26/02/2006
TI AMERO’ PER SEMPRE
Ho letto questo libro, come sempre attratta dal titolo. Ah, che furbi, questi autori! Sanno quale specchietto usare per catturare le allodole… il titolo giusto è di per sé garanzia di curiosità e quindi di acquisto.
Ora, chi non conosce Piero Angela? Il compassato, preparatissimo, scrupoloso divulgatore di argomenti scientifici e storici attraverso il programma Quark, di atavica memoria? Se non è nato con me, questo programma, poco ci manca: comunque lo ricordo da sempre. Anzi, forse sono in grado di ricordare la prima puntata… si parlava di un viaggio nel corpo umano, o giù di lì… Boh?! Preistoria. Il bravo conduttore, da sempre usato a scegliere un linguaggio semplice anche per le cose difficili, per farsi comprendere da tutti, ora prova in questo libro a spiegare in modo razionale e accessibile quanto di più irrazionale esista nella storia dell’umanità: l’amore, appunto.
Il presupposto iniziale, che si snoda lungo tutto il percorso della narrazione, è davvero strettamente biologico. Nell’avvicendarsi delle varie fasi che caratterizzano l’amore tra due persone, e cioè attrazione, innamoramento, sesso, attaccamento, matrimonio la caratteristica comune è quella antica della riproduzione. Anche poi la gelosia, l’infedeltà e l’abbandono devono fare i conti con questa intrinseca spinta. Tutto è finalizzato a scopo riproduttivo, alla prosecuzione della specie insomma, come la natura ha predisposto per ogni specie animale.
Ma è proprio così?
L’innamoramento, per esempio. Lo stesso Angela ammette che è inspiegabile, non ci sono motivi X per cui ci si sente attratti da una persona piuttosto che un’altra. Si sono ricercati i movimenti ormonali, si sono studiati i neurotrasmettitori e si è compreso che quando c’è amore si verifica una rivoluzione nel cervello, che sovverte l’ordine e scombussola un delicato equilibrio. Un ormone si alza, l’altro si abbassa, e compaiono i sintomi classici: batticuore, mal di stomaco, (felice) confusione mentale, riduzione dei bisogni primari come la semplice nutrizione, concentrazione dei pensieri sul beneamato ecc. ecc.
D’accordo, ma è tutta una conseguenza.
E perché accade? Perché verso uno e non l’altro? Le femmine di animali scelgono il maschio più forte, i maschi scelgono le femmine più fertili. Ma l’uomo?
L’uomo è un animale complesso in cui coabitano sensibilità, intelligenza, ragionamento, istinto, immaginazione, sensualità, fantasia, arte oratoria, poesia, gusto del piacere e altre innumerevoli prerogative. Non si può spiegare scientificamente la scintilla da cui nasce l’amore. Nemmeno l’attrazione, per quanto si cerchi di ridurre la cosa ad un punto di vista strettamente estetico. E questo lo stesso Angela lo ammette.
Trovo interessante il capitolo dedicato al sesso e/o amore. Lo ritengo istruttivo e credo che molti uomini abbiano bisogno di leggerlo. Vi si pone l’accento sulle differenze biologiche tra uomo e donna, le diversità fisiche per cui i due raggiungono il piacere in tempi e modi diversi.
Non è un’argomentazione fredda. Noi donne la conosciamo da tempo, la differenza, e sappiamo anche come andrebbero colmate certe lacune, ma alcuni maschietti, scolaretti distratti… avrebbero bisogno di una ripassata. Perché amore è anche rispetto, è dare e non solo prendere, è curarsi dell’altro e del suo benessere.
Naturalmente il capitolo non può e non deve essere un manuale delle istruzioni. Ci mancherebbe, un Angela guru del sesso…Ma, uomini, tirate fuori la vostra sensibilità, e verrete ripagati!!
Anche qui un arido discorso logico e ormonale spiega le motivazioni per cui un uomo sceglie spesso rapporti mordi e fuggi e la donna cerca invece un rapporto stabile. Discorso che poi viene ribaltato alla luce dei rinnovamenti sociali, economici e scientifici in corso dal secolo scorso, soprattutto.
Curioso è il breve paragrafo dove viene descritto il comportamento sessuale dei bonobi. Sono delle scimmie originarie dello Zaire, che godono di una grande libertà sessuale. Tutti fanno l’amore con tutti, tranne le madri coi propri figli, e il fatto non sembra legato a scopi riproduttivi, bensì solo per trarne piacere. L’altro aspetto sconcertante è che queste scimmie fanno sesso in modo simile agli umani, unica specie in natura, e conoscono il piacere del bacio e di altre pratiche sessuali tipiche della razza umana. La cosa produce un grande equilibrio all’interno del gruppo. Ma ve lo immaginate applicare questa libertà a noi stessi? Noi non ne saremmo capaci. Forse a parole, ma nei fatti… e poi, che guardoni che siamo! Spiare i bonobi mi sa che è come guardare un film porno…
Non è facile parlare freddamente di certe cose… Capisco bene l’intenzione dell’Autore, ne ammiro l’obiettività e l’analisi razionale. Diciamo che forse non dice nulla di proprio nuovo, ma ribadisce aspetti e situazioni che si verificano in ogni momento della nostra vita, cercando di dar loro un senso. Si parla di gelosie, tradimenti, insoddisfazioni, di ricerche di un altro partner… sempre con un senso strettamente biologico. Che saranno pure veritieri, non dico di no. Però…
Però a me piace pensare che l’amore sia una condizione di vita, che non dipende dalla procreazione. Che sia uno stato d’animo che nasce e cresce, si trasforma, ma non muore mai. Che ci rende la vita migliore. Che alle volte, proprio perché status, si estende anche a più persone... in modo più o meno innocente (dipende come viene vissuta la cosa). Tutto questo senza badare se è un ormone o un altro ad attivare il processo.
A onor del vero, Piero Angela è molto bravo a non perdere di vista la poesia stessa dell’amore. Egli stesso ammette che ci sono due modi di guardare all’amore: uno, da palombaro, per calarsi nelle correnti di fondo e capirne i funzionamenti, ed è un notevole stimolo intellettuale. L’altro è quello di colui che invece dalle correnti si lascia trasportare, per vivere sulla propria pelle le passioni che un’altra persona gli trasmette, incurante delle motivazioni.
Temo che i palombari siano pochi… Temo che la maggioranza degli esseri umani siano nuotatori attivi e passivi nello stesso tempo, che cercano solo di nuotare nei sentimenti, che cercano in fondo la vita stessa e il pretesto per poter dire ad un altro/a/i : ti amerò per sempre…
Il libro è gradevole, mai noioso, a condizione di essere interessati al lato razionale delle cose. E’ proprio come guardare una puntata di Quark: o interessa l’argomento, o non interessa. Il tono discorsivo dell’Autore aiuta molto la comprensione anche di termini scientifici non usuali a chi non è nel settore. Ribadisco inoltre il fattore positivo di riassumere, anche se forse troppo brevemente, praticamente tutte le sfaccettature dei rapporti umani. Quelli che ci differenziano, volenti o nolenti, dai nostri amici animali.
O no?…
24/02/2006
SI PUO'...
Si può piangere guardando una fiction? Si può immedesimarsi talmente in una storia finta da sentirla vera, da vivere le emozioni sulla propria pelle? Si può lasciarsi sommergere dai sentimenti dei personaggi, amore-perdono-speranza soprattutto, fino a commuoversi totalmente? Ben sapendo che è tutto costruito, tutto inventato?
Si può piangere assistendo al crollo di una delusione olimpica? E al vano riscatto subito seguito alla caduta? Si può immaginare in un modo così vivo la delusione dello sportivo, la sofferenza, il crollo delle aspettative di una vita, da sentirli propri? Da subire una stretta orrenda al cuore e una allo stomaco?
Si può piangere sentendo di un padre che manda in coma il figlio di pochi mesi semplicemente scuotendolo troppo energicamente, in preda alla rabbia? Si può piangere per quella vita spezzata, per un amore spezzato, per un futuro spezzato? Si può piangere per impotenza, incredulità, dolore?
Si può piangere nello scoprire di avere sbagliato a dare fiducia a una persona? Si può credere ancora tanto in certi valori da rimanere assolutamente spiazzati dal disinganno? Si può rimanere così sopraffatti dall’egoismo altrui da non saper come reagire?
Oh sì, si può.
Questo e altro.
Abbiamo un serbatoio infinito di lacrime, che si rinnova ad ogni uso e consumo.
Calarsi nelle storie degli altri, vere o finte, è solo un pretesto per rinnovare le scorte.
Perché, lo sappiamo, domani è un altro giorno. Un altro sole, un altro sorriso.
20/02/2006
BOB DYLAN L'HA SCRITTA PER ME?!...
TO RAMONAparole e musica Bob Dylan
Ramona, vieni vicino,
chiudi dolcemente i tuoi occhi lacrimanti.
La sofferenza della tua tristezza
Potrebbe passare mentre i tuoi sensi si risveglieranno.
I fiori della città
Anche se respirano, a volte diventano morti.
E non serve provare
A trattare con la morte,
anche se non riesco a spiegarlo in versi.
Le tue screpolate labbra di campagna,
spero ancora di poterle baciare,
come vorrei addosso la tua pelle.
I tuoi movimenti magnetici
Ancora catturano i minuti nei quali sono.
Ma addolora il mio cuore, amore,
vederti tentare di appartenere
ad un mondo che semplicemente non esiste.
È tutto solo un sogno, baby,
un vuoto, un imbroglio, baby,
che ti costringe a sentirti così.
Posso vedere che la tua mente
È stata distorta e nutrita
Da un inutile schiuma di bocca.
Posso dire che sei combattuta
Tra restare e ritornare
Indietro nel Sud.
Sei stata ingannata nel pensare
Che la fine è molto vicina.
E tuttavia non c'è nessuno che possa batterti,
che possa sconfiggerti,
eccetto il pensiero di te stessa che ti senti male.
Ti ho sentita dire così tante volte
Che non sei migliore di nessuno
E che nessuno è migliore di te.
Se davvero lo credi,
sai di non avere niente da vincere e niente da perdere.
Da situazioni e costrizioni e dagli amici,
ha origine la tua sofferenza,
che ti droga e ti costringe a farti credere
che devi essere esattamente come loro.
Ti parlerei all'infinito,
ma presto le mie parole,
si trasformerebbero in un suono senza senso.
Perché nel profondo del mio cuore
So che non c'è nessun aiuto ch'io possa portarti.
Tutto passa,
tutto cambia,
solo fai quello che pensi dovresti fare.
Ed un giorno forse,
chissà, baby,
verrò io a piangere da te.
TO RAMONA
words and music Bob Dylan
Ramona, come closer,
Shut softly your watery eyes.
The pangs of your sadness
Shall pass as your senses will rise.
The flowers of the city
Though breathlike, get deathlike at times.
And there's no use in tryin'
T' deal with the dyin',
Though I cannot explain that in lines.
Your cracked country lips,
I still wish to kiss,
As to be under the strength of your skin.
Your magnetic movements
Still capture the minutes I'm in.
But it grieves my heart, love,
To see you tryin' to be a part of
A world that just don't exist.
It's all just a dream, babe,
A vacuum, a scheme, babe,
That sucks you into feelin' like this.
I can see that your head
Has been twisted and fed
By worthless foam from the mouth.
I can tell you are torn
Between stayin' and returnin'
On back to the South.
You've been fooled into thinking
That the finishin' end is at hand.
Yet there's no one to beat you,
No one t' defeat you,
'Cept the thoughts of yourself feeling bad.
I've heard you say many times
That you're better 'n no one
And no one is better 'n you.
If you really believe that,
You know you got
Nothing to win and nothing to lose.
From fixtures and forces and friends,
Your sorrow does stem,
That hype you and type you,
Making you feel
That you must be exactly like them.
But soon my words,
They would turn into a meaningless ring.
For deep in my heart
I know there is no help I can bring.
Everything passes,
Everything changes,
Just do what you think you should do.
And someday maybe,
Who knows, baby,
I'll come and be cryin' to you.
17/02/2006
PREMIO INTIMITA': MILANO E LA PREMIAZIONE
E’ il gran giorno. Oggi si va a Milano a ritirare il premio.Fino a ieri dubbi amletici: come dovrò vestirmi, come dovrò comportarmi, cosa dovrò dire… dubbi di quelli che non ti lascerebbero vivere, se dessi loro spazio. Poiché l’istinto di sopravvivenza è forte, poiché non ho il tempo materiale di farli dilagare, questi dubbi, questi pensieri, rimangono a livello epidermico, non permetto loro di avere la meglio.
Oggi si parte, sveglia presto, il treno è alle 6,20. Già, ma fino a ieri sera ho lavorato: turno pomeridiano, tranquillo, ma che richiede il suo tempo, dalle 14,00 alle 22,00. Dormire poco, quasi nulla. Perché? Non sono in ansia, almeno a livello cosciente. E’ la conseguenza consueta del turno: fare la notte in bianco a rigirarsi come una polpetta nella padella.
Svegliati, preparati, indossa qualcosa che non siano i soliti jeans. Rinuncia ai tacchi, cocca, vuoi ammazzarti con la neve fresca di ieri, i cambi di treno, le corse, un’intera giornata fuori di casa?… Peccato.
Si parte. Che sonno. Sbadiglio. Il treno fino a Padova si riempie poco a poco di studenti e pendolari. Quanta umanità dolente, tutti presi dal sacro fuoco dell’impegno quotidiano: la scuola, l’università, il lavoro. Quanti di loro vorrebbero fare qualcos’altro, oggi, o essere in un altro luogo?…C’è chi ripassa appunti di materie che io non capirò mai (questo che mi siede accanto secondo me studia astrofisica, non si capisce nulla del suo quaderno pure così ordinato…). Siamo in leggero ritardo. Dieci minuti. Cavolo, speriamo di non perdere la coincidenza….
No, non la perdiamo. Perché è l’eurostar (ES) per Milano ad avere ritardo. Come sarebbe a dire? Venti minuti…. che poi si trasformano in mezz’ora. Non è possibile, il pendolino non può ritardare…. E l’alta velocità cos’è, un sogno, un incubo per gli ecologisti, una pura fantasia? Gli altoparlanti annunciano ritardi, sempre di ES, anche di 50 minuti… Alla faccia!! Mi agito, odio arrivare tardi agli appuntamenti, specie se importanti. Finalmente il treno arriva, ma non recupera in corsa nemmeno un minuto. Fremo. Telefono in redazione e avviso che tarderò… La direttrice è comprensiva e tranquillizzante: fino a che non arrivano tutti la cerimonia non comincia.
Mi rilasso e prego di non arrivare domani. La preghiera viene ascoltata e il ritardo rimane di 30’, con tante scuse altoparlate da parte di Trenitalia.com.
Siamo a Milano, dunque. Giornata triste, uggiosa, come solo a Milano può essere. Pioviggina su case grigie, palazzi grigi, strade e uffici grigi. Una marea di gente si accalca fuori dalla stazione, i taxi sono presi d’assalto come le diligenze dai predoni e spariscono nel traffico, sequestrati. Ora basta! Saltiamo al volo su uno di questi taxi, prima ancora che si fermi. Predoni anche noi. E che caspita!!! Il tassista non si scompone, non parla: accende il tachimetro che parte già da 3 euro. Tre euro solo per il fatto di essersi seduti: è una punizione per averlo requisito?… Il tragitto è breve, ci costa solo 5,50 euro, scontati 10 centesimi. Mi guardo attorno: piazza Aspromonte ha un giardino, un piccolo parco con giochi di bimbi. Ma bambini a quest’ora non ce ne sono e gli alberi sono spogli e il tutto sa proprio di tristezza. Ma via, si entra.
Sono in redazione, c’è un bel po’ di gente, saluti, poche presentazioni. Vengo subito rapita da una cronista, immagino, per un’intervista. Una vera e propria intervista, come si fa con le persone importanti, con il registratore e il taccuino degli appunti, già riempito da promemoria sbagliati (il nome, mi si sbaglia sempre il nome, benedetti giornalisti…). Cominciamo bene, mi sento a mio agio, sto al gioco. Mi si chiede di descrivere la mia reazione nell’apprendere del secondo posto. Ero contenta, rispondo, ma ho provato anche un po’ di delusione. Sorpresa sul volto dell’intervistatrice. Sì, certo, speravo nella vittoria, come tutti, no?…
Temo di aver detto qualcosa di sbagliato. Dovevo essere un po’ più umile?… Mostrarmi grata ed entusiasta per il risultato raggiunto? Ma che c’è di male nello sperare sempre nel meglio e nel dichiararlo? Devo essere sempre controcorrente, io, e parlare troppo, vero?… E allora sì, mi affretto ad aggiungere per non deludere la poverina , sono stata contenta, contentissima. E lei sorride con un sospiro di sollievo.
Cerco di distinguere gli altri finalisti. Un ragazzo mi viene incontro sorridendo: è Marco, quarto classificato. Gentilissimo, cordiale, un po’ timido, ma col sorriso sempre pronto. Mi sento solidale e lo ammiro: è venuto anche sapendo di non ricevere premi. Bravo!
M’indicano la prima classificata. Sorpresa, mi aspettavo una ragazza o una coetanea. Invece Luisa è un’insegnante in pensione che ha già pubblicato cinque romanzi. Ahimè. Come si può competere? Lei ha portato i suoi lavori, così ben figuranti, vestiti delle loro belle copertine colorate, e li distribuirà poi in giro. Io penso ai miei racconti stampati al pc in formato A4. Anch’io li ho portati, spinta da un raptus, li ho nella borsa e lì rimarranno per tutto il giorno. Vergognosi della loro nudità.
Poi arriva la terza classificata, trafelata per il ritardo. Ivana, una simpatica casalinga all’esordio nei concorsi letterari. Un esordio col botto, visto che subito si è piazzata terza. Anch’io ... alla mia prima volta ero arrivata seconda, tanti anni fa…. Quasi una vita fa.
E finalmente la direttrice, e poi la scrittrice Maria Venturi e il conduttore tv, nonché autore di canzoni e programmi, Paolo Limiti.
Ma guarda, sono proprio come appaiono in televisione…. Anzi, meglio. Sono esseri umani anche loro e per giunta molto affabili e disponibili. Limiti in particolare è la dolcezza fatta persona. Uno sguardo paterno e pulito, una persona gentile. Una bella persona. Che non se la tira.
Si dà inizio alla cerimonia, in ordine decrescente: prima il quarto, che a sorpresa riceve anche lui un premio. Meno male va, non ha fatto il viaggio da Roma proprio a vuoto.
Poi la terza, poi…io. Una breve intervista (che cavolate ho sparato, per l’ennesima volta?!…), la lettura della motivazione, del giudizio insomma, della giuria, il commento di Limiti che definisce il mio racconto “originale” e che quasi mi fa svolazzare per la stanza, poi i premi: una targa ricordo, una penna, una pergamena con il giudizio scritto, strette di mano, baci e abbracci. E ora i riflettori alla vincitrice.
Devo fare gli onori alla par condicio: i finalisti vengono trattati tutti allo stesso benevolo modo. Niente rulli di tamburi per nessuno. Va bene così.
Fotografie! Mentre stanno arrivando degli antipastini strepitosi un fotografo ci requisisce tutti e ci porta via per le foto da mettere sul giornale. Diomio, quante foto!! Nemmeno fosse il servizio per un matrimonio, o un book da modella… un po’ ci ridiamo, ma la cosa va per le lunghe. Io penso che le mie occhiaie da stanchezza faranno un figurone su queste foto così professionali e impietose. Penso anche agli antipastini, chissà se ne rimarranno, ho una fame da lupi… E penso che vorrei stare con i due vip, sentirli parlare e apprendere cose nuove da loro. Farmi notare?… Be’, sì, non mi dispiacerebbe, ma conoscendomi so che quando voglio farmi notare combino solo guai. Meglio tacere, dunque. E ascoltare.
Come Dio vuole, finite le pose per il book, ritorniamo di là. Scopro che Paolo Limiti sta per andare via e mi dico che no, non può andarsene in questo modo. Che questa giornata e l’incontro con una persona così speciale merita un ricordo speciale. Mi precipito alla borsa, ne estraggo il racconto premiato, il mio povero raccontino nudo nel suo formato A4 e faccio in modo che venga rivestito di calore umano. Chiedo un autografo ai due vip. Ottengo due dediche speciali, con l’incoraggiamento a proseguire su questa strada e a non mollare. Sono commossa e li abbraccio. Paolo con più slancio, ammetto, perché mi sembra così tenero e sinceramente contento… lo bacio volentieri. Faccio ancora la sfacciata: una foto?… Sì, non si sottraggono, sorridono e mi abbracciano ancora. Farà anche parte del ruolo, però voglio credere che un po’, solo un po’, siano realmente contenti di farmi contenta. Click. Catturati per sempre.
Paolo va via, e si sente solo dire bene di lui. Avevo ragione, è una persona dolcissima.
La signora Venturi rimane a pranzo, almeno per un po’, e ci diletta con del gossip di prima mano. Per la verità non nuovissimo, sono cose che già si sanno, ma la mente acuta e la forte ironia rendono gustosissimo l’ascolto.
Vorrei chiederle come si fa a scrivere un libro. Come si fa a trovare l’argomento giusto per mantenere alto l’interesse in chi legge. Cosa si prova quando vedi che i tuoi romanzi vanno a ruba e diventano presto film. Ma non oso. Anche perché mi rendo conto che le stesse cose, a parte forse il discorso film, le potrei chiedere anche alla vincitrice… cinque romanzi pubblicati. Quasi come la Venturi. Ma come si fa?!!
Si nomina la rivista Intimità, i suoi molti anni di vita, si parla degli inserti di una volta, i romanzi completi posti al centro del giornale, da staccare e piegare. Non resisto. La mia mamma, racconto, ne faceva collezione. Ne aveva messi via a scatoloni, per darmeli da leggere quando ne avessi avuto l’età, credo dai 12 anni in poi… La mia mamma aveva pensato a me, rimediando in parte alla mia fame di lettura che non si riusciva a colmare con le poche risorse a disposizione, e i libri che c’erano in casa li conoscevo a memoria, e… Mi ascoltano tutti educatamente, con poco ma gentile interesse, e mi dispiace di aver esternato un così caro ricordo.
Si pranza con portate raffinate: passata di ceci con gamberetti, trancio di salmone e dolce al cioccolato con un cuore caldo di cacao e succo di fragola. Tutto buonissimo. Vino bianco dei castelli romani. E per finire cioccolatini deliziosi!! Come hanno fatto a sapere che io termino sempre il pasto con del cioccolato?… Mmm… mi abbuffo. E mangio anche il boccone della creanza, quello che rimane sempre nel piatto per educazione. Io non sono educata. Un cioccolatino orfano nel piattino è uno strazio, una crudeltà. Meglio divorarlo e porre fine all’agonia.
Bene, il pranzo è finito, i redattori tornano al lavoro. La Milano industriosa non conosce tregue. Ancora qualche omaggio, delle riviste, e se avete qualcosa da proporre scrivete pure, che ne parliamo… scambio di mail e di cortesie. Un abbraccio a tutti, è stato bello, buona fortuna e che il dio dell’ispirazione sia con tutti voi.
C’è ancora tempo prima del treno. Si può andare a vedere il centro. Non si può fare a meno di visitare Piazza Duomo! Non piove, il clima è mite, anche se sempre uggioso. Con la metro si arriva in un attimo. La metro mi angoscia, lo stare sottoterra non fa per me. Sono una creatura a sangue caldo, che ha bisogno di luce vera e di aria buona. Ma dura poco. Ecco il centro, il cuore romantico di Milano. La piazza è immensa e popolosissima. E’ giusta l’ora del passeggio forse. In giro tante persone con l’aria indaffarata, giovani rampanti ben vestiti, belle donne eleganti, ragazzi con zaini firmati. Nella Galleria un maxi schermo aggiorna sui risultati delle olimpiadi di Torino. Non si deve perdere alcuna notizia al giorno d’oggi, è vitale essere informati in presa diretta. Ma nella galleria c’è anche un anziano signore che indossa un vecchio giubbotto e un berretto di lana e porta a spasso il suo cane. O forse è il contrario, perché il cane è enorme, un pastore del Caucaso gigantesco quanto docile. La gente ben vestita si avvicina e una ragazza chiede di fare una foto. Si accuccia accanto al maestoso e regale cane, che non si scompone di una virgola e si lascia amabilmente fotografare insieme alla ragazza. Penserà che sono ben strani questi umani.
Entrare in duomo è doveroso, ma sconfortante. Poliziotti e carabinieri all’ingresso perquisiscono le borse e ti passano addosso lo scanner. Manca mai volessi far saltare in aria tutto il lavoro di secoli fa. Sai, le maestranza del tempo non riposerebbero più in pace. Capisco le precauzioni, al giorno d’oggi, ma ritengo sia tristissimo non poter entrare in una chiesa, luogo di pace, senza essere perquisiti. Era accaduto anche in Vaticano, qualche mese fa. La stessa tristezza anche allora. Ma quando sarà veramente pace, quando non si avrà paura di entrare in un qualsiasi luogo di culto a pregare?
Per associazione confronto Roma e Milano. Due metropoli così diverse. Roma caciarona e piena di vita, calda, luminosa, caotica e affettuosa. Milano efficiente, precisa anche nel traffico, diffidente e laboriosa. Pochi termini non bastano a spiegare le differenze, ma io sento che ci sono. Le due signore sono belle signore, sorelle ma non gemelle, a loro modo incantevoli e distanti. Da scoprire.
Basta, bisogna correre e prendere il treno di ritorno.
Si fa per dire. La musica della mattina non è cambiata. Gli ES accumulano ancora ritardi inspiegabili e quello che è peggio sembrano fregarsene altamente. Perdiamo la coincidenza a Padova per un ritardo di 30’ che suscita le famose desolate scuse di Trenitalia.com. Infatti per ritardi inferiori gli altoparlanti non si sprecano a scusarsi. Anche se magari per soli 10’ hai perso l’ultimo treno. Ma anche il convoglio successivo ha problemi e parte con oltre un’ora di ritardo. Oggi tutti i treni viaggianti in Italia sono disturbati da guasti epidemici che si propagano peggio dell’aviaria. Mi domando se non ci sia la mano dei terroristi islamici. Vogliono destabilizzare il Paese facendone inferocire i pendolari. E non c’è dubbio che gli utenti siano estremamente arrabbiati e pronti al linciaggio.
Dovevamo essere a casa alle 21. Vi arriviamo all’ultimo rintocco della mezzanotte, come Cenerentola. Riusciamo a non perdere la scarpa, che finirebbe in testa ai responsabili delle cattive manutenzioni e dei ritardi, a coloro che se ne sbattono di chi viaggia per lavoro o anche solo per divertimento. Non perdiamo la scarpa, non perdiamo le staffe (a fatica), raggiungiamo il letto come zombie. La giornata a Milano è archiviata. Il sogno, pure.
Avanti il prossimo.
10/02/2006
BUON COMPLEANNO CARO BLOG
Caro blog, ti scrivo per un’occasione speciale. Oggi è il tuo primo compleanno, e non potevo, no, non potevo davvero dimenticarmelo. Né esimermi dal farti gli auguri.
Caro blog, un anno di vita è un traguardo importante per un blog. Ricordi quel 10 febbraio? Mi affacciai in punta di piedi, dentro un paio di calzotte colorate, bussai e chiesi permesso alla blogosfera. Ero l’ultima di centomila blogger, che soggezione!
Tu mi hai teso la mano, io ci ho messo la mia, oltre che le punte dei piedi e cominciai a scrivere… pubblicamente.
Sperando segretamente, per un pudore mai completamente vinto, che non mi leggessero poi in tanti…. Cosa che in effetti si è più o meno verificata. Pochi ma buoni amici. E va bene così.
Caro blog, devo dirti però, che dopo il glorioso inizio, non è che mi hai aiutato molto. Non mi hai mai spiegato cos’è che devo scrivere fra le tue pagine web. Così finisco che ci riverso di tutto.
Dalle improbabili quanto veritiere avventure di Pinco e Pallina.
Alle impressioni di viaggio fra le pagine e in compagnia di un libro.
Al dolore dato da un’esperienza personale, da una fiducia mal riposta, dall’inevitabile sofferenza che non puoi alleviare.
Alle avventure, emozionanti come poche, nell’universo della normalità che mi accompagna.
Ai tentativi ingenui di descrivere meravigliose, fantastiche scenografie naturali.
Alla banalità del quotidiano vista con gli occhi dell’allegria.
A qualcuna delle tante persone che incontriamo ogni giorno.
Ai pochi, per scelta, fatti di cronaca, dolorosi e veri.
Insomma, mio caro blog, lo vedi come sei dispersivo? Tu non mi dai una mano e io finisco per scrivere di tutto. E, in sostanza, di niente.
Ma perché non riesci a indirizzarmi? Anche tu ne guadagneresti in identità. Non vuoi che ti si chiami in un modo definito?
Che so, se mi lasciassi scrivere solo dei miei pensieri più intimi, magari ti trasformeresti in un autentico diario, in cui mettere a nudo completamente la mia anima.
Oppure potresti dedicarti, che so, all’ecologia, alla cronaca, agli aforismi, alla pura e semplice filosofia. Un diario a tema, impegnato.
Oppure ancora potresti essere solo un ricettacolo di racconti, fantasia pura.
Perché essere così dispersivo?
Perché io sono così, hai ragione. E di conseguenza lo sei pure tu. Perché io mi guardo attorno e vedo tante cose e tutte sono belle e interessanti e coinvolgenti, anche le più brutte. Perché tutte mi prendono l’anima. E se mi prendono l’anima io a qualcuno lo devo pur dire.
Così lo dico a te.
Cosa importa se sono sconclusionata, se non seguo un filo conduttore, se parlo di me e non dico niente, se parlo del mondo e non riesco a dire quanto lo amo.
Cosa importa se ciò che scrivo interessa a pochi, quei pochi sono miei amici.
Lo sai che io sono strana. Non te ne sei accorto, in un anno intero?
Io ti voglio bene, caro blog, e ti ho fatto una torta. Ha una grossa candelina in mezzo. Un candelotto, ecco. Una dinamite la cui miccia è ancora accesa perché ha così tanta voglia di esplodere che alla fine non esplode mai. Ma minaccia sempre, bonariamente, di farlo.
Caro blog, l’ultima dei centomila è sempre l’ultima. Su questo non ci piove. Ma quest’ultimo anno è stato emozionante.
Quest’anno in cui ho conosciuto tante persone, ho fissato fra le tue pagine momenti speciali, quest’anno in cui la ruota del tempo ha girato, come sempre, macinando fatti, persone, sentimenti, lacrime e sorrisi.
In quest’anno tu sei cresciuto insieme a me. Nella nostra allegra confusione, nella mancanza di identità, rimarremo sempre gli ultimi fra centomila. Ma chi se ne importa. Io, te, e i nostri amici lettori, siamo gente speciale.
Oh, sì.
09/02/2006
READING...OVVERO, INCONTRI CULTURALI DEL TERZO TIPO
Io ci avevo provato a negarmi, a glissare, a schernirmi, ma l’uomo era stato irremovibile.
Diceva:
“Avere una concittadina che porta lustro al paese e non farla neppure conoscere ai compaesani? Non sia mai!!!”.
Ma quale lustro?!!…
“Ma che, scherza?, una scrittrice abita qui in mezzo a noi, lo sa tutta Italia e noi no? Bisogna rimediare.”
Il signor G. è un uomo molto determinato. Sa cosa vuole. Però forse non sa bene cosa dice. In effetti già quando mi chiama scrittrice è in pieno fallo. Ci ho provato a spiegarglielo.
Io non sono una scrittrice. Scrivo. E’ diverso. Il mio nome è finito sui giornali per via del concorso Intimità, ma è un caso…
“Appunto, lo dicevo, è una scrittrice. Allora io farei così, per farla conoscere agli altri…. Ma lo sa che nessuno sapeva di lei, qui nei paraggi?”
E lo so, sì. Da 15 anni abito in questa piccola frazione del bellunese e sono riuscita a rendermi invisibile, esattamente come volevo. A parte gli stretti vicini di casa, buongiorno e buonasera, non conosco nessuno nemmeno io. Non è per presunzione, per creare le distanze, ma per puro e semplice pudore. Ho cercato di tenermi stretti i fatti miei, per non disperderli tra queste poche vie. Non mi è sempre riuscito. I posti piccoli sono pettegoli a nord come a sud come ad ogni latitudine. Ma in linea di massima, sì, diciamo che sono una perfetta sconosciuta, in un posto che ancora non si può chiamare nemmeno paese, tanto è piccolo. Una magia.
“Ecco, per farla conoscere, dicevo, e non si può ignorare una celebrità, io direi che possiamo organizzare un incontro culturale per gli anziani. Sa, qui abbiamo un gruppetto molto numeroso. E lei può rappresentare la scintilla per suscitare interesse in coloro, una minoranza sa, che hanno per la testa solo la tombola e la partita a carte.”
Io?!
“Massì!! Ecco, facciamo così. Lei leggerà a questi incontri i suoi racconti. Vedrà che sarà un successo.”
Sì, un successo. La raccolta di pomodori, quelli che mi lanceranno, sarà un successo. Come si può pensare che io, perfetta sconosciuta a casa mia, che non sono nemmeno “una del posto”, che non parlo il dialetto, come si può pensare che io sia più interessante del numero che può dare la cinquina? O del carico a briscola?
Ci ho provato a esternare i miei dubbi, anzi le mie certezze. Lasciamo perdere, pensavo, dicevo, non può funzionare. Bene che vada questi gentili signori se non mi prenderanno a pomodori si addormenteranno. Oppure mi diranno:
“Tasi, l’è drio a vegner fora al tredese, cositta mi fae tombola. Senti tu o no? Stròpate quela boccassa”.
Mi sembra che il significato sia evidente comunque traduco:
“Sta zitta, che sta per venire il tredici, così faccio tombola. Mi ascolti? Chiudi quella boccaccia!”
Insomma, mentre paventavo tutte queste possibilità, ho sentito, incredula, me stessa sospirare:
“Ok. Facciamolo.”
Facciamolo…. Facciamo ‘sta cosa e che Dio me la mandi buona.
Io che leggo i miei racconti in pubblico…
E cosa si legge a persone anziane, ma non dementi (fossero state dementi sarebbe stato più semplice…)? Non mi sembra di avere un gran repertorio. Come faccio a sapere se e cosa può piacere? E poi io non ho l’impostazione da attrice nella voce, ho un timbro monocorde con un tono basso e se qualcuno è anche duro d’orecchie, cosa non improbabile, non capirà niente. E i suoi “Ala dita che?…” (“Che ha detto?…”), creeranno il panico fra quelli che magari ci provano a concentrarsi.
Panico come quello che sento io ora addosso.
Perché ora mi sto recando alla sede del circolo degli anziani. Come un agnello sacrificale. Dopo questa figuraccia sarà meglio fare i bagagli e cercare rifugio altrove. Ci sarà pure nel mondo una casa di ricovero per scrittori falliti e presi a pomodori. Intanto mi tremano le gambe. Il panico del debuttante, l’ansia della prima volta sul palcoscenico. Ho parlato altre volte in pubblico, ma questa è un’altra cosa. Qui non devo insegnare niente. Qui devo cercare di creare uno stimolo. Che responsabilità. Chi mi dà questa autorità, con quali armi affronto questa sfida?
Il mio angelo custode, il signor G. mi accoglie festoso. Per lo meno la sua sicurezza è rassicurante.
Fa un po’ di presentazioni a chi ha voglia di stare a sentirle. Il resto del gruppo è proprio intento alle carte e alla tombola. Non si voltano neppure al mio ingresso. Cominciamo bene.
In tutto saranno una quarantina di persone. Non del tutto anziani, come immaginavo, perfino qualche signora giovane che fa parte del volontariato e si occupa dei rinfreschi.
Arriva in rinforzo una mia collega. Benedizione del Cielo, una sorpresa inaspettata che mi allarga il cuore, mi conforta. Vedo entrare la pettegola del paese. Il cuore si restringe, ma poi si riallarga: siamo generosi , mi farà un po’ di pubblicità se e quando mi servirà.
Il signor G. richiama l’attenzione, interrompe i giochi. Mi presenta ufficialmente e legge un mio breve curriculum. Lo ammetto. Ruffianamente ho sottolineato nel curriculum la mia ascendenza locale. Predispone meglio.
Mi lasciano il posto e la parola.
Sono ad un tavolino quadrato d’osteria, spalle al muro, circondata da gente seduta ovunque, su panche e ad altri tavolini. Non so contare le paia di occhi che mi fissano. Ma guardando quei volti rugosi, gli sguardi attenti, le espressioni d’attesa, capisco di avere scelto bene il programma. Sono persone semplici, che amano le cose semplici, che vogliono sentire parlare di cose che conoscono. E io, stranamente, ho quello che fa per loro.
Perché oggi, mentre cercavo con affanno qualcosa che poteva interessargli, mi sono resa conto di come la permanenza in questi luoghi mi abbia dato lo spunto per molte storielle semplici, quasi delle favolette, ambientate in zone di montagna, o nei boschi, storie che parlano di animali e di contatto con la natura. Storie semplici, appunto, senza pretese. Come me, dopo tutto. Sì, forse ho proprio quello che fa per loro.
Cambio mentalmente la scaletta originale, scelgo un racconto che non ero sicura di voler proporre, e comincio a narrare.
Cala un educato silenzio colmo d’aspettativa.
Non ho microfono, devo sforzarmi di alzare la voce, che pure mi trema un po’.
Racconto la storia di un giovane pastore che porta al pascolo le sue pecore, e durante il tragitto ne smarrisce una, il montone più stupido e ostinato che abbia mai avuto. E racconto di come nell’andarlo a cercare il pastore cade lungo il sentiero e finisce appeso a una radice. Descrivo i suoi vani tentativi di issarsi sul sentiero, i rischi che corre rimanendo appeso lì, i rumori e il buio della notte nel bosco. Racconto del vano tentativo di lanciare una corda, che cade a mezzo metro dall’appiglio che può essere la sua salvezza. E infine racconto di come all’alba, quando ormai per il giovane sembra finita, il montone accorre, e nella sua ottusità animale decide che è meglio salvarlo, il suo padrone, perchè litigare con lui è molto più divertente che restare liberi senza di lui.
Risata liberatoria, un applauso, la gente sorride. Sono contenti, loro, e io pure.
Passo al secondo racconto, un’altra favola, che mi sta molto a cuore.
La storia dell’amicizia impossibile tra un lupo e un bambino. Un amore che nasce nel bosco, dove il bimbo si è perso, e dove incontra il lupo che lo adotta. La storia di un amore diverso, ma reale, che secondo me potrebbe accadere davvero. Perché lupo e bambino sono due anime innocenti, pulite, si rispettano, vanno oltre le diversità. Sono gli altri, i cosiddetti umani che non capiscono. E difatti uccidono il lupo, che cade fra le braccia del bambino e s’inzuppa delle sue lacrime, lo uccidono perché non possono neppure immaginarlo un amore così.
Ogni volta che rileggo questo racconto mi stupisco della cecità dell’uomo. Per me è evidente che il lupo vuole bene al bambino, lo accudisce e lo protegge, hanno vissuto insieme per due mesi… e ogni volta, sempre, mi prende il nodo alla gola per la sorte dell’animale.
Per fortuna stavolta sono riuscita a trattenere l’emozione. Solo un piccolo groppo alla fine, subito ingoiato, un’incrinatura della voce… giusto un filo.
Altro applauso, s’intrecciano i commenti, i più (quelli delle carte) borbottano fra di loro, magari si stanno chiedendo quando finirà ‘sta storia…. Ma altri mi circondano, mi fanno domande, complimenti…. Mi arriva un coloratissimo mazzo di fiori che mi lascia senza parole e mi riempie di emozione, e in uno slancio di empatia per queste brave persone dedico loro lo sprint finale, il post dedicato ai grandi vecchi…
Nessuno di loro è un grande vecchio, me lo posso permettere… Il più anziano mi racconta orgoglioso di avere 87 anni e di dilettarsi anch’egli di scrittura “satirica”, nel senso di caricaturale, tutta dialettale. Tanto di cappello, penso ammirata. Io non sarò così lucida e fresca a 87 anni.
Anche il post suscita consensi, a quanto pare. E questo è tutto.
Proprio ora che avrei continuato all’infinito, fino a perdere la voce…
Finisce a tarallucci e vino. O meglio, a tè e biscotti. Poi riprende la tombola, il primo numero estratto è il 56.
Scambio ancora qualche frase di circostanza, mentre la pettegola sta facendo spudoratamente il terzo grado alla mia collega. Si parla di altri incontri, questo è stato così bello… organizziamone ancora dai…
Saluto tutti, raccolgo la cartellina con i racconti, il mio stupendo mazzo di fiori gialli e arancione, che non assomiglia minimante a pomodori marci, e mi avvio, a piedi, verso casa.
E’ stato un pomeriggio splendido.
03/02/2006
STRANE ABITUDINI
Un po’ in ritardo, lo ammetto, e per capirne le cause bisogna leggere il post più sotto…
Un po’ in ritardo dicevo, ma colgo la palla che mi passa il buon (buono?!…) Cletus per cercare di spiegare al mondo, questo mio mondo composto da una decina di lettori, quali sono le mie cinque strane abitudini. Chissà poi perché devono essere proprio cinque. Potrebbero essercene di più o di meno. E poi come si fa a capire che sono "strane" quando per te sono normali? Chi è che stabilisce la stranezza della cosa? Mah!! Mandare in giro per la blogosfera questi giochini è secondo me già un’abitudine molto più strana della mia abitudine più strana. E difatti mi asterrò dal passare la patata bollente ad altri poveracci che andrebbero in ansia come già ci sono io… Però se qualcuno ci tiene, è invitato d’ufficio a proseguire questa insolita catena di S.Antonio…
1) La mia prima strana abitudine è quella di mangiare sempre, al termine del pasto, un pezzetto di cioccolata. Perché strana? Perché per motivi fisiologici e a causa del progressivo incedere dell’età, i miei pasti sono quasi di tipo geriatrico. Minestrina a parte, che farà bene, ma fa anche un po’ orrore, quando riesco a pranzare o a cenare decentemente deve trattarsi di cosette digeribili e in modica quantità. Gli occhi, le papille gustative, le narici, quelli non invecchiano, è risaputo, e si mangerebbero tutto un menu di nozze senza fiatare (da queste parti si dice che si hanno gli occhi più grandi della pancia, come i girini). E’ lo stomaco la pecora nera, l’anello marcio della catena digestiva. Perciò poche cose e sane, o in alternativa golose e poche. Ma la cioccolata è la sana eccezione che conferma la regola. Perché dopo avere ingurgitato la minestrina (sempre lei!), avere evitato con dolore il pane e la sua mollica in quantità industriali, aver rimediato alle carenze con frutta che dovrebbe essere fresca ma che poi compri già marcia o rinsecchita, ecco che ti manca qualcosa. Un vuoto. Quel certo non so che. Quell’odore e quel colore e quel gusto che… insomma, la cioccolata. Che dopo il pasto non alza nemmeno la glicemia. Che si è scoperto non ingrassa neanche. Che contiene sostanze euforizzanti e afrodisiache innalzanti il buonumore e... bè, non occorre dire tutto. Come si può definirla una strana abitudine, questa?… Io direi che è sana, sanissima abitudine.
2) Una ben strana abitudine invece è quella di voler procedere il più possibile con ordine. Se sul lavoro c’è il caos, bisogna prima riordinare. Il mare tempestoso e incomprensibile della burocrazia, soprattutto, è qualcosa che mi crea un’angoscia senza scampo, come al signor K. ne Il processo, di Kafka. Solo che io ho non sono così rassegnata… Io combatto. Non posso agire, non posso fare nulla se prima non è tutto in ordine, schedato, chiaro e funzionale. Ciò che è incomprensibile o superfluo, via!, nella pattumiera. Nel riciclo della carta. Ovunque, ma fuori dai piedi. Ciò comunque non m’impedisce di farmi ugualmente in quattro. Anzi, poiché mi prendo l’incarico di fare ordine, direi che mi faccio anche in otto. Anche in altre circostanze, a casa, per esempio. O nei pensieri solitamente confusi che mi si affollano in testa, creando una tale cefalea… Per forza, da soli sono allo sbando, continuano a sbattere di qua e di là senza arrivare a niente, e quindi devo provvedere a disciplinarli. Ci devo mettere un semaforo, o un vigile, qualcosa insomma che riordini. Solo allora potrò capirci qualcosa e risolvere la cefalea senza la Cibalgina.. Ma, naturalmente, la follia è sempre in agguato, interviene di tanto in tanto e sovverte il mio ordine, di cui si fa un emerito baffo. Per fortuna.
3) Ho una strana, insana abitudine. Quella di dare fiducia alla gente e credere a quanto mi si racconta. Al giorno d’oggi si diffida di tutto e di tutti, si rinuncia al dialogo e si fa ognuno di testa propria. Ahimè, io invece sono del genere "cocciutus cecatus", procedo a testa bassa e mi guardo poco alle spalle. Nel senso che non so vedere la malizia, la cattiveria. Nel senso che sono totalmente incapace di credere che chi mi fa il sorriso poi possa pugnalarmi a tradimento. Io non ci credo. E quando lo scopro dico no?!? Sul serio??? Insomma, parafrasando Povia, i cretini fanno oohh!! E poi se un amico mi dice che sono sbarcati i plutoniani dietro casa con un badile per spalarmi via la neve, io ci credo, e metto su il caffè, o la cioccolata calda, o il tè, perché poverini, verranno pure da Plutone, ma dopo tutto il giorno sulla neve saranno intirizziti. Credo a tutto, o quasi, anche quando il senso della ragione o l’istinto, mi dicono stop, sveglia!… Credo nella buona fede delle persone anche se me le vedo davanti con la pistola puntata contro il mio cuore. Al massimo ripulisco il sangue, incredula, ci metto un cerotto e ricomincio. Perché tra l’altro non imparo nulla. Dov’è il problema? Il problema è solo che questa strana, insolita abitudine, mi fa passare per idiota. Anche con i plutoniani.
4) E i libri? Che bella e strana abitudine questa... Non si può cominciare un libro se prima non si finisce di leggere l’altro. E tra una e l’altra storia deve passare un periodo refrattario. Forse a causa dell’abitudine numero 2, per quella tendenza a fare ordine, devo mettere le storie in compartimenti stagni. Se per sbaglio si confondono gli intrecci narrativi, sono guai. Se Renzo e Lucia si ritrovano in un giallo della Cronwell, finisce che non si sposano più, ma si ritrovano sezionati su un lettino d’obitorio dalla brava e indefessa Kay Scarpetta. O se il buon Herzog (il mio ultimo amore…) incontra L’Illuminata della Carrano, la prima donna laureata in Italia (Europa?), finisce che i due intellettuali discettano di filosofia e si scordano che uomo e donna fanno anche l’amore, talvolta. Insomma, le cose si farebbero molto serie se non procedessi con un libro per volta. Mi toccherebbe andare dallo psichiatra, non distinguerei più la realtà in cui vivo io da quella dei miei amici personaggi di carta. Di certo quella di entrare e uscire dal manicomio non voglio farla diventare una strana (ih ih ih, risatina psichiatrica…) abitudine.
5) E infine, ma solo perché sono arrivata all’abitudine numero 5, lo voglio proprio confessare. Di solito mi guardo allo specchio. E quello che è peggio, oltre che guardarmi, è che mi strizzo l’occhio. Vedo e conto tutti i miei difetti, li allineo in fila per due e mi sorrido. Così alla lista aggiungo i denti storti e la cicatrice sul labbro. E scopro le due rughe del buonumore intorno agli occhi. E mi si arriccia il naso nel ghigno. Ma io sorrido e saluto quell’estranea lì di fronte. Perché le voglio bene. Perché credo che un’altra non ci sia di uguale. Fortunatamente per il mondo. Le sorrido perché mi porta fortuna, perché una sorella non ce l’ho, perché sa vedere la vita con il disincanto che a volte a me manca e con l’ironia che ci accomuna entrambe. Io non la chiamerei una strana abitudine. Io, semmai, chiamerei lo psichiatra di cui sopra.