28/03/2006

TRA BOTTEGHE E POESIE, QUANTE EMOZIONI

Qualche tempo fa un’amica mi ha detto: “Perché non ci licenziamo e apriamo una libreria io e te?”

L’ho guardata come vent’anni fa la gente, dentro la pellicola omonima, guardava E.T.. con stupore, incredulità, quasi con paura… insomma, come si guarda un alieno. Perché la mia amica aveva dato voce a uno dei miei sogni impossibili.

L’idea era affascinante. Ci siamo documentate, informate qua e là, e alla fine abbiamo realizzato che per ora non era cosa fattibile. Non in questo momento, non in questo luogo. Ma ogni tanto ne parliamo ancora e sogniamo un posto tutto nostro, dove disporre libri, montagne di libri, in un ordine ancora da stabilire, su degli scaffali ancora da disegnare, con delle offerte irrinunciabili ancora da definire, che avrebbero però attirato i lettori come mosche al miele. Un sogno, appunto.

Non so come, ma ora questo sogno l’ho in parte realizzato. O meglio, lo so come. Grazie a due amici (Cletus e Giulio Mozzi) che hanno avuto fiducia in me, ora ho le chiavi di una libreria fantastica. Non si tratta di un luogo stanziale, ma virtuale, e ha un nome: la Bottega di lettura.

La Bottega è un posto in cui tanti amici si ritrovano per esporre il contenuto di un libro su cui si è trovato qualcosa da dire. Se ne parla, se è il caso se ne discute, lo si mette per un po’ in vetrina, poi lo si ripone sullo scaffale. A disposizione di chi lo vorrà consultare. Cioè, non si potrà consultare il libro in sé, ma i pareri e i consigli di chi lo ha già letto. In modo tale da essere invogliati, o dissuasi (libri brutti ce ne sono, lo sappiamo tutti) a comprarlo, per poi leggerlo con calma.

Sì, è un luogo virtuale. Ma io che sognavo la libreria, mi ci vedo materialmente dentro. Vedo questo locale immenso con tante stanze e gli scaffali ancora da riempire, perché è stato aperto da poco e il materiale arriverà un po’ per volta. Mi aggiro sfiorando i libri di cui si è già discusso e aspettando quelli di cui si parlerà. Sento l’odore di nuovo, e quello familiare di carta stampata.

 In una stanza si riuniscono gli amici e parlano, discutono su come migliorare l’offerta. Sono (siamo) tutti seduti intorno ad un tavolo che non c’è, e ugualmente ci sono, ma non ci sono, anche comodi divani e perfino un caminetto acceso, perché l’ambiente è accogliente se lo facciamo come ci pare. Volendo, si può sentire anche la canzone del mare, perché essendo un luogo che non c’è lo si può situare dove si vuole, e allora cosa c’è di meglio di una spiaggia deserta, liscia e pulita? Se guardo dalla finestra vedo anche il blu marino e mi sento a mio agio.

In questa stanza della Bottega si fanno proposte, ci si incoraggia. Si parla di letteratura, chi da persona competente, chi, come me, da semplice usufruttuaria di questo bene così prezioso.

Da pochi giorni mi sono state date le chiavi di questa Bottega, e quasi ancora non ci credo. La mia libreria sognata è in parte realizzata. Basta chiudere gli occhi e fantasticare. E poco importa se la libreria non è solo mia, anzi!! È meglio così. Provo una sensazione di appartenenza, come accade solo quando ci si ritrova insieme ai propri simili. Con le differenze dei singoli, ovvio, ma con un’unica passione comune: quella di leggere.

Inutile dire che anche questo bisogno di appartenenza era un sogno segreto, così segreto che non sapevo nemmeno di coltivarlo. Ma ora che ci sono, ora che posso dire: ci sono anch’io, l’ho scoperto. E ne sono felice. Si progetta insieme, si costruisce insieme. Io sono fra gli ultimi arrivati, dovrei mettermi un po’ in disparte e osservare, eppure la tentazione di riporre subito un libro su uno scaffale è stata forte… Per ora un libro letto quasi un anno fa e di cui ho già parlato qui. Ma presto su quel ripiano allineerò altre letture, bene o male, in modo ordinato o di sghembo che sia. Comunque a modo mio. E anche di questo sono felice.

Il mio “servizio” presso la Bottega è arrivato in un momento in cui stavo pensando cosa si può fare di una certa attitudine, come si può metterla a disposizione degli altri. Tenere corsi? No, di certo!! Non sono in grado d’insegnare niente, perché mi sento sempre nelle condizioni di dovere imparare. Ma già con la lettura agli anziani mi sono resa conto che  c’è sempre qualcosa che si può fare per gli altri, per quanto scarse siano le proprie competenze e la considerazione di sé.

Raccontare un libro è un servizio di utilità, un modo per dare indicazioni alle buone letture. Ma non è la sola cosa bella che mi è capitata in questi giorni. Non è l’unica opportunità.

Una signora bussa alla mia porta. Si presenta come segretaria comunale e mi butta subito là una proposta cui io non avrei mai, mai pensato. Mi chiede di entrare a far parte della giuria di un concorso di poesie indetto dal Comune e appena conclusosi. IO?? E con quali titoli, con quali meriti? Come posso io permettermi di giudicare il lavoro degli altri? La signora insiste garbatamente, mi spiega chi altri farà parte della giuria. C’è una poetessa discretamente affermata, nonché insegnante, e altre persone che s’interessano per come possono di cose culturali, c’è perfino un fumettista…

In un lampo durato lo spazio di un nanosecondo mi sono vista dall’esterno, come mi vedono gli altri. Io sono un nome che si è diffuso grazie ai quotidiani e alla partecipazione al premio letterario di un settimanale femminile. Ho acquisito notorietà e vengo vista come “una che se ne intende”, una “del settore”. Il fatto è che in un certo senso è proprio così. In un ambiente pressoché rurale come questo in cui vivo, novemila anime disseminate su territorio montano, la spinta verso la cultura è da sempre stata scarsa, presi come si è dalla logica produttiva e materiale. Solo negli ultimi tempi qualcosa sta radicalmente cambiando, c’è più interesse, più attenzione, più vitalità. La strada da percorrere è ancora lunga, ma finalmente si tende a incoraggiare la creatività e lo sviluppo intellettuale. Che c’erano anche prima, ma non venivano valorizzati.

Ora si è pensato a me perché il mio nome è stato ripreso più volte dai quotidiani. Non è che abbia nulla da insegnare, lo ripeto. Però è vero che ho alle spalle una certa “esperienza”, se così si può definire. Nel senso che da anni partecipo ai concorsi, alle scuole di scrittura, leggo recensioni, ne faccio, insomma, cerco sempre d’imparare. Rispetto a chi non si è mai mosso in questa direzione è vero, ho un bagaglio in più sulle spalle, per quanto leggero.

E’ così che mi vedono da fuori. In quel nanosecondo ho capito di avere inconsapevolmente scavalcato una linea immaginaria, che mi ha portato a essere da quella “che impara” a quella “che sa”. Quello che so, in realtà è poca cosa, mentre tutto mi resta da apprendere. Tutto è relativo a questo mondo.

Con questa occasione però potrò mettere a disposizione la mia esperienza, che è scarsa, ma conta pur sempre qualcosa. Posso rendermi utile, alla fine.

La gentile signora, come mi spiega, si augura che il gruppo formatosi in questo modo possa essere poi un punto di riferimento in futuro, per i giovani soprattutto, per invogliarli a leggere, a scrivere, a intraprendere con passione gli infiniti percorsi culturali. E questo è ancora più emozionante. Fare parte di un progetto, contribuire a un’ambizione legittima e non impossibile. Una specie di missione umanitaria…

Non ci ho messo molto ad accettare. Consapevole di limiti e meriti, mi metto a disposizione. Non so come finirà quest’avventura, so solo che è entusiasmante. E se è pur vero che sono sprovvista delle conoscenze tecniche per giudicare le poesie, è anche vero che ho dalla mia due armi fenomenali: il cuore e l’onestà.

Vivere di parole è uno dei miei sogni impossibili. Ora posso dire per lo meno di poter vivere nelle parole.

Il mio tempo è poco. Mi accorgo che dedicarmi alla creazione di racconti, come ho fatto in questi anni, a queste condizioni per me diventerà utopia. Del resto, il mondo non si accorgerà nemmeno di un’altra scrittrice mancata. Però…

Una volta esisteva Mecenate. Grande amante dell’arte, letterato egli stesso, finanziava e proteggeva artisti e poeti perché si dedicassero alle loro arti. Perché oggi di mecenate non ne fanno più? Se almeno ne trovassi uno... Mi basta che vada a lavorare al posto mio, che sbrighi per me le faccende domestiche, che faccia la spesa e cucini ecc ecc… Ecco, forse allora tornerei a scrivere.

E se mettessi un annuncio sul giornale?…

 A.A.A. Mecenate casalingo-lavoratore cercasi….

di Ramona 15:41:00 4 Commenti

25/03/2006

AMORE MIO BELLISSIMO... QUANTO MI COSTI!

Amore mio bellissimo, lascia che te lo dica: sei stupenda! Sei una mattina d’estate, sei il sole che tramonta nel mare, sei quanto di più incantevole esista al mondo. Ma quanto mi costa quel tuo essere così bella…

Ti aspetto qui sul  nostro letto, impaziente, al termine di una lunga giornata senza te. Mi hai detto:

“Mi do una rinfrescata e arrivo, amore. Poi sono tutta per te.”

E io ti vedo, dal profondo dell’immaginazione e del mio conoscerti, nonché dalla consistenza leggera, forzata, del mio portafoglio. Ti vedo, così bella per me, spendere da pazzi per esserlo ancora di più, in un’assurda sfida al tempo che passa.

Dunque io sono a letto e ti aspetto. Tu cominci, lo so, ti vedo, con il farti lo shampoo colorato. Hai solo due o tre fili grigi nei lunghi capelli scuri, ma ti danno la repulsione e ti fanno venire il vomito, me lo hai detto tante volte. Ogni tanto vai da Gigi, anzi, Gigì, il tuo amico coiffeur, maestro di bellezza, e ti sottoponi a un vero e proprio trattamento artistico per dipingere i tuoi serici capelli delle tinte più strane. Così una volta mi appari con la chioma color melanzana (corvino?), una volta rosso mattone (ma doveva essere ramato), una volta di tanti colori quanto quelli dell’arcobaleno. Il tutto per la modica somma di… Impronunciabile, spropositato il costo, rapportato ad un risultato semplicemente brutto. Mentre tu invece saresti meravigliosa anche coi capelli tutti bianchi…

Tra una sanguinosa (per il conto in banca) seduta e l’altra prosegui il trattamento a casa, con fantomatici prodotti naturali con cui finisci per colorarti anche la fronte e le orecchie. Come un pellerossa con i segni tribali. E naturalmente balsami, creme, schiume, prodotti ristrutturanti contro le doppie punte, la forfora, il sebo… Per un totale, ahimè solo parziale, di… lasciamo stare.

Eccola il mio amore bellissimo, adesso sei sotto la doccia. Prima di lavarti però passi su tutto il tuo corpo fantastico un qualcosa che mi fa orrore, una sorta di sabbia granulosissima, esfoliante, la chiami. A me sembra che ti scuoia viva, ma tu sentenzi che serve a eliminare le cellule morte e a rendere la tua pelle morbida. Ma come, tu l’hai sempre avuta vellutata la pelle! Non ricordi che passavo ore ad accarezzarti ovunque? Era come sfiorare nuvole di panna, tanto eri dolcemente liscia. A che ti serve ora questa prova masochistica se non a coprirti di piaghe e rossori? Niente da fare, chi bella vuol comparire, qualche male deve soffrire. E’ la tua massima di vita. Finalmente, ti getti sotto l’acqua purificatrice, insieme ad almeno un paio di prodotti lavanti che garantiscono cura totale: soul and body, corpo e anima. Ti aiutano a stare meglio con te stessa, o così promettono. Sono rilassanti, leviganti, sensualizzanti, rigeneranti, tonificanti… fanno di tutto, ma non garantiscono in alcun modo di togliere lo sporco. Di essere saponi, insomma, oltre a tutte quelle cose lì. Certo è, in compenso, che tutte quelle funzioni non sono gratuite. E l’acqua? Scorre a fiumi, indifferente alla sete mortale di due terzi del mondo. Prima calda bollente, poi fredda ghiacciata, infine tiepida. Giusta.

Ora il mio amore bellissimo esce dalla doccia come Venere dal mare, cosparsa di mille goccioline che le rotolano addosso. Vorrei essere io ogni singola goccia e scivolare lungo quella pelle, martoriata prima dalla sabbia sfregante, poi dagli sbalzi di temperatura. Amore mio, vieni che ti regalo le carezze che meriti… Ma che dico?!! E le creme? Dimenticavo il rito delle creme.

Ogni centimetro quadrato di pelle ha il suo tipo di crema.

Amore mio bellissimo, ma ce n’è proprio bisogno?…

Ti sei avvolta in un grande asciugamano che non cela le tue belle forme, un altro lo hai messo a mo’ di turbante sul capo. Quasi un fachiro, direi, ripensando alle sadiche prove di prima… Se non fosse che è davvero giunta l’ora delle carezze. Che però ti fai da sola.

Il viso richiede molte attenzioni. Il tuo viso a me sembra perfetto, e del resto lo amo come amo ogni altra cosa di te. Ma se ti dico così, mi rimproveri di non osservarti con attenzione. Non lo vedo quel brufolo sulla fronte? E quello sul collo e dietro le orecchie? No, non lo vedo, perdonami. Ma so già che lì applicherai quella cremina miracolosa, la stessa che usano gli adolescenti per l’acne. Acquistata in farmacia al costo di un occhio della testa. Poiché ti lamenti della cute grassa, poi, sulla famosa zona a T applichi la crema specifica, astringente contro i punti neri e le impurità. Però ai lati della zona a T la cute è secca, tira, a rischio di rughe. Quindi ci vuole la crema indicata. Il contorno occhi è delicato, non vuoi vedere comparire le zampe di gallina, e anche lì ci va la crema antirughe, dolce. Amore mio bellissimo, come faccio a dirti che le hai già le zampette di gallina intorno agli occhi? Il fatto è che gli anni passano per tutti, e se tu li hai trascorsi ridendo, come difatti è stato, il contorno occhi lo rivela, perché quelle rughette dicono che hai riso più che pianto. Nossignori, sono io che m’invento tutto: quelle zampacce non ci sono (ti piace illuderti) e non dovranno mai esserci!!! Del resto usi quel nuovo prodotto che mi sa tanto tossico, sì, quel botulino che se lo ingurgiti lasci le penne in un cimitero, sarà un po’ caro, dici, ma funziona. Infine c’è la crema tonificante contro il rilassamento cutaneo, del collo soprattutto, che le collane di venere proprio non le vuoi nemmeno per finta.

Amore mio bellissimo, ti sto aspettando da un pezzo e tu non sei ancora arrivata neppure alla metà dell’opera. Stai creando un capolavoro, pensi. E lo fai per me. Ti ringrazio molto, tesoro, ma se pensassi a me tenendo in conto anche il mio modesto stipendio, non è che mi dispiacerebbe. Del resto, lo sai, tu sei fantastica così come sei. Ricordati, sono qui, nel nostro letto, in attesa di dimostrartelo...  

E’ la volta del corpo. Ah, il tuo bellissimo corpo, materno e sexy… Ti prego, lascialo così com’è…

Eh, no, non si può! La pelle è secca, bisogna idratare dappertutto… Flaconi interi di prodotti idratanti, equilibranti, dai ph variabili, misteriosi e magici. Il consumo è a quantità industriale, perché non è che tu sia proprio di piccole dimensioni, al contrario, sei una quasi valchiria, adorabile, ma sempre valchiria. E naturalmente sono prodotti costosi. Non si discute sulla qualità.

A quant’è arrivato il totale?…

Non finisce mica qui. Ci vuole il tonificante sul seno. Ma amore mio bellissimo, il tuo seno non ha niente che non vada. E’ grande e morbido, come quello di chi, del resto, ha compiuto due volte vent’anni. Accogliente senza ritegno. Dimentica i tempi in cui non portavi il reggiseno. La legge di gravità esiste ed è immutabile. Non c’è crema che possa restituire il tuo decolleté ad un’epoca lontana, forse solo il bisturi…. Ma se dovesse sfiorarti questo pensiero, per quanto ti ami, amore mio, chiederei il divorzio. Il tuo seno è maturo, come te, come me, come le nostre rughe… ma non per questo è meno bello. Più invitante di tante bocce artificiali che si vedono in giro o alla tv. Se vieni qui te lo spiego meglio... E ti spiego come quelle fialette tonificanti che stai usando incidono profondamente sul nostro bilancio. Ma questo è secondario, certo…

Ora è la volta della crema contro le smagliature.  Non ti sei accorta che morbida come sei non hai nemmeno una smagliatura. La tua pelle è elastica, cedevole, semmai si può solo gonfiare per qualche etto in più, non cederà mai, perché tu quell’etto guadagnato non lo perderai più.

Subito dopo, la crema contro la cellulite.

Che dilemma. Per quante ore mi hai torturato: ho la cellulite molle o dura? A buccia di arancia o a materasso? Andrà bene un prodotto dimagrante, sgonfiante o rassodante? Nel dubbio, visto che io non sapevo proprio come aiutarti (“Si vede che sei un uomo!!!”) li hai comprati tutti. Dal fango termale del mar Morto (che schifo!) alle alghe marine, agli spray, al gel, alle più comuni creme alla centella asiatica e altre alchimie strane. E naturalmente te le metti tutte. Tutte insieme. Per non sbagliare.

Dopo quest’immane operazione non è che tu abbia finito. Restano fuori i piedi. Ti lamenti sempre del tallone screpolato. Amore mio bellissimo, lo sai che i tuoi piedini, per modo di dire, sono deliziosi ed estremamente erotici, nonostante il 42 di taglia. Che bisogno c’è di far venire appositamente dalla Svizzera quella specie di unguento? Dici che gli allevatori di bovini lo mettono sulle mammelle delle loro vacche, così le preservano da tagli e screpolature. E anche loro, i  mungitori, sostieni granitica, hanno delle mani incredibilmente vellutate. Immagina dunque l’effetto sui talloni…Ora, non è per offendere le vacche, ma credi davvero che m’importi delle loro tette?? Ma lo sai quanto costa ogni volta la spedizione di tale portentosa pozione?

Su dai, vieni a letto, che ormai è tardi…

Ah, già, ancora le mani… le tue belle mani da casalinga, che tante cose sanno fare, sanno anche come accarezzare. Dici che non vuoi ferirmi così screpolate come sono, per quello le curi. Ma naturalmente non va bene il portento svizzero, è troppo untuoso. Ci sono altre meraviglie comprate da quelle ditte che vendono i propri prodotti solo al tuo domicilio, dopo averti tediato a morte con noiosissime dimostrazioni tra femmine. Meraviglie sì, ma care da non credere. E poi c’è anche il rimedio per quelle fastidiose pellicine che ti fanno la bua intorno alle unghie…

Per ultimo, un ritocco al pelo delle gambe con la crema depilatoria, subito seguita da quella che ritarda la crescita del suddetto pelo. Ho paura a chiedere come funziona, mi sembra mostruosa. Ma è un’altra goccia che viene a piovere su un conto ormai rosso sangue.

Amore mio bellissimo, io te lo avevo detto che non serve nulla di tutto ciò. Ti ho aspettato impaziente, bramoso di te, che sei splendida al naturale. Se così non fossi stata non ti avrei nemmeno cercata, non ti avrei desiderata. Tu sei tutto per me, bella più della stella più bella nell’intero firmamento. Ma mentre ti aspettavo ho contato monete invece che pecore. E per la disperazione, amore mio bellissimo, mi sono addormentato. Nel nido accogliente di Morfeo, mi ha raggiunto un vago sentore di mille profumi, che sommati tutti insieme fanno una puzza tremenda. E seppure preso da conati di vomito, ho sognato te, il mio amore bellissimo, nuda, meravigliosa con tutti i suoi presunti difetti. E ho sognato che i nostri risparmi crescevano e straripavano i forzieri. E io amavo entrambi, te e loro, da morire.

di Ramona 16:19:37 3 Commenti

21/03/2006

GIARDINAGGIO: E' PRIMAVERA

Il signor Pinco ha deciso che è primavera. Guarda fuori dalla finestra, la neve è ancora sulle montagna, l’aria è fresca e la temperatura non supera i 10°c al sole. Ma è primavera. Lo dice il calendario. E dunque è tempo di giardinaggio. La signora Pallina geme e rabbrividisce. Lei aspetterebbe ancora un po’, sul prato c’è ancora qualche cumuletto di neve ghiacciata. Ma sei sicuro?, vorrebbe chiedere al marito. Ma gli basta guardarlo per capire che deve rassegnarsi. Se il signor Pinco decide che è primavera, e la data di oggi contribuisce a non alimentare dubbi in merito, non c’è  termometro che tenga:  è primavera e basta.

L’operazione repulisti del giardino comincia dalla siepe.

“Do una sforbiciata alla siepe che ne ha bisogno, non vedi che non respira nemmeno?” sentenzia Pinco. La signora Pallina si chiede quando mai una siepe abbia respirato da che mondo è mondo, ma non fa in tempo a porsi la domanda che il dottor Pinco, accertato il sintomo e stabilita la diagnosi (che si guarda bene dal dire, come tutti i luminari) parte con la terapia. Cioè con un paio di cesoie in mano.

Tutta presa dai lavori domestici Pallina perde del tempo prezioso. Quando esce in giardino per fare da assistente chirurgo, il più, il peggio, è fatto. La siepe è stata amputata. Del suo metro e mezzo d’altezza resta solo il mezzo. Il resto è ammonticchiato, ramo su ramo, in pietosa agonia in un angolo.

Il signor Pinco è sudato come se avesse combattuto una guerra. Piantato saldamente con i piedi nell’aiuola è soddisfatto di sé e del proprio operato. La signora Pallina soffre come quando va dal parrucchiere chiedendogli solo una regolata e poi vede abbattersi la forbice come una mannaia che lascia morti a terra parecchi centimetri della sua chioma. Si sente solidale con la siepe, insomma. Però forse è vero che adesso respira meglio. Le pare proprio di sentirlo un respiro più leggero e divertito. E’ il vento di marzo che passa goliardico tra ciò che resta dei rami della siepe, facendo in compenso intirizzire ogni singola foglia.

A proposito, il signor Pinco è ancora in piedi sull’aiuola. Sotto uno strato impressionante di foglie, lì sotto, c’è ancora qualche pianta, qualche fiore. O la speranza di un fiore. La signora Pallina infatti da anni si premunisce di comprare piante e fiori che si autoriproducano con semi resistenti e che sopravvivano da un’estate all’altra superando stoicamente l’inverno polare.  Oddio, di morti ce n’è ogni anno, ma il bilancio definitivo delle perdite lo si può fare solo a primavera inoltrata, col disgelo. E fino a che il signor Pinco continua a dimenticare l’esistenza di un’aiuola vivente sotto le sue scarpe, si teme che il disastro possa assumere proporzioni inaudite.

A dire il vero in autunno non c’è stato il tempo di prepararsi ai freddi, perché questi hanno scalzato novembre in fretta e furia senza quasi dargli il tempo di offrire le caldarroste e il vino novello. Di conseguenza le foglie cadute sono rimaste a terra lì dov’erano, ovunque, aiuole comprese, e sotto oltre un metro di neve. Non si era mai visto prima che la neve si ostinasse a campare da novembre a marzo con l’ottusità cieca delle menti intorpidite dal freddo. Così invece è stato. Ora però che, come si diceva, il signor Pinco ha proclamato l’arrivo al traguardo della primavera, dimentichiamoci del lungo e gelido passato recente.

E’ la volta delle foglie di essere raccolte e poi eliminate. Il rastrello affonda i denti sul prato, ma rischia di perderne. Il terreno a tratti è ancora duro. Il muschio trionfa come su un presepe a natale. E quando mai i nostri eroi riusciranno a eliminarlo, visto che rappresenta oltre i tre quarti della superficie verde o simil-verde? Sogno di erbetta a prato inglese, addio. Pallina sospira.

Però togliere lo strato di humus e foglie secche riserva delle sorprese. Da una delle aiuole, una volta eliminati anche degli steli rachitici da cui nemmeno col DNA si potrà mai risalire alla pianta originale, sbucano delle punte verdi. C’è della vita, sottoterra. Sono i tulipani della scorsa stagione che, incredibile, si ripropongono per la moda primavera-estate. E’ un gioco di prestigio che alla signora Pallina non riesce quasi mai. Di solito i bulbi spariscono da un anno all’altro. E provateci voi, se siete capaci: è di certo ben più difficile che farli risorgere… Per qualche sorta di miracolo invece stavolta ha funzionato: i morti, o dati morti, resuscitano. Per ora fanno solo un capolino molto, molto timido, ma è già tanto. La signora Pallina se li coverà con gli occhi per i prossimi giorni, spiandoli con trepidazione. Un segno di colore, su questo prato così anemico. Muschio a parte, s’intende.

Dal resto delle aiuole arrivano delle conferme e qualche deprofundis. Le piante perenni, almeno alcune, mostrano di aver guadagnato sul campo il loro appellativo. Se nemmeno i ghiacci le hanno fatte fuori, è probabile che quando giungerà la fine del mondo saranno ancora presenti. Bene l’erica, ma gioca in casa. La rosa d’inverno, che dovrebbe fiorire per l’appunto d’inverno, ha un’aria terribilmente patita, schiacciata, congelata. Ma ce la farà, riservando la prognosi per qualche giorno, e fiorirà come tutte col caldo. Un tipo di pianta grassa a forma di rosetta si chiede ancora chi gliel’ha fatta fare: quelle come lei amano il caldo, eppure lei, bastian contrario, è viva e vegeta anche così. Persistono gli scheletri di bocche di leone, al cui funerale provvede Pallina personalmente. E poi altre meraviglie, ancora un po’ ibernate, riemergono da sotto il letto di foglie. Si avverte un generale respiro di sollievo. Il sole c’è, debilitato, ma c’è. Coraggio.

Il signor Pinco intanto si dedica ai fusti. Una sforbiciata anche all’acero provoca lo sdegno della consorte. No, l’acero rosso no, perdinci!! Va bene, allora si passa all’hibiscus, ma ormai è così alto che ci si può sfogare vigliaccamente solo sulle parti basse. Tanto la forma che il signor Pinco ha in mente lui non l’assumerà mai, testardo com’è questo esemplare dagli splendidi e futuri fiori viola.

La forsythia invece ha la peggio. O la meglio. Viene legata e imbavagliata. Dopo più di 4 mesi trascorsi oppressa da un muro di neve che le si era seduto addosso, quando ormai pensava di poter  stendere i rami e sgranchirsi, gli stessi vengono afferrati e legati da un signor Pinco piuttosto in vena e maldisposto alle discussioni. O stai così, ragazza, o ti sforbicio. E la forsyithia si mette sull’attenti, legata e rassegnata.

Insomma, alla fine di una mattinata di lavoro, il risultato è il seguente.

Il signor Pinco è soddisfatto, e fino a che l’erba del prato non crescerà, lui in giardino non ci metterà più piede.

La signora Pallina è soddisfatta a metà. Le aiuole pretendono a gran voce le sue amorevoli cure. Ci vorrà della terra nuova, delle piante fresche, bisognerà estirpare l’erba maligna. Il lavoro è appena cominciato.

Il giardino, in generale, si osserva stupito e ancora un po’ infreddolito. Ma sì, dai, verranno le piogge e verrà un sole più in forza di questo. Un po’ di pazienza.

L’aria di primavera c’è. Davvero? La signora Pallina attacca sulla finestra che da in giardino una decalcomania colorata: teneri uccellini sorridenti che cantano su un ramo di pesco in fiore e due farfalle enormi, variopinte, rosse e blu. Oh, adesso  va meglio… Il giardino ringrazia e attende, speranzoso, nel primo giorno di primavera.

di Ramona 16:55:00 Commenta:

18/03/2006

BUONI PROPOSITI

L’inverno è un lungo tunnel. Scuro, freddo, interminabile. Ma come ogni cosa ha un inizio e una fine. Manca ancora un po’, ma già vedo il chiarore dell’uscita. Un chiarore che è anche tiepido, vivificante, ormai necessario.

Ho ancora un pezzo di strada da percorrere, prima di uscire al caldo. Ne approfitto per fare la lista dei buoni propositi, quelli di rigore in una nuova vita. Perché la primavera, si dice, è simbolo di rinascita. Vero. Si dice, peraltro, che favorisca la depressione. Sarà vero anche questo, ma io preferisco vederla come il Risveglio. Si esce dal letargo. Il sangue circola di nuovo nelle vene, porta energia, ossigeno e nutrimento. I sorrisi si sprecano e gli occhi si illuminano. E’ la Vita.

Carta e penna, cocca, ecco la lista.

Iniziare una dieta corretta.

Ah, questo lo metto in cima a tutte le liste di ogni stagione. E’ il primo proponimento assoluto, il primo comandamento, il più vano, il più tenace. Quello che non manca mai. Quello che non si rispetta mai. E’ noto infatti che una dieta si inizia sempre il lunedì, e se non è un lunedì è sempre il primo giorno del mese dopo. E se non è il mese, sarà la stagione, l’anno seguente…un onesto proposito che mi farà compagnia per l’eternità, insomma, come quell’angelo custode che è sempre lì e che non  ascolto mai. Ma c’è. Qualche volta me ne ricordo, lo sento. Poi lo saluto e gli sorrido. E mi tappo le orecchie. Comunque, anche stavolta, mi ripropongo di cominciare una dieta. Prima o poi. Mica dimagrante, intendiamoci. Perché torte, biscotti e cioccolata sono inalienabili: guai a chi me li tocca… Darò un riordino a tutto il resto. Promesso. 

Prendere appuntamento con l’estetista.

E qui va già meglio, non m’impongo alcun sacrificio. Ad un ciclo di massaggi non potrei mai rinunciare. Se potessi me li farei fare per tutto l’anno. Anzi, mi trasferirei in uno di quei centri benessere da favola e butterei via il biglietto di ritorno. Il massaggio è la mia salvezza. Proprio perché mi voglio bene sono sempre in cerca di qualcuno che pure me ne voglia e me lo dimostri. Ora, non è che con la mia estetista abbia un rapporto “particolare”, ci mancherebbe! Ci vediamo più o meno una volta l’anno, purtroppo, di questa stagione e per mia necessità. Oltre che per suo interesse (economico) neanche troppo velato e neppure così indifferente al portafoglio. Il fatto è che avere qualcuno che si prenda cura del tuo corpo è semplicemente fantastico. Appagante. Commovente. E lei è brava. Ti fa sentire coccolata fino all’inverosimile. Mani intelligenti che sanno come manipolarti, a volte dure, a volte carezzevoli, e che hanno comunque un solo scopo: il tuo benessere. Il corpo lo sa, reagisce positivamente. Si abbandona, si concede un relax benefico e poi rifiorisce. Io, dopo, mi sento più bella. Non è che lo diventi davvero, perchè nemmeno l’estetista più abile riesce nei miracoli, ma che importa? Ciò che conta è sentirsi meravigliosamente a posto. E io ho bisogno di sentirmi proprio così. Caro il mio portafoglio, rassegnati.

Passare più tempo all’aria aperta.

Anche il sole è un meraviglioso toccasana. Chi ha paura delle rughe?… La pelle reclama il tepore, le ossa piangono per il freddo patito negli ultimi mesi. Sole, aria, canto di uccelli, il cucciolo che ti fa le feste e ti lecca il naso, voglio chiudere gli occhi e godermi tutto questo. Tanto lo so che non durerà. La stagione delle piogge incombe, dopo quella della neve e prima di quella dei temporali. Ma quando, in questo diavolo di posto, sarà il tempo di un sole duraturo e terapeutico? Dai cocca, non ti fasciare subito la testa. Sii ottimista. Laggiù, in fondo al tunnel, c’è una promessa di luce. Non di piogge. Credici.

Scrivere.

Scrivere. Scrivere. Scrivere. Scrivere qualsiasi cosa, prima di tutto per me stessa. Cercare di catturare quell’idea birichina e sfuggente che si prende gioco di me. Provare a riprodurla, nero su bianco, e poi, se occorre, farla conoscere al mondo. Nel breve tratto che mi separa dalla fine del tunnel, cioè dalla primavera, sto già programmando una vera rivoluzione…nella mia mente, solo lì. Sto fantasticando senza freni inibitori. Inseguo uno spunto che non c’è, invento mille storie inconsistenti. Come se volessi diventare famosa… e come se diventare famosi fosse facile. Lo so, ci vogliono meriti e talenti che non sono per tutti. Niente è regalato. Ma qui, ora, a poca distanza dalla fine del tunnel, mi ripropongo di scrivere, di mettercela tutta. Proverò a impegnarmi, a vincere la pigrizia e il vuoto che è in me. Questo è un proposito DOC, da mantenere a tutti i costi. Per me, solo per me.

Sorridere di più.

 

Il sorriso è l’arma più invincibile, più disarmante. Nessuno spara su un sorriso. Ho voglia di sorridere. La luce, laggiù, m’invita a farlo sempre, anche quando proprio sento di non farcela. Sorridi cocca, prego, cheese!! Sì, lo farò. E poi drizzerò le spalle, che in questo lungo tunnel sono diventate pesanti, e sporgerò il petto in fuori. Il petto di una donna è la culla della vita, forse la prima cosa che di lei si presenta. Io mostrerò quindi la mia voglia di vita presentando al mondo l’orgoglio del mio essere donna, morbida, accogliente e vitale. Accompagnando il tutto con uno dei miei celebri sorrisi sgangherati. Accidenti, sarà meglio anche accorciarmi un po’ la frangia, se no chi riesce a vedere oltre la pioggia di capelli dietro cui, a volte, mi nascondo?… All’uscita di questo tunnel tutti si accorgeranno del sorriso nei miei occhi, oltre che sulle labbra. E poi noteranno anche il resto, indubbiamente… 

Altri buoni propositi? Sì, un’infinità. Elencarli sarebbe noioso. Ciò che posso assicurare è che tutti, proprio tutti, hanno un solo fine. Quello di farmi sentire bene. Oltre il tunnel invernale c’è una certezza: che tutto quello che farò sarà per me un piacere. Piacere di vivere. Perché, come dicono in tv, io valgo!!

di Ramona 14:54:55 4 Commenti

13/03/2006

A VOLTE E' DIFFICILE.

L’uomo se ne sta disteso sul letto. Indossa un pigiama, come tutti gli ospiti del reparto. Ha oltre 70 anni, ma li porta discretamente bene. Sul comodino qualche libro. Un uomo che legge, un uomo vivace intellettualmente. Un uomo che si esprime in un italiano corretto senza troppe inflessioni, dal tono gentile.

Vengono altri uomini, ogni giorno, a trovarlo. A fargli mettere una firma su uno speciale registro.

L’uomo è in libertà vigilata, dice qualcuno.

L’uomo è in attesa di estradizione all’estero, dice qualcun altro.

L’uomo è in attesa di processo.

L’uomo è stato condannato ed è ai domiciliari.

Come sempre, le voci di corridoio sono confuse, tutti sanno qualcosa, nessuno in realtà sa la verità. Ma c’è qualcosa che sembra sicuro. L’uomo è accusato di violenza sessuale nei confronti di una ragazzina. Le voci non dicono molto di più, se è già stato condannato o se è in attesa di processo.

Io lo guardo e devo essere cortese e professionale con lui. Non devo pensare ad altro. Soffre di cuore, perché un cuore ce l’ha. Come tutti.

La prima notte la passa quasi in bianco. Per una forma di rispetto nei confronti del più anziano vicino di letto si rifugia in bagno a leggere, così da non disturbare l’altro con la luce accesa. E’ un pensiero oltre modo gentile, che stupisce. Da vero signore. Sono tenuta a dirgli di tornare al suo posto, che possiamo chiedere al medico un sedativo se ne ha voglia, che il vecchietto accanto a lui sta già dormendo e anche se vuole leggere con la luce notturna non gli darà fastidio alcuno, che non è giusto che passi la notte in bagno, seduto su un cesso. Mi ringrazia, un po’ sollevato, ed esce. Torna a letto.

Una persona corretta, educata, colta.

Può una persona così “normale”, così “gentile”, aver compiuto quell’atto osceno di cui si dice?

Mi si rivoltano le viscere. Non lo so.

Non sono abituata a giudicare né a condannare a priori. Specialmente se non si hanno notizie certe. Ma stavolta non posso impedirmi quanto meno di pensarci.

Gli guardo le mani e provo a immaginarle addosso alla ragazzina. Lui, vecchio, lei fresca. Mi assale un conato di vomito.

Gli guardo i pantaloni del pigiama, dentro i quali governa l’impulso più abbietto di un uomo. Mi pongo un perché, un punto di domanda cui anche medici, ricercatori, legislatori stanno cercando invano una risposta. Perché dev’essere quel coso dentro i pantaloni a comandare un uomo, e non viceversa?

Faccio un reset dei miei sentimenti primordiali, cerco quelli professionali. Non giudicare, mi ammonisco, non sai come stanno le cose. Non hai diritti in questo senso. E mi faccio altre domande che non ottengono risposte.

E’ questo uno di quei “mostri” di cui parla troppo spesso la tv? Un pedofilo? E’ un uomo malato, uno di quelli per cui si invoca la castrazione, o è solo la vittima di un castello di carta ingigantito dalle voci? E’ uno che sta pagando il giusto debito con la giustizia, o è ancora tutto da decidere? O quanto gli sta accadendo è ancora troppo poco?

Mi dicono che ha scritto la sua storia in un libro. Una vita avventurosa, segnata fin dalla nascita da privilegi sociali, economici, culturali e fortunosi. E’ un uomo davvero colto, che difende la sua vita e la sua immagine con ogni mezzo. Si proclama innocente e accusa il paese estero che lo ha ospitato, e di cui ha la cittadinanza, di bigottismo ipocrita e ingiustizie. Fa nomi e cognomi ai livelli più alti. Là, dice, accusare qualcuno di abusi sessuali sui minori è come andare a comprare il pane. E’ prassi diffusa e disumana, per chi la subisce ingiustamente. Ai limiti della violazione dei diritti elementari. Un Paese, quello, che accusa un bimbo di 6 anni di molestie per avere baciato una coetanea a scuola.

Questo e altro racconta l’uomo nel libro.

Vorrei saperne di più. Devo cercare quel libro. Perché, cosa può darmi? Non posso certo io giudicare questa persona, non sono testimone di fatti, accusa e difesa per me potrebbero, devono, avere lo stesso peso. Io devo astenermi da ogni giudizio e ogni commento. Devo essere neutrale. Svolgo una professione che non mi consente di avere pregiudizi. E di norma non ne ho.

Mi vengono in mente i medici senza frontiere, le crocerossine di romanzesca memoria, e tutta quella gente che esercita una professione umanitaria in zone di guerra, dove la crudeltà detta legge, dove gli uomini non sono uomini e si nascondono dietro torture, omicidi, attentati, fuoco e morte, e in nome di cosa? Di un dio, di una pseudo politica, di soldi. Tutti quegli operatori lavorano in condizioni disagiate e non si chiedono chi ha ragione in un conflitto, o chi ha torto in uno scontro tribale, chi e perché paga una guerra cui loro devono porre rimedio curando bambini storpiati che colpa non hanno. Loro curano e basta. E me li immagino stanchi, oppressi da un senso d’impotenza che però non toglie la voglia di ricominciare il giorno dopo.  Curano tutti, feriti e feritori, mandanti, killer e vittime. Come è giusto che sia.

Io sono qui, in una comoda corsia d’ospedale, a lottare contro una prevenzione che non mi appartiene ma che fatico a domare. Perché dentro di me, io, che rifiuto la violenza, qualsiasi forma, fosse solo verbale, ho quasi l’impressione che nemmeno uccidere sia più grave dell’abuso su un bambino. Perché un’esperienza simile uccide lasciando in vita. Uccide la personalità, ferisce in modo irrevocabile e crea un nuovo killer.

L’uomo parla poco. Gli porto il sedativo, quando serve. Gli curo la ferita, se occorre. Se ha un bisogno sono là. Non ha particolari esigenze. Se ne sta in disparte. Non disturba, non chiede.

E’ anziano. E’ padre, mi dicono adottivo, forse è anche un nonno. Come tanti altri. Una normalità da incubo?

Se fosse colpevole gli chiederei: cosa ti ha spinto a prendertela con una bambina? Cos’è che ti gira nella mente così malata che ti fa vedere i piccoli come se fossero adulti? Il sesso è roba da grandi e per giunta consenzienti, nessuno te lo ha mai insegnato? Conosci il significato della parola amore? Perché non si fa solo sesso, si fa l’amore quando si è in due a volerlo. E credimi, quando si è in due a volerlo, è tutta un’altra cosa che forzare una bambina spaurita a fare gesti che non comprende e che la segneranno per tutta la vita. Se quest’uomo fosse colpevole, io vorrei essere grande un atomo, per entrare in quella testa e, girare, ispezionare, annusare ogni anfratto di materia grigia, cercando il neurone malato. Perché ci dev’essere per forza un punto marcio, qualcosa che dovrebbe collegare l’istinto alla ragione ma che invece latita. Non funziona. E’ lì che mi metterei, mi adagerei sulla falla a riparare il guasto e riporterei alla vita un uomo che potrebbe essere un gran brav’uomo e una bambina che non dovrebbe essere altro che una bambina.

Se questa persona invece fosse innocente gli direi: combatti, non ti arrendere, non lasciarti calpestare. Un’accusa così infame rovina per sempre. Mai più potresti avvicinarti con innocenza ad un bambino senza rabbrividire. E i bambini avrebbero paura di un orco che non esiste. Ti aiuterei io, che odio le ingiustizie, scriverei un altro libro per te, per riabilitarti e convincere la gente a vedere il lupo mannaro dove realmente è.

Com’è difficile, a volte. E’ difficile non pensare. E’ difficile vedere in un paziente in pigiama solo un uomo con problemi di salute senza una vita alle spalle da cui lasciarsi coinvolgere.  Le persone ce l’hanno una storia e non sempre è una bella storia. E di certo non solo i santi vanno curati.

Anche noi, come in Africa, in Iraq, o in ogni altro posto dimenticato dalla ragione, nel nostro piccolo curiamo i bisognosi. Senza chiederci chi sono. O almeno dovremmo farlo.

 Ma il pensiero corre. Quanto è giusto lasciarlo correre? Quanto è umano e giustificato, se poi, alla fine, il tuo dovere lo compi ugualmente?

L’uomo viene dimesso. Nessuno viene a prenderlo, cercherà un autobus o un treno. Chissà se quegli uomini che vengono a farlo firmare lo sanno.  Mi porge la mano, ringrazia per il trattamento “ottimo”, per le cure prestategli e mi fa un sorriso.

Stringo quella mano molliccia, o forse senza più forza, cerco lo sguardo, che vedo sfuggente, o forse è solo timido e riservato. Scene da incubo mi si affollano di nuovo alla mente, la bambina che è in me, che avrebbe potuto essere “quella”  bambina, urla in silenzio. Non posso farci nulla, se non costringermi alla neutralità cui lui ha diritto come tutti.

Gli ho sorriso anch’io, l’ho salutato. 

Sono stata brava e professionale. Come sempre.

E dopo tutto, non mi è costato nulla.

Nulla?

di Ramona 18:10:00 Commenta:

08/03/2006

8 MARZO

Non è un giorno facile, oggi. E’ un giorno in cui le parole si sprecano. E’ giusto o non è giusto, festeggiare… Chi dice di sì, in nome di riconoscimenti ottenuti con fatica e sangue, con umiliazioni e ingiustizie. Chi dice di no, che questa data è solo un’altra occasione di consumismo, come san Valentino, la festa del papà, della mamma ecc. ecc.

Siamo in democrazia, ognuno la pensi come crede.

Io so che un pensiero rivolto a una donna, in questa giornata, si ammanta di un significato preciso. Vuol dire rispettare e riconoscere l’esistenza di un’amica, una compagna, una moglie, una mamma. Scherziamoci su, sulle mimose, che costano un occhio. Ma raccogliamo una margherita di campo e porgiamola alla Donna. L’apprezzerà allo stesso modo, purché accompagnata da una parola gentile e un sorriso. Anche nessun fiore, anche solo il sorriso è sufficiente. Perché la Donna si concede senza chiedere, senza riserve, e quando si accorge che questo suo amore disinteressato è riconosciuto, è felice perché è riuscita a farsi capire.

Perciò uomini, stasera, quando rientrate a casa, non siate nervosi, non siate musoni. Anche se la giornata è stata dura. Anche se le preoccupazioni del quotidiano sono innumerevoli. Chiudete la porta e guardatela, la Donna. Se siete a mani vuote, riempitevele di lei. Perché è lei che vi colma la vita, il cuore. Accettatela com’è, con le sue debolezze, le sue rughe, la cellulite, i suoi nervosismi e i pianti. Lei vi darà in cambio tutta se stessa, facendo traboccare il suo intero essere di voi. La donna è fatta per essere riempita, dal suo uomo, da una nuova vita, da tutto un universo. L’amore che le volete concedere non sarà mai sufficiente a colmarla, perché il suo cuore è grande. Nemmeno quando ferisce i sentimenti può essere condannata o odiata, perché se lo fa, lo fa soffrendo per prima. Piangendo per prima.

Io dico che la Donna andrebbe festeggiata tutti i giorni. Amata sempre. Che sia un’amica, o un’amante, o una moglie di lunga durata. Uomini, approfittate di questo pretesto che una ricorrenza nata per sacrosanti motivi sociali vi offre. Se avete litigato, fate pace. Se non glielo avete mai detto, ditele che l’amate. Ringraziatela perché esiste. Stasera fate l'amore con lei, non fatele la guerra. Lasciate altrove le facili umiliazioni, le ferite cattive, le parole non pensate ma ormai dette. Mimosa o non mimosa, questa è la sua giornata. Per tutto il resto dell’anno ci saranno per lei panni da lavare, occasioni per litigare, preoccupazioni a non finire. Ma non oggi. Per favore.

Io ringrazio l’amico che mi ha mandato una mimosa …postale. Senza parole, vale molto di più di mille parole. E ho già spiegato a lui quanto l’abbia apprezzata.

Infine volevo ricordare a chi s’indigna del costo di una mimosa, a chi crede che questa festa sia banale e commercializzata, volevo ricordare che milioni di donne nel mondo, non sanno neppure di essere donne. Credono di essere animali, buone solo per essere vendute, bastonate, violentate, incubatrici del seme violento di vere bestie chiamate uomini. E volevo che si spendesse un pensiero pure per quei milioni di bambine che subiscono mutilazioni nel loro essere donna, perché sia crudelmente impedito loro di diventarlo. Una donna, una persona.

 

 

 

di Ramona 17:48:31 4 Commenti

07/03/2006

IL MIO MONDO STA MALE

Tutto il mio mondo sta male.

Il mio computer sta male.

Rifiuta la connessione al resto del pianeta. E’ più forte di lui, lo vedi che ci prova con ogni residuo di forza, ma non ce la fa. Ho tentato di guarirlo con le moine, per non ricorrere alle martellate, gli ho fatto compagnia nelle ore piccole della notte, ho sfiorato e accarezzato tasti e bottoni con mille parole buone. Ora lui ci sta provando a fare del suo meglio, commosso, ma credo che non durerà. Insieme a lui soffro anch’io, nelle viscere, nello stomaco, nel rendermi conto di quanto stia male, di come non possa più accontentare la mia voglia di comunicazione. Se continua a stare così, dovrò rassegnarmi a separarmene, a ricoverarlo. Non potrò nemmeno fargli assistenza. Dovrò portarlo al dottore dei computer.

La mia stampante nuova sta male.

E’ bella, grande, ricca di funzioni, ma sta male. Il suo sangue non è buono. Proprio quello deputato a esprimere concretamente il mio pensiero, che dovrebbe far sì che questo resti ai posteri, non va, nessun segno di vita, né a colori né in bianco e nero. Come può campare una stampante senza il sangue buono? Che cosa ci sta a fare qui, vicino al computer, senza poter compiere la funzione vitale per cui è al mondo? Proverò a farle una trasfusione con sangue nuovo. Altrimenti, anche lei andrà al dottore delle stampanti.

Il telefono cellulare sta male.

Improvvisamente restio anch’esso a comunicare, talvolta rifiuta di mandare messaggi. Capita che ci provi, come il computer, ma il messaggio parte e non arriva, disperso nel freddo vento primaverile. Capita perfino che in certi casi s’impunti e i messaggi che si vorrebbe mandare non vengano nemmeno scritti. Un rifiuto dei tasti a essere premuti. E delle dita a premere quei tasti. E pensare che il mio cellulare può invece ricevere tutto senza problemi, non è sordo, è solo un po’ muto. Ma sebbene possa ricevere, sebbene possa ascoltare, ben poco gli arriva. E’ il caso che cerchi il dottore dei cellulari?

La piccola lampadina sta male.

La mia luce piccina piccina, quella che adopero di notte per leggere, quella che crea un’intimità profonda fra me e il libro, escludendo tutto il resto. Non va, sta male. Le ho dato la pappa nuova, ma non va. Ho pensato che forse non gradisce Kafka e il suo Processo, il libro che sto leggendo ora. Ma a me non dispiace e per quanto sia affezionata alla piccola, non posso concederle il capriccio. Dove andremmo a finire? Ho intenzione di finirlo, Kafka. Mi sono informata. Non ci sono dottori per le lucette. Si può solo usarle e gettarle. Del resto, c’è chi lo fa anche con le persone. Io lo so.

La pianta grassa sta male.

Una delle più belle della mia modesta collezione, grande, ricca di spine meravigliose. Capace di dare la vita a fiorellini delicati di un tenero color fucsia. Sono anni che troneggia fra le altre. A ogni stagione si fa più grande e più bella. Ora sta male. Grosse chiazze scure sulla sua pelle spinosa mi preoccupano. La vedo che non va, evidentemente non ha retto neppure lei l’estrema durata di questo inverno cupo. Cosa posso fare? Un trapianto di spine? O dovrò arrendermi alla gangrena e amputare la parte? Con che coraggio riuscirei a farlo? I figlioletti che la pianta ha partorito lo scorso anno sembrano in salute, ma come posso privarli di un pezzo di madre? Ci sarà un dottore per le piante grasse?

Il gatto Tobia sta male.

Due pastiglie al giorno, una spruzzata di antibiotico in una bocca ancora piena di denti e riluttante alquanto, integratori e pappa per mici anziani. Non c’è ritorno. Non c’è da tornare indietro. Tobia non è più un gatto spia, perché non va più a curiosare nelle case degli altri. Tobia potrà solo sperare di stare un pochino meglio per vivere serenamente quanto gli resta. E’ come se lui lo sapesse. Le sue coccole hanno una dolcezza nuova. Acciambellato sulle gambe pesa una piuma, ma è ancora caldo e sa ancora ronfare soddisfatto. Non mi lascia mai. E sembra effettivamente recuperare qualcosa, ma per quanto? Non posso guardare nei suoi limpidi occhi gialli senza chiedermelo ogni volta. Con lo sconvolgimento dentro. E lo so, lo sento, che dovrò diventare una cliente affezionata del dottore di Tobia.

Il signor Pinco sta male.

Da stress, da lontananza forzata, da un nuovo orario di lavoro massacrante. Ogni sera porta alla signora Pallina sua moglie un malessere nuovo. Un male fisico che all’indomani già non c’è più, che si cura con quello che c’è in casa (va bene tutto, purché non scaduto perché se no sta male peggio), ma che per quel giorno non lo lascia vivere. Né lui né Pallina. E la signora Pallina lo comprende, lo visita, non trova nulla di grave e comunque tanto poi passa. Si sa, questi uomini, così grandi, così forti, hanno una soglia del dolore molto bassa, una tolleranza zero e una fifa infinita. Hanno bisogno solo di coccole. Come il gatto. Ma un pensiero assilla Pallina: a forza di gridare al lupo invano, si riuscirà a riconoscere il lupo vero quando si presenterà? Qui ci vuole un dottore serio per il signor Pinco. Di quelli che prevedono il futuro.

La signora Pallina sta male.

Fuori, due begli esemplari di herpes simplex a farle compagnia tra naso e bocca. Sì, ora vengono a due a due, come i militi dell’Arma. Ma il fattore estetico sarebbe niente. E’ che quando questi gentili cosi compaiono non si sa bene se siano causa o conseguenza di un processo di astenia pura che sembra irreversibile. Cioè, compaiono quando sei stanco, o sei stanco perché compaiono? Se la scienza spiegasse questo mistero, la signora Pallina ne soffrirebbe ciclicamente anche più volentieri. Invece così deve accontentarsi di sentirsi giù quanto basta per, ad esempio, non schiacciare nemmeno il pedale del freno ad un semaforo rosso, perché faticoso, ma tirare piuttosto il freno a mano. Sempre che se ne ricordi. E poi, dentro, quel graffio, sottile ma profondo, che non guarisce, non guarisce. La delusione e la disillusione. C’è una medicina per queste cose? Oppure devo cercare il dottore delle Palline?

Il mio mondo sta male.

Tutto insieme sta male.

E’ una pandemia.

di Ramona 17:15:45 Commenta: