15/04/2006
ROMA, ANDATA E RITORNO: BILANCIO
Finalmente salgo sull’aereo che mi riporterà a casa. Sono le 22,00, il ritardo è di due ore. Sono stanca, ma riesco ancora a fare delle considerazioni. Viaggiare nel nostro paese sta diventando un’avventura come quelle dei grandi esploratori di un tempo, che sapevano (forse) quando partivano, ma mai quando sarebbero arrivati a destinazione. La puntualità, oggi, è un divertente ma snervante optional, qualunque sia il sistema di locomozione da te scelto.Poco tempo fa ho sperimentato l’efficientissimo ritardo dei pendolini: cronico, inossidabile, inalienabile. Non importa che tu paghi un biglietto salato per prenotare un posto che poi forse non c’è o è già occupato (legittimamente). Non importa se hai un appuntamento o se devi prendere una coincidenza. Tutto il sistema vive di ritardi, di cattiva manutenzione, di guasti. Allegramente.
Ma se credi di utilizzare l’auto per fare più in fretta… Non dirmi che in tutti i tuoi lunghi anni di vita non sei mai rimasto imbottigliato in un ingorgo d’autostrada o cittadino…No? Forse eri su Plutone.
Gli aerei. Bè, chi non ha mai sentito dei ritardi, degli scioperi di controllori di volo, uomini radar e coloro che scaricano i bagagli? Anche questa è una condizione endemica, ma in qualche modo mi ero illusa che le linee brevi, quelle da passeggiata, quelle che ti fanno attraversare mezza Italia in appena mezz’ora, ne fossero esenti. Macché.
Due ore di ritardo per il volo Roma-Treviso, che stamattina, nel senso inverso, puntualissimo, si è concluso in nemmeno 40 minuti. Più consistente l’attesa dell’impresa.
Sono stanca, è buio pesto e non fa nemmeno troppo caldo. A quest’ora sarei stata già a letto se le cose fossero andate per il verso giusto. Domani mattina devo andare a lavorare. Se mi va bene dormirò quattro ore. Ho mille pensieri per la testa.
Poggio la testa e la schiena al sedile e chiudo gli occhi. Faccio un bilancio della giornata che va a morire. Sono venuta a Roma stamattina per un convegno sindacale di categoria, insieme a una ventina di colleghi. Diciamoci la verità, il convegno era il pretesto per tornare nella città eterna. L’idea, geniale, era di mollare tutto e andare a passeggiare per le vie del centro. Roma mi è nel cuore dopo la visita dell’autunno scorso. Anche per le colleghe era un programma accettato e condiviso all’unanimità. Sembrava che potessimo farcela, sia pure con i tempi ristretti. E invece…
Invece la sede del convegno è di molto fuori mano, servita male dai mezzi pubblici, di cui ignoriamo vita e percorso.
Per arrivarci assaltiamo i taxi, che vedono in noi la gallina dalle uova d’oro e incuranti dell’epidemia di aviaria (tanto in tv non se ne parla più) ci accompagnano e ci spiumano di ben 50 euro a macchina. Ne abbiamo utilizzate 4, il conto è fatto. Circa 5 km di percorrenza, dribbling sul GRA (vietatissimi a chi non abbia conseguito la patente da Roma in giù, per mancanza di requisiti ed esperienza), precedenze incomprensibili, sorpassi a destra ecc. ecc. Sembra che per Roma capitale sia stato inventato un apposto codice stradale. Comunque sia, 5 km. in circa 10 minuti e qualche filo bianco in più fra i capelli (ma la taxista è stata un’abile corsara) costano in tutto 200 euro. Niente male. L’aviaria rende, da queste parti. I polli veneti sono riconoscibili e hanno il marchio DOC (Di Origine Cretina).
Il convegno si svolge in un eremo immerso nel verde. Infermieri da tutta Italia, unitevi: circa un migliaio, cranio più cranio meno. Gli argomenti del corso durante la mattina sono un’esaltazione del potere sindacale, un’autocelebrazione, meritata certo, ma diciamolo, noiosa.
Ce ne andiamo?
No ancora no, non si può.
Lancio un sms di speranza a un amico, una richiesta di salvezza, che rimane senza risposta. Era già nell’aria un mezzo ipotetico appuntamento, tanto che con gusto mi ero premunita di un piccolo presente. Solo un pensiero, che mi sembrava carino. Invece l’SOS rimane inascoltato.
Il pranzo è buono. Le melanzane fritte sono impossibili per me: l’occhio le reclama, lo stomaco rifiuta senza condizioni. Se solo le assaggiassi la mia digestione proseguirebbe per una settimana ininterrotta. Come quella delle anaconde. Un collega di buon peso, impietosito, aspetta che io termini il mio piluccare, poi si offre di ripulirmi il piatto dalle melanzane. Me lo toglie davanti, si sceglie la frittura fredda, unta e rifiutata, e la divora. Che gentile.
Il pomeriggio è peggio. Gli argomenti potrebbero essere interessanti ma non ora, non dopo pranzo, non con la testa al cuore di Roma.
Ce ne andiamo?
Ancora un po’, vediamo.
Ed è già tardi. Ci vuole almeno un’ora per arrivare in centro, un’altra per tornare, poi devi essere a Ciampino almeno un’ora prima della partenza… E’ che nemmeno a Roma fanno le ore più lunghe per noi. Sempre di 60 minuti sono.
Aspetto ancora un sms di risposta al mio, che però non arriva. Riprovo, consapevole che non dovrei farlo. La mancanza di risposta è già una risposta, no?… Ma no, che dici, lo sai che il tuo cellulare a volte difetta… mi voglio illudere, so che non è così. Il fatto è che voglio cercare di salvare questa giornata che sta naufragando. Arriva la risposta. No, non ci si può vedere. Stai troppo lontana cocca, e poi c’ho da fa’ dumila cose, nu gliela faccio. Già.
La giornata è fredda, limpida, spazzata abilmente da una tramontana squisitamente ospitale che ha preso il posto del celebre ponentino. Questi qui vengono dal nord, si è detta fra sé la caruccia, vuoi che non gli presenti la loro stessa temperatura ambiente come benvenuto?
Basta, non ne posso più del convegno, che peraltro sta terminando. Giunge voce che l’Ardeatina è bloccata, che i mezzi di trasporto, tutti, non girano, che diventerà arduo tornare a Ciampino per tempo. Che significa bloccata? Incidente, lavori in corso, manifestazioni?… Nu se sa. Qualcuno chiama 5 taxi, forse ne arriverà uno solo, dicono. Forse farà la spola, dicono. Forse non riesce neanche a passare, dicono. E l’autobus? Mah, se ne devono cambiare due, tre, nu se sa. E i biglietti dove si fanno?… Ma va’, a Roma non si paga biglietto sull’autobus. Offre l’ATAC, e si viaggia alla romana. Gratis. Davvero???… Grande.
Arriva il taxi.
Movemose, qua se paga, ragazze, e io vengo da Roma, me dovete pagà pure l’annata …ce ne volemo annà?
Il tassinaro sbraita, il suo tempo è prezioso, sì, abbiamo visto, ma noi 50 euro non li vogliamo pagare. Non c’è problema. Qualche contraddittorio in cui si dimostra che il tassinaro c’ha sempre ragione, una scorciatoia di campagna che sembra portare dritto ai castelli romani e invece sbuca a Ciampino, e il prezzo, diciamo così, è onesto, solo 30 euro.
E ora comincia l’attesa. L’imbarco è alle 19, 30, la partenza alle 20,05. Un’occhiata intorno, prima di salutare la capitale, sconsolata, colma di rimpianto. E la passeggiata per il centro? Sfumata. Rabbia.
Si annuncia il ritardo, dapprima mezz’ora, poi due ore. Non ce la facciamo più, vogliamo tornare a casa e chiudere questa giornata deludente. Due ore passano giocando alla battaglia navale con un’amica. Grazie a dio, abbiamo carta e penna e una memoria infantile ancora discreta.
E ora, esausti siamo seduti a bordo. Hostess e steward ridono fra di loro e al microfono si scusano per il ritardo. Ma chi se ne frega delle scuse, partiamo?! E finalmente rombano i motori e il mostro si allunga sulla pista, alza il muso e si solleva. La sensazione è dolcissima. La testa sembra vuota e nel suo vuoto anche i pensieri galleggiano. Chiudo gli occhi. La partenza è davvero fantastica, si ha l’impressione di…volare! Non è stato così all’andata, tutto è stato più deciso, quasi brusco. Ma ora è come se si sentisse il tocco di una mano diversa, amabile. Il pilota dev’essere un uomo gentile. Ne sono convinta. Non l’ho visto in faccia, ma sento la sua voce al microfono mentre con un tono carezzevole (chissà che tipo affascinante!…) descrive in inglese ciò che abbiamo sotto di noi. E sotto di noi c’è uno spettacolo mozzafiato. Roma signora si è vestita di luce. Milioni di piccole stelle che guardiamo, per una volta, dall’alto in basso. Nel buio della notte è una magia che commuove. Non ci sono parole. Roma ci congeda così, scusandosi per gl’inconvenienti dovuti al suo essere Roma, caotica, confusionaria, ma anche generosa e ospitale. E’ bellissima anche di notte, anche dall’alto. E questa visione, insieme alla voce morbida e calda del pilota, mi riconciliano con la giornata. E il bilancio, paurosamente incline al passivo, si risolleva. Così dimentico la levataccia mattutina di oggi e quella di domani, il dolore alle orecchie all’atterraggio (compreso quello che faremo fra poco), la disorganizzazione generale, il traffico romano, i tassisti poco onesti e la noia del convegno. Accantono anche la delusione per un messaggio mai arrivato, un regalo mai donato, che ancora mi pesa nello zaino, una passeggiata solo sognata, e ci aggiungo il ritardo esagerato. Cerco il positivo in ciò che ho appena vissuto. Uno spettacolo di luci sotto di noi, lo humor delle compagne di viaggio, sebbene ora stanche come me, la simpatia del collega che ha mangiato le mie melanzane, questa partenza così dolce da farmi sentire stella tra le stelle e concedermi un sogno in più. E, in fondo, l’aver vissuto una giornata diversa dal solito.
Il bilancio? Tutto sommato, un pareggio.
E ora lasciatemi concentrare: si atterra.