07/04/2006
LE POESIE IN UN GIORNO DI PIOGGIA
E’ un pomeriggio di pioggia. Dovrebbe essere una gioiosa pioggia primaverile, secondo il calendario. Invece fa freddo, freddo. Sulla cima delle montagne di nuovo la neve. I nostri monti non riescono a liberarsi del bianco mantello, quest’anno. Avrei molte cose da fare, la mente frenetica cerca di catalogarle, di stabilirne l’ordine secondo importanza e urgenza, ma sono svogliata. Allora decido di colorare questa giornata così grigia e di illuminarla di poesia.Di là ho il plico delle poesie del premio letterario indetto dal Comune. Saranno quasi trecento. Poesie che io, come membro della giuria, devo leggere, giudicare, scegliere… Io, una qualunque. Che impegno, importante e difficile…
I plichi a dire il vero sono quattro, perché quattro sono le categorie in gara (che brutto termine, parlando di poesie). Partecipano le scuole primarie, le scuole medie, le secondarie e gli adulti.
M’incuriosiscono le poesie dei bambini delle primarie. Di cosa parlano i bambini, quali sono i loro pensieri più segreti, quelli che affidano solo a carta e penna? E come fanno a scriverli sotto forma di poesia, quando neppure gli adulti, a volte, sanno cosa sia una poesia?
Apro il plico delle elementari. E’ sorprendente, ce ne sono tantissime! Do una prima occhiata e mi rendo subito conto che ci deve essere stato un aiuto da parte delle maestre, quanto meno un indirizzo, una spiegazione. Perché le poesie dei bambini si possono quasi catalogare. Io le ho idealmente suddivise in categorie: quella delle filastrocche, quella del “Vorrei”, la categoria dei “bambini” e infine quella più varia, lasciata alla fantasia personale del piccolo. Leggo con avidità, curiosità e un pizzico di rimorso, perché mi sembra di invadere la privacy di piccoli amici, spiandone i pensieri più intimi. E poi mi ritrovo a piangere commossa, a ridere divertita, a immaginare dietro ogni parola la personalità di ognuno di loro.
Le filastrocche sono divertenti e parlano soprattutto dei nonni. Ne nascono dei ritratti sensazionali, degnissimi, che dipingono tutto un mondo privato e così tipico di queste zone e di questi tempi. C’è il nonno (più di uno…) che non rinuncia al bicchier di vino. C’è la nonna che insegna alla nipotina antichi lavori di donna, come l’uncinetto, e quella che litiga con la badante. C’è il nonno super attivo e quello che non c’è più. C’è anche un nonno dal nome straniero, e non è difficile immaginare un piccolo con altre radici integrato tra queste montagne. C’è molto affetto, un grande amore dei nipotini verso i loro nonni. Chissà se questi se ne sono mai accorti. Ripenso ai miei nonni, ormai quasi tutti in paradiso. Penso a come sono stati importanti nella mia vita, nel bene e nel male. Ma com’era difficile parlarne, dimostrare affetto da entrambe le parti.
La categoria “bambini” mostra chiare immagini di come i bambini vedono se stessi e la consapevolezza che hanno di essere diversi. Sanno, e lo dicono chiaro, che se non si coccolano da soli nessuno li può capire. O meglio, nessuno ha “voglia” di capirli. E questo è drammatico. E c’è anche l’autocritica, consapevoli che, testardi, vogliono quello che vogliono... E ci sono i piccoli grandi desideri, come quello di giocare fra loro senza distinzioni di razze. Sapevate che i bambini sono bianchi, neri, rossi gialli e… “verdi?” … Vorrei conoscere il piccino che ha scritto questo e farmi spiegare quali sono i suoi simili di colore verde… Gli alieni? Ma un bambino che altro è, in effetti, se non un alieno?
Nella categoria “Vorrei” più che poesie ci sono dei pensieri, ciò che i bambini vorrebbero fare o essere. E, siete liberi di non crederci, i bambini sono estremamente generosi. C’è chi vorrebbe essere un fiore per rendere felice chi lo coglierà, chi una foglia colorata che ha già vissuto tanto, chi vuole regalare un albero ad un amico malato, chi trasformarsi in un tramonto che rallegri la fine del giorno.
E fra le altre poesie a tema più libero, ritrovo uno straordinario occhio per la natura, le cose care, i luoghi di vacanza… Attenti, diceva qualcuno, i bambini ci guardano. Ed è proprio così. Osservano il mondo, comprendono (e ci spiegano) l’unica vera filosofia di questa vita. Che vivere è bello.
Asciugo una lacrima di tenerezza e apro il plico dei ragazzi delle medie. Altrettanto massiccia la partecipazione. Più variati i temi. Stessa identica sensibilità, un’altra consapevolezza: quella di essere già grandi. Può sembrare incredibile, ma c’è già tra loro chi parla dell’infanzia come di qualcosa di perduto che non torna più e chi si vede già con i capelli bianchi. Ci sono parole d’amore, e non solo verso i genitori, ma verso un /a coetaneo/a… Si può amare a quell’età? Faccio anch’io un salto indietro nel tempo… e sì, si può amare. Con innocenza e trasporto. Non esiste l’età giusta per amare. Esistono solo varie tappe dell’amore. Ce lo possiamo ricordare, ogni tanto, noi grandi?… I ragazzi hanno anche coscienza ecologista e odiano le guerre, sanno cos’è stato lo sterminio di massa. E’ strano che ne facciano oggetto di poesia, ma forse neppure tanto. E sentono lo scorrere del tempo. Anche loro, come i più piccoli. In qualcuno c’è una tristezza precoce che attanaglia la gola. Come ci dimentichiamo, troppo facilmente, della sensibilità di queste giovani anime. Ci chiediamo mai cosa passa per la loro mente quando sono un po’ più seri e silenziosi?.. Ma per fortuna c’è poi anche la voglia di viaggiare e la capacità d’inventare e ancora di giocare. Fantastiche, splendide anche queste poesie di piccoli uomini e piccole donne in crescita.
Sono immersa completamente in un mondo che non mi appartiene, ma che è stato anche mio. Sto crescendo insieme a tutti questi poeti in erba, faccio miei i loro pensieri. Perché anch’io, a suo tempo li ho pensati. E sotto sotto non ne ho persa la memoria.
Stranamente i ragazzi delle superiori brillano per l’assenza. Pochi, pochissimi i partecipanti. Mi stupisco. Non è l’adolescenza il periodo dei tormenti interiori? Non è a quest’età che si scrivono poesie sugli amori impossibili? Non è il dramma ormonale che dipinge di nero l’esistenza e fa piangere fiumi di lacrime per il solo fatto di esistere e di non essere considerati? Io ricordo che più o meno tutti a quell’età si avvertiva il bisogno di riversare su pagine scritte fitte fitte le proprie angosce esistenziali, ma anche la felicità per un sorriso inaspettato, l’amore per il cantante o l’attore o il professore… Dai, lo abbiamo fatto tutti… cosa è successo agli adolescenti moderni? Non hanno patemi, o non hanno voglia di scriverne? Sono distratti dalla tecnologia e dai reality? Hanno avuto poca educazione letteraria, per cui la penna è un peso e il foglio bianco un incubo, ed entrambi un macigno inamovibile? Non so cosa pensare. Rifletto, mentre fuori ancora piove tristemente. E comunque in alcune di quelle poche poesie ritrovo esattamente le malinconie dell’età, la bruciante sensazione di essere soli e dimenticati, inutili. Ma, repentinamente, si attraversa anche la capacità del sorriso e della serenità delle piccole cose, là dove, credo, il passaggio dell’età ancora non è ancora avvenuto. Si sa, non tutti i frutti maturano allo stesso modo.
Ed eccomi, ci sono, alle poesie degli adulti. Un nuovo mondo mi si apre. Ritorno a gettarmi a testa in giù, trattenendo il fiato, nella storia personale di ognuno. Perché la maggior parte di queste persone parla di sé. E di nuovo mi sento un’intrusa. Mi sembra di essere davanti alla televisione a guardare uno di quei programmi dove la gente va a esporre le proprie storie, le proprie sofferenze, le proprie speranze. Con la differenza che qui, tra queste righe, le storie sono reali. Non si può sempre dire lo stesso della tv. Ed ecco, l’amore. Amore uguale passione uguale tormento, amore per i figli e per i genitori, amore per il proprio paesello, e ancora la solitudine, le domande senza risposte, le certezze… Temi universali adattati al piccolo ambiente, temi in cui ognuno ci si può riconoscere. Temi che affondano nell’anima e scavano una minuscola tana calda nel cuore. Inutile aggiungere che la mia immedesimazione è totale. Che scegliere sarà difficile, impossibile. Che farei tutti vincitori.
Studio e osservo i differenti modi di confezionare il lavoro (innumerevoli i tipi di carattere usati e il formato, c’è chi ci ha messo la copertina, chi un disegno, chi ha scritto a mano o con una vecchia Olivetti), cerco, da quei pochi indizi, di figurarmi la persona, metodica o estroversa, anziana o mago del computer. Non ho nomi né date di nascita. Gli autori sono categoricamente anonimi. La mia fantasia galoppa libera. Poi…
…In un flash mi rivedo mentre confeziono un racconto, in modo scrupoloso e ordinato, per spedirlo a uno dei tanti premi letterari cui ho partecipato. Non mi sono mai chiesta chi lo avrebbe letto, a meno che non conoscessi a priori la giuria. Altrimenti no, quasi sempre spedivo il plico e via, ignorandone poi il percorso, non chiedendomi neppure l’impressione che avrebbe suscitato, se sarebbe arrivato al cuore, che cosa avrebbe pensato la persona che lo avrebbe letto. Si sarebbe chiesto chi fossi, avrebbe cercato d’immaginare le mie emozioni? Non mi sono mai posta questo dubbio. Non ho mai immaginato neppure la fatica, l’impegno che ci vogliono, né che sarebbero scaturite tante sensazioni. Mi sembra così strano essere dall’altra parte, ora… ma è così piacevole.
Guardo fuori dalla finestra. Il clima è cambiato. Non piove più, una serata bellissima sta facendosi strada tra i nuvoloni, complice un vento che ancora sa di marzo, fresco e prepotente. E il sole si acceca da sé, dopo tanto grigio. Io credo anche lui si senta riscaldato da tutta questa poesia, e ora allunga i suoi raggi per toccarla. Per viverla. Come la vivo io.