro e arrivare ogni volta a sera. Anche se so che tanti anziani come me, ancora in gamba, sono tanti giovanotti e giovincelle pieni di amore e riconoscenza per una vita che sembra loro mai abbastanza. Ma converrai che io, qui, ora, e già da un po’, programmi non ne posso più fare. Forse solo quello di indirizzarmi verso il paradiso, se mai me lo sono guadagnato. Ma neppure quello dipende da me.

Vedi, quando sembrava che l’ora fosse giunta, un bravo dottore mi ha riportata all’inferno. E’ stato come precipitare da una nuvola, attraversare il nulla e sfondare il granito. Così mi sono risvegliata, dolorante e pesta, su questo letto.

Non dipende da me.

Neppure morire dipende da me.

Qualcuno si prende la briga di decidere per me. Di contestare perfino la chiamata del buon Dio. Questo qualcuno in quel momento non ha guardato il mio corpo rigido. Non ha considerato la mia fatica di vivere (se vita si può chiamare questa “cosa” che mi è toccata). E neppure quella di chi si prende cura di me, perché credimi, non è facile rigirare e maneggiare il tronco di un albero caduto. E’ pesante. Spezza la schiena. Né ha calcolato, questo signore, i costi del suo gesto. Costa mantenermi in vita, sai? Costa fornirmi l’assistenza e i presidi necessari per cercare di alleviare la sofferenza. Sono vecchia e inutile, non fornisco ricavo con il mio stare al mondo. No, quel signore che mi ha strappato dal limbo misericordioso ha considerato solo che di fronte aveva un cuore fermo in un involucro in cui poco prima c’erano anche una mente intatta e una coscienza ancora viva. Di fronte a sé aveva una persona, insomma. Simile ad un gigante della foresta caduto, inerte e rigido, ma una persona uguale a lui. L’istinto, il mestiere, il dovere, chiamalo come vuoi, ha agito di conseguenza. E io ora sono qui grazie a lui. E sai una cosa? Tutto sommato, non ci crederai, ma sono quasi contenta di esserci ancora.

Il perché non lo so bene. Perché in questa vita ognuno ha un suo posto e forse anch’io? Quale può essere il mio compito improduttivo in questo mio respirare a fatica, in questo essere legata a una flebo continua, all’ossigeno, a un catetere, a un sondino giù per il naso?

Ci ho pensato. Non posso fare altro che pensare. Di tempo ne ho. Credo di aver capito che il mio compito è quello di suscitare l’umana pietà. E in questo sono riuscita, mi pare.

Lo percepisco dal modo in cui mi guardi, da come mi sfiori il viso e i capelli con una carezza, da come ti affanni a lavarmi, cambiarmi, girarmi sul letto perché non mi piaghi, da come cerchi in tutti i modi di darmi sollievo. Tu non lo sai, ma ogni volta che mi tocchi per farmi tutte queste cose mi fai male, il mio corpo rigido vorrebbe solo restare nella stessa posizione per sempre, perché ogni singolo muscolo, per quanto atrofico, urla dal dolore. Ma tu cerchi solo di alleviare il tormento, lo so bene.

Le tue carezze, quelle no, non mi procurano alcun male. Anzi. Sono la dimostrazione che ho raggiunto il mio scopo.

E un’altra cosa credo di poter insegnare con la mia sola presenza, a questo punto non più inutile. A riportare la tua riflessione sulle cose veramente serie della vita. Guardami ancora, ti prego. Non farti prendere da quella sottile malinconia che non ha nome né causa e che ti crea l’insoddisfazione del vivere. Guardami, io avrei molti più motivi di te a farmi prendere dallo sconforto, dalla disperazione. Ma non cedo e resisto fino a che Dio vorrà. Fino a  che non vedrò ancora il sorriso brillare sul tuo viso.  Insieme a una lacrima di compassione per me.

Fai attenzione ora, per favore, perché mi costa molta fatica. Vedi, ti sto parlando con gli occhi. Li vedi che si muovono? Le palpebre non si chiudono, nemmeno quando dormo, ma gli occhi, ora, li sto volgendo verso di te, vogliono catturare i tuoi. Per ringraziarti di quanto fai per me. Anche se le tue manovre somigliano più a torture ne comprendo e apprezzo l’intento misericordioso. Ecco, hai notato il movimento, ti sorprendi, noti il respiro più accelerato e mi chiedi se faccio fatica a respirare. Muovo solo appena un po’ il capo per dire di sì, che lo sforzo è immenso, e ti guardo con intenzione. E la vedo. Quella lacrima brilla solo, nei tuoi occhi, non esce, ma è lì. E finalmente mi regali il tuo sorriso.

Se potessi sorriderei anch’io. Perché lo vedi che ho ragione. Pur così come sono, non sono inutile, non sono un peso. Anch’io servo a qualcosa.

 

N.B. a coloro che gentilmente passeranno di qui e vorranno lasciare un commento, un pensiero, una parola: saranno i benvenuti. Non potrò ripondere loro in questa sede, perchè continuo a esserne impedita. Se desiderano una mia risposta, lascino un indirizzo. In ogni caso, ringrazio tutti di cuore. 

 

 

 

di Ramona 20:42:00 Commenta:

08/05/2006

IL MOMENTO PERFETTO

E’ la prima domenica di maggio.

In una domenica così, uguale a tante, penso che in realtà questo non è un giorno come gli altri. E’ un giorno in cui mi accorgo che la perfezione non è di questo mondo.

Siamo in primavera inoltrata. La natura di solito è di per sé quasi un simbolo di perfezione, perché regola i suoi cicli in modo inalterabile. Gli esseri viventi si adattano a lei e ai suoi capricci senza scosse, in una catena armoniosa che sa di miracolo. Però…

…Oggi gli alberi sono fioriti e lo spettacolo è assicurato. In questo angolo di montagna ci sono meli e ciliegi vestiti di fiori bianchi e rosa. La magnolia si spoglia, i suoi grossi petali, bianchi, rosa, viola formano tappeti morbidissimi. Il glicine invece sfodera il suo elegante frac color indaco.

Guarda quel prato, una distesa di non-ti-scordar-di-me lo ha ridipinto d’azzurro, somiglia a un laghetto di montagna. I colori esplodono, intorno. Ranuncoli e tarassachi richiamano alla mente i quadri di Van Gogh, con tutto quel giallo in mezzo al verde. Certo, non sono girasoli, ma il contrasto è identico. Poetico. E poi gli stessi tarassachi ormai sfioriti, trasformati in soffioni, riempiono l’aria di minuscoli semini bianchi, simili a farfalle spensierate il cui unico scopo è quello di farsi trasportare dal vento, fino a trovare una stabilità, anche lontana, per replicare all’infinito il ciclo vitale.

Eppure in un quadretto così idilliaco si nasconde l’imperfezione della natura. Perché sarà pure primavera, ma la giornata è ancora fresca, troppo fresca per il calendario. Il fico, poverino, non si è ancora convinto del cambio e rifiuta di vestirsi per la festa. Non ha neppure una foglia addosso. Le api sono un po’ spaesate, cominciano solo ora a scrollarsi il freddo dalle ali e a tuffarsi, incredule, nei colori.

La natura non è perfetta.

E se non lo la natura possiamo forse esserlo noi?

Prendo una sedia, un po’ rozza, vecchia, artigianale. La pongo in cortile e mi ci siedo sopra. Devo riflettere. Questo piccolo oggetto assolve le sue funzioni, certo, è nato per far sedere la gente, tanto tempo fa, ed è quello che fa a tutt’oggi, povera seggiola vecchia e stanca. Non è perfetta, zoppica, e il sedile sembra doversi sfondare da un momento all’altro. Inoltre se sei vestito con abiti eleganti rischi di romperli, perché la superficie non è più liscia come un tempo, il legno si scheggia e le schegge rovinano gli abiti eleganti.

Nulla è perfetto.

Rifletto su come sia facile fraintendere una buona intenzione o essere fraintesi. L’uomo a volte cerca di piacere al suo simile in tutti i modi, per soddisfare un bisogno di affinità, di vicinanza, di calore. Facendo così in pratica cerca di assumere agli occhi dell’altro la forma della perfezione, dimenticando di essere se stesso, insultando la propria fallibilità. La creatura che chiamiamo uomo non è perfetta. Ciò che compie, anche a fin di bene, non è perfetto. Sbagliamo tutti, insomma. E’ indispensabile esserne consapevoli. 

Ci voleva una domenica di maggio per stimolare questi pensieri. Ma io già lo sospettavo che la perfezione non esiste. Che se sbaglia la natura, non convincendo nessuno in un calendario già avanti con le pagine, ancora di più sbaglia l’essere umano. Sbagliò quella volta quando era nell’eden e possedeva  tutto il possedibile, figuriamoci ora, che non ha nulla se non se stesso (e forse neanche quello) ma crede di essere onnipotente.

La sedia resiste al mio peso. Buon segno.

Penso ai miei errori. Ne compio tanti, ne compio spesso. A volte cerco anch’io di essere almeno un po’ perfetta. Perché?, mi chiedo. Per soddisfare un mio bisogno intimo, per accontentare tutti, per essere gratificata da un “brava”. Non mi costa fatica provarci. E’ il riuscirci che è fuori dalla mia portata. Sbaglio, sbaglio, sbaglio tante cose.

Le voci intorno a me, in questo momento, sono quelle di persone care. Penso che la vita che faccio mi fa stare giorni interi senza vederle. Perché questa stessa vita mi richiede molte cose, e io cerco di soddisfare le richieste per come posso. Poi finisco per trascurare le cose essenziali. Perché non sono perfetta, non sono una superwoman, vivo di 24 ore al giorno come tutti.

E sbaglio.

Sbaglio le parole, sbaglio i gesti, le scelte, sbaglio le interpretazioni  e i sottintesi. Tutti i giorni sbaglio qualcosa. Tutti sbagliamo in qualcosa, in ogni momento. Che nessuno è perfetto del resto lo dice anche il proverbio. E i proverbi sono saggi per antonomasia.

Ora, io lo so che sono imperfetta. E anche se fa un po’ male ho imparato ad accettarlo. Questa sedia dove sono seduta è imperfetta, vecchia, lacera e rotta com’è, però funziona. Noi la accettiamo comunque, altrimenti l’avremmo già bruciata nel fuoco purificatore. Il problema degli umani è che non accettano le inadeguatezze dei propri simili. Non accettano gli errori, né gli equivoci. E del resto capita anche a me di faticare in questo senso. Io però non vi rinuncio, perché so che la perfezione non esiste nemmeno in natura. Guarda l’universo: se fosse perfetto non sarebbe destinato a morire, almeno in parte, al morire di una stella. Guarda questi fiori e guarda il fico che non vuole vestirsi. La natura ha sbagliato in qualcosa, la primavera non è ancora calda come dovrebbe. Perfino le ranocchie non cantano più, infreddolite. Come fa il rospo a corteggiare la rana con il suo canto, quando lo stagno è ancora freddo e la sua pelle liscia rabbrividisce come quella di un’oca spennata?

La vita non è perfezione. E’ meravigliosa, ma imperfetta. Altrimenti sarebbe noiosa.

Le incomprensioni, gli sbagli, sono la normalità. Bisogna accettarli. Lo dico al mondo, ma lo dico a me stessa per prima.

Tuttavia, nell’imperfezione della vita, per una sorta di compensazione, ci puoi trovare dei momenti speciali. Momenti perfetti.

Chiudo gli occhi, sospiro. Il vento mi scompiglia i capelli. Sono così lunghi, incolti, senza alcuna forma, senza parvenza di regole. A me vanno bene così, mi sento a mio agio. Non saranno mai perfetti, l’esperienza m’insegna, come non lo sarò mai io. Tuttavia la loro funzione la svolgono anch’essi, come la sedia. Come me, forse, che per qualche motivo che ancora non conosco sono comunque al mondo. Mi abbracciano, i miei capelli, mi avvolgono il viso come nei fumetti la coperta abbraccia Linus. Non rinuncerò mai alla loro selvaggia e imperfetta lunghezza.

E mentre me ne sto seduta nel cortile su una sedia sgangherata, mentre i capelli mi carezzano il volto e lo nascondono agli altri, sui miei occhi chiusi si poggia un raggio di sole caldo. E’ caldo davvero, non è un’illusione. Anche il resto del mio corpo lo avverte e se ne nutre. Mi batte il cuore. Sto così bene. Una mano mi sfiora la guancia e una voce sussurra  parole d’amore. Rimango ancora con gli occhi chiusi, immobile. 

Ecco, questo è un momento perfetto.

Lo afferro ingorda, me ne vesto, mi lascio avvolgere, mi scaldo al suo calore. Dura quel che dura, è solo un momento d’irripetibile bellezza, di profondo benessere, ma arriva al mio centro. Dimentico per un secondo perfino le tristezze dovute alle incomprensioni, che sono quelle che più mi feriscono.Questo attimo di vita è la perfezione. Istante breve, fugace, intenso. Fa bene all’anima.

Non dura, no, questo no.

Passato l’istante, la vita ritorna imperfetta.

Del resto, guarda, c’è già una nuvola che copre il sole, e la sedia, in fondo scricchiola.

Aspetto il prossimo istante, con malinconica ma fiduciosa speranza.

 

 

 

di Ramona 19:55:00 4 Commenti

05/05/2006

LECCE, RISPOSTE

Mi trovo costretta a pubblicare un nuovo post per rispondere agli amici che hanno voluto condividere le mie emozioni riguardanti Lecce. Da qualche tempo per problematiche che non conosco, mi è negato l’accesso ai commenti, che posso leggere solo per vie traverse e che però non mi consentono di rispondere direttamente. Anzi, spero che l’inconveniente si risolva presto.

SEMPLICEMENTEMOZIONI:

Sei sempre molto affettuosa e sensibile. Dividi con me l’emozione e il ricordo di una città che non hai mai visto, solo perché conosci me e un po’ del mio passato… Io lo ritengo un bel gesto d’amicizia e ti ringrazio di cuore.

GABRIELLA:

L’ho detto altrove, lo dico sempre: fino a che si vive in un posto non si riesce a riconoscerne i pregi, perché i disagi, le cose che non vanno sembrano prevalere. E poi il non essere mai soddisfatti è una caratteristica della nostra gente…Il traffico è certo uno dei lati negativi dei leccesi, ma più che altro è questione di mentalità: l’automobilista leccese, ogni automobilista, è in pratica il padrone della strada, fa quello che gli pare e le regole sembrano optional. Vista da un’altra prospettiva, con ironia, diciamo che guidare a Lecce è un’avventura da Indiana Jones in cui vince il più forte e il più furbo (altre peculiarità tipicamente salentina..) Un’ottima scuola guida, no? Si aguzza l’ingegno e si affinano l’agiltà mentale e i riflessi… Scherzi a parte, sono felice che anche chi ci abita cominci a vedere quanto di bello c’è nella nostra città. Che è davvero indimenticabile. Parola di chi non ci abita più…

Grazie per la partecipazione.

AA:

Be’ Andrea, io e te ne abbiamo parlato spesso e probabilmente ne faremo ancora, di commenti… Lecce è una città barocca, certo, nessuno lo nega. Ma questo provincialismo, tutto sommato, è ciò che la rende fascinosa. La si ama e la si odia. Di certo, non lascia indifferenti...

Grazie e a presto.

 

 

Ringrazio voi tutti e anche chi ha cercato di commentare e non ci è riuscito. Non so se abbiate trovato difficoltà a inserire il commento o a leggere quelli che ci sono. Io davvero non ci riesco. E sono anche un po’ arrabbiata per questo.  Addirittura non riesco a commentare nemmeno negli altri blog di clarence…Spero di risolvere presto il problema. Quando non riesco a comunicare, divento una belva….

Vi ricordo che il post su Lecce è anche su vibrisse, dove si può commentare più facilmente. 

di Ramona 14:49:00 2 Commenti