30/11/2005

UN INVITO

Sono stata invitata a partecipare ad un blog multiautore a tema fisso appena nato.

Il tema è la nostra vita nel traffico urbano.

Sono onorata e confusa... ma avrò qualcosa da dire in proposito?

Chissà... ci andrò in punta di piedi.

Già sento che mi scappa di dire la mia... 

Per chi volesse, quanto mi è scappato da dire lo trova qui:

http://viteincolonnate.splinder.com

 

di Ramona 20:40:00 Commenta:

27/11/2005

LA PRIMA NEVICATA DELL'INVERNO

Sono incapace di descrivere la bellezza di una nevicata. La prima nevicata dell’inverno.

Tutto è cominciato con un singolo fiocco di neve, piovuto dal cielo.

L’ho visto spuntare dal nulla.

Bianco, solitario, spensierato. Ingaggiava con l’aria un gioco divertente, quello di rincorrersi l’uno con l’altra. Un rimpiattino aereo che non aveva mai una fine. Il piccolo fiocco infatti era ben consapevole che il suo destino si sarebbe compiuto una volta toccata la terra, ma proprio non aveva voglia di dissolversi. Così prolungava la propria effimera esistenza gigionando, volteggiando, scendeva un po’ giù e poi tornava su con un marameo, complice un refolo amico.

Tuttavia al proprio destino nessuno sfugge. Il piccolo fiocco, alla fine, si era schiantato al suolo, proprio mentre all’orizzonte faceva la sua comparsa uno dei suoi fratelli.

Anche questo fiocco, gemello del primo, era spuntato dal nulla. Non aveva fatto in tempo a conoscere e incontrare il fratello, ma come lui non voleva assolutamente morire solo. L’ho visto lanciarsi verso l’alto con una rincorsa estrema. Sembrava un gesto disperato e inutile invece era un richiamo. Perché d’improvviso dieci, cento, mille fiocchi sono arrivati di gran carriera suonando la carica.

E dopo i mille altri mille, e poi altri ancora in una girandola immacolata. Pioggia bianca e benedetta di solidarietà fra fiocchi.

Infatti ora, quando ciascuno atterra al suolo, o  su una casa, o su una pianta o su qualsiasi altra cosa, non è più destinato a morire in solitudine. In virtù del detto che l’unione fa la forza e considerato che il legame tra amici e fratelli è molto stretto, ora i fiocchi abbracciati uno all’altro non muoiono subito. Uniti insieme formano tappeti, coltri, mantelli gelati di una bellezza assoluta che ricoprono ogni oggetto con autorità e delicatezza.

L’impresa riesce talmente bene che i fiocchi di neve decidono di chiamare altri fratelli dal cielo. E questi arrivano giocosi, in tanti, tantissimi, così numerosi che non c’è più spazio per acrobazie aeree. Vengono giù fitti fitti, asciutti e freddi, dapprima piccolissimi, poi sempre più audaci e a falde sempre più larghe.

Il mondo conosciuto si trasforma.

L’occhio perde la facoltà d’individuare i colori, annullati da una tavolozza che comprende solo bianco e grigio con poche sfumature. I contorni degli oggetti non si definiscono più con chiarezza, tutto è irreale.

I rami degli alberi si vestono di pizzo, delicato e tenero come i merletti dell’abito di una sposa. Le altre piante del bosco, una volta verdi, fungono da bianche damigelle.

In questa atmosfera rarefatta se si apre la bocca si respira neve. Così come i pesci nell’acquario respirano acqua. Tutto è rallentato, silenzioso film in bianco e grigio senza tempo.

Persino dal tramonto sono scomparsi i colori. La luce si spegne piano, discretamente, senza fulgore. Diventa notte e nulla cambia. Solo, il biancore diventa fosforescenza, sopra e sotto di te, e tu cerchi le fate del nord, perché quello che vedi, di certo, è il loro regno incantato.

I fiocchi di neve insieme ai bambini si divertono molto. Gli uni precipitano a testa i giù, gli altri alzano il capo e spalancano la bocca sorpresi. Ne nasce la sfida ad andarsi incontro e difatti si prendono, si abbracciano. Ridono, sia i fiocchi che i bambini.

Al suolo è già uno strato bianco di quindici centimetri. Miliardi di fiocchi uno sull’altro, stretti in un legame di ghiaccio. Dal cielo un vortice di altrettanti fiocchi di neve, incessante, muto, infinito, raggiunge i fratelli distesi al suolo, nell’allegra certezza dell’immortalità. Almeno per molti giorni a venire. Purchè compare freddo e padre gelo diano loro una mano.

Guardo la prima nevicata dell’inverno da dietro una finestra, temendo di disturbare.

E’ così bella.

La vedo stendere un lenzuolo candido sulle umane mancanze.

Ma non sono capace di descriverla al mondo.

 

 

di Ramona 10:59:12 7 Commenti

26/11/2005

CI VUOLE ORDINE

Io credevo di essere nata per fare ordine. Non mi sembrava ci potesse essere un’altra missione nella mia vita.

Sono venuta al mondo, piuttosto intempestivamente, a mettere ordine nella vita di un fratello maggiore, che dall’alto del suo anno di vita era già molto, ma molto vissuto. E viziato. La presenza di una sorella, ho pensato dopo il primo vagito, non poteva che rimettere le cose al giusto posto, riequilibrando i diritti. Così doveva essere. Così non è stato. I vizi concessi dai nonni sono rimasti a senso unico. Così ho dovuto guardare altrove per cercare qualcos’altro da riordinare.

Il mio gioco preferito da bambina consisteva nel mettere a soqquadro la cameretta dove si dormiva in tre, per poi rimettere tutto al suo posto e ancora di più. S-o-q-q-u-a-d-r-o bisogna capire la magia di questa parola. L’unica, t’insegnano a scuola, con la doppia “q”. L’unica che ti permette di fare un autentico macello. La cameretta infatti sembrava schiavizzata dall’uragano, il tappeto era una massa informe, giornalini gettati di qua e di là in perfetto ordine caotico, indumenti alla rinfusa anche sotto i letti, i quali, naturalmente, erano sfatti e disfatti. E giochi sparsi, sedie rovesciate, le napoletane con cui giocavamo a ruba-mazzetto e a scopa sparpagliate ovunque… la meraviglia delle meraviglie.

“Mamma, vieni a vedere cosa abbiamo fatto.”

Mamma naturalmente non osava: prima fate ordine!! E qui era la gioia più grande: rimettere ordine. Un piacere sottile s’impadroniva di me bambina, nel rialzare le sedie, rifare i letti, distendere il tappeto (di lana, fatto all’uncinetto da mamma), impilare i giornalini, recuperare le carte da gioco e metterle in ordine di seme… I fratelli, generosissimi, mi lasciavano godere da sola e si defilavano.

“Mamma vieni a vedere che brava che sono stata.”

“Brava, ma se davi una spolverata era anche meglio.” 

Che scherziamo? Quello non è mica divertimento.

Crescendo devo dire che le cose non sono cambiate di molto. I libri di scuola erano ordinati perfettamente sulla scrivania. Così gli appunti presi al volo in classe si rianimavano perfetti sui quaderni: penna rossa per i titoli e penna blu che non macchiasse per scrivere, righello per sottolineare, matite appuntite. Non mi mancavano mai la gomma e il temperamatite. All’epoca niente evidenziatori, o bianchetti per cancellare, l’ordine doveva nascere con poco.

Ricordo un giudizio della maestra alle elementari che cominciava così: “Bambina pulita e ordinata…”. Be’, le mutande non me le hanno mai guardate, per cui non so come potessero definirmi pulita senza uno straccio di prova. Ma che fossi ordinata era inequivocabile.

Da grande ho fatto qualche timido tentativi di rimettere in ordine le fila del menage familiare, ma chissà perché non avevo l’impressione di riuscirci bene. Anzi, direi che ero proprio negata. In compenso, avendo cambiato molte famiglie e abitazioni, il piacere di mettere in ordine diventò ben presto un dovere per non sentirmi troppo di peso. Avevo poche cose, ma il mio letto era sempre rifatto, e i vestiti, più o meno, puliti e al loro posto. Libri e quaderni, in perfetto stile militare, allineati sull’attenti, riempivano ogni buco in ordine perfetto. Verso gli amici si deve del riguardo particolare e i miei libri, i miei quaderni, erano amici speciali.

Cominciando a lavorare mi rendevo conto sempre più che l’ordine è un’utopia indispensabile, effimera, inafferrabile. Specie se si lavora insieme a qualcuno che non la pensa come te. Alle spalle della scrivania di un medico del mio reparto trionfa un cartello: SCRIVANIA ORDINATA E’ SEGNO DI MENTE MALATA.”. Posso assicurare che almeno da questo punto di vista il dottore è sanissimo di mente. Nessuno osa, nemmeno col pensiero, spostare da lì sopra un solo foglio di carta. Altrimenti  l’ordine-disordine mentale del dottore potrebbe vacillare.

Comunque, io che credevo di essere fatta per l’ordine, devo ricredermi. Da quando governo una casa mia, intendo. Nel mio schema mentis, è ordine ciò che rimane ordine. Invece a casa mia un diavoletto si diverte a mettere in disordine ciò che io avevo con goduria rimesso al suo posto.

Io svuoto lo scolapiatti, perché le pentole vanno in un certo posto della dispensa, i piatti in un altro e così via, ma l’istante successivo lo scolapiatti è ancora pieno. Ripongo la biancheria stirata, dopo una settimana di permanenza (ordinata) sull’apposito cesto, ma tale cesto non si svuota mai. Idem per quello della biancheria sporca. E’ una gioia per gli occhi vederlo vuoto, vedere il bucato steso sullo stendibiancheria, che sa di pulito. Ma il ciclo è continuo: il cesto si riempie immediatamente, e lo stendibiancheria si vuota e si riempie a catena. E le scarpe? Hanno la proprietà magica di rimaterializzarsi fuori dalla scarpiera anche se sei sicura che le hai riposte poco prima. Anche giornali e riviste si riproducono a folle velocità, e ovunque. Secondo me m’inseguono: io li metto al loro posto, che può essere il porta riviste o il bidone di raccolta per il riciclaggio, civilissima pratica urbana, e loro invece, se mi volto subito dopo, sono di nuovo là. I capi di vestiario, poi, credo che non abbiano nemmeno una fissa dimora. Poggiano di qua e di là, dove capita, dove li porta l’istinto del momento. Temo di aver smarrito la memoria della loro residenza ufficiale.

Sono ormai sconfitta, mi arrendo di fronte al caos, per pura sopravvivenza. Rimpiango i tempi in cui  il caos lo provocavo per il gusto di rimettere in ordine. Dovevo essere un po’ picchiatella. Oltre che sconfitta, però, sorprendentemente scopro di aver cambiato i gusti. Disordine, caos, tsunami casalingo? Evviva!! Ma sì, lasciamo tutto così, che si vive meglio… anche perché se ci metto mano, il folletto dispettoso ribalta tutto, sconvolge ogni cosa. Proprio come facevo io, piccola peste di una colf mancata.

Cosa vuoi che sia, quindi, se ti spaparazzi sul divano sopra un giornale anziché sui cuscini, se trovi le scarpe una in cantina e una nel garage, se i piatti non conoscono l’onore della dispensa, se gli armadi sono vuoti e le sedie abbondano di maglioni e jeans, se monetine di vario valore (da 1 cent a 2 euro) sono distribuite su ogni mobile e ripiano, in una illusione di abbondanza tipo deposito di zio Paperone? Ciò che conta è la salute.

E io, davvero, non voglio mica diventare matta!!

di Ramona 09:40:52 2 Commenti

24/11/2005

DELL'AMORE E DI ALTRI DEMONI

Leggi un titolo così, e già ti fermi a pensare. All’amore, ovviamente. Con sole due parole ti si apre uno scenario che tu ben conosci, che talvolta minimizzi, e che altre volte brami.

L’amore è un demone? Sì.

Smanioso.

Quando ti prende l’ansia di vedere, toccare, annusare, sentire la persona cara. Quando non riesci a vivere più di due secondi senza pensarla. Quando la tua mano stringe il telefono 24 ore al giorno e l’anima si consuma nell’angoscioso dilemma: mi chiama?, lo/a chiamo? Quando il cuore ti arriva nello stomaco e tutti e due insieme precipitano nelle mutande per poi fracassarti le ginocchia, ogni volta che incontri il tuo quasi dio in terra. Quando il colore del cielo diventa più azzurro e il sole più caldo, grazie a un sorriso, o quando fa inspiegabilmente freddo anche ad agosto se lo stesso sorriso è mancante.

E’ un demone benigno, questo amore non necessariamente condiviso, spesso cullato in esclusiva nelle tue profondità, che ti fa sentire vivo in ogni fibra, che ti fa aumentare la percezione sensoriale del tuo stesso corpo. In quante altre occasioni infatti riesci a sentire i battiti del tuo muscolo cardiaco? Solo durante una grande paura.  In verità, le due situazioni si assomigliano.

L’amore è un demone. Sì.

Talvolta maligno.

Quando la tua vita perde il suo valore, sacrificato ad una persona che non ti vuole, non ti pensa, non ti merita. Una persona che ti deprezza, o disprezza, o semplicemente ti ignora, per la quale tu non esisti e che alla lunga ti fa convinto che anche per il mondo tu non esisti.

E’ un demone cattivo quando non pensi più all’altro come alla persona che desideri, ma come all’oggetto delle tue voglie, che desideri ad ogni costo. O quando ti acceca la ragione e tu imbracci un’arma e uccidi per troppo poco amore, anche se sei convinto del contrario.

L’amore è, anche, un demonietto amico. Sì.

Quando ti addolcisce la vita nel corso degli anni trascorsi accanto ad una persona che completa la tua metà di mela. Quando le palpitazioni furiose si tramutano in tranquilla dolcezza, in carezze leggere a rughe uguali alle tue. Quando il cercarsi e il trovarsi delle mani garantiscono il superamento di ogni angoscia, perché quattro mani allacciate formano un unico insieme. Quando manca il senso alla sua assenza.

 

Ecco, basta un titolo a darti materiale cui pensare. C’è chi scrive libri interi su dissertazioni filosofiche tentando di razionalizzare quanto di meno razionale esista al mondo. L’amore si sente a pelle, si vive a pelle, non si può spiegare.

Poi leggi tutto il libro di Gabriel Garcia Marquez e hai due sensazioni.

La prima è che tu credevi di saper scrivere, e invece non sei in possesso nemmeno dei rudimenti del saper narrare. Quando una storia ti fa sognare fino allo spasimo, quando la tragedia diventa favola e la favola leggenda, quando un personaggio vive dentro di te, diventa te, e il suo amore inutile diventa il tuo, è allora che la scrittura diventa ARTE. Tu sai fare solo le aste, in confronto.

La seconda sensazione è un desiderio. Quello di emozionarsi dal vivo come durante la lettura. Di rispolverare il demone amoroso, quello buono, dispettoso e vivace, di giocare con lui a rimpiattino e ricordargli che ci sei, sei viva, che i tuoi battiti sono troppo normali. Vuoi foderarti gli occhi e l’anima di amore, vuoi sentire parlare d’un amore non tranquillo. Pensi che per questo demonietto pacato in fondo c’è ancora tempo, che le rughe possono attendere. E ascolti, ti nutri d’infinite storie appartenenti ad altri, tutte simili nelle emozioni,  quelle emozioni che si ripetono da millenni. E che sono anche le tue emozioni, le conosci. E coltivi un bisogno insopprimibile di leggere, respirare, vivere, parlare dell’amore in un modo che non ti sazia mai.

Aspettando un eco di ritorno.

 

 

 

 

di Ramona 15:18:29 2 Commenti

21/11/2005

SI VOTA (2)

Siamo a metà della seconda settimana di votazioni. Nemmeno stavolta ci si sta riferendo alle politiche, né alle amministrative, e, sebbene ne parlino accanitamente anche in tv, nemmeno alla rielezione del Presidente della Repubblica. 

Si continua a votare per scegliere il vincitore fra i quattro racconti finalisti del premio letterario Intimità, tra cui, per fatalità, c’è anche il mio. E il clima si sta surriscaldando. O no?..

Giornali locali a pubblicazione periodica hanno ripreso l’articolo con la mia foto apparso sul Gazzettino ormai quasi un mese fa. Si è rinnovata l’ondata pubblicitaria.

Arrivati a questo punto sono quasi segnata a dito per la strada. Provo a pensare a quei personaggi realmente famosi la cui vita è in piazza e sui media tutti i giorni. Chi sono io, confronto a loro? Nulla. Eppure sono quasi come loro. E' incredibile. Impensabile.

Il commento più frequente è : “Ti ho vista sul giornale”, che nonostante tutto mi lascia ancora addosso un vago senso di colpa. Seguono i complimenti per un premio che non c’è stato. E io, paziente, spiego che il premio ci sarà solo se verrò votata a sufficienza.

“Me lo dai il tuo voto?”, finisco inevitabilmente per chiedere… ormai senza più vergogna, spudorata al massimo.  In guerra, come del resto in amore, tutto è permesso...

Mi domando se agli altri finalisti accade la stessa cosa. Magari loro giocano più sporco di me… Io, giuro, non corrompo nessuno… chiedo il voto purché venga, più o meno, liberamente... In cambio posso promettere solo, che so, bevute da ubriacarsi o una cena, magari una pizza. Vada come vada, mi piacerebbe riunirli tutti, i miei elettori, in un’unica tavolata lunga un infinito abbraccio affettuoso, ma mi sa che rimarrà un intento puramente virtuale. Molto sentito, ma virtuale. Dovrei riuscire infatti a riunire persone disperse tra Puglia, Veneto, Roma, Liguria, Trentino… Be’, se mi ci metto, magari…Di sicuro c’è che il mio elettore otterrà, in merito alla fiducia riposta in me, tanta emozione, eterna gratitudine e una benedizione. Che conterà poco, ma non si sa mai: fra averla e non averla c’è differenza.

Intanto si formano comitati spontanei di hooligan. Ci sono cioè tifosi accaniti che comprano più copie della rivista per mandare più tagliandi. Ci sono quelli che, pur non essendo sgherri prezzolati, mi fanno propaganda con chiunque, creando vincoli imprevedibili fra un punto di partenza certo e un punto di arrivo che non si sa dove e quando sarà. Sono i miei angeli, protettivi e rassicuranti. Indispensabili.

Sono buoni, si comportano bene. Sono finiti infatti i tempi delle minacce, dei voti estorti, delle ritorsioni… in una democrazia si vota liberamente, si può solo essere persuasi gentilmente da un sorriso. Vabbè, anche dalle mazzette, ma non è il mio caso, lo ri-giuro. Io non c’ho una lira, non mi avanza un euro, chi mi vota lo deve fare gratis, convinto dalla bellezza del mio racconto o da quella (si fa per dire) del mio sorriso sgangherato. Insomma, per amore o per convinzione.

Ci sono anche quelli che mi dicono tutti contenti di aver mandato la loro preferenza nei miei riguardi già all’uscita del primo tagliando. Io li ringrazio calorosamente, e poi con nonchalance butto là che si continua a votare ancora per due settimane. Mi sento rispondere che una volta basta  e avanza, cosa pretendo di più?… e mi rimettono subito al mio posto.

Poi ci sono quelli con cui ho diviso i giorni di una gita, che scoprono solo ora tutto il discorso (svelato dal giornale, appunto) e mi telefonano a casa scusandosi perché in gita non me ne hanno parlato, ma loro in effetti non ne sapevano nulla, non sapevano di essere seduti al fianco di una quasi celebrità, che li perdonassi, e comunque avevano rimediato subito comprando la rivista e votando immediatamente. Come si fa a non commuoversi?

Poi c’è il dottore cui mi rivolgo per una visita urgente, e lui, con fare professionale, serio, mi chiama invece poetessa, mi confessa di aver incorniciato l’articolo che mi riguardava e di averlo messo sul comodino accanto al letto e di aver fatto rilegare il racconto in questione e altri (inesistenti) per avere l’opera completa. Ovviamente scherza, ma per un attimo, per meno di un attimo, mi crea una sindrome da dissociazione: ma sta parlando di me o mi prende per qualcun altro?

Poi ci sono quelli che mi chiedono, impazienti: allora hai vinto o no? Benedette anime, se invece di chiedermelo si leggessero il regolamento del concorso, e prendessero in mano un altro tagliando e un’altra busta con francobollo….

Poi ci sono quelli che ti mandano a casa il bambino, con in mano il tuo racconto pubblicato, per chiedere se sei proprio tu quella là.

E ci sono quelli che si appassionano e discutono con te la trama e il finale del racconto stesso, proponendo soluzioni alternative. Averli incontrati prima, magari mi suggerivano qualcosa di meglio di quanto già scritto.

E ci sono quelli che ti promettono il voto e poi se ne dimenticano. Ma funziona così anche per le cose importanti. Le quote calanti degli elettori, soprattutto ai referendum, parlano chiaro: c’è sempre qualcosa di meglio da fare. Giustamente.

Ho fatto un po’ di calcoli sommari. Di voti certi dovrei averne, voto più, voto meno, circa una quarantina. Sono tanti, tantissimi, mi confondono e mi emozionano. Tutta questa gente che ha simpatia per me, che crede nelle mie possibilità, che semplicemente mi vuole bene… da dove arriva? E’ chiaro che tutti questi voti, se fossero reali e se fossero solo questi, non possono bastare, ma in fondo costituiscono già una piccola vittoria. Sono una prova tangibile di affetto. Come dire, tutto, la cosa più importante. Almeno per me.

Però, restando sospesi per un attimo tra sogno e realtà, un premio è un premio. Capperi, non scherziamo!! Anzi, già che ci siamo, già che ho perso ogni remora, che la lotta prosegue fino all’ultima goccia di sangue, che non ho la più pallida idea di come stiano messi i miei colleghi finalisti, ragazzi, vogliamo ricordare che si vota ancora per due settimane???

Ok, mi censuro. Abbiate pazienza. Prima o poi ritornerò a camminare, pensare, parlare, in punta di piedi.

 

di Ramona 10:51:31 Commenta:

16/11/2005

C'E' QUALCOSA NELL'ARIA

C’è qualcosa nell’aria.

 

E’ il brivido che increspa la pelle, il fresco diventato freddo.

E’il fiorire di giubbotti e cappotti colorati, stivali stravaganti, morbidi maglioni e sciarpe avvolgenti.

E’ il gatto che non esce di casa, acciambellato in una copertina sul divano con un miao di soddisfazione.

E’ la minaccia del cielo plumbeo di trasformarsi in un miracolo bianco.

E’ il bucato che non si asciuga mai, nostalgico di sole e di vento.

E’ fuoco e fiamma nel caminetto.

E’ il sogno di 40° gradi all’ombra, di mare, scogli e gabbiani.

E’ odore di minestrone in cucina, di zuppe rinfrancanti.

E’ il rintanarsi la sera presto, prestissimo, sotto pesanti trapunte di lana, in attesa di lunghe ore d’oblio.

E’ voglia di letargo, di saltare il tempo con un battito di ciglia.

E’ l’attesa di una Nascita, la morte di un vecchio anno, il vagito di un anno bambino.

E’ un albero vestito a festa, pastori e pecore e gente umile.

E’ la sfida tra virus e vaccini, nasi che colano, milioni di fazzoletti riempiti di moccio.

E’ la magia di boschi ridipinti di bianco.

E’ il giorno più corto, la notte più lunga.

E’ la luna, le stelle, il sole più lontani, più freddi.

E’ antigelo nei motori, catene a bordo, passi montani chiusi.

E’ l’ora solare.

 

C’è qualcosa nell’aria.

Si chiama Inverno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

di Ramona 11:50:35 Commenta:

13/11/2005

TU-TUM TU-TUM

Non era così che doveva andare.

Fin dall’inizio ho avuto coscienza di me. Non sapevo com’ero fatta, quale fosse il mio aspetto visibile, ma sapevo, di certo, che c’ero. Esistevo. Vivevo in un mondo acquatico, scuro ma rassicurante. Vivevo al ritmo dato da un suono a due toni: TU-TUM, TU-TUM.

Mi ha fatto da subito così tanta compagnia, quel rumore, che davo per scontato che senza non avrei potuto vivere. Quel suono scandiva il mio tempo, perché io il tempo non lo conoscevo e ne ignoravo il trascorrere inesorabile.

Un po’ alla volta crescevo, mi formavo e TU-TUM, TU-TUM, il suono era sempre lì.

Poi mi sono accorta che anche dentro me qualcosa faceva TU-TUM, anche se a un ritmo più veloce.

Nuotavo nell’oscurità, legata ad un cordone, e danzavo, piroettavo, ascoltandone la musica. Poi sono diventata troppo grande e non ho potuto più muovermi molto. Ma crescendo ho capito che a dettare i tempi della danza erano due cuori, il mio e quello della mia mamma.

TU-TUM, ecco, una capriola.

TU-TUM, mi metto un dito in bocca, perché ho scoperto di avere le mani e una bocca. Ho scoperto anche di essere femmina. Non so chi me lo abbia detto e cosa voglia dire. Lo so.

Adesso ascolto la voce della mamma e quella del mondo oltre l’oscurità. Sento voci più acute, e so che sono voci di bimbi. Ridono. Chissà perché. Voglio sapere perché si ride. Voglio vedere qual è il gioco che fa ridere i bambini. Io nel frattempo posso solo sorridere, ma  capisco che non è la stessa cosa. La risata è il contatto della voce con l’aria, è qualcosa di contagioso, di rumoroso, che ti fa venire la voglia di ridere ancora e ancora. Parte dal cuore, attraversa la gola, esce e ti fa sentire sereno. E io non vedo l’ora di uscire di qui per provarla. Sì, qui sto bene, ma io ho fame di conoscere la vita oltre questo buio, di capire perché i bambini sono così felici, perché ridono. Voglio sentire il suono della mia risata che fuoriesce dalla strozza e dai polmoni. Sarò una bimba sempre allegra, io.

Provo a spingere, voglio uscire…

TU-TUM, TU-TUM, TU-TUM. Il cuore di mamma accelera, ma queste pareti ancora non si aprono. Credo che sia ancora presto. Tanto so che di qui uscirò, devo avere un po’ di pazienza. Poi vedrò i colori, respirerò aria e riderò. Starò comoda tra le braccia di mamma e sorriderò.

TU- TUM, TU-TUM, TU- TUM…

 

Qui si agita tutto attorno a me. Non c’è più l’acqua, non galleggio più, lo spazio si è ristretto. Il mondo mi si contrae addosso e spinge, spinge… mi spinge fuori.

Ho gli occhi chiusi, vado alla cieca, seguo un percorso già stabilito. Dolore? Non so cosa sia. Però... TU-TUM, TU-TUM, il ritmo di mamma sembra impazzito, come il mio. La nostra musica batte lo stesso tempo, sembra una cosa sola. Non ho paura, le ondate mi prendono, mi accarezzano e mi sospingono. Tra poco riderò, mamma, e i cuori rallenteranno e si allargheranno.

TU-TUM… TU-TUM

 

Sono fuori? Credo di sì. Apro gli occhi, non vedo molto, mi par quasi di stare ancora nell’acqua. Che strano, piango invece di ridere, ma io voglio dire a tutti che sono viva e felice, che voglio gioire e scherzare come gli altri bambini, quelli che sentivo da dentro la pancia della mamma.

Due mani mi afferrano, mi schiacciano sul torace. Mi manca il fiato, quel soffio che avevo appena incontrato per la prima volta,  pochi attimi fa. Pochi respiri fa.

TU-TUM, TU-TUM, TU-TUM, TU-TUM…

 

Il ritmo ora è uno solo, frenetico. Mamma dove sei, non ti sento più…  mamma, non respiro, non ti vedo…

Di nuovo l’acqua, ma … è calda, troppo!! La pelle mi brucia. Toglietemi di qua, io non sono più il pesciolino di prima, io ho bisogno dell’aria. L’acqua, questo liquido bollente, mi uccide…Mi fate male… Non respiro… io… volevo solo ridere…

TU…TUM.  TU…

 

 

 

 

 

Dedicato alla piccola anima uccisa alla nascita, affogata nell’acqua bollente, schiacciata da un peso malvagio e disumano, e infine gettata nella spazzatura. Come un micino indesiderato. Come una bambola rotta. Senza nome, senza amore, senza  una risata.

di Ramona 14:18:00 Commenta: