25/04/2006

LA DONNA COI BAFFI

Sedeva tutta composta, nell’ufficio postale. Piccola, candida, ben curata. Sarà stata alta un metro e mezzo, centocinquanta centimetri di dignità malgrado gli anni. A occhio e croce doveva aver passato gli ottanta, o forse no. Non era facile stabilirlo. La bianchezza dei capelli poteva ingannare, come anche le rughe, che quando ci sono hanno sempre qualcosa da dire. Chi lo sa, questi anziani, quanto sono anziani. A volte sembrano al massimo cinquantenni, e invece hanno venti primavere di più. Altre volte dimostrano almeno ottanta anni, ma poi si scopre che sono appena andati in pensione. Ci giocano, con il tempo, che può essere con loro gentile o impietoso. E anche di questa, pur indiscutibilmente anziana, signora non si riusciva indovinare con certezza l’età.

Era ben pettinata, una treccia bianca, corta e avvolta su stessa, si ancorava alla nuca come un serpente su un sasso. Un pettinino ben saldo a trattenere le ciocche. Anche il modo di vestire non aveva nulla di trasandato. Il cappotto antico, blu notte, con la cintura annodata in vita, aveva il solo difetto di essere un po’ anacronistico in una tiepida giornata primaverile, e le scarpe basse forse erano quelle della festa, pulite e comode. Il tutto assai dignitoso, nella semplicità tipica di chi è abituato a vivere con poco e nulla. Di chi ricicla il vestiario anno dopo anno, perché lo conserva con tale cura che non si consuma mai.

La donna fino a quel momento aveva mantenuto la testa bassa, ma ora era arrivato il suo turno allo sportello. Si alzò, guardandosi intorno timidamente e si diresse verso l’impiegato. Curva, claudicante, appoggiandosi ad un bastone. Un bambino, in coda con il padre, in quel momento la guardò in faccia e rimase per un momento sconcertato. La signora aveva i baffi come un uomo! Chiamò il genitore a gran voce, gli tirò la giacca, fece un gran strepito, insomma fece di tutto per attirarne l’attenzione. Perché gli adulti hanno la tendenza a non ascoltarli mai, i bambini, specialmente se hanno da fare e se sono un po’ nervosi dopo oltre mezz’ora di coda in un pubblico ufficio. Alla fine però il papà dovette dar retta al figlio, se non altro per sgridarlo, e allora il piccolo disse, indicando con l’indice la donna coi baffi: “Guarda, papà! Ha i baffi come il nonno!!”.

Il padre arrossì. Tutti avevano sentito.  Ma del resto, anche se non poteva saperlo, tutti avevano già notato l’insolito ornamento su quel viso rugoso. Per accorgersene sarebbe bastato osservare l’aria imbarazzata della gente e gli sguardi sfuggenti che si ostinavano a guardare altrove per poi essere inevitabilmente catturati dalla donna baffuta. Lui no, non se n’era reso conto, aveva i pensieri tutti concentrati sulla raccomandata che doveva ritirare e che chissà che notizie portava. Non buone, sicuro, se le sentiva nella pelle, lui, certe cose… Così, colto impreparato, distolto dalle preoccupazioni che lo assillavano, non seppe far di meglio che prendersela con il bambino. Aveva un altro buon motivo per sgridarlo: “ Non si indicano le persone con il dito, te l’ho detto tante volte, è maleducazione!”.

Poi però egli stesso, accantonando per un attimo la raccomandata e dimentico del buon esempio che avrebbe dovuto dare, diede di gomito alla persona accanto. Sottovoce bisbigliò: “Ha visto?”.

L’altro annuì e non rispose. Si stava chiedendo già da un po’ chi fosse la donna baffuta. Il paese non era molto grande ma non si era mai vista. Forse abitava in qualche frazione lì intorno, in un posto isolato, fuori dalla civiltà. Magari aveva preso l’autobus, poverina,  dio solo sapeva da dove veniva e in che condizioni viveva. Anche se, dovette riconoscere, l’aspetto era molto curato pur nella sua modestia.

Intanto tutti stavano cercando di osservare i baffi, senza farsi notare e con una certa dose di stupore addosso. Non si trattava di una peluria appena accennata, quella sarebbe stata comprensibile, è facile trovarla in donne di una certa età. E nemmeno di qualche pelo esagerato sul mento, che potesse ingannare la vista. No, erano proprio due bianchi baffi lunghi, che partivano da sotto il naso, scorrevano lungo i lati della bocca e terminavano sotto il mento, protesi l’uno verso l’altro a cercare un fraterno intreccio. Baffi così li si poteva trovare sui volti severi degli avi, in una posa rubata al passato remoto che un ritratto seppiato ha reso eterno e futuro.

Del resto anche lei, la donna, era in bianco e nero. A parte il blu del cappotto.

La nonnina aveva avvertito la curiosità intorno a lei e cercava con orgoglio di far finta di niente, nonostante l’emozione di trovarsi in un luogo affollato, da sola. Non ci si era ancora abituata né capiva il motivo di tanto interesse. Sapeva di non avere nulla fuori posto. Non puzzava, di questo era certa. Non emanava quell’odore tipico della vecchiaia che mette tanta tristezza, e paura, ai giovani. Faceva il bagno tutte le settimane, cambiava la biancheria tutti i giorni, dopo essersi lavata accuratamente “sopra e sotto” e si spargeva di borotalco. Ecco, al massimo poteva profumare di bebè… Neppure i capelli erano in disordine. Decenni di pratica e ristrettezze le avevano insegnato a pettinarsi senza specchio e senza aiuto in modo perfetto, come uscendo dalle mani di una pettinatrice.

Se è vero che la classe non s’insegna, ecco, questa donna ne aveva di innata. Del resto era stato anche per questo, oltre che per i baffi, che il marito l’aveva scelta. Un’enormità di tempo prima.

Mentre ascoltava i bisbigli alle sue spalle e mentre l’impiegato si assentava per recuperare il contante che mancava a pagarle la pensione di reversibilità, fece in tempo a ripensare al marito con tanta nostalgia. Il suo ricordo non l’abbandonava mai… Da poco l’aveva lasciata sola, quel birbante, dopo averle invaso, con amore, la vita. Se n’era andato senza soffrire e senza disturbare, evitando semplicemente di svegliarsi, una mattina, lì, nel letto che condividevano da quasi 70 anni. Evitando di mostrarsi debole, lui così forte, nei confronti di un male senza nome. Lei aveva persino creduto che la stesse canzonando. Quell’omone gioviale aveva sempre amato prendere la vita con leggerezza e il tempo non lo aveva cambiato. Neppure fisicamente.

Lo aveva conosciuto a 15 anni, quando lui ne aveva 20 ed era già alto, grosso e forte. Vestiva camicie di lana a scacchi, pantaloni di velluto con le bretelle e scarponi da montagna. Estate e inverno e per tutti gli anni che seguirono, lui era così. Con una barba lunga e folta che gli arrivava a metà del petto e di cui era fiero. Ecco, se una cosa era cambiato in tutti quegli anni, era stato il colore della barba: da castano era diventato grigio, poi bianco.

Anche lei, a 15 anni, aveva già i baffi. Per uno scherzo crudele della natura pagava lo scotto d’essere diventata donna somigliando a un uomo. Prima, da bambina, aveva avuto solo una leggera peluria scura. Lo sviluppo l’aveva tradita. Non sapeva ancora bene cosa farne di quel brutto regalo. Le altre ragazze in paese non avevano niente del genere, e un po’ la prendevano in giro. Amabilmente però, con affetto, perché lei era buona e timida e nessuno aveva il coraggio di farle del male.

In fondo a pensieri segretissimi la ragazza cercava di ragionare se fosse più conveniente rubare il rasoio al padre, recarsi dal barbiere in paese, oppure lasciare le cose com’erano, ché il baffo non le procurava fastidio alcuno… Fu allora che conobbe quel gigante barbuto e allegro. Il quale da subito, fin dalla prima occhiata che si scambiarono, stabilì che erano fatti l’uno per l’altra. Lui con il suo barbone, lei con i suoi baffi. Glielo propose, e senza aspettare risposta parlò anche con i genitori. Poveretti, confusi dal curioso fenomeno che aveva colpito la figlia, un po’ temevano per il suo futuro certo da zitella. Furono dunque ben contenti di acconsentire, la giovane fece altrettanto, e in men che non si dica si organizzarono le nozze. Lui la portò nella sua casa di pietra fuori dal paese, sulla montagna a due passi da Dio. E la trattò come una regina per tutto questo tempo. Erano felici, a lei non interessava la vita di società, non scendeva mai in paese, stava bene con il marito, che provvedeva a tutte le incombenze pratiche... E solo perché lui glielo chiese espressamente, si tenne i baffi.

Rideva divertito quando la baciava, era uno scontro di peli da fare il solletico, ma gli stava bene così. La sua donna aveva qualcosa di singolare che le altre non avevano. Era buona e bella e speciale. Era diversa. Era … migliore. E pazienza se figli non vennero. Loro due si bastavano.

La gente in coda allo sportello cominciava a sbuffare, non si andava più avanti, dov’era finito l’impiegato? Ormai anche lo sconcerto di vedere una donna coi baffi, di questi tempi in cui anche la terza età vuole apparire giovane e ben fatta, lasciava il posto alla fretta del vivere.

La nonnina invece aspettava con la pazienza che le aveva insegnato la montagna. Si lisciò automaticamente uno dei baffi e con quel gesto sembrò per un attimo, anche se nessuno ormai la considerava altro che un intoppo nell’incedere della fila, un antico gentiluomo in procinto di accendersi un sigaro prima della partita di caccia. Ma indossava la gonna, il portamento era mite e femminile. Era una dolce signora, con un bastone accanto e tanti ricordi di vita serena dentro.

Il bambino di poco prima non aveva mai smesso di osservarla. Sembrava chiedersi qualcosa. Poi si decise. Lasciò la mano del padre, sgusciò svelto fra la gente e arrivò fino a lei. Aspettò che si accorgesse della sua presenza. L’anziana gli sorrise timidamente e gli fece una carezza sul viso. Anche lui, alto quasi uguale, alzò la manina e le carezzò i baffi. Erano proprio come quelli del nonno, pensò. Il nonno non c’era più da un po’, non riusciva più a trovarlo e a tiragli i baffi per giocare, come lo aveva abituato. Ridevano sempre tanto insieme, e ora gli mancava. Questa qui era una nonna, sì, però… forse…

Smise di pensare e le chiese:

“Vuoi essere il mio nonno?”

 

 

 

di Ramona 21:25:00 Commenta:

20/04/2006

QUESTO AMORE (TELEPATIA DI UN LIBRO)

(questa lettura è anche su uno scaffale in Bottega)

Nella vetrina di un negozio di libri ho notato un titolo che parlava d’amore e ancora una volta non sono stata capace di opporre resistenza, nonostante la mia libreria ormai tracimi di volumi non ancora letti. Ma certi titoli sono, più di altri, una potente calamita, un’esca che il libro lancia verso il potenziale lettore certo che abboccherà.  E’ il libro che sceglie te, lettore, e non viceversa. S’insinua nella mente e in qualche strano modo, forse telepatico, chiama, attira la tua attenzione. E’ come se sapesse che in quel momento tu hai bisogno di lui.

Come sotto ipnosi sono entrata in libreria. Ho preso il volume in mano senza staccare gli occhi dal titolo, cullata dalle aspettative che quelle due semplici parole alimentavano nella parte più vergognosamente romantica di me. QUESTO AMORE  è il titolo che mi ha catturata. Il richiamo alla poesia di Prevert è inevitabile, chi non ricorda la forza dirompente di quell’amore disperato e cattivo e indifeso e…. tante altre cose? Il romanzo che ho davanti sembra promettere emozioni di uguale intensità. E io da un po’ di tempo ho un bisogno viscerale di emozioni. Come avrà fatto a saperlo, il libro, se non con la telepatia?…

Leggo il risvolto di copertina, timido tentativo di trovare qualcosa che non mi aggrada per non procedere all’acquisto. Si tratta proprio di una storia d’amore, che narra anche di poesie, di libri, di un luogo del Sud Italia non ben definito. E poiché l’autore si chiama Roberto Cotroneo, mi viene il sospetto che anche stavolta lui descriva il mio Salento, come più o meno ha fatto in precedenza con il suo OTRANTO. Ce n’è abbastanza per darmi il colpo di grazia. C’è l’amore, che non mi appare melenso come nei romanzi rosa, ma vitale, intenso e possibile. C’è la speranza di ritrovare tra le pagine la mia bella Lecce. Ci sono i libri nel libro, e anche una libreria, mio sogno mai dimenticato… La telepatia del libro ha centrato la mia condizione di preda ideale. Mi arrendo definitivamente. Apro il portafoglio, torno a casa e finalmente arriva la sera e comincio a leggere questo ultimo arrivato. Del tutto sorda alle proteste degli altri libri che dovranno aspettare ancora per un po’ il loro turno.

Leggo il libro dunque, anzi, lo bevo, velocemente. Lo rimugino per qualche giorno. E poi lo rileggo tutto daccapo, più lentamente. Per assaporarlo meglio e in un modo diverso, ora che ne conosco il finale.

La storia di fondo, si diceva, è una storia d’amore. Anna è un’insegnante d’italiano in una città del Sud non specificata, che però chi la conosce identifica subito, come avevo presupposto, con Lecce, capitale del Salento. Edo è un ex calciatore che vuole aprire una libreria, ma prima vuole completare gli studi interrotti e acquisire la maturità classica. Perché se questa non è necessaria per vendere libri “serve comunque per leggerli”… è la sua sacrosanta convinzione. Edo dunque si prepara privatamente con Anna alla maturità poi i due, classicamente, s’innamorano e si sposano. E la libreria verrà inaugurata e costituirà le fondamenta della loro vita e di un amore immenso. L’amore che abbraccia entrambi in un mondo fatto di poesia. Edo ama le poesie in modo profondo, nella libreria ci sono solo libri che lui adora, che ha letto e che vuole far conoscere alla gente, a costo, talvolta, di regalarli.

Il racconto di questo amore senza tempo è scandito dai ricordi di Anna, che parla in prima persona allacciando fili sparsi nella memoria, flashback, nostalgie e rimpianti per qualcosa che era stato e poi non era stato più. Perché Edo ad un certo punto sparirà dalla sua vita, ma lei non smetterà di aspettarlo. Fino a che il finale …

Tutto il romanzo è imperniato su questi ricordi, ma anche sulla granitica certezza che Edo prima o poi ricomparirà, sulla libreria come punto fermo a cui lui farà ritorno, sulle poesie dei grandi autori che con i loro versi scandiscono i giorni, i pensieri, la vita del passato e le ricerche di oggi, gli appuntamenti illusori. Riecheggiano Montale, Ungaretti, altri immortali poeti. L’amore prima di tutto, la poesia subito dopo come parte integrante dell’amore. Gli appassionati del genere affermeranno che la poesia non è solo quella che parla d’amore… e avranno anche ragione. Ma perché spogliarla, qui, della sua veste universale, quella più amata?

Sebbene i ricordi siano sparsi, la logica della trama c’è, la si vive appieno. Ci si mette nei panni di Anna e si aspetta quell’uomo che, smarrita misteriosamente la memoria, se n’è andato per non tornare. Lei sta lì, incrollabile, ad aspettarlo e a coltivare il proprio amore. Per ventitre anni vediamo la protagonista invecchiare, le figlie crescere. La libreria è sempre aperta, quell’amore è sempre vivo.

E dopo i ventitre anni… c’è la conclusione. Sorprendente, spiazzante, devastante,  non è nemmeno un vero finale. E’… come dire, senza rovinare la sorpresa?… un altro punto di vista. Una storia nella storia. Un’altra storia, ma sempre la stessa storia.

Ecco perché ho riletto il libro una volta terminato. E’ la prima volta che lo faccio. Non è costato fatica, perché la scrittura è di una semplicità disarmante nonostante i riferimenti, diretti o impliciti, ai grandi poeti. Ma la rilettura, alla luce della scoperta delle ultime pagine, ne svela un nuovo significato. Ed è allora che ci si commuove, lasciandosi catturare dalla sottile crudeltà del destino che fa vivere un grande amore dapprima di persona, poi solo nei ricordi… e poi mai più lo ricomporrà.

Ho scoperto che la vicenda è in parte autentica. Reali sono i protagonisti, Anna e Edo Palmieri, reale è la libreria Palmieri, che si trova in via Trinchese a Lecce e reale, e doloroso, è l’input che ispira il romanzo di Cotroneo. Ma lo snodo intimistico, l’evoluzione e soprattutto l’epilogo, sono il frutto dell’elaborazione, da parte dell’Autore, del dramma  di una famiglia distrutta.

I flashback di Anna sono brevissimi paragrafi che scorrono avanti e indietro nel tempo senza ordine apparente, pensieri, constatazioni, ricordi, domande. E’ una tecnica che seduce, dopo averla capita. Non dà modo di annoiare. Alcuni di questi pensieri sono notevoli, riflessioni d’amore che entrano facilmente nelle nostre fibre, legati come sono al sentimento che tutti conosciamo, ma anche al vivere di tutti i giorni.  Mi ha colpito l’incipit: “C’è stato un giorno che l’ho creduto: ho guardato gli scaffali della nostra libreria e ho visto la parola amore correre da una copertina all’altra, per tutti i libri che c’erano in negozio”…

Oppure:

“In questa terra il mare viene prima, prima di tutto, quando ci si è appena conosciuti, quando ci si sta per lasciare, viene quando c’è l’amore, e l’amore, e l’amore ancora.”

Grande è l’attenzione ai libri e alla libreria, co-protagonisti del racconto. E mi è piaciuto, ho sentito mio, il paragone che fa Edo in proposito, quando dice che …  “La libreria va pensata come una farmacia. Per i dolori dell’esistenza”. Come non condividerlo? Chi ama la lettura lo sa: un libro, spesso, è una medicina.

Tutto il tono usato per la narrazione è intimistico, l’atmosfera è a volte rarefatta e sognante. Quasi ogni paragrafetto-ricordo si conclude con una specie di mesta sentenza o una domanda angosciante, che sembra non potrà mai avere risposta e di cui però t’impadronisci. Insomma, l’intonazione forse è un po’ monocorde, più che malinconica. Diciamo pure appena un po’ esagerata…Anche quando Anna descrive i momenti più belli della sua vita insieme al marito, non si coglie alcuna gioia. C’è sempre un certo spleen di fondo, come se si sapesse già che a prevalere sarà la nostalgia per qualcosa che non tornerà.

A dire il vero tanta tristezza stava quasi per angosciarmi. Che diamine, l’amore è amore, è anche bellezza, gioia, sorrisi, calore… Ma il romanzo non è lungo, ed è sapientemente intervallato con i pensieri di altre persone, per cui alla fine non ho fatto in tempo a protestare fra me, me e…l’Autore. Anche perché fino all’ultimo non ho potuto evitare di continuare a cercare, con estrema partecipazione, un motivo di speranza, un lieto fine che… bè, non dico.

Opinione personale: l’Autore avrebbe potuto descrivere di più e meglio il luogo d’ambientazione. Certo, io l’ho capito che siamo a Lecce perché la conosco bene, ma nel racconto non è nominata, e non mi sono accontentata di veder solo accennati di sfuggita Piazza Mazzini, la Villa Comunale (punto topico della mia adolescenza… sigh!), o la litoranea che raggiunge Castro Marina, o la bella Torre dell’Orso. A mio parere questi sono luoghi, come il mare di cui si parla appena e di sfuggita, che se utilizzati più a fondo avrebbero potuto rendere ancora più magica l’atmosfera. E chi è stato in Salento lo sa. Quasi quasi glielo dico, a Cotroneo…

Comunque questo è solo il parere di una nostalgica emigrante. Il libro è bello, nel complesso, va gustato con attenzione e abbandono. Qualcuno lo definirebbe furbo, perché giostra abilmente con sentimenti eterni e condivisi. Ma a me piace immaginare che l’Autore sia sincero quando sostiene di avere scritto questa storia a mano, sul tavolino di un bar, completamente calato nella vicenda, che, ricordiamo, è in parte autentica. E mi piace pensare che sia stato lui il primo a commuoversi. Può succedere, a chi scrive, quando scrive con l’anima, d’identificarsi con i propri personaggi.

E così il richiamo telepatico di quello che sembrava un semplice oggetto di carta si è dimostrato esistente e vincente. Avevo bisogno di emozioni. Lui, il libro, in qualche modo lo sapeva, mi ha chiamata e me le ha regalate. Insieme a qualche domanda.

Ci stancheremo mai di leggere d’amore?

Ci stancheremo mai di vivere di poesia?

di Ramona 15:35:00 4 Commenti

15/04/2006

ROMA, ANDATA E RITORNO: BILANCIO

Finalmente salgo sull’aereo che mi riporterà a casa. Sono le 22,00, il ritardo è di due ore. Sono stanca, ma riesco ancora a fare delle considerazioni. Viaggiare nel nostro paese sta diventando un’avventura come quelle dei grandi esploratori di un tempo, che sapevano (forse) quando partivano, ma mai quando sarebbero arrivati a destinazione. La puntualità, oggi, è un divertente ma snervante optional, qualunque sia il sistema di locomozione da te scelto.

Poco tempo fa ho sperimentato l’efficientissimo ritardo dei pendolini: cronico, inossidabile, inalienabile. Non importa che tu paghi un biglietto salato per prenotare un posto che poi forse non c’è o è già occupato (legittimamente). Non importa se hai un appuntamento o se devi prendere una coincidenza. Tutto il sistema vive di ritardi, di cattiva manutenzione, di guasti. Allegramente.

Ma se credi di utilizzare l’auto per fare più in fretta… Non dirmi che in tutti i tuoi lunghi anni di vita non sei mai rimasto imbottigliato in un ingorgo d’autostrada o cittadino…No? Forse eri su Plutone.

Gli aerei. Bè, chi non ha mai sentito dei ritardi, degli scioperi di controllori di volo, uomini radar e coloro che scaricano i bagagli? Anche questa è una condizione endemica, ma in qualche modo mi ero illusa che le linee brevi, quelle da passeggiata, quelle che ti fanno attraversare mezza Italia in appena mezz’ora, ne fossero esenti. Macché.

Due ore di ritardo per il volo Roma-Treviso, che stamattina, nel senso inverso, puntualissimo, si è concluso in nemmeno 40 minuti. Più consistente l’attesa dell’impresa.

Sono stanca, è buio pesto e non fa nemmeno troppo caldo. A quest’ora sarei stata già a letto se le cose fossero andate per il verso giusto. Domani mattina devo andare a lavorare. Se mi va bene dormirò quattro ore. Ho mille pensieri per la testa.

Poggio la testa e la schiena al sedile e chiudo gli occhi. Faccio un bilancio della giornata che va a morire. Sono venuta a Roma stamattina per un convegno sindacale di categoria, insieme a una ventina di colleghi. Diciamoci la verità, il convegno era il pretesto per tornare nella città eterna. L’idea, geniale, era di mollare tutto e andare a passeggiare per le vie del centro. Roma mi è nel cuore dopo la visita dell’autunno scorso. Anche per le colleghe era un programma accettato e condiviso all’unanimità. Sembrava  che potessimo farcela, sia pure con i tempi ristretti. E invece…

Invece la sede del convegno è di molto fuori mano, servita male dai mezzi pubblici, di cui ignoriamo vita e percorso.

Per arrivarci assaltiamo i taxi, che vedono in noi la gallina dalle uova d’oro e incuranti dell’epidemia di aviaria (tanto in tv non se ne parla più) ci accompagnano e ci spiumano di ben 50 euro a macchina. Ne abbiamo utilizzate 4, il conto è fatto. Circa 5 km di percorrenza, dribbling sul GRA (vietatissimi a chi non abbia conseguito la patente da Roma in giù, per mancanza di requisiti ed esperienza), precedenze incomprensibili, sorpassi a destra ecc. ecc. Sembra che per Roma capitale sia stato inventato un apposto codice stradale. Comunque sia, 5 km. in circa 10 minuti e qualche filo bianco in più fra i capelli (ma la taxista è stata un’abile corsara) costano in tutto 200 euro. Niente male. L’aviaria rende, da queste parti. I polli veneti sono riconoscibili e hanno il marchio DOC (Di Origine Cretina).

Il convegno si svolge in un eremo immerso nel verde. Infermieri da tutta Italia, unitevi: circa un migliaio, cranio più cranio meno. Gli argomenti del corso durante la mattina sono un’esaltazione del potere sindacale, un’autocelebrazione, meritata certo, ma diciamolo, noiosa.

Ce ne andiamo?

No ancora no, non si può.

Lancio un sms di speranza a un amico, una richiesta di salvezza, che rimane senza risposta. Era già nell’aria un mezzo ipotetico appuntamento, tanto che con gusto mi ero premunita di un piccolo presente. Solo un pensiero, che mi sembrava carino. Invece l’SOS rimane inascoltato.

Il pranzo è buono. Le melanzane fritte sono impossibili per me: l’occhio le reclama, lo stomaco rifiuta senza condizioni. Se solo le assaggiassi la mia digestione proseguirebbe per una settimana ininterrotta. Come quella delle anaconde. Un collega di buon peso, impietosito, aspetta che io termini il mio piluccare, poi si offre di ripulirmi il piatto dalle melanzane. Me lo toglie davanti, si sceglie la frittura fredda, unta e rifiutata, e la divora. Che gentile.

Il pomeriggio è peggio. Gli argomenti potrebbero essere interessanti ma non ora, non dopo pranzo, non con la testa al cuore di Roma.

Ce ne andiamo?

Ancora un po’, vediamo.

Ed è già tardi. Ci vuole almeno un’ora per arrivare in centro, un’altra per tornare, poi devi essere a Ciampino almeno un’ora prima della partenza… E’ che nemmeno a Roma  fanno le ore più lunghe per noi. Sempre di 60 minuti sono.

Aspetto ancora un sms di risposta al mio, che però non arriva. Riprovo, consapevole che non dovrei farlo. La mancanza di risposta è già una risposta, no?… Ma no, che dici, lo sai che il tuo cellulare a volte difetta… mi voglio illudere, so che non è così. Il fatto è che voglio cercare di salvare questa giornata che sta naufragando. Arriva la risposta. No, non ci si può vedere. Stai  troppo lontana cocca, e poi c’ho da fa’ dumila cose, nu gliela faccio. Già.

La giornata è fredda, limpida, spazzata abilmente da una tramontana squisitamente ospitale che ha preso il posto del celebre ponentino. Questi qui vengono dal nord, si è detta fra sé la caruccia, vuoi che non gli presenti la loro stessa temperatura ambiente come benvenuto?

Basta, non ne posso più del convegno, che peraltro sta terminando. Giunge voce che l’Ardeatina è bloccata, che i mezzi di trasporto, tutti, non girano, che diventerà arduo tornare a Ciampino per tempo. Che significa bloccata? Incidente, lavori in corso, manifestazioni?… Nu se sa. Qualcuno chiama 5 taxi, forse ne arriverà uno solo, dicono. Forse farà la spola, dicono. Forse non riesce neanche a passare, dicono. E l’autobus? Mah, se ne devono cambiare due, tre, nu se sa. E i biglietti dove si fanno?… Ma va’, a Roma non si paga biglietto sull’autobus. Offre l’ATAC, e si viaggia alla romana. Gratis. Davvero???… Grande.

Arriva il taxi.

Movemose, qua se paga, ragazze, e io vengo da Roma, me dovete pagà pure l’annata …ce ne volemo annà?

Il tassinaro sbraita, il suo tempo è prezioso, sì, abbiamo visto, ma noi 50 euro non li vogliamo pagare. Non c’è problema. Qualche contraddittorio in cui si dimostra che il tassinaro c’ha sempre ragione, una scorciatoia di campagna che sembra portare dritto ai castelli romani e invece sbuca a Ciampino, e il prezzo, diciamo così, è onesto, solo 30 euro.

E ora comincia l’attesa. L’imbarco è alle 19, 30, la partenza alle 20,05. Un’occhiata intorno, prima di salutare la capitale, sconsolata, colma di rimpianto. E la passeggiata per il centro?  Sfumata. Rabbia.

Si annuncia il ritardo, dapprima mezz’ora, poi due ore. Non ce la facciamo più, vogliamo tornare a casa e chiudere questa giornata deludente. Due ore passano giocando alla battaglia navale con un’amica. Grazie a dio, abbiamo carta e penna e una memoria infantile ancora discreta.

E ora, esausti siamo seduti a bordo. Hostess e steward ridono fra di loro e al microfono si scusano per il ritardo. Ma chi se ne frega delle scuse, partiamo?! E finalmente rombano i motori e il mostro si allunga sulla pista, alza il muso e si solleva. La sensazione è dolcissima. La testa sembra vuota e nel suo vuoto anche i pensieri galleggiano. Chiudo gli occhi. La partenza è davvero fantastica, si ha l’impressione di…volare! Non è stato così all’andata, tutto è stato più deciso, quasi brusco. Ma ora è come se si sentisse il tocco di una mano diversa, amabile. Il pilota dev’essere un uomo gentile. Ne sono convinta. Non l’ho visto in faccia, ma sento la sua voce al microfono mentre con un tono carezzevole (chissà che tipo affascinante!…) descrive in inglese ciò che abbiamo sotto di noi. E sotto di noi c’è uno spettacolo mozzafiato. Roma signora si è vestita di luce. Milioni di piccole stelle che guardiamo, per una volta, dall’alto in basso. Nel buio della notte è una magia che commuove. Non ci sono parole. Roma ci congeda così, scusandosi per gl’inconvenienti dovuti al suo essere Roma, caotica, confusionaria, ma anche generosa e ospitale. E’ bellissima anche di notte, anche dall’alto. E questa visione, insieme alla voce morbida  e calda del pilota, mi riconciliano con la giornata. E il bilancio, paurosamente incline al passivo, si risolleva. Così dimentico la levataccia mattutina di oggi e quella di domani, il dolore alle orecchie all’atterraggio (compreso quello che faremo fra poco), la disorganizzazione generale, il traffico romano, i tassisti poco onesti e la noia del convegno. Accantono anche la delusione per un messaggio mai arrivato, un regalo mai donato, che ancora mi pesa nello zaino, una passeggiata solo sognata, e ci aggiungo il ritardo esagerato. Cerco il positivo in ciò che ho appena vissuto. Uno spettacolo di luci sotto di noi, lo humor delle compagne di viaggio, sebbene ora stanche come me, la simpatia del collega che ha mangiato le mie melanzane, questa partenza così dolce da farmi sentire stella tra le stelle e concedermi un sogno in più. E, in fondo, l’aver vissuto una giornata diversa dal solito.

Il bilancio? Tutto sommato, un pareggio.

E ora lasciatemi concentrare: si atterra.

di Ramona 20:09:00 2 Commenti

07/04/2006

LE POESIE IN UN GIORNO DI PIOGGIA

E’ un pomeriggio di pioggia. Dovrebbe essere una gioiosa pioggia primaverile, secondo il calendario. Invece fa freddo, freddo. Sulla cima delle montagne di nuovo la neve. I nostri monti non riescono a liberarsi del bianco mantello, quest’anno. Avrei molte cose da fare, la mente frenetica cerca di catalogarle, di stabilirne l’ordine secondo importanza e urgenza, ma sono svogliata. Allora decido di colorare questa giornata così grigia e di illuminarla di poesia.

Di là ho il plico delle poesie del premio letterario indetto dal Comune. Saranno quasi trecento. Poesie che io, come membro della giuria, devo leggere, giudicare, scegliere… Io, una qualunque. Che impegno, importante e difficile…

I plichi a dire il vero sono quattro, perché quattro sono le categorie in gara (che brutto termine, parlando di poesie). Partecipano le scuole primarie, le scuole medie, le secondarie e gli adulti.

M’incuriosiscono le poesie dei bambini delle primarie. Di cosa parlano i bambini, quali sono i loro pensieri più segreti, quelli che affidano solo a carta e penna? E come fanno a scriverli sotto forma di poesia, quando neppure gli adulti, a volte, sanno cosa sia una poesia?

Apro il plico delle elementari. E’ sorprendente, ce ne sono tantissime! Do una prima occhiata e mi rendo subito conto che ci deve essere stato un aiuto da parte delle maestre, quanto meno un indirizzo, una spiegazione. Perché le poesie dei bambini si possono quasi catalogare. Io le ho idealmente suddivise in categorie: quella delle filastrocche, quella del “Vorrei”, la categoria dei “bambini” e infine quella più varia, lasciata alla fantasia personale del piccolo.  Leggo con avidità, curiosità e un pizzico di rimorso, perché mi sembra di invadere la privacy di piccoli amici, spiandone i pensieri più intimi. E poi mi ritrovo a piangere commossa, a ridere divertita, a immaginare dietro ogni parola la personalità di ognuno di loro.

Le filastrocche sono divertenti e parlano soprattutto dei nonni. Ne nascono dei ritratti sensazionali, degnissimi, che dipingono tutto un mondo privato e così tipico di queste zone e di questi tempi. C’è il nonno (più di uno…) che non rinuncia al bicchier di vino. C’è la nonna che insegna alla nipotina antichi lavori di donna, come l’uncinetto, e quella che litiga con la badante. C’è il nonno super attivo e quello che non c’è più. C’è anche un nonno dal nome straniero, e non è difficile immaginare un piccolo con altre radici integrato tra queste montagne. C’è molto affetto, un grande amore dei nipotini verso i loro nonni. Chissà se questi se ne sono mai accorti. Ripenso ai miei nonni, ormai quasi tutti in paradiso. Penso a come sono stati importanti nella mia vita, nel bene e nel male. Ma com’era difficile parlarne, dimostrare affetto da entrambe le parti.

La categoria “bambini” mostra chiare immagini di come i bambini vedono se stessi e la consapevolezza che hanno di essere diversi. Sanno, e lo dicono chiaro, che se non si coccolano da soli nessuno li può capire. O meglio, nessuno ha “voglia” di capirli. E questo è drammatico. E c’è anche l’autocritica, consapevoli che, testardi, vogliono quello che vogliono... E ci sono i piccoli grandi desideri, come quello di giocare fra loro senza distinzioni di razze. Sapevate che i bambini sono bianchi, neri, rossi gialli e… “verdi?” … Vorrei conoscere il piccino che ha scritto questo e farmi spiegare quali sono i suoi simili di colore verde… Gli alieni? Ma un bambino che altro è, in effetti,  se non un alieno?

Nella categoria “Vorrei” più che poesie ci sono dei pensieri, ciò che i bambini vorrebbero fare o essere. E, siete liberi di non crederci, i bambini sono estremamente generosi. C’è chi vorrebbe essere un fiore per rendere felice chi lo coglierà, chi una foglia colorata che ha già vissuto tanto, chi vuole regalare un albero ad un amico malato, chi trasformarsi in un tramonto che rallegri la fine del giorno.

E fra le altre poesie a tema più libero, ritrovo uno straordinario occhio per la natura, le cose care, i luoghi di vacanza… Attenti, diceva qualcuno, i bambini ci guardano. Ed è proprio così. Osservano il mondo, comprendono (e ci spiegano) l’unica vera filosofia di questa vita. Che vivere è bello.

Asciugo una lacrima di tenerezza e apro il plico dei ragazzi delle medie. Altrettanto massiccia la partecipazione. Più variati i temi. Stessa identica sensibilità, un’altra consapevolezza: quella di essere già grandi. Può sembrare incredibile, ma c’è già tra loro chi parla dell’infanzia come di qualcosa di perduto che non torna più e chi si vede già con i capelli bianchi. Ci sono parole d’amore, e non solo verso i genitori, ma verso un /a coetaneo/a… Si può amare a quell’età? Faccio anch’io un salto indietro nel tempo… e sì, si può amare. Con innocenza e trasporto. Non esiste l’età giusta per amare. Esistono solo varie tappe dell’amore. Ce lo possiamo ricordare, ogni tanto, noi grandi?… I ragazzi hanno anche coscienza ecologista e odiano le guerre, sanno cos’è stato lo sterminio di massa. E’ strano che ne facciano oggetto di poesia, ma forse neppure tanto. E sentono lo scorrere del tempo. Anche loro, come i più piccoli. In qualcuno c’è una tristezza precoce che attanaglia la gola. Come ci dimentichiamo, troppo facilmente, della sensibilità di queste giovani anime. Ci chiediamo mai cosa passa per la loro mente quando sono un po’ più seri e silenziosi?.. Ma per fortuna c’è poi anche la voglia di viaggiare e la capacità d’inventare e ancora di giocare. Fantastiche, splendide anche queste poesie di piccoli uomini e piccole donne in crescita.

Sono immersa completamente in un mondo che non mi appartiene, ma che è stato anche mio. Sto crescendo insieme a tutti questi poeti in erba, faccio miei i loro pensieri. Perché anch’io, a suo tempo li ho pensati. E sotto sotto non ne ho persa la memoria.

Stranamente i ragazzi delle superiori brillano per l’assenza. Pochi, pochissimi i partecipanti. Mi stupisco. Non è l’adolescenza il periodo dei tormenti interiori? Non è a quest’età che si scrivono poesie sugli amori impossibili? Non è il dramma ormonale che dipinge di nero l’esistenza e fa piangere fiumi di lacrime per il solo fatto di esistere e di non essere considerati? Io ricordo che più o meno tutti a quell’età si avvertiva il bisogno di riversare su pagine scritte fitte fitte le proprie angosce esistenziali, ma anche la felicità per un sorriso inaspettato, l’amore per il cantante o l’attore o il professore… Dai, lo abbiamo fatto tutti… cosa è successo agli adolescenti moderni? Non hanno patemi, o non hanno voglia di scriverne? Sono distratti dalla tecnologia e dai reality? Hanno avuto poca educazione letteraria, per cui la penna è un peso e il foglio bianco un incubo, ed entrambi un macigno inamovibile? Non so cosa pensare. Rifletto, mentre fuori ancora piove tristemente. E comunque in alcune di quelle poche poesie ritrovo esattamente le malinconie dell’età, la bruciante sensazione di essere soli e dimenticati, inutili. Ma, repentinamente, si attraversa anche la capacità del sorriso e della serenità delle piccole cose, là dove, credo, il passaggio dell’età ancora non è ancora avvenuto. Si sa, non tutti i frutti maturano allo stesso modo.

Ed eccomi, ci sono, alle poesie degli adulti. Un nuovo mondo mi si apre. Ritorno a gettarmi a testa in giù, trattenendo il fiato, nella storia personale di ognuno. Perché la maggior parte di queste persone parla di sé. E di nuovo mi sento un’intrusa. Mi sembra di essere davanti alla televisione a guardare uno di quei programmi dove la gente va a esporre le proprie storie, le proprie sofferenze, le proprie speranze. Con la differenza che qui, tra queste righe, le storie sono reali. Non si può sempre dire lo stesso della tv. Ed ecco, l’amore. Amore uguale passione uguale tormento, amore per i figli e per i genitori, amore per il proprio paesello, e ancora la solitudine, le domande senza risposte, le certezze… Temi universali adattati al piccolo ambiente, temi in cui ognuno ci si può riconoscere. Temi che affondano nell’anima e scavano una minuscola tana calda nel cuore. Inutile aggiungere che la mia immedesimazione è totale. Che scegliere sarà difficile, impossibile. Che farei tutti vincitori.

Studio e osservo i differenti modi di confezionare il lavoro (innumerevoli i tipi di carattere usati e il formato, c’è chi ci ha messo la copertina, chi un disegno, chi ha scritto a mano o con una vecchia Olivetti), cerco, da quei pochi indizi, di figurarmi la persona, metodica o estroversa, anziana o mago del computer. Non ho nomi né date di nascita. Gli autori sono categoricamente anonimi. La mia fantasia galoppa libera. Poi…

…In un flash mi rivedo mentre confeziono un racconto, in modo scrupoloso e ordinato, per spedirlo a uno dei tanti premi letterari cui ho partecipato. Non mi sono mai chiesta chi lo avrebbe letto, a meno che non conoscessi a priori la giuria. Altrimenti no, quasi sempre spedivo il plico e via, ignorandone poi il percorso, non chiedendomi neppure l’impressione che avrebbe suscitato, se sarebbe arrivato al cuore, che cosa avrebbe pensato la persona che lo avrebbe letto. Si sarebbe chiesto chi fossi, avrebbe cercato d’immaginare le mie emozioni? Non mi sono mai posta questo dubbio. Non ho mai immaginato neppure la fatica, l’impegno che ci vogliono, né che sarebbero scaturite tante sensazioni. Mi sembra così strano essere dall’altra parte, ora…  ma è così piacevole.

Guardo fuori dalla finestra. Il clima è cambiato. Non piove più, una serata bellissima sta facendosi strada tra i nuvoloni, complice un vento che ancora sa di marzo, fresco e prepotente. E il sole si acceca da sé, dopo tanto grigio. Io credo anche lui si senta riscaldato da tutta questa poesia, e ora allunga i suoi raggi per toccarla. Per viverla. Come la vivo io.

di Ramona 19:41:00 2 Commenti

02/04/2006

MI CHIAMO TOMMASO

Mi chiamo Tommaso e ho 18 mesi. Non avrò altra età che questa.

Mi chiamo Tommaso e ho riccioli d’oro e occhi di cielo. Come gli angeli. Questi occhi hanno una colpa, quella di piangere perché non vedono più la mamma, così che hanno fatto arrabbiare gli uomini cattivi.

Mi chiamo Tommaso e sono un bambino. Gli uomini non si sono accorti che sono un bambino. Pensano che io sia uno dei miei bambolotti. Forse era un bambolotto che volevano.

Mi chiamo Tommaso, so dire mamma e papà e da poco ho cominciato a camminare. Volevo esplorare il mondo, che mi sembrava così fantastico. Non saprò mai com’è fatto questo mondo.

Mi chiamo Tommaso e so fare una magia. Ogni tanto la mia mente cancella le cose brutte. Si spegne, come quando spegni la luce, facendo click e basta. Non lo so cosa succede quando la luce è spenta. Ma quando si riaccende va tutto bene. Mi danno lo sciroppo perché ciò non accada, ma sai, non è così tremendo. Certe cose sì, sono davvero brutte. Sono un bambino e ho la facoltà di non vederle. Facendo click, ogni tanto.

Mi chiamo Tommaso e sono tanto malato. Quei signori che mi hanno portato via, di sera, forse volevano portarmi dal dottore. Ma la mia mamma non c’era più e i miei occhi piangevano. Faceva freddo ed era buio. Sono un bambino, volevo dire a quei signori. Ma loro credevano di avere in mano un bambolotto e i bambolotti non piangono. Oppure piangono il tempo che dura la carica della pila. La mia pila non si esauriva, le lacrime nemmeno. Quei signori hanno trovato un interruttore diverso dal mio, ma mi hanno fatto fare click pure loro. Solo che ora io non sono più capace di riaccenderlo.

Mi chiamo Tommaso e sono qui da giorni, in riva al fiume, in compagnia di animali che vengono, mi annusano e se ne vanno. Loro si sono accorti che sono un bambino.

Mi chiamo Tommaso e sono di fronte a un Signore con la barba bianca. Signore, dicono che tu sei il papà di tutti e mi hai fatto entrare qui insieme al mio angioletto, che piange più di me perché lui voleva giocare ancora a lungo con me. Signore, se tu sei il mio papà, e adesso mi tieni fra le tue braccia, sei anche il papà di quegli uomini che credevo volessero portarmi dal dottore? Ma se tu sei buono, perché loro non lo sono? Dovresti dirgli, Signore, che i bambini piangono perché non sanno ancora parlare. Che i bambini vogliono stare con la mamma, e che hanno paura del freddo e del buio. Che i bambini vogliono diventare grandi anche loro, mangiando tanta pappa ma anche godendo di molte carezze. Che i bambini vogliono vedere i cartoni animati e hanno bisogno del ciucciotto. Che i bambini non si toccano perchè sono il futuro di tutti.

Signore, se gli dici questo, tu che sei buono, forse loro non faranno più quelle cose brutte e non spegneranno più gli interruttori ad altri bambini. E se gli spieghi tutto per bene, magari io la prossima volta torno e finalmente divento grande.

Intanto sto qua con te. Non so perché mi hai chiamato. Ma a parte che non c’è la mia mamma, sento che tu mi vuoi bene.

Mi chiamo Tommaso, ero un bambino. Ora sono davvero un angelo.

di Ramona 09:28:00 Commenta: