25/04/2006
LA DONNA COI BAFFI
Sedeva tutta composta, nell’ufficio postale. Piccola, candida, ben curata. Sarà stata alta un metro e mezzo, centocinquanta centimetri di dignità malgrado gli anni. A occhio e croce doveva aver passato gli ottanta, o forse no. Non era facile stabilirlo. La bianchezza dei capelli poteva ingannare, come anche le rughe, che quando ci sono hanno sempre qualcosa da dire. Chi lo sa, questi anziani, quanto sono anziani. A volte sembrano al massimo cinquantenni, e invece hanno venti primavere di più. Altre volte dimostrano almeno ottanta anni, ma poi si scopre che sono appena andati in pensione. Ci giocano, con il tempo, che può essere con loro gentile o impietoso. E anche di questa, pur indiscutibilmente anziana, signora non si riusciva indovinare con certezza l’età.
Era ben pettinata, una treccia bianca, corta e avvolta su stessa, si ancorava alla nuca come un serpente su un sasso. Un pettinino ben saldo a trattenere le ciocche. Anche il modo di vestire non aveva nulla di trasandato. Il cappotto antico, blu notte, con la cintura annodata in vita, aveva il solo difetto di essere un po’ anacronistico in una tiepida giornata primaverile, e le scarpe basse forse erano quelle della festa, pulite e comode. Il tutto assai dignitoso, nella semplicità tipica di chi è abituato a vivere con poco e nulla. Di chi ricicla il vestiario anno dopo anno, perché lo conserva con tale cura che non si consuma mai.
La donna fino a quel momento aveva mantenuto la testa bassa, ma ora era arrivato il suo turno allo sportello. Si alzò, guardandosi intorno timidamente e si diresse verso l’impiegato. Curva, claudicante, appoggiandosi ad un bastone. Un bambino, in coda con il padre, in quel momento la guardò in faccia e rimase per un momento sconcertato. La signora aveva i baffi come un uomo! Chiamò il genitore a gran voce, gli tirò la giacca, fece un gran strepito, insomma fece di tutto per attirarne l’attenzione. Perché gli adulti hanno la tendenza a non ascoltarli mai, i bambini, specialmente se hanno da fare e se sono un po’ nervosi dopo oltre mezz’ora di coda in un pubblico ufficio. Alla fine però il papà dovette dar retta al figlio, se non altro per sgridarlo, e allora il piccolo disse, indicando con l’indice la donna coi baffi: “Guarda, papà! Ha i baffi come il nonno!!”.
Il padre arrossì. Tutti avevano sentito. Ma del resto, anche se non poteva saperlo, tutti avevano già notato l’insolito ornamento su quel viso rugoso. Per accorgersene sarebbe bastato osservare l’aria imbarazzata della gente e gli sguardi sfuggenti che si ostinavano a guardare altrove per poi essere inevitabilmente catturati dalla donna baffuta. Lui no, non se n’era reso conto, aveva i pensieri tutti concentrati sulla raccomandata che doveva ritirare e che chissà che notizie portava. Non buone, sicuro, se le sentiva nella pelle, lui, certe cose… Così, colto impreparato, distolto dalle preoccupazioni che lo assillavano, non seppe far di meglio che prendersela con il bambino. Aveva un altro buon motivo per sgridarlo: “ Non si indicano le persone con il dito, te l’ho detto tante volte, è maleducazione!”.
Poi però egli stesso, accantonando per un attimo la raccomandata e dimentico del buon esempio che avrebbe dovuto dare, diede di gomito alla persona accanto. Sottovoce bisbigliò: “Ha visto?”.
L’altro annuì e non rispose. Si stava chiedendo già da un po’ chi fosse la donna baffuta. Il paese non era molto grande ma non si era mai vista. Forse abitava in qualche frazione lì intorno, in un posto isolato, fuori dalla civiltà. Magari aveva preso l’autobus, poverina, dio solo sapeva da dove veniva e in che condizioni viveva. Anche se, dovette riconoscere, l’aspetto era molto curato pur nella sua modestia.
Intanto tutti stavano cercando di osservare i baffi, senza farsi notare e con una certa dose di stupore addosso. Non si trattava di una peluria appena accennata, quella sarebbe stata comprensibile, è facile trovarla in donne di una certa età. E nemmeno di qualche pelo esagerato sul mento, che potesse ingannare la vista. No, erano proprio due bianchi baffi lunghi, che partivano da sotto il naso, scorrevano lungo i lati della bocca e terminavano sotto il mento, protesi l’uno verso l’altro a cercare un fraterno intreccio. Baffi così li si poteva trovare sui volti severi degli avi, in una posa rubata al passato remoto che un ritratto seppiato ha reso eterno e futuro.
Del resto anche lei, la donna, era in bianco e nero. A parte il blu del cappotto.
La nonnina aveva avvertito la curiosità intorno a lei e cercava con orgoglio di far finta di niente, nonostante l’emozione di trovarsi in un luogo affollato, da sola. Non ci si era ancora abituata né capiva il motivo di tanto interesse. Sapeva di non avere nulla fuori posto. Non puzzava, di questo era certa. Non emanava quell’odore tipico della vecchiaia che mette tanta tristezza, e paura, ai giovani. Faceva il bagno tutte le settimane, cambiava la biancheria tutti i giorni, dopo essersi lavata accuratamente “sopra e sotto” e si spargeva di borotalco. Ecco, al massimo poteva profumare di bebè… Neppure i capelli erano in disordine. Decenni di pratica e ristrettezze le avevano insegnato a pettinarsi senza specchio e senza aiuto in modo perfetto, come uscendo dalle mani di una pettinatrice.
Se è vero che la classe non s’insegna, ecco, questa donna ne aveva di innata. Del resto era stato anche per questo, oltre che per i baffi, che il marito l’aveva scelta. Un’enormità di tempo prima.
Mentre ascoltava i bisbigli alle sue spalle e mentre l’impiegato si assentava per recuperare il contante che mancava a pagarle la pensione di reversibilità, fece in tempo a ripensare al marito con tanta nostalgia. Il suo ricordo non l’abbandonava mai… Da poco l’aveva lasciata sola, quel birbante, dopo averle invaso, con amore, la vita. Se n’era andato senza soffrire e senza disturbare, evitando semplicemente di svegliarsi, una mattina, lì, nel letto che condividevano da quasi 70 anni. Evitando di mostrarsi debole, lui così forte, nei confronti di un male senza nome. Lei aveva persino creduto che la stesse canzonando. Quell’omone gioviale aveva sempre amato prendere la vita con leggerezza e il tempo non lo aveva cambiato. Neppure fisicamente.
Lo aveva conosciuto a 15 anni, quando lui ne aveva 20 ed era già alto, grosso e forte. Vestiva camicie di lana a scacchi, pantaloni di velluto con le bretelle e scarponi da montagna. Estate e inverno e per tutti gli anni che seguirono, lui era così. Con una barba lunga e folta che gli arrivava a metà del petto e di cui era fiero. Ecco, se una cosa era cambiato in tutti quegli anni, era stato il colore della barba: da castano era diventato grigio, poi bianco.
Anche lei, a 15 anni, aveva già i baffi. Per uno scherzo crudele della natura pagava lo scotto d’essere diventata donna somigliando a un uomo. Prima, da bambina, aveva avuto solo una leggera peluria scura. Lo sviluppo l’aveva tradita. Non sapeva ancora bene cosa farne di quel brutto regalo. Le altre ragazze in paese non avevano niente del genere, e un po’ la prendevano in giro. Amabilmente però, con affetto, perché lei era buona e timida e nessuno aveva il coraggio di farle del male.
In fondo a pensieri segretissimi la ragazza cercava di ragionare se fosse più conveniente rubare il rasoio al padre, recarsi dal barbiere in paese, oppure lasciare le cose com’erano, ché il baffo non le procurava fastidio alcuno… Fu allora che conobbe quel gigante barbuto e allegro. Il quale da subito, fin dalla prima occhiata che si scambiarono, stabilì che erano fatti l’uno per l’altra. Lui con il suo barbone, lei con i suoi baffi. Glielo propose, e senza aspettare risposta parlò anche con i genitori. Poveretti, confusi dal curioso fenomeno che aveva colpito la figlia, un po’ temevano per il suo futuro certo da zitella. Furono dunque ben contenti di acconsentire, la giovane fece altrettanto, e in men che non si dica si organizzarono le nozze. Lui la portò nella sua casa di pietra fuori dal paese, sulla montagna a due passi da Dio. E la trattò come una regina per tutto questo tempo. Erano felici, a lei non interessava la vita di società, non scendeva mai in paese, stava bene con il marito, che provvedeva a tutte le incombenze pratiche... E solo perché lui glielo chiese espressamente, si tenne i baffi.
Rideva divertito quando la baciava, era uno scontro di peli da fare il solletico, ma gli stava bene così. La sua donna aveva qualcosa di singolare che le altre non avevano. Era buona e bella e speciale. Era diversa. Era … migliore. E pazienza se figli non vennero. Loro due si bastavano.
La gente in coda allo sportello cominciava a sbuffare, non si andava più avanti, dov’era finito l’impiegato? Ormai anche lo sconcerto di vedere una donna coi baffi, di questi tempi in cui anche la terza età vuole apparire giovane e ben fatta, lasciava il posto alla fretta del vivere.
La nonnina invece aspettava con la pazienza che le aveva insegnato la montagna. Si lisciò automaticamente uno dei baffi e con quel gesto sembrò per un attimo, anche se nessuno ormai la considerava altro che un intoppo nell’incedere della fila, un antico gentiluomo in procinto di accendersi un sigaro prima della partita di caccia. Ma indossava la gonna, il portamento era mite e femminile. Era una dolce signora, con un bastone accanto e tanti ricordi di vita serena dentro.
Il bambino di poco prima non aveva mai smesso di osservarla. Sembrava chiedersi qualcosa. Poi si decise. Lasciò la mano del padre, sgusciò svelto fra la gente e arrivò fino a lei. Aspettò che si accorgesse della sua presenza. L’anziana gli sorrise timidamente e gli fece una carezza sul viso. Anche lui, alto quasi uguale, alzò la manina e le carezzò i baffi. Erano proprio come quelli del nonno, pensò. Il nonno non c’era più da un po’, non riusciva più a trovarlo e a tiragli i baffi per giocare, come lo aveva abituato. Ridevano sempre tanto insieme, e ora gli mancava. Questa qui era una nonna, sì, però… forse…
Smise di pensare e le chiese:
“Vuoi essere il mio nonno?”