31/01/2006

24 ORE

Dunque. Una giornata per convenzione è divisa in 24 ore. Sono tante 24 ore, si potrebbero fare molte cose. Ma.

8 ore bisogna spenderle sul posto di lavoro. Per forza. Vogliamo campare no? Mettiamo in conto anche l’andata e il ritorno dal luogo deputato alla bisogna, l’immancabile, forzato e indesiderato straordinario, e diventano subito 8 ore e 45 minuti. 45 minuti in meno di vita, per la precisione. Il lavoro non nobilita l’uomo: lo divora.

8 ore, almeno, bisogna dormirle. Dose Minima Raccomandata (DMR). Certo, variabile ad personam. A me per esempio ne occorrono almeno 10, di ore. Che trovarle è un sogno. Letteralmente. Talvolta sono 6, talaltra 3 e perfino un tondo zero... o giù di lì. Il che non mi rende disponibile a fare più cose nel restante arco della giornata, ma a fare peggio quelle che comunque già svolgo normalmente. Ad ogni modo, atteniamoci alla DMR e conteggiamo le 8 ore canoniche. Abbiamo già consumato 16 ore e ¾ della nostra esistenza.

2/3 del giorno.

2 ore se ne vanno per i lavori domestici routinari. Sempre che una se la prenda comoda, rifiutando di farsi schiavizzare dai medesimi. Organizzandoti e suddividendo le incombenze tra te e te stessa  per 7 giorni 7, a questo ritmo riesci a sbrigare quasi tutto e così quando ritorna il lunedì ti stupisci: ma non lo avevo già fatto questo e questo? Non avevo già fatto un numero imprecisato di lavatrici, stirato, lavato i pavimenti, spolverato ecc. ecc.?… Illusione del tempo che fugge. TI SEMBRAVA di avere già fatto. Ma se è ancora tutto come prima, vuol dire che dopo tutto no, non lo avevi fatto. Ovvio. O sbaglio?…

1 ora per la spesa. Se ti accontenti del supermercato vicino a casa. Altrimenti se vai al centro commerciale contane almeno 3. Che comprendono il rallentamento del traffico urbano, l’imbottigliamento dei carrelli nell’interno del super, iper o mega che sia, il tempo per percorrere tutto il suddetto super o iper o mega, in proporzione alla superficie, e la ridistribuzione della spesa medesima (fatta in grande, già che c’eri) nella tua dispensa (così piccola). Media risultante: 1 +3 = 4; 4 : 2 = 2. Conteggiamo 2 ore, per difetto.

A quanto siamo? 16,45 + 2 + 2 = 20 ore e 45.

Meno di 4 ore per il resto. Cioè, quello che hai comprato e che non utilizzi per le pulizie poi devi mangiarlo. Ma qui il tempo è davvero minimo: i surgelati sono una grande invenzione. E santo freezer e santo microonde si sono guadagnati un posto in paradiso e la riconoscenza dell’umanità intera. Se poi in preda ai rimorsi pensi alla salute e decidi di cucinare tu, per comunque ibernare in congelatore cibi genuini, se ne va almeno mezza giornata. Tanto alla fine recuperi con la cottura. 30 minuti di forno sono spesso sufficienti. Meno, col microonde.

Anche gli animali mangiano. Quelli veri, che hai adottato come bambini... Magari fossero peluche. Non ti puoi esimere dallo sfamarli, la LAV ti denuncerebbe subito.

Il gatto si rimpinza più volte al giorno, il cane almeno due. Altri 30 minuti complessivi e me la cavo. In fondo il mangime è già in scatola.

O,30 + 0,30 = 60 minuti = 1 ora.

20, 45 + 1 = 21,45 ore già consumate.

Sale l’angoscia.

1 ora circa devo passarla al telefono. Devo. Le pubbliche relazioni sono fondamentali. 1 ora non è poi molto in un giorno. Se l’interlocutore è latitante da molto tempo, anche 2 ore, o più... E’ un fattore variabile. A volte per esempio il telefono tace. Tempo recuperato, ma con gran dispiacere. Non è mai sprecato, il tempo speso a parlare con un amico. Tanto più se a spese della spesa. Chissenefrega della spesa. Pane e acqua e amicizia. Sì.

22 ore e 45 minuti.

La giornata volge al termine. In 1 ora e 15 che mi rimane devo:

- scrivere lettere, a mano e al pc a persone estremamente interessanti. Il pc non è ancora attrezzato per fare da solo, e la telepatia non è un sistema ancora brevettato per comunicare. Sebbene talvolta ci provi, non sempre mi riesce. Eppure per una bella corrispondenza sarei capace d’inventarmele le ore necessarie…

- Scrivere post. Quando hai l’acqua alla gola e i minuti contati ti vengono tutte le idee di questo mondo. E ti sfuggono, protestano, chiedono di essere messe per iscritto, altrimenti, minacciano, se ne volano via. Le saluto, assai poco rassegnata. Non è giusto, supplico, prima o poi vi accontento, abbiate pazienza… niente da fare. Addio.

- Prevedere gli imprevisti, come i guasti, o il controllo della caldaia tra capo e collo o l’ambulante che ti blocca sulla porta di casa e non ti molla più o… qualsiasi altra cosa che non puoi prevedere perché appunto imprevedibile…

- fare la fila alla posta, dal dottore, ovunque. Il mondo è fatto di file.

- Andare a trovare parenti. E sì, ci rimangono male poverini, se non vai.

- Leggere qualcuno di quei libri che in numero irrazionale t’invadono gli scaffali della libreria, e che continui a comprare anche se non sai dove metterli. I libri sono ancora più incazzati dei parenti. Non sopportano di essere ignorati. E come si fa a spiegargli che tempo per loro proprio non ce n’è? Basteranno 10 minuti rubati alle 8 ore di meritato sonno?

- Terminare il puzzle di 1000 pezzi e/o il quadretto a punto croce cominciato 3 anni fa. Capricci.

Come la voglia di uscire per vetrine, guardare un film o anche sfogliare un giornale per non restare tagliati fuori dal mondo. Se non sto attenta domani ci sono le elezioni e io me ne accorgo a cose fatte perché mi ritrovo capo del governo. Senza neppure campagna elettorale che non ho avuto tempo di farla.

- Scrivere racconti???!! Nemmeno a parlarne. Nei 30 secondi che mi restano non faccio neppure in tempo a pensarci. Ci posso mettere solo il punto finale.

Certo, un sistema per fare tutto ci sarebbe.

Mettere in azione la proprietà commutativa dei numeri, come si diceva sopra. Se tolgo qualcosa là, ci faccio stare qualcos’altro qua. Per dire, se non preparo da mangiare al cane, se non pulisco il bagno e se rinuncio a stirare, faccio saltar fuori il tempo per andare al cinema o ad un concerto.

Se mi accontento dei surgelati dell’iper ci scappano un paio di lettere.

E via di questo passo.

Ma è un po’ dura. Perché 24 ore sono davvero pochine, in fondo, e per giunta così rigide che a spintonare qua e là ci si ritrova con il fiato corto e i gomiti doloranti.

 E adesso…E’ scaduta la giornata di 24 ore.

Lo sapevo che non mi bastavano, le maledette.

Siamo già a domani.

 

di Ramona 20:02:47 Commenta:

21/01/2006

PREMIO INTIMITA'. I RISULTATI.

“Pronto?…”

“Buonasera, sono la direttrice di INTIMITA’..”.

Conti un paio di battiti in meno nel ritmo cardiaco. Cogli un pensiero così istantaneo che lo si direbbe inventato: la mente che reclama intima soddisfazione, in quanto da un paio di giorni si era così inchiodata sul premio letterario di INTIMITA’ e sui suoi sospiratissimi, attesissimi, ritardatari risultati, da vantarsi ora di averli sollecitati telepaticamente.

Quasi non osi domandare e difatti il respiro ti si mozza.

“Devo congratularmi con lei. Sono felice di comunicarle che lei si è classificata…”…

L’hai capito subito, in un tempo ancora più veloce del pensiero stesso. Sarà stato il tono di voce, l’allegria un po’ forzata ma cortese, quel certo non so che di materna consolazione…

Seconda.

Ti sei piazzata seconda.

“Per poco, sa? Una manciata di voti!”.

Infiliamo il dito nella piaga e rigiriamolo pure.

Seconda.

Per poco.

La delusione è palpabile, ma la cara signora è una forza confortante. Diamo la parola ai numeri. E chiedo scusa se sono all’insegna del pressapochismo, li riporto con l’approssimazione con cui mi sono stati riferiti. Se mai ne dovessi avere precisazioni, non mancherò di riportarle.

I numeri.

Oltre 700 i racconti inviati al concorso, che era a carattere nazionale.

Circa 5300 le preferenze espresse nei confronti del tuo racconto, intitolato RENZO, LUCIA E IL PERDONO.

Circa 300 i voti di scarto dal primo classificato.

Oltre un migliaio lo scarto dal terzo classificato e tra il terzo e il quarto.

Dovendo tradurre il tutto, ripete ragionevole la buona signora, si tratta comunque di una grossa soddisfazione. E’ pur sempre un secondo posto su centinaia! E’ stata una lotta fino all’ultimo voto, lo scarto è minimo rapportato alle migliaia di voti. E la giuria selezionatrice, ribadisce per l’ennesima volta, è composta da gente autorevole, che ti ha scelto tra tanti, tantissimi…

Un po’ alla volta queste parole scavano nella cortina dell’inevitabile amarezza e fanno breccia, com’era nelle loro intenzioni.

Tutto vero.

E’ un grosso risultato, a guardarlo da una certa prospettiva. Come no.

Però quando arrivi ad un passo dal traguardo, e lì sei costretta allo stop, ti brucia.

Perché per tutto questo tempo ti sei obbligata a volare basso.

Ci hai sognato su, ma non ci hai sperato, almeno ufficialmente. Così in caso di tonfo non ti fai male, no?

Tuttavia… chi poteva impedire a quell’egocentrico del tuo inconscio di contare sul colpaccio?

Chi poteva impedirti di desiderare con tutta l’anima di poter regalare quella meritata soddisfazione a tutta la gente che ha creduto in te, per amicizia, amore, apprezzamento, o solo per vincere il premio legato al votante che indovina il vincitore?…

Chi poteva fare a meno di pensare che chissà, magari da cosa nasce cosa, e un domani il tuo mestiere sarebbe stato un altro?

Non c’era modo di difendersi. Anche schernirsi dall’affetto della gente, eludere le richieste ansiose (“E allora, hai vinto?”) non  serviva a nulla. Ci speravi. Punto.

D’accordo, è andata così. Qualcun altro è stato più meritevole. Non è la prima volta. E del resto in altre occasioni la più meritevole sei stata tu… Una volta per uno.

Ma dai, sei seconda, mica settecentesima…

Ma dai, anche alle olimpiadi danno una medaglia d’argento ai secondi.

Ma dai, che va bene così.

Pensa che più di 5000 persone hanno votato per te.

Cinquemila  sconosciuti, se togli quella cinquantina di fedelissimi a cui sei riuscita di risalire.

Non è da ridere, sai? Tu li conosci? No. Non ne conosci la faccia né il nome. Sai solo che in tutto il Paese, di solito lacerato da tanti contrasti, 5000 persone di ogni città, regione, frazione, a nord come a sud, al centro come sulle isole hanno trovato un denominatore comune. Che ha li ha messi d’accordo nonostante le differenze socio-economiche-culturali, e anche se alle elezioni voteranno 5000 partiti diversi. Questo filo conduttore che li ha legati insieme è stato il tuo racconto. Poche paginette di semplici parole infilate una dietro l’altra, che evidentemente hanno toccato un punto sensibile comune a tutti.

Migliaia di persone.

Una forza tremenda.

Che di te ignora tutto, a parte un nome che non dice nulla e non può dire nulla, perché non è famoso.

Che di te sa solo che hai scritto una cosa bella.

Non è così da poco. Pensarci fa quasi paura. Ma rallegra il cuore.

E poi non è finita così…

Sei invitata a Milano, alla premiazione. Sì, per vedere premiata un’altra… No, c’è qualcosa anche per te. Un premio simbolico ma che ha il suo peso. Come la medaglia d’argento olimpionica. E poi  sarà presente la giuria, la scrittrice Maria Venturi, che ha letto e apprezzato il tuo lavoro, e il presentatore Paolo Limiti, che ha fatto lo stesso… Per lo meno una stretta di mano te la daranno, no? E poi il servizio sulla rivista, ti dicono, e di nuovo la tua faccia comparirà sui quotidiani e la gente ancora ti indicherà e ti dirà: “Io ti avevo votato, accidenti!!” Be’, dai, non diranno proprio così. Diranno “Che peccato. Ma sei stata brava lo stesso. Riprovaci.”

 

 

Lo spero. Spero di non aver deluso nessuno. Io ho tentato. Non so se avrei potuto fare meglio o se questo è effettivamente il massimo che posso rendere. Ma cosa importa, dopo tutto? L’ondata di solidarietà e di popolarità che questa vicenda mi ha regalato, vale più di mille premi.

Da questa pagina virtuale mando un bacio a tutti coloro che mi hanno sostenuta, che mi hanno votata, che mi hanno reclamizzata, che mi hanno dimostrato affetto. Un semplice grazie non potrà bastare, e allora insieme ci metto anche un abbraccio, che li comprenda tutti. Tutti e 5000 e rotti.

Vi voglio bene.

Grazie.

 

 

16/01/2006

STORIA DI UN AMORE STRAORDINARIO

Ho comprato questo libro, scritto da un certo Carl-Johan Vallgren, attratta dal titolo. Dalla promessa di un amore straordinario, appunto. E’ un periodo così, da un po’ di tempo le storie d’amore straordinarie rappresentano per me il vero nutrimento per anima, cervello e cuore. Qualcosa infatti mi spinge spesso in quella direzione, per lo meno in fatto di libri. (Vedi per esempio qui e qui.)

Non sentivo e non sento il bisogno di un romanzo rosa. Quello che viene raccontato in quel genere di narrazione non è un amore straordinario. Si tratta invece di roba ordinaria, che va sempre a finire bene, che è scontata dall’inizio alla fine e che non ti regala nulla se non un certo senso di stucchevole, deprimente noia. E io con la lettura non voglio annoiarmi.

Ho incontrato questo romanzo in libreria, un mese fa circa. Ne avevo aperto il risvolto di copertina, lo avevo letto e poi ero andata alla cassa con il libro che mi scottava nelle mani, rinunciando per lui ad un altro acquisto pure allettante. L’ho terminato stanotte, a pochi giorni da quando mi sono immersa, in apnea, come sempre, nella storia.

Eccola qua, la storia.

In una notte tempestosa di neve e di gelo, nel bordello di una cittadina situata a nord quanto basta da giustificare l’atmosfera, in un certo anno di inizio 800, nascono, in contemporanea, due bambini. Non sono gemelli, hanno madri diverse, prostitute, e padri sconosciuti.

Il maschio è un atroce scherzo della natura. Orribilmente deforme, idrocefalo, gobbo, con un manto di pelo animale sulla schiena ed una palatoschisi così devastante da far sembrare inevitabile, e atto pietoso, la morte precoce. La bambina è bellissima, angelica, l’esatto contrario. La madre del mostro muore di parto, lui sopravvive contro ogni previsione. I bimbi crescono insieme, nel bordello, e cominciano da subito ad amarsi. Come si amano i bimbi. Lui, Hercule Barfuss, è un nano, quasi privo di braccia, costretto a fare tutto con i piedi, sia pure in modo straordinariamente agile. E’ privo anche di orecchie e di canale uditivo, ha la lingua biforcuta come quella di un serpente, non può parlare, è sordomuto, e sul suo corpo sono sparsi decine di bitorzoli orribili. Ma ha un dono insospettato. Comunica col pensiero. Legge nel pensiero e con il pensiero parla. Ma solo con chi vuole lui. E la piccola Henriette è la sua amica e confidente unica, per il momento.

Da un certo punto in avanti accadono una marea di disgrazie. I due sono separati con la forza. Il piccolo mostro, a causa delle deformazioni ma anche del suo incredibile dono, viene perseguitato da chiunque, internato, picchiato, quasi ucciso. Poi salvato, poi di nuovo inseguito e così via. Impara a suonare l’organo con i piedi e a nascondersi per salvarsi. Ma per tutto il tempo rincorre Henriette, la cerca disperatamente, il suo unico amore, sua ragione di vita.

Dopo una serie incredibile di peripezie, al limite delle forze, la trova. Anche lei ha avute molte traversie e ora è sposa di un nobile, buono e innamorato. Ma tra i due giovani si riattizza quello che già c’era, che è sempre stato. A dispetto dell’orribile figura da mostro di Hercule, lei, assurdamente bella, ne diviene l’amante. La coppia si ricompone, si ama, si comprende, si coccola, di nascosto al barone, che non può neppure concepire una tale realtà. La felicità è estrema, ma come ogni cosa non può durare.

Mi fermo qui. Per conoscere il resto, è bene leggere il libro.

Ho due opinioni del romanzo.

Per quanto riguarda la scrittura, è semplice, scorrevole, si legge facilmente.

Sulla struttura non sono molto d’accordo. L’incipit infatti, come la chiusura, è una lettera che il pronipote del protagonista scrive, ai giorni nostri, ad una lontana parente, anch’essa erede del mostro e anch’essa, come lo stesso nipote, dotata di telepatia, il dono trasmesso in via recessiva ai discendenti del nano. In questa lettera si racconteranno le vicende finali di Hercule Barfuss, in un sunto tiranno e insipido. Per conto mio avrei evitato inizio e fine di questo genere. Avrei piuttosto scritto un seguito più completo, un altro romanzo. Perché tutto sommato al giovane mostro ci si affeziona e si avrebbe voglia di seguirlo ancora nelle sue avventure.

Ci sono poi anche alcuni punti che sembrano dati per scontati, ma che avrebbero meritato un approfondimento narrativo, perché il lettore si ritrova con la sensazione di essere stato privato di qualcosa. Di essere stato imbrogliato.

Diciamola tutta. Ci si chiede, per esempio, come possa materialmente compiersi l’atto d’amore tra due persone che si amano alla follia, sì, che si sono cercate per tutta la vita, sì, ma che sono così diverse, verrebbe da dire incompatibili fisicamente. Ricordiamo che lui è un nano alto meno di un metro, senza braccia, col volto lacerato dalla malformazione congenita in un modo descritto “spaventoso” , e la lingua biforcuta. Oltre a tutta un’altra serie di anomalie. Chiedersi come possa amare “praticamente” una donna alta il doppio, “normale”, bella all’estremo (ma quest’ultimo particolare poco importa) è il minimo, senza rischiare di passare per voyeur. Non c’è ombra di queste descrizioni nel libro. Le dà come un fatto scontato. Quasi ci sorvola. E non è giusto.

E poi ci sono altre cose che un lettore attento scoprirà da sé. Punti lasciati in sospeso o non spiegati. Fatti inverosimili pure nell’invenzione.

E allora, vale la pena leggerlo, questo romanzo?

E questa è la mia seconda opinione.

Nonostante tutto, se si tralasciano le questioni tecniche, vale la pena. Vale la pena per ribadire che l’amore va davvero oltre l’apparenza. Che l’amore è donare tutto di sé e accettare tutto dell’altro. Che l’amore smuove le montagne e innalza al cielo. Che procura l’estasi del cuore e del corpo, che non può arrestarsi di fronte all’immagine esteriore. O meglio, che è capace di trasformare ciò che tutti vedono come mostruoso in qualcosa di immensamente attraente e soddisfacente.

Non si può non provare simpatia per questo ragazzo sfortunato. Si arriva perfino a giustificarlo per quanto di tremendo compie dopo, in una cieca vendetta che sa di diabolico, e nonostante si giunga stremati da tanta violenza alla fine del racconto. Che poi fine non è, come si diceva.

L’amore dunque, sempre e solo l’amore, motore del mondo.

Amore fino all’estrema gioia e all’estremo dolore.

Amore esagerato, che riempie.

Amore che fa pensare.

Amore straordinario.

In ultima analisi, era forse solo questo l’intento dello scrittore. Forse ha calcato un po’ troppo la mano. Forse ha tralasciato molte cose. Forse poteva scrivere meglio. Ma di certo, ancora una volta, si è parlato d’amore. E questo, secondo me, non è mai di troppo.

di Ramona 20:15:43 2 Commenti

11/01/2006

PUZZLE, SIRENE ED UNICORNI

Ho davanti a me un puzzle da comporre. Mille tessere, non  molte. Non per una cui piace mettere ordine, dare un senso alle cose, ricostruire il rompicapo per decifrarlo.

Osservo bene il disegno che dovrò ripristinare. Quando mi metto all’opera, ogni volta, guardo il modello, a lungo, solo all’inizio, poi non lo farò più.

La ricostruzione dell’insieme è qualcosa che mi prende l’istinto sopra ad ogni cosa. La razionalità viene dopo, quella che segue il contorno dell’oggetto riprodotto e dice che una certa tessera non può restare accanto a quell’altra perché non combaciano colori e forme. E’ mero istinto quello che mi fa prendere in mano la tessera giusta. E’ come se le mie dita avessero un fiuto speciale. Frugano nel mucchio, cercano, trovano a colpo quasi sicuro. La rientranza un po’ curva ospita la sua prominenza complementare e nessun’altra, per quanto simile… e così via. Non mi serve più guardare l’originale dopo la prima volta.

Istinto e memoria. Logica.

Così ora fisso questo quadro per bene. E m’incanto.

Una piccola sirena bionda è accoccolata sopra uno scoglio, in uno specchio d’acqua, un laghetto. Ha lunghi capelli ricci che le arrivano alla vita, dove comincia la sua coda di pesce. Due conchiglie le ricoprono il giovane busto e ha fiori nei capelli. Un braccio alzato con grazia, la mano ad indicare, a sfiorare, la figura accanto a lei. L’unicorno. Il magico, bianco unicorno. Lo splendido animale è il concentrato dell’eleganza. Ha una zampa piegata per abbassarsi verso la sirenetta, sembra inchinarsi a lei, il muso verso il petto, la criniera fluente e la lunga coda scompigliate graziosamente da una brezza gentile. I due non si toccano, ma sono protesi l’uno verso l’altra. Con fiducia, amicizia. Con amore?…

E c’è una magia in tutto questo.

Lo specchio d’acqua, proprio come lo specchio di vetro, riflette le immagini in modo identico. Ogni filo d’erba, le curve armoniche dei soggetti, i rami degli alberi, i colori…tutto è esatta riproduzione. Tranne i due protagonisti!

Lo scopri solo dopo un po’, perché in realtà sembrano copie perfette. Ma guarda meglio…. La sirena è sì nella stessa posa, il braccio alzato verso l’animale, ma… non ha la coda, ha due gambe vere! Gambe tornite di bimba abituata a correre. Le mantiene disposte nello stesso modo in cui il suo originale mantiene la coda, riposte sotto di sé. E i capelli… i lunghi capelli sono sempre biondi, ma non sono più ricci  e nemmeno mossi. Sono lisci come fili di seta, senza più fiori. Il costume a conchiglia è diventato un semplice bikini che ricopre il seno ancora da venire.

L’unicorno… non è più unicorno. E’ un magnifico stallone senza il corno. Un cavallo senza più poteri, fiero di essere solo un cavallo al servizio della sua amica.

Mettiamola così. Sopra la superficie dell’acqua la magia. Al di sotto la realtà. Ma perché non il contrario? Forse che il mondo incantato del mito, quello che noi consideriamo tale, è invece quello reale? Forse che noi esseri vivi e tangibili siamo invece la parte più irrazionale dell’esistenza, anche se ci riteniamo, falsamente, superiori a stupide credenze? Siamo forse, noi creature “reali”, i riflessi di un altro universo creato, parallelo al nostro?

L’effetto pittorico è di quelli che ti lascia a bocca aperta, i particolari precisissimi. Lo sfondo è tutto verde e azzurro, cielo, acqua, alberi in fiore, raggi di sole filtrati dai rami e in lontananza una cascata appena accennata, quasi surreale. Perfino la coda della sirena è verde acceso… un colore riposante, che non aggredisce nonostante sia vivissimo. Il colore che più si aggrada al tuo desiderio di evasione, quello che attribuisci alle fate e ad un mondo che non c’è.

Ma dopo che hai scoperto come uno specchio può non riflettere la realtà fedelmente come credi, noti subito un’altra cosa. Indipendentemente da quale dei due mondi sia vero, quello sopra o quello sotto della superficie liquida, la bimba e l’animale, è evidente, si nutrono di amicizia.

Si fidano dell’altro.

Si vogliono bene, con la semplicità della poesia.

C’è l’innocenza dei bambini, da una parte, e dall’altra l’animale più timido e puro per antonomasia, che la leggenda vuole si lasci avvicinare solo da una vergine. La purezza incontaminata di due anime che, a dispetto dell’immagine mutata, è la stessa delle due figure sotto il pelo dell’acqua. Ne sono sicura.

Così, mi ritrovo a fantasticare sulla storia di un amore, l’amore vero che nasce fra loro senza ombra di dubbio e senza ostacolo alcuno. Vedo la bimba, con le gambe e senza la coda, col suo costume a conchiglia, saltare sulla groppa dell’unicorno, aggrapparsi a quella magica escrescenza e galoppare con lui nei cieli limpidi. E vedo l’unicorno, criniera al vento, nitrire di gioia, felice di quel caldo contatto.

Vorrei essere quella bimba e avere il suo candore.

Vorrei toccare l’unicorno e amarlo.

Vorrei sentire il suo muso vellutato sul mio viso, in una carezza dolcissima.

Vorrei assaporarne l’innocenza e la potenza.

E farmi trasportare sulle infinite vie dell’universo, là dove s’intrecciano con la fantasia.

Rammento d’un tratto il titolo del quadro: If I were a Mermaid and you were a Unicorn (se io fossi una sirena e tu un unicorno). E non occorre aggiungere null’altro al sogno.

Invece sospiro, ripongo il disegno per l’ultima volta.

Il meraviglioso mondo di sirene e unicorni lo costruirò da me, così come costruisco la mia vita di tutti i giorni. Tessera dopo tessera. Con pazienza ed emozione. Inseguendo i sogni. 

Ma in ognuno di quei mille pezzi, lo giuro, ci sarà un po’ di me.

 

L’autore del quadro si chiama Jim Warren. E’ straordinario come riesce a fondere la natura con l’irrealtà, il vero con l’arcano. Sirene e unicorni sono soggetti ritratti di frequente, come altri appartenenti al fantastico. I colori che usa sono vivaci, schietti, i soggetti mantengono contorni precisi anche quando sfumano o si trasformano.

Il suo è un mondo magico, ma che potresti definire vero per l’accuratezza dei particolari.

A me i suoi quadri sembrano fotografie: fotografie di sogni.

 Si può ammirare qualcosa, per avere un’idea, qui.

di Ramona 11:48:38 5 Commenti

10/01/2006

DICONO DI ME...

Sei bassotta…   Su, non sei una nana.

Guarda, non ti si può definire bella.  Dài, che non sei brutta!

Sei così simpatica!     Non ti posso soffrire.     

Non sei grassa.     Certo che magra non sei.

Hai sempre la parola giusta per tutto.  Spari di quelle cazzate...

Sei ironica, mi fai ridere!!        Sei troppo malinconica, m’intristisci.

Troppo ottimista, devi cambiare.      Troppo pessimista, devi cambiare.

Sei brava a scrivere.      Metti poco impegno a scrivere.

Pensi troppo.      Se ci pensassi un po’ di più…

Con te si riesce a parlare.      A te non voglio dire niente.

T’interessi troppo degli altri.      Tu degli altri te ne lavi le mani.

Che brava, leggere così tanti libri!!     Ma che cavolo di letture fai?!

Ti voglio bene.        Per me non esisti.

Sei pignoletta e precisina, eh?       Sei fin troppo superficiale.

Tu sì che sei intelligente.   Com’è che sei così dura di comprendonio?

Che bei capelli…     Perché non ti fai un taglio cortissimo?

Se parlassi un po’ meno….     Se ti esprimessi di più….

La tua opinione è sempre interessante.  Chissenefrega di quello che dici tu!

 

ALTRO??!!

di Ramona 12:57:24 6 Commenti

04/01/2006

BEFANA...CHI?

Bene, ci siamo. Domani notte tocca ancora a me. Ormai è questione di ore, poi devo mettermi in viaggio. Ho molta strada da percorrere, e non sono più giovane, mi ci vuole ogni volta un po’ più tempo. La mia scopa dice che non sono mai stata giovane… non è vero, è tutta invidia… Lei sì è nata già vecchia, da un albero magico millenario che ha smarrito il ricordo di quando era un seme. Ma in fondo la mia scopa è simpatica, ci vogliamo bene e andiamo d’accordo. Non potremmo lavorare insieme, da tutti questi secoli, se fosse altrimenti.

L’ho portata all’officina delle scope, per la revisione. Una volta al secolo devo pur farla, se no sai che multa… Un’oliata dappertutto, una regolata ai freni che temo siano difettosi… La mia scopa ha il brutto vizio di frenare di colpo, facendomi finire a testa in giù nei camini. Alle volte invece finge solo di frenare e io mi trovo spiaccicata contro un comignolo. Lei dice che il difetto è di fabbrica, colpa dell’albero da cui è nata, ma io penso che lo faccia apposta. E’ dispettosa, la scopa, ma solo per gioco.

Comunque il capo officina in effetti non ci ha trovato nulla di guasto.

Ha controllato i fumi di scarico, che non ci sono, ma lo deve fare per legge, e ha decretato che la scopa è ecologica, quindi merita il bollino blu. Che lei esibisce come una medaglia.

Non ti dico il conto che mi hanno presentato… pare sia colpa dell’euro, ma dal secolo scorso ad oggi è perfino impossibile fare un confronto. Conservo tutte le note spese, prima o poi qualcuno mi rifonderà.

Alla fine tutto è pronto e domani sera viaggeremo.

Il lavoro è di quelli tosti. Ho ricevuto montagne di letterine dai bambini di tutta Italia. Tutti vogliono il regalino. Il mio sacco sarà pesante, ma lo porterò con baldanza, perché so che farò contenti tutti.

C’è chi mi esorta a smettere, mi consigliano di ritirarmi, di andare in pensione, insomma, perché ormai sono troppo vecchia e, dicono, non ce la faccio più, non sto al passo coi tempi. Ma io mi rifiuto di chiudermi in una casa di riposo, almeno per ora.

Fino a che il governo incentiva a rimandare l’età pensionabile io mi associo al premier e persisto.

Fino a che l’euro non rincarerà troppo il costo dei giocattoli e le mie finanze quindi riusciranno a coprire il fabbisogno, io andrò avanti imperterrita.

La fatica? Sì, certo, quella c’è. Cosa vuoi, mica è uno scherzo volare in sella ad una scopa matta che ogni tanto s’ingolfa, o fa finta, e mi fa fare le acrobazie più spericolate in mezzo alle stelle… E poi, scendere in tutti quei camini, e poi risalire, e dove non c’è il camino forzare la finestra, come una ladra… Insomma, sì, ci vuole un po’ di esercizio fisico che reperire alla mia età è un’impresa ardua. Ma durante l’anno vado in palestra, faccio step e sollevamento pesi. Così il sacco non mi pesa più di tanto e le arrampicate nemmeno.

In fondo si tratta del lavoro di una notte sola. E per giunta non esco dai confini di questo paese. Quei poveracci dei miei parenti più stretti, Babbo Natale, San Nicolò e Santa Klaus, hanno un da fare più grosso del mio e più impegnativo. Con slitte trainate da asini, o renne, o magari cani, devono fare il giro del mondo, chi più chi meno, in poche ore. Per questo sono meglio attrezzati. Le slitte sono più comode. Questa scopa invece, ha un design antiquato, e quanto a comodità lascia a desiderare. Ne ho vista una firmata Giuggiaro che mi allettava molto… dinamica, aerospaziale, moderna. Ma il solo pensiero ha fatto sgorgare una lacrimuccia dalle saggine della mia ramazza e così ho accantonato il pensiero. La mia amica è insostituibile, anche con tutti i suoi difetti e i suoi dispetti. Io e lei bastiamo per il lavoro di una notte.

Basta equipaggiarsi bene.

Non è vero che sono antiquata.

Ecco, per esempio, questa volta dico addio al fazzoletto in testa. Sono indecisa se comprare un casco o essere più trendy, con un cappellino elegante. E lo scialle ormai tutto stracciato lo sostituirò con una bella sciarpa variopinta. Le calze no. Le calze sono sempre le stesse. Non le cambio mai. Non le lavo mai per non sciuparle...

Qualcosa di caldo però ci vuole, perché, qui, ragazzi miei, fa molto freddo…

Devo ricordarmi di promuovere una mozione al parlamento. Se il mio unico giorno di lavoro fosse in estate, non mi dispiacerebbe. Vento caldo nei capelli, caminetti spenti, e il mio vestito di stracci sarebbe più che sufficiente… Ma poi dovrei fare a meno delle calze….

Vabbè, dai, restiamo così. L’antiinfluenzale l’ho fatta. M’imbacucco bene, inforco gli occhiali, chè non ci vedo molto bene di notte, e poi vado. La mia amica ruggisce in silenzio, scalda il motore ecologico e via!!

Bambini e grandi buoni (uh, che pochi!! Visti i tanti cattivi consumerò le scorte di carbone…), aspettatemi.

STO ARRIVANDOOO…..

di Ramona 13:18:09 8 Commenti

02/01/2006

A SEBASTIANO

Eri venuto per divertirti. Con la fresca energia dei tuoi pochi anni, non riuscivi a stare fermo in macchina, allegro, eccitato. La scuola un ricordo lontano, i compiti qualcosa di astratto di là da venire.

Ci sarà la neve lassù, diceva il papà. Ci divertiremo, andremo a sciare con lo zio e i cuginetti. A mezzanotte accenderemo i botti, vedrai che meraviglia. Poi chiameremo la mamma, a casa, le faremo gli auguri, e dopo a nanna. Ché sei ancora piccolo, non puoi fare troppo tardi. Ma domani, sì, domani di nuovo sulle piste e ci sarà il sole che incendierà la neve e ti colorerà le guance. Una cioccolata calda, un pupazzo con una carota per naso e il cappello dello zio in testa, e prendersi a palle di neve…

Il tuo papà è un po’ bambino anche lui.

Guarda quante cose ti aveva promesso.

E ci credeva, perché anche per lui doveva essere una vacanza speciale. Un momento di riflessione e di relax, ma anche di divertimento puerile, perché no? Perché negarselo, quando la vita ti concede con una mano e ti toglie con l’altra?

Ma questi sono discorsi fumosi, da grandi, incomprensibili per un bimbo di sei anni. Un bimbo che però sa contare, conosce i giorni della settimana e sa quando la bianca avventura deve finire.

Una settimana di vacanza, anche meno, poi tutto sarebbe tornato come prima. All’arrivo della Befana, caro il mio piccolo, dovevi trovarti nel tuo lettino di tutto l’anno, se no lei non ti avrebbe trovato. E non si può fare aspettare la vecchina amica dei bambini, né la si può fare ammattire mandandola in cerca di te che sei chissà dove. Un po’ di rispetto per gli anziani, perdinci!

La calza è appesa al caminetto di un’abitazione accogliente e calda di vita, non a quello di una casa vuota che vive solo per pochi giorni.

Il caminetto….

Forse il caminetto si è offeso per questo sgarbo. Forse anche il vecchio caminetto della casa di vacanza avrebbe voluto, per una volta, agghindarsi con la calza per la Befana e conoscere la vecchia e  la sua scopa volante. Altrimenti perché avrebbe dovuto diventare così cattivo?…

Tu e i fratelli, i cugini, il papà e lo zio avete atteso la mezzanotte, come fa tutto il mondo in questa notte speciale che è l’ultima di un anno moribondo. Avete acceso i botti, quelli buoni, quelli che non fanno paura. E la tua bocca era un tondo O di meraviglia, e nei tuoi occhi  le stesse scintille dei fuochi. Il cielo di Cortina era tutto dipinto, la neve si tingeva di mille colori. Un po’ di puzza di polvere da sparo, nell’aria, il mite prezzo da pagare per uno spettacolo incantato. E tu ridevi, piccolo, e battevi le mani, fra i fiocchi di neve, e dicevi al papà: anch’io, fammi provare!  Ma il papà non ti faceva provare, perché sei troppo piccolo. Cresci ancora un po’, mangia pastasciutta che diventi grande, poi ne riparliamo.

Tutti ridevano, gli adulti con una bottiglia in mano, i figli masticando il panettone .

Poi l’ora di andare a dormire, sotto le palpebre ancora le luci, i colori, sulle labbra un sorriso insieme allo sbadiglio, a conclusione di una giornata bella ma faticosa. I tuoi pensieri ingenui, bimbo, non arrivano al di là del domani. Non possono fare previsioni per il futuro, né bilanci per il passato, come si fa di solito a Capodanno. Tu sei stanco, eccitato, ma domani ti aspetta la pista. Buonanotte a tutti, papà, zio. A tutti un bacio.

Il caminetto non regge a tanta gioia. Felice di scaldare i cuori e i corpi, irritato che la cosa sarebbe durata così poco, voglioso di conoscere la Befana. Un rutto trattenuto, una favilla vomitata, mal digerita, sputata sul vecchio tappeto. Il quale non si fa pregare e si sacrifica, in una notte di freddo e neve, per portare calore. Un calore eccessivo, esagerato. Mortale. Brucia, il tappeto, in un attimo. Gli oggetti intorno vengono contagiati, le pareti stesse, di legno montano, arrossiscono, ardono, si distruggono. Qualcosa però non arde come dovrebbe. Qualcosa si consuma lentamente ed emana gas venefico. E d’improvviso è fumo. Nero. Acre. Tossico.

Fumo che sveglia di colpo adulti e bambini, getta ognuno nel panico. Semina terrore e morte. Chi si butta dalla finestra si salva. Ma questo è un atto che solo un adulto che in quel momento pensa per sé e alla propria vita può fare. Un papà porta fuori il figlio, e le fiamme gli sbarrano un nuovo accesso, gli lambisce il volto e le mani e le urla muoiono nella sua gola impotente. Un bambino sviene fra due lettini, lo tirano fuori, lo salvano per miracolo, respirazione bocca a bocca, ma il suo calvario ancora non è concluso: transita in un letto di rianimazione.

Altri sono feriti, intossicati, ma tu dove sei, piccolo? Dove ti sei nascosto?

Tu sei terrorizzato, non capisci cosa sta succedendo, tossisci. Scappi in bagno, alla cieca, la prima porta che trovi aperta. Ti rannicchi sul pavimento, forse hai il tuo orsetto con te. Non pensi più a domani, perché il domani non ti vuole. Nel bagno non ci sono finestre, è una trappola per topi e tu sei così piccino, così accoccolato, che il gas ti raggiunge e ti abbraccia. Tu chiami papà, chiami mamma, piangi, e poi ti addormenti.

La tua vacanza è finita qui, piccolo Sebastiano. A 6 anni. La Befana non ti troverà a casa, la calza rimarrà vuota. Il 2006 sarà solo una data tragica per chi ti ricorderà. Tu, col tuo orsacchiotto e la tua anima pura, per ogni Capodanno che verrà, sarai fuoco nei fuochi, tra le stelle del cielo, fredde e indifferenti come la neve .

di Ramona 20:45:00 6 Commenti