31/12/2005

ANNO CHE VA, ANNO CHE VIENE

Meno 3, meno 2, meno uno… BOTTO!!!

E’ in arrivo il 2006, col botto, come i suoi predecessori. Per il momento si trova ancora nel ventre del tempo, in travaglio avanzato. Il parto, si sa, è previsto per la mezzanotte.

Fossero tutti così puntuali, i neonati, come ogni anno che nasce...

Fosse così prevedibile la propria dipartita, come per ogni anno che muore, il quale conosce la sua ora X, precisa al millisecondo, fin da subito...

Già…Se così fosse anche per noi, come vivremmo il nostro ultimo istante?  Riusciremmo a fare un bilancio del nostro passaggio in questo mondo in tempo utile, oppure, scettici per natura, onnipotenti per convinzione, ci troveremmo impreparati? E poi, avremmo mai il coraggio, l’onestà, di guardarci indietro? E di sorridere a colui che viene a usurparci il posto?

Su tutti i settimanali oggi si fa un resoconto delle vicende accadute negli ultimi 365 giorni. Cronache rosa, nere, gialle. Misteri irrisolti, delitti impuniti, la Storia che avanza nello scenario mondiale.

La nostra misera vita forse non interessa a nessuno, ma sarebbe divertente vederla pubblicata su un settimanale nell’ora estrema... Un po’ come quando ti ritrovi di fronte a san Pietro, alle porte del Paradiso, che in un attimo ti scruta nel profondo, riavvolge il nastro dei tuoi giorni complessivi, soppesa il pro e il contro, e poi alla fine, dopo avere chiesto l’autorizzazione al Principale, decide che il tuo posto, per ora, è il Purgatorio. Perché non sei proprio un’anima candida, ma nemmeno un criminale.

Chissà quale sarebbe il giudizio dei lettori di questa ipotetica rivista che ripubblica i fatti salienti della tua vita: nascita, matrimonio, laurea, figli, promozioni, ma anche piccole malefatte, sgarbi, maldicenze, delusioni e dispiaceri.

Ma nell’ultimo giorno, in quanto tale, non riusciremmo nemmeno a  vederla pubblicata, la nostra vita. E forse non lo vorremmo.

 

Il neonato che sta per arrivare è molto atteso. Vogliamo vedere il suo sorriso, ascoltare il suo vagito. Vogliamo vederlo crescere, seguire i suoi progressi, accompagnarlo mano nella mano nel suo percorso. Fino a che sarà gobbo, stanco, rugoso ed esalerà l’ultimo respiro.

Il vecchio che sta per lasciarci ci ha ormai stufato. Non ha più nulla da darci, ci annoia, vogliamo disfarcene. Era grazioso appena nato, poi è stato sempre più difficile stargli dietro. Nel suo itinerario massacrante non ci ha risparmiato proprio niente. Ci ha un po’ deluso? Sì, come tutti gli altri vecchi prima di lui, ma ci ha anche regalato bei momenti. Ricordi da archiviare con armonia nel casellario del vissuto.

Io so già che farò confusione, le date sono così astratte, concetti ormai superati… il mio archivio non funziona bene, però conserva i contenuti in un fantasmagorico ordine sparso.

Correva l’anno… ma perché deve correre, un anno? ...Semmai, procede…

Procedeva l’anno…   boh?… 1963… Vissuto per soli due mesi, cosa potrei ricordare? Il primo strillo, la prima lacrima, la prepotenza del vivere…

Procedeva l’anno… 1980, 1982, 1977, 1988, 1995, 2000…. Gli schedari sono in disordine, ma i ricordi, belli, brutti, tutti vitali.

 

Caro 2005, nemmeno tu morirai del tutto, non ti preoccupare. Come per noi umani è certo, o si spera, che la nostra anima resti in qualche luogo per sempre, anche senza il corpo annesso,  lo stesso accadrà a te. Il tuo karma rimarrà.

Un po’ di spazio io te lo faccio. Poi, ricordare le date precise, giorno e magari mese, nessuno lo potrà pretendere da me. Ma un po’ di coccole te le farò, quando ricorderò le soddisfazioni, i successi, gli affetti che ti hanno contraddistinto.  Era settembre, era aprile, era giugno, era il 31 dicembre…. Era un giorno qualunque di te.

 

Caro 2006, stringi i denti, fra qualche ora sarai con noi, il parto procede in modo naturale e quasi indolore.

Ti terrò la mano, ti prenderò in braccio, ti cullerò, insieme a tutte le speranze che formano il tuo corredo. Fammi un sorriso, però, non cominciare piangendo. In fondo arrivi col botto. Pensa, ma lo sai quante cose si faranno intanto che tu ti affaccerai al mondo?

Qualcuno mangerà e brinderà per festeggiarti in degno modo, e avrà indosso qualcosa di rosso, e butterà via qualcosa di vecchio.

Qualcuno farà l’amore, sperando di far coincidere i botti del tuo arrivo con quelli di una magia estrema e antica…

Qualcuno lavorerà, perché una parte di mondo non si ferma mai.

Qualcuno morirà, di fame, di freddo, di malattia. D’indifferenza. Di solitudine.

Qualcuno nascerà, proprio come te.

Qualcuno ammazzerà qualcun altro, in un momento di lucida follia.

Qualcuno verrà ammazzato senza sapere il perché.

Qualcuno, in un altro emisfero, farà il bagno in mare.

Qualcuno sarà solo, con un vecchio gatto sulle ginocchia.

Qualcuno starà dormendo e ti scoprirà soltanto domani, con stupore.

Qualcuno perderà un dito, un occhio, una mano, la vita, per uno stupido, futile, colorato scoppio.

E tu in un tripudio di botti, di fuochi magici, di sogni e illusioni, farai il tuo ingresso fra noi.

Benvenuto, piccolo. Ti stavamo aspettando.

 

E BUON ANNO A TUTTI !!!

di Ramona 11:18:17 Commenta:

27/12/2005

FARE IL VIP A CORTINA

Il punto è che il Natale, una volta arrivato, in un soffio se n’è anche andato. E che c’è di strano, in questo? Niente, è che lo aspetti per un anno intero, poi, quando è tutto finito, ti sembra che manchi già qualcosa. Cosa ne sarà dei buoni propositi, del vogliamoci tutti bene, della bianca e magica atmosfera? …

Ebbene, i propositi rimarranno tali, ma tanto vanno bene anche per il prossimo anno: non hanno data di scadenza, non occorre metterli in congelatore, si ripescano all’occorrenza, come nuovi.

Il vogliamoci tutti bene, poi… Basta che uno per strada non rispetti un segnale, basta che l’ambulante extracomunitario passato da casa l’altro giorno ripassi, più o meno intenzionalmente, poco dopo, basta che qualcuno ti chieda un piccolo prestito, basta poco, insomma, e il vogliamoci bene si resetta completamente dal cervello. Ma, si sa, abbiamo tempo altri 364 giorni per ripescarlo, crederci per  24 ore, e poi ricominciare.

Tuttavia l’atmosfera natalizia, bianca, magica e fredda, non finisce con il 25 dicembre. Dura almeno fino all’epifania. Perché la festa è festa, e chi può permetterselo la trascorre al meglio. Basta volere e, soprattutto, potere.

Così, oggi, che è Santo Stefano, faccio finta di avere anch’io mezzi e tempo a disposizione. Per prolungare quell’illusione di festività e dimenticare che invece domani il lavoro di tutti i giorni mi reclama…

Oggi mi armo di faccia tosta e vado a fare la vip. A Cortina. Perché i vip, di questa stagione, se non sono in Egitto o in Brasile sotto un caldo sole, sono a Cortina sopra la bianca neve.

Ma che la sottoscritta non è proprio una Very Important Person, lo si scopre già per strada. Non basta la buona volontà, ci vuole altro. E lo scopro perché, mentre siamo tutti più o meno incolonnati sulla statale, nei pressi dell’uscita dell’autostrada, senza conoscerne neppure il motivo (incidente, intasamento, cantieri?…), ecco che un lampo blu nello specchietto retrovisore fa accostare tutti disciplinatamente a destra. Adesso è chiaro, pensiamo, c’è stato un incidente, la polizia va a vedere. Poveracci quelli del sinistro, è il commento collettivo, speriamo non si siano fatti male. La macchina della polizia sorpassa tutti, ovvio, facendosi strada a colpi blu, in silenzio, niente sirena, ma dietro di lei c’è un fuoristrada che la segue e un’altra pantera militare chiude la fila. Tutti insieme, appassionatamente, volano oltre la coda. Chi diavolo c’era, dentro il fuoristrada così scortato? Dietro ai finestrini fumé non si è visto altro che borsoni, valigie e giacche a vento. Un ministro in vacanza? Un giudice che va a sciare sotto protezione? Un pentito cui non si può negare la boccata d’aria? Boh, chiunque sia, QUELLO è un vip. Tu, povero diavolo, rimani in coda e magari bestemmi sottovoce per i soliti privilegi mal distribuiti e la tua buona fede presa in giro.

Oh, ma a Cortina farò anch’io la persona importante. Eh sì!

Il traffico si scioglie, si arriva veloci alla perla delle Dolomiti. Parcheggio fortuito, non raccomandato, ma in centro, e tanto basta a sentirti già QUALCUNO.

E via a far lo struscio in corso Italia… E’ un pomeriggio festivo di buon’ora, grigio e freddo, ma c’è movimento...  Di vip? Vediamo.

In un posto modaiolo come questo la cosa bella è che non sbagli mai il look, in qualsiasi modo tu ti vesta. A prescindere dal fatto che si gela, e quindi la cosa più importante, diresti, è scaldarsi. Comunque sia, puoi vedere passeggiare disinvoltamente una tribù di orsi, cioè un gruppetto di signore che indossano lo stesso tipo di pelliccia (stesso modello e stessa bestiolina sacrificata), che per l’appunto ti fanno pensare a un unico nucleo familiare di plantigradi (ma che dici!!! Le pellicce sono di VISONE!!). O quanto meno a uno sconto famiglia.

Ma a spasso per il corso puoi anche incontrare gente con la tuta da sci e i mammut ai piedi. Poverini, vengono giù ora dalle piste, non hanno fatto in tempo a cambiarsi. Loro con la tuta firmata ci vanno anche a dormire, tanto ci sguazzano comodi. E comunque fa tanto chic.

Quello che pare certo, al di là della tenuta elegante, casual o sportiva, è che tutti avvertono un comune, democratico, senso di freddo. Guarda che berretti di pelliccia, tipo colbacco, o da esploratore antartico… E anche di semplice lana, volgare o cachemire, non importa. E anche guanti, scialli e sciarpe. Va bene tutto.

Non c’è neppure un cane vip che vada in giro senza cappottino griffato. Tra i quadrupedi al guinzaglio, c’è chi ha il piumino, chi lo scozzesino, e un carlino si pavoneggia addirittura con il leopardato uguale a quello della padrona. La domanda sorge spontanea: quello lì, è uno che abbaia o che ruggisce? Secondo me, quello è un cane così privilegiato che se vuole qualcosa  dice “Battista, pvego, mi cevchi un albevo che devo fave la pipì”. Per fortuna non mi è venuto in mente di portare anche il mio cucciolo. Senza il cappotto sarebbe apparso nudo. 

Chi non patisce molto il clima rigido sono le signore del luogo. Oh sì, loro indossano gli splendidi abiti locali e parlano solo l’ampezzano, che è una variazione del ladino, che a sua volta è una lingua a statuto speciale comprensibile solo agli adepti. Indossano questi abiti lunghi, si diceva, coloratissimi, ampi, magari calzano stivaletti, ma niente altro addosso. E sono truccate e perfette come appena uscite dall’estetista. Bellissime. Saranno vip  anche loro, senza dubbio. Guarda che classe.

E c’è un’altra persona che pare immune al gelo. Un musicista. Forse un ex vip. Suona il flauto lì, sul corso, con la giacchetta di un vecchio ma dignitoso frac sopra un paio di pantaloni termici e doposci... Povero, è paonazzo, non si sa se di freddo o dallo sforzo di suonare. Come non gli si paralizzino le labbra è un mistero. Racimola qualche spicciolo. Ai vip la miseria fa impressione.

A parte il ladino, un altro segno che contraddistingue i vip di Cortina è l’accento di provenienza. Che raramente è veneto. Va forte il romanesco (An vedi, oh, anche tu qui? Che se dice a Roma, eh? Che se dice?), seguito dal napoletano o meridionale generico, che senti dichiarare con sufficienza: “Mo’, stavolta solo so’ venuto qua, insto paesotto, alla prossima  vediamo di  fare meglio…

Se poi è straniero, il vip, è ancora meglio, perché così gli si possono dire cose sgradevoli, riguardanti una presunta invadenza, e che fortunatamente non può capire, sorridendogli cortesemente. E di vip con gli occhi a mandorla, per esempio, ce n’è in abbondanza.

Uh, guarda, che targa sarà quella di quel fuoristrada blu? Mai vista… Principato di Monaco... Peccato, non sono riuscita a gettare dentro niente più che un’occhiata furtiva: ci sarà stato lui…  Alberto?… A dire il vero quello lì dentro mi sembrava un po’ troppo anziano… ma la provenienza dice tutto. Si tratta di certo di un vip facoltoso, magari di sangue blu, o quanto meno celestino, e non si discute.

Anche il mezzo di locomozione, se vuoi fare il vip, deve adeguarsi.. Noto che non gira niente, per le strette e regali vie, al di sotto di una Mercedes, di una Porche, di una Ferrari e perfino di una Maserati. I meno pretenziosi hanno i fuoristrada, ma di quelli giusti. Non avevo mai visto prima, per esempio, una jeep chiamata Hummer. Valore commerciale, mi dicono, a seconda del modello, tra i 50.000 e i 200.000 euro. Qui ne ho viste una decina, oggi. E una di queste porta sul fianco la scritta BILIONAIRE. Non so se mi spiego. Penso alla mia piccolina, con le sue quattro ruote efficienti e portentose che mi portano ovunque, che potrebbe essere benissimo ingoiata da questi mostri in un sol boccone.

L’atmosfera del Natale, si diceva, si è dissolta, ma la festa non cessa con la mezzanotte del 25 dicembre. Qui a Cortina è appena cominciata.

I vip arrivano a frotte. Un serpentone unico di auto di lusso si snoda lungo la statale, direzione nord. Nessuno che scenda verso la pianura.

All’entrata degli alberghi camerieri ossequiosi ed eleganti (vip anche loro) escono con un carrello portabagagli per non far faticare il vip appena arrivato, stremato dal viaggio quasi come il suo autista. Caricano valigie, pellicce, sci e portano tutto in camera. Anzi nella suite. Ci scapperà una mancia come si deve… qui  le sole mance dei fine settimana possono equipararsi allo stipendio medio di un operaio.

Frenesia, confusione, ressa. Il pomeriggio si spegne. Le piste si sono già svuotate, gli alberghi si stanno dilatando,  per accogliere più vip possibile. Il solo fatto di pernottare qui ti consacra vip.

Certo però che di vip celebri, oggi, manco l’ombra. Quelli da cinema e tv, per intendersi. Quelli che ti fanno voltare il capo al loro passaggio e che ti lasciano quel certo senso d’indefinito: io quello lo conosco, dove l’ho  già visto?… E quando li riconosci, si sono già dileguati.

 Ma già, loro hanno la villa, la casa o l’appartamento di proprietà o dell'amico. Vivono di notte nei locali e di giorno sulla neve.

Lo sapevo. Non basta passeggiare un giorno a Cortina. Vip si nasce. Comunque ci ho provato. Prendo la statale in direzione sud,  sull’utilitaria, indisturbata e anonima. Domani, io, devo andare a lavorare. Anche per i vip.

di Ramona 19:00:49 Commenta:

24/12/2005

L'AGNELLO

Luce. Buio. Con l’avvicinarsi del Natale accadeva sempre così. Luce. Buio. Luce. Il Natale sovvertiva la realtà statica delle cose. L’oscurità totale di una scatola conservata in soffitta, per esempio, si trasformava in un’intermittenza di luci, festose se accese, gelide se spente.

Il pastorello aveva preso posto nel Presepe, il solito. Anzi, quest’anno si era trovato spostato un po’ più indietro, verso le montagne fatte con la carta da pacchi e imbiancate di neve spray. Contava le sue pecore, per vedere se c’erano tutte, ma procedeva a rilento, perché doveva approfittare dei brevi momenti di luce. Ecco, erano otto. Ne mancavano due. Una, lo sapeva, o lo immaginava, non l’avrebbe più rivista. Il gatto di casa se l’era accalappiata, era proprio a portata di unghie... Poi l’aveva passata al cane, il quale, felice, le aveva rosicchiato le zampe, e questo aveva decretato la fine della poverina. Di sicuro le avevano rimediato un posto nella spazzatura. Il pastorello si augurava che non avesse sofferto. Nessuno si chiede mai se una pecora di plastica possa soffrire. Non è un problema essenziale nell’allestimento del Presepe. Ad ogni modo, mancava anche l’agnellino. Quello che lui, giovane e forte da un’eternità, e per sempre, tutti gli anni si caricava sul collo, posizionando le quattro zampette ai lati della testa, due per parte. S’incastravano nel modo giusto, nello spazio apposito e non poteva essere altrimenti: l’animale era il suo dono al Bambino. Dove si era perso quel benedetto quadrupede?

Il pastore chiese alla lavandaia, apparsa in una grotta di carta nei pressi, se per caso lo aveva visto. Era appena arrivata, disse lei, non aveva avuto tempo di guardarsi attorno.

Allora lanciò una voce al ragazzo che dormiva vicino al fuoco. Lo svegliò, ma sapeva che non sarebbe rimasto desto a lungo. Ogni anno era sempre la stessa storia: il giovanotto faticava a compiere il proprio dovere, vale a dire mantenere vivo il fuoco nel bivacco. Fortuna che una lampadina rossa poneva rimedio alla sua pigrizia. No, non aveva visto l’agnello. E come avrebbe potuto? Dormiva!!

Luce. Buio. Era faticoso andare alla ricerca di qualcosa in quelle condizioni. I momenti di luce erano di breve durata, e l’oscurità più fonda della notte stessa. Inoltre il muschio era alto, fastidioso. A quello secco dell’anno precedente ne era stato aggiunto di fresco, verde, così profumato da far starnutire. Difficile anche restare in piedi. E l’agnello era così piccino...

Un’altra novità era stata l’acqua vera, corrente, non la solita carta stagnola. Bella, affascinante, con tanto di ponte per l’attraversamento. Ma pericolosa. Con quell’alternanza di luce e tenebra un agnellino inesperto sarebbe potuto caderci dentro e affogare. Il pastorello interrogò papere e oche, che avevano il loro bel da fare a mantenersi a galla, ma queste, in un coro assai rumoroso, gli risposero che lì di certo non si erano visti agnelli.

Intanto la scena si popolava di personaggi. Alcuni erano nuovi, come il guardiano di porci. Simpatici animaletti rosei, con il codino avvitato a cavatappi sul posteriore, allegri, rumorosi e... poco profumati, anche se finti. Chissà se il Bambino li avrebbe graditi. Be’, era pur vero che anch’Egli sarebbe venuto al mondo in una stalla, che, come tutti sanno, non è un palazzo reale e quanto a odori, tra il bue e l’asino non si scherza neanche lì. Questa era una cosa che il pastorello anche dopo tanto tempo non riusciva a capire. Mentre s’ingegnava, sempre più preoccupato, a cercare il suo agnellino, si chiedeva intanto come mai colui che tutti chiamavano Re dei re, ogni anno doveva nascere povero, al freddo, senza nemmeno panni per coprirsi. Ma, soprattutto, per quale motivo doveva rinascere così tante volte? Mistero.

Luce. Buio. Ecco due artigiani amici. Li conosceva da sempre, il falegname e il fabbro, e anche a loro domandò del suo agnello. Niente da fare: tra un colpo all’incudine e uno d’accetta erano stati troppo indaffarati per fermarsi ad osservare gli altri. Che provasse a chiedere all’uomo con la lanterna.

Il vecchio, avvolto nel proprio mantello, da tempo immemorabile illuminava la via con la sua lanterna. Per modo di dire, perché la lampadina posta all’interno del lume si era rotta da chissà quanto e non era stata più sostituita. Così non aveva visto nulla neanche lui.

Ora sì che il pastorello si disperava. Che cosa poteva portare per omaggiare il Bimbo? Le altre pecore erano ormai vecchie e magre, né poteva caricarsele sul collo, nonostante la sua forza. Lì c’era spazio solo per un agnellino; erano nati entrambi per quello.

Luce. Buio. Nell’ombra incedevano maestosi i cammelli. Ecco i sapienti venuti da lontano. Avrebbe chiesto consiglio a loro. Interrompendo la principesca marcia osò chiedere al primo re della carovana:

“Saggio e potente, perdonami l’ardire. Voi recate al Bambino i vostri doni preziosi, mentre io mi trovo sprovvisto del mio e non per mancanza di volontà o di rispetto. Oso domandarti: come posso presentarmi al grande Re a mani vuote? Come posso reggere il confronto con le vostre ricchezze, io che reco il nulla?”.

Dall’alto del cammello e della propria saggezza, il vecchio Baldassarre rispose, con voce antica:

“Caro giovane, non hai pensato di portare il tuo cuore? La purezza della tua piccola anima di plastica è il regalo più grande che tu possa fare al nostro Bambino.”.

No, non ci aveva pensato. Né credeva che la sua misera presenza potesse essere considerata tanto preziosa. Però, se lo diceva il sapiente... E così, si avviò con le otto pecore rimanenti.

Luce. Buio. All’improvviso il buio fu totale e duraturo. Poi arrivò, come sempre, la cometa in tutto il suo fulgore, e la notte fu illuminata e riscaldata come il più luminoso dei giorni d’estate, e ancora di più. Il regale Bimbo era lì, ancora una volta, nella paglia, tra i suoi Genitori. Il bue alla sua destra e l’asino alla sinistra, lo avvolgevano nella nuvola calda del loro fiato. E a dare calore ai santi piedini, questa volta c’era, acciambellato nella Mangiatoia, un timido, bianco, dolce agnellino.  

 

Il racconto non è nuovo, ma non è nuova neppure la meraviglia che provo mentre allestisco il presepe. Quanta vita c'è in quelle piccole statue... ognuna racconta una storia. Un giorno o l'altro, chissà, raccoglierò le loro voci. Un giorno o l'altro racconterò di un Bambino che si fa strada sgomitando fra la folla distratta, fra i regali e i fiocchi di carta, per cercare proprio te, e te, e te, e me... per dirci che lui c'è. Un giorno o l'altro racconterò che era Natale e...

Un'altra volta.

Ora posso solo fare gli auguri a tutti coloro che, per affetto o per caso, leggono, oggi, queste pagine.  BUON NATALE A TUTTI !!!

 

di Ramona 09:20:36 6 Commenti

19/12/2005

UNA SERA, VICINO AL NATALE

Ci sono certe sere che hai voglia di uscire e ti senti un po’ pazza. Questa è una di quelle sere.

Mi sento ispirata, ho voglia di qualcosa di diverso. Non esco sola, sono in buona e gradita compagnia, ma fa lo stesso. Guardo nell’armadio, prima di tutto. In questi giorni di festa bisogna mettersi un po’ in tiro, no?

L’armadio mi piange addosso. Nulla che mi vada bene, nel senso letterale: è tutto un po’ stretto, un po’ largo, un po’ fuori moda, un  po’ orribile. Ma come ho fatto a comprare ‘sta roba, quella volta? Scelgo a malincuore una gonnellina marrone, una di quelle un po’ troppo larghe, ma che ci posso fare se allora ero una taglia in più? Dovrei ingrassare ancora per non buttar via un intero guardaroba? Vogliamo scherzare, vero? Non è previsto nel mio futuro immediato. E spero neanche per dopo.  Ma se ne riparlerà dopo le feste natalizie e i dolci ad esse connessi.

Per la maglia non c’è problema, va bene quella beige. Aderente al punto giusto, collo alto contro il più che sicuro mal di gola da freddo. Calze scure e spesse, da befana, ma qui, in queste lande, il termometro non scherza, ingaggiamo sempre una battaglia feroce io e lui: io che non voglio assolutamente credere a quanto mi mostra, lui che non sa come spiegarmi che si è davvero sotto zero. Ma non voglio mica dargliela vinta: questi collant sono a prova di Artide e Antartide.

Un tocco di capriccio: una collana di corallo. Non la metto mai, ogni volta mi viene in mente che, poverina, un tempo era stata viva, e mi vengono i rimorsi come se indossassi una pelliccia.

Oh, a proposito, con che cosa riparo questa sera la mia piccola persona? Con le mie ridotte dimensioni non dovrebbe essere un problema. Invece… Con questa mise ci starebbe bene il cappottino bianco…. Ma accidenti, possibile che io mi sia così ristretta? Il magico, elegante cappottino, scelto con amore qualche anno fa fra i capi bon ton che non invecchiano mai, è troppo lungo e informe. Sembro il fantasma di me stessa, quello che sarò fra molto (spero) moltissimo tempo, quando girerò senza pace nel mondo dei vivi a spaventare i superstiti.

Naaa… non ci siamo. Mi ripiglio il mio solito giubbottino color sabbia, corto, adatto a tutte le occasioni, infilo gli stivaloni da carabinieri e mi studio. Tsk, tsk, c’è ancora qualcosa che non va. Sono ancora troppo spenta. E stasera non mi sento spenta.

Dài armadio, possibile che tu non mi sappia offrire niente? Impegnati un po’, coraggio.

L’armadio mi ascolta. Rintraccio in un suo angolo una grande, meravigliosa sciarpa arancione. Un bellissimo arancione. Diavolo di un mobilastro, dove lo nascondevi uno splendore simile? Un colore caldissimo che spezza l’inverno solo a guardarlo. Lunga, lunghissima, la sciarpa mi avvolge nelle sue spire, accoccolandosi tra il collo e le spalle come se ci fosse sempre stata, come se fosse nata lì. E  invece è nuova di pacca e non ricordavo neppure di averla.

Armadiuccio, c’è qualche altra magia fra le tue ante?..

Certo che sì, salta fuori un simpatico cappellaccio nero, a tesa larga. Da donna, ovvio. Non è nuovissimo, ha i suoi anni, ma me lo ritrovo in testa e dallo specchio la mia faccina da topo, o quel che se ne intravede da sotto la tesa, mi riesce simpatica. Mi strizzo l’occhio: assomiglio a Boy George, mitico cantante inglese celebre negli anni ’80. Perfino lo stesso pallore, lo stesso naso lungo lungo… Decido che al pallore rimedierà il gelo, mentre il naso me lo tengo così. L’armadio ha già dato tanto, ha fatto l’impossibile, non può avere di certo un naso di scorta per me. E comunque non lo vorrei. Per ogni bella chiesa, ci vuole un bel campanile.

Ok, un filo di trucco, l’essenziale, e via.

Fuori è festa. Il Natale è alle porte. La folla corre, entra ed esce dai negozi, compra, prova, scarta, spende. Bancarelle colorate colme di niente, di oggetti bellissimi  e inutili, prettamente natalizi.

Luci a intermittenza, colori, profumi. Gente, tanta gente. Gente colorata, gente infreddolita. Gente alla moda, gente un po’ stracciona.

Il questuante all’angolo non manca. Anche lui sente che è Natale. Se la gente spende l’iradiddio per un soprammobile, o un regalo che troverà posto nella spazzatura (rigorosamente differenziata, di questi tempi), magari ci scappa anche qualche briciola di euro, alla faccia della crisi. E poi è tempo di tredicesima, e si sa, la tredicesima, oltre che a pagare tasse e bollette, è fatta per essere investita in futilità. E’ matematico.

L’atmosfera nonostante tutto è allegra, giocosa. I bar sono stracolmi di ragazzi che scambiano parole e amicizia davanti ad una cioccolata. Le persone ridono, si raccontano fatti. Certo, si battono i piedi per il freddo, le mani sono inguantate e ugualmente congelate. Nuvolette, come fumetti, sulle teste di tutti. Se fosse fumo di sigaretta, saremmo tutti in multa. Invece è il nostro fiato, che può essere sprecato o meno, ma di certo è condensato. Abbiamo tutti voglia di serenità, perché è Natale.

Io ho la mia sciarpa arancione e il cappello e sono a mio agio. O quasi. L’ho detto, sono in vena di gesti insoliti. Nel limite della mia normalità, s’intende.

Così entro in un negozio di abbigliamento che offre tutto a meno di 10 euro. Wow. Ce n’è abbastanza per soddisfare il mio capriccio. Capi curiosi, giovani, stravaganti, gonnelline microscopiche o a balze, colori autunnali, molto attraenti… Cedo le armi, mi arrendo senza condizioni e provo qualcosa.

Uhm… il desiderio di follia si scontra con le taglie. Evidentemente ho sbagliato negozio. Un’occhiata intorno, nella ressa da babilonia, me ne convince. Qui entrano solo acciughe minorenni accompagnate da mamme acciughe, trentenni e anoressiche. Il mio spirito giovane non basta. Ci vuole la misura small, massimo medium ridotta. Ci vogliono gambe lunghe, niente seno, niente pancia, niente sedere.

Sì, ho sbagliato il negozio. Non sono io quella sbagliata. E no, certo che no.

Ci riprovo. Ormai la smania dell’acquisto ha plagiato anche me. E poi mi voglio liberare della gonnellina insulsa e bugiarda: se mi sta così larga, com’è che in roba più piccola non ci entro nemmeno se digiunassi per una settimana? O se ci entro è solo per suscitare ilarità come un clown?

Cambio porta, cambio negozio, appena un po’ più in là. C’è sempre ressa, ma la clientela è più simile all’umanoide medio. La commessa è gentile, mi dà esattamente quello che cerco. Entro nello spogliatoio, indosso un paio di bermuda neri. Che, per caso oppure no, sono perfetti. Ne sono entusiasta, esco, mi rimiro allo specchio. Vedo una ragazzina, con una grande sciarpa arancione e la spensieratezza dipinta sul viso, vedo un grande cappello nero che le copre un po’ il volto, ma in fondo le dona, e vedo che, con quei calzoncini corti, lo zaino in spalla e gli stivali da carabiniere somiglia ancora di più a Boy George. Ma è contenta, ride, e prega la commessa di lasciarglieli addosso. Ma certo “signora”, le do una borsetta per riporre la sua roba?

Ignoro il “signora” un tantino sottolineato, sto per rispondere che se vuole provare a vendere la gonnellina a me sta bene, rinuncio alla percentuale, ma poi lascio perdere. Ritiro il tutto e via, fuori,  ancora fra la gente.

Sono ritornata davvero ragazzina, con lo slancio e la voglia di sorridere, di stupire, di provocare. Le vetrine illuminate mi rimandano un’immagine solare, quell’arancione cattura gli sguardi e riscalda il cuore. Se fossi un uomo mi seguirei e attaccherei bottone, e poi farei con me un sacco di risate, perché sto bene e perché il mondo per una sera, può dimenticare le cose serie.

Il mio cappello è fuori moda, il vento del nord cerca di fregarmelo, ma me lo tengo stretto. La sciarpa fa il suo dovere, ammicca festosa e mi abbraccia. Io, con l’aspetto e lo spirito da ragazzina, proseguo, felice di me e del mio nulla.

di Ramona 19:46:25 1 Commento

14/12/2005

QUESTI GRANDI, GRANDI VECCHI

Io adoro i vecchi. I grandi vecchi, quelli che per i geriatri vanno dai 90 anni, o giù di lì, in su.

Sono bravi a prendermi il cuore. Come i bambini.

E come accade con i bambini, io parlo con uno di questi vecchi e nei suoi occhi percepisco la vita. Ci vedo il sale, il gusto e la fortuna d’invecchiare.

A volte incontro iridi sorprendentemente azzurre e vivaci, limpide da sbalordirmi. Altri occhi sono ammiccanti, alcuni non vedono molto bene, ma tutti riescono a comunicare ugualmente un gran divertimento. Perché questi grandi vecchi la fanno ogni giorno in barba alla morte e si divertono. Solo in apparenza dicono di essere rassegnati, di non aspettare altro che il Padreterno li chiami a sé, che sono stanchi di penare. Non è vero. Loro sono felici di esserci, e felici di poter esclamare ancora una volta, al tramonto di un altro giorno: “Anche oggi sono stato vivo”. Con l’omaggio di uno sberleffo per nulla rammaricato alla nera signora sempre in agguato.

I vecchi hanno visto talmente tante cose che il presente gli sta stretto. Troppo veloce, troppo tecnologico, per loro che camminavano scalzi riservando l’unico paio di scarpe alla festa. Per loro che andavano a piedi, che avevano un po’ paura di quelle cose con le ruote, così puzzolenti, che si diffondevano sempre di più, più rumorose e costose e veloci del  carro trainato dall’asino, che pure era lusso di pochi.

I nostri vecchi conoscono il sacrificio e l’umiltà.  Quelli che arrivano a essere vecchi, grandi vecchi, hanno grinta da vendere. Sono personalità forti da combattenti e conservano intatto il loro carattere vitalissimo e arguto. In qualche caso purtroppo il decorso decadente della vita e di una malattia della ragione senza più speranza, li rende simili a neonati, bisognosi di tutto, inconsapevoli di sé e del mondo. Ma altre volte hanno un cervello molto, molto funzionante, attivo e curioso. Si tengono in disparte dal progresso, odiano i surgelati precotti, non conoscono il microonde, sì e no sanno usare il telecomando della tv, spinti in questa specifica pratica solo dal bisogno di sconfiggere la solitudine di una casa vuota. Ma al contempo non disdegnano il cellulare. Solo che farlo funzionare, acciderba, che impresa… C’è il nipote che ne sa certo di più, ma vallo a prendere, benedetto ragazzo, è così impegnato… Però, quando sconfiggono i timori e s’impossessano dei segreti di una diavoleria nuova, quando ne capiscono il meccanismo, i vecchi sono fieri di essere stati capaci di imparare.

La mia bisnonna è un ricordo molto nitido. E’ morta a 97 anni, quando io ne avevo 6 o 7. Rammento benissimo il suo essere vecchia. Ricordo la sua difficoltà a pronunciare i nomi un po’ insoliti dei bis-nipoti. Rievoco un aspetto tipico da befana, di come per lo meno ci s’immagina che questa debba essere, e non per mancarle di rispetto, ma perché era così. Piccola e curva come una parentesi, capelli candidi raccolti e nascosti sotto un fazzoletto, vestita di nero e con lo scialle di lana sulle spalle. E’ vero, ho visto molte nonne negli anni seguenti così simili alla mia bis e forse mi confondo... I loro tratti si accavallano gli uni sugli altri, come se al mondo esistesse un’unica grande nonna, uguale per tutti, identica alla cara dolce vecchina che porta i regali ai bimbi. E chissà se in fondo non è proprio così…

Primo ha 92 anni. Legge tutti i giorni un quotidiano. Mangia poco, parla moltissimo. Fa domande intelligenti e curiose sui miei fatti personali. Crede che io abbia solo 20 anni. Gli altri anni, quelli che lui non mi vede addosso, lo stupiscono. La discreta sordità che lo affligge non è un problema: è sordo quando vuole. E dove vuole è autonomo, quando fa il capriccio invece si abbraccia all’infermiera perché lo aiuti. Non ha mica scordato quell’incongruente, confortante calore che si avverte al contatto con una pelle fresca… Un ricordo così è di quelli indelebili, quelli che si cercano in ogni momento per tutta la vita. E difatti ammicca e lo ammette. Ma intanto ti racconta delle privazioni di quando era giovane, di quando mangiava polenta tutti i giorni perché altro non c’era, del duro lavoro fisico, della guerra e della fame.

Alessandro ha 88 anni. Lui non è sordo, è totalmente autonomo, non c’è traccia in lui di demenza o “vecchiaia” in senso negativo. L’unica cosa che non gli funziona è il cuore, ma solo in senso anatomico. Nell'interno del miocardio, o dovunque sia la sua anima, funziona tutto a dovere. E’ un uomo mite, il nonno caro e sorridente che avrei voluto avere, capace di abbracciarti e chiederti come stai, lui che ogni giorno trascorso è vinto ai dadi. Cammina con il bastone, un po’ a fatica, è un uomo alto, o almeno lo era, e da giovane certo robusto e forte. Adesso è un olivo piegato dal vento, ma coriaceo, difficilissimo da abbattere. Almeno finora.

Fino a qualche mese fa viveva ancora con la moglie, ragazza come lui. Un giorno lei si è sentita male, e lui pure, di riflesso, nel vederla soffrire. Lei agonizzava e lui rischiava l’infarto dal dispiacere. L’ambulanza li ha portati entrambi, urlando, all’ospedale. Lei non ce l’ha fatta, lui sì, per un soffio.  Ma vederlo piangere nell’apprendere che la sposa di una vita se n’era andata in un posto inaccessibile anche al suo amore, è stato lancinante. Oltre 60 anni insieme. Come può resistere il cuore di un vecchio, specie se malandato, nel trovarsi solo dopo tutto questo tempo condiviso? E non poter nemmeno salutarla, né darle un bacio, costretto a curarsi per non doverla seguire subito.

Alessandro è il mio nonno preferito. Quello che sa offriti solo un grande affetto con la massima semplicità. E che mi fa dire con slancio: io adoro i vecchi.

E Giovanni di anni ne ha 90, e il suo declino è cominciato. Ma conserva modi e gentilezze da gran signore, parla solo italiano e cerca sempre con uno sguardo smarrito da cucciolo la rassicurante presenza della moglie, e le figlie che lo curano con un amore infinito e mai rassegnato.

Certo poi capita anche a me d’imbattermi nella vecchietta terribile, quella che sorpassa me e la fila di persone che fa disciplinatamente la coda in farmacia, o in un ufficio postale. Passa avanti con tutta tranquillità, come se fosse una cosa normale e dovuta. La guardo con rancore, ho il minuto contato, mi viene da protestare con altrettanta maleducazione. Ma cosa crede, lei, che solo perché è anziana deve fare la furba? In fondo anch’io ho poco tempo, tante cose incompiute, lasciate in sospeso per sbrigare mille commissioni…Questa qui, invece, che diavolo ha da fare di così urgente da non poter aspettare il suo turno, da passare avanti a tutti? Chi l’aspetta?

Ma guardandola meglio noto il cappotto liso, la faccia stanca, lo sguardo spento. Sbircio fuori dalla porta e vedo un vecchio cane che aspetta, mogio, col guinzaglio consunto e penzoloni, che tanto non ha la forza di scappare, gli occhi colmi di ansia. Aspetta una padrona che è tutta la sua vita, il suo mondo. E sa, ci scommetto che lo sa, l’anziana bestia, che lei potrebbe nemmeno uscire da quella porta, che c’è una possibilità che lo lasci lì, sulla strada, per sempre, o in luogo chiamato cimitero, ad aspettare invano, a illudersi su un cumulo di terra fresca coperta da pochi fiori pietosi. E forse sa pure, il vecchio cane, che potrebbe essere lui a non essere più in grado di aspettare. Ecco perché è in ansia, ansima e la cerca con lo sguardo oltre la porta a vetri: non vuole che arrivi il momento di partire senza poterla salutare. Non sarebbe giusto.

Allora penso che ma sì, in fondo il mio tempo può attendere. Loro no. Né il cane, né la grande vecchia che lo accompagna.

Questi vecchi con un fardello di anni enorme sulla schiena.

Com’erano da ragazzi?

Come hanno amato, vissuto, gioito?

Le feste erano sacrosante, ma semplici. L’abito migliore per la messa la domenica, poi la passeggiata, in centro al paese o verso la campagna. Corteggiamenti timidi, a volte non si osava mettere la mano nella mano. La sera era una sera come le altre, a chiacchierare insieme al resto del cortile, della via, dell’aia. A far filò, dicono qui. O a contare le stelle, immagino io.

E l’incubo della guerra, i partigiani feriti o gli alleati da nascondere. E il premio fascista a chi faceva più figli (bella politica, quella…). E la terra da lavorare, o il paese da lasciare per cercare fortuna. E altre cose che noi vediamo solo nei film, e ci sembrano, sono, così remote, perfino quasi incredibili. Niente tv, niente telefonino, niente computer, poca scuola, l’alfabeto e le tabelline grandi conquiste, niente acqua calda nel bagno e il bagno, se c’era in casa, era un lusso.… Accidenti, si viveva lo stesso?

Adoro i grandi vecchi. Guardo le rughe in quei volti e vi scopro la vita. Guardo il mio viso liscio nello specchio e penso che devo ancora cominciare a vivere.

 

 

di Ramona 17:58:00 2 Commenti

09/12/2005

MERCATINI DI NATALE, AUSTRALIA E KARTOFFEL

Il signor Pinco e la signora Pallina fiutano aria di Natale. Inevitabile. Ovunque hanno fatto la propria magica comparsa alberi addobbati, luci e babbi natale gonfiabili.

Così i due hanno seguito la fantasmagorica scia e si sono addentrati nel business. Rimanerne indifferenti è impossibile.

Anche se ti dichiari contrario per principio al consumismo.

Anche se ti riprometti di versare in beneficenza ciò che spendi in futilità.

Anche se ritieni di avere a casa già tutto quanto ti serve e anche di più.

Palle di natale, festoni, addobbi, angioletti, statuine, candele…. Qualsiasi cosa inutile, in bella vista su scaffali e vetrine che vorresti, per un attimo, avere in casa per far sembrare la tua modesta reggia un po’ più ricca.

Il signor Pinco è lacerato dalla necessità di scegliere. Meglio un babbo natale alto 30 cm che se toccato canta The Lion sleeps tonight ballando funky, o una coroncina in vimini addobbata a festa da appendere alla porta, provvista di un pupazzo di neve fatto in panno, che all’avvicinarsi di qualcuno si illumina e comincia a cantare? Alla fine, dopo lungo cogitare, non ci sono più dubbi, né santi, né se, né ma: quella coroncina sarà sua.

La signora Pallina è perplessa due volte. Prima di tutto, la canzoncina non è affatto natalizia. Sembra un’americanata in genere soul, per quanto festosa, e quindi che ci azzecca col Natale? In secondo luogo, cosa dirà il postino, se tutte le volte che si avvicinerà a depositare posta e pubblicità nella cassetta scatenerà le ire del pupo di panno/neve? Due le alternative: o si licenzierà o farà querela ai coniugi Pinco-Pallina per tentativo di lesioni a timpani e cervello.

Ma il signor Pinco è troppo entusiasta, e la coroncina finisce sulla porta d’ingresso. I bilanci sono rinviati a dopo l’Epifania.

Tuttavia l’aver fiutato il Natale non può finire con l’acquisto del pupo canterino, né, da lì a breve, con i consueti litigi, pardon, divergenze di opinioni, sull’allestimento dell’albero. Il signor Pinco e la signora Pallina hanno deciso di andare a vedere il Natale in un’altra zona di mondo. Oh, bè, non proprio agli antipodi, come sogna Pallina, che pagherebbe tutto il suo prossimo stipendio con la tredicesima (e anche quello del marito) per andare in Australia a festeggiare il 25 dicembre all’ombra dei 40°c, tra delfini e foto ricordo con aitanti surfisti. No, i due vanno a vedere un Natale un po’ più nordico, in quel di Merano. Nell’Alto-Adige italiano, dove si parla quasi solo tedesco o qualcosa di simile.

Viaggio dunque nei mercatini di Natale di Merano. Roba da superquark.

I nostri avventurosi sposi sono accolti da un clima freddo, ma così freddo che Pallina ripensa all’Australia con un singhiozzo di rimpianto. I termometri segnano “appena” 0° C o +1° C. Il freddo percepito però precipita ad almeno –10° C. C’è il sospetto che i termometri siano taroccati per non fare scappare i turisti. Mah!

Le bancarelle natalizie, a forma di casetta in legno e rami d’abete, sono numerosissime, disposte sul lungo Passirio, il fiume che taglia in due la città. La folla è assurda, tanta, variopinta, tutta imbacuccata in pellicce, cappotti di loden e cappelli tirolesi con la piuma, stivali col pelo, colbacchi, sciarpe avvolte fino agli occhi. Solo qualche ragazzina scatena l’invidia sempre latente della signora Pallina: se ne vanno, queste indigene, in minigonna o calzoncini corti (diconsi calzoncini corti!), con calze di lana colorate e stivaletti e giubbini corti, riscaldandosi al calore dell’età. Beate loro, sospira Pallina... la quale ricorda anche che quella è la tenuta giovanile dei suoi tempi d’oro, quando non aveva ancora bisogno di affrettarsi a ridosso delle stufe a fungo, quelle a gas per esterni, che pietosamente il comune di Merano ha disposto qua e là vicino alle bancarelle. Vero anche che le sue erano altre latitudini, però…

Un’occhiata al signor Pinco, che nonostante il suo essere felicemente nordico ha le orecchie e il naso assai rubizzi dal freddo, e il bavero alzato fin dov’è possibile e anche di più, la consola. Mal comune…

E’ subito ora di pranzo, e s’impone di soddisfare prima di tutto i primordiali bisogni, per poi solo in un secondo luogo concentrarsi sul mercatino natalizio. Il problema è dove trovare da mangiare, non conoscendo il luogo. Che si fa in questi casi? Si cercano indicazioni presso le autorità. Una cortese domanda al vigile urbano comporta la seguente risposta:

Difficile, occi, ja. Ristoranti skacciano visitatori. Profare al katto nero, a destra, poi a destra…. Guten morgen”

 

Se si fosse posto il vigile a predicare alle finestre del Vaticano, lui e il suo katto nero, ja, così papale, lo si sarebbe scambiato per la più alta autorità clericale che abbiamo in casa... Comunque, a prescindere che il katto nero, fantomatico ristorante, deve aver fatto perdere le proprie tracce, probabilmente inseguito da cane pianco italiano, qualcosa di vero c’è nelle parole del milite. Ossia che non si trova un buco striminzito dove poter pranzare. Be’, nessuno dei ristoratori skaccia i turisti, questo no. Ma se si dice loro: “Accomodatevi, qvanti siete? Prego aspettare non qui in mezzo, krazie!”, e poi non gli si concede nemmeno la speranza, allora i turisti se ne vanno. Per finire dove, affamati, infreddoliti e biliosi come Pinco e Pallina? In un chiosco del mercatino, a mangiare un panino con wurstel, crauti e senape, che a quel punto è la bontà assoluta, un piatto da gourmet. E pazienza se divorato in piedi all’ombra della stufa. Ci starebbe bene anche un bel piatto di patate fritte. Kartoffel. Ma, cavolo di un crauto, neppure l’odore se ne sente in giro. Non c’è traccia di patatina. Ed è subito delusione e un senso di languore. Il wurstel, sia pure con crauti, ma senza patatina… naaah! C’è di che fare un esposto all’ufficio turistico.

Però più tardi i coniugi si riconcilieranno con gli altoatesini dopo aver gustato il loro incredibile strudel di mele.

E finalmente comincia l’ispezione vera e propria delle bancarelle. Per modo di dire, perché la gente si ammassa sempre più. Ma questi crucchi nostrani, non vanno mai a pranzo? E quelli che riempiono all’inverosimile pizzerie e ristoranti, quanti diavolo sono?

Sulle bancarelle ci sono le solite cianfrusaglie natalizie. Qualche peculiarità non vista altrove. Frutta ricoperta al cioccolato, per esempio. Frutta vera, banane, fragole, uva e mele, rivestita di ottimo cioccolato, bianco, fondente o al latte, a scelta.

Come resistere?, si chiede il signor Pinco.

Fragole al cioccolato, prego.

Uno spiedino di fragole non lo si vede neppure: e del resto non è fatto per essere guardato.

Tanti oggetti di artigianato in legno, in vetro, pantofole in lana cotta (tutto carissimo). E palle di natale finissime, gnomi di tutte le razze, e altri chioschi di wurstel, crauti, strudel, vin brulé, brezel (ciambella salata) e perfino polenta, in un’accozzaglia di odori da far rinverdire la fame appena placata. Ma neanche una kartoffel.

C’è una casetta chiusa, al contrario delle altre, in cui la gente fa una disciplinatissima fila per due per entrare. Pinco e Pallina sono incuriositi: dall’esterno sembrano altri oggetti in legno di stampo artigianale. Belli, raffinati, ma un’occhiata fra Pinco e Pallina è eloquente: niente file, prego. E intanto si diffondono nell’aria delle note allegre, strappate a due organetti la cui manovella è girata con grazia da due graziose fanciulle e una bambina dolcissima. Ma che, qui si fanno lavorare i minori?

Commoventi gli abeti (veri) con i rami addobbati da mele (vere) colorate, di varie razze ma rigorosamente locali.

E due lama, che non sono poi tanto locali, ma perfettamente a loro agio nel clima che ricorda quello himalaiano, portano a spasso sulla groppa i bambini, che manco sanno che specie di peluche siano quelle.

Il gelo punge le guance e desensibilizza le estremità. Pallina ha gli scarponi, ma non sa se all’interno ci sono ancora i piedi tutti interi o manca qualche dito.

Giro veloce, a causa del freddo, anche nel bel centro storico. Ah, le caratteristiche case antiche col tetto a guglia! E le chiese enormi, in stile gotico, senza fronzoli. Perfino un grande edificio che espone a ogni finestra un numero da scoprire quando arriva la data corrispondente, come il classico calendario dell’avvento. Ma che cavolo, qui si batte i denti. Bello, tutto bello, ma ormai è notte, è meglio andare, nonostante l’accendersi di mille luci festose tra le strade e i negozi.

Il signor Pinco ritrova la via per il parcheggio, che si trova all’interno di una grande costruzione, al piano +1. Appena al di fuori dell’entrata del parcheggio la signora Pallina si accorge che la costruzione in questione è alquanto strana: un enorme cubo di vetro. Non può essere l’ONU, pensano entrambi, perciò che ci sarà all’interno? Vanno a vedere e… Ooohhh…. C’è una piscina!! Due piani sotto di loro decine di persone stanno facendo uno splendido bagno in più vasche di acqua termale. Calda, vaporosa, benefica acqua termale. Con tanto di idromassaggio, per chi lo voglia. C’è anche un collegamento con l’esterno, dove altre vasche bollenti consentono di fare il bagno anche se la temperatura ambientale è polare.

Ooohhh…. Gli occhi di Pallina luccicano. Ecco l’Australia! Caldo a Natale, bagni e bikini, senza l’ambiente soffocante di una comune piscina. No, lì è tutto vetro, si vede fuori, si ammira la neve e si gusta il tepore delle terme. Il signor Pinco ha un brivido nonostante la temperatura sia decisamente salita.

No cara, mi dispiace, non abbiamo il costume. Un’altra volta. Ora vogliamo andare a casa? Ho voglia di kartoffel.

di Ramona 18:36:00 Commenta:

01/12/2005

FILOSOFIA DEL GELO, DEL GHIACCIO, DEL SOTTOZERO

La nonna un giorno mi disse, nel suo dialetto che non era il mio:

“Lo hai visto l’asino ghiacciato?”

Io guardai fuori, sul prato gelato, stupita perché ero appena entrata in casa passando proprio dal prato, e non avevo visto asini. E difatti non ce n’erano. La nonna rise. Mi spiegò che era un vecchio detto, quello dell’asino ghiacciato, per intendere che faceva molto freddo. Risi anch’io, pensando che solo con una risata l’affetto poteva colmare le incomprensioni dovute alle differenze lessicali, culturali e ambientali tra il nord e il sud di un Paese troppo lungo per essere compattato. Da dove venivo io, infatti, un simile assioma non era immaginabile: gli asini non sarebbero mai gelati, in prossimità dell’Equatore. Era il dicembre del 1980.

Dicembre 2005, primo giorno dell’ultimo mese. Sto cercando con lo sguardo, là fuori, quell’asino. Fa così freddo che se guardo bene di sicuro lo vedo. E poverino, avrà le orecchie indurite dal gelo, il muso con i ghiaccioli pendenti e la nuvoletta di fumo cristallizzata attorno alle narici.

Non vedo però quadrupedi. Vedo solo un nugolo di passeri che zampettano sulla neve gelata.

I passeri sembrano sempre felici, estate e inverno. Saltellano qua e là in quel modo allegro, scavano con il becco facendo saltare piccole gocce di neve, cercano gli avanzi dei semi caduti dalla gabbia dei canarini. Pare proprio che si divertano.

Si chiederanno, chissà, chi è più felice tra loro e i gialli cugini?

I canarini sono chiusi nella gabbia, ma ogni giorno ricevono cibo e acqua e la sera li si ripara dal freddo. I passeri, per contro, non hanno altro riparo che quello delle loro piume e mangiano se trovano, e si riscaldano nel nido stringendosi uno sull’altro, e il pensiero non arriva a domani, all’eventualità che, contandosi, ci sarà uno in meno, perso nel gelo della notte. Ma sono liberi e di giorno svolazzano nel tepore di un sole artico che sembra bastargli.

Anche i bambini non temono il freddo e sono liberi. Come i passeri. Li vedi correre sulla neve ghiacciata, giocare con lo slittino e lanciarsi palle di neve. Che a dire il vero, dura com’è, se ti prende fa anche male. I bimbi non soffrono il freddo. Il brivido che serpeggia nelle ossa è un privilegio degli adulti.

Pare che più avanzano gli anni più si abbassa la soglia di tolleranza al freddo. Si può meglio dire che la percezione del calo della temperatura aumenta sensibilmente, in misura esponenziale direi, quanta più vita abbiamo sulle spalle. Sembra quasi un gioco semantico, una specie di inversione termica di parole. Però penso che gli scienziati debbano aprire un capitolo di ricerche su questo fatto incontrovertibile.

Non mi si dica che quando si invecchia il sangue rallenta fisiologicamente la propria corsa nelle vene e nelle arterie, portando in circolo lo stretto necessario alla sopravvivenza (talvolta nemmeno quello) e mercanteggiando sul calore indotto. Né che la ruggine sulle articolazioni induce a muoversi meno. E’ una spiegazione banale, insufficiente. E poi no, non è questione puramente anagrafica. Ci dev’essere dell’altro.

Forse, che so, quando giunge l’ora del disincanto, che è variabile e soggettiva, ma che comunque arriva di sicuro dai 18 anni in poi,  s’innesca qualche turba ormonale, o demenziale, che cancella la poesia delle piccole cose. E il freddo, dai, è proprio una piccola cosa, un intoppo inevitabile nel percorso delle stagioni. Della vita.

La conseguenza è che, quando già all’inizio di dicembre ti ritrovi a –7°C, con la prospettiva di altri tre mesi uguali a questo, in termini climatici, se non peggio, non cerchi più con compassione l’asino gelato sul prato, ma badi bene a rintanarti in casa più che puoi, a consumare gas a tutta birra per riscaldarti, a non mettere il naso fuori dalla finestra, perché se no ti si congela il moccio. E che l’asino si arrangi, se vuole surgelarsi.

Per reazione, poi, è provato, si mettono in moto altri meccanismi neuronali per cui si hanno visioni di vacanze tropicali, di abbronzature integrali, di zero vestiti addosso, di minuscole goccioline di sudore che invadono il corpo col solo movimento respiratorio. La visione scatena la liberazione di endorfine, quindi di sensazioni piacevoli, e annulla la memoria. Sì, perché fa dimenticare quanto ci si lamenti, di solito, del troppo caldo. E’ un meccanismo interessante, che se fosse studiato potrebbe portare al Nobel per la medicina psichiatrica.

Non ci pensa nessuno. Dovrò studiare questi misteri della natura umana da sola. Così avrò un alibi per non uscire di casa ad agghiacciarmi naso e orecchie e farmi venire i geloni a mani e piedi. Farò, con sforzo, un’unica eccezione, quando dovrò cercare i pinguini nel prato… che stupida, volevo dire l’asino, per studiare a che punto è il suo assideramento. Se è uguale al mio.

di Ramona 14:47:29 Commenta: