12/10/2005
SENZA LUCE
E che non mi si venga a dire che la notte è fatta per dormire! Lo so benissimo. E so anche che ci sono fior di studi a comprovare che l’organismo ha un suo biologico bisogno di “staccare” con il buio e di riattivarsi con la luce. Il famoso ciclo circadiano di ormoni con l’orologio in mano. Ok. Appurato la veridicità di tale assioma, è pur vero che ci sono certe attività che per forza di cose si svolgono la notte. Quando tutti dormono, qualcuno veglia. Per forza.Manco a parlarne, la mia è una di queste attività. Sarebbe troppo bello al tramonto spegnere le luci in corsia, scomodare un paziente dicendogli fatti più in là che qui ci dormo anch’io e rubargli il letto, o quanto meno quello accanto. Oppure, peggio ancora, salutare tutti alle 21, o alle 22, rimboccare le coperte ai più bisognosi, chiudersi la porta alle spalle e ritornare la mattina seguente, dopo aver passato la notte in casa propria come tutti. No, non è così che funziona. Direi anche per fortuna.
Giocoforza dunque qualcuno deve vegliare mentre altri, la maggioranza, dormono.
E pazienza. In fondo ci si sente sì un po’ strani, un po’ fantasmi con gli occhi di fuori, un po’ uccelli notturni, e tirare l’alba a volte è faticoso, ma si sa di essere utili e questo compensa il sacrificio.
E poi, vuoi mettere, la mattina, quando tutti si alzano per andare a lavorare, tu te ne torni beato a casa e t’infili sotto le coperte, chiudi la finestra in faccia al sole, saluti il mondo e ti risvegli che un pezzo di ordinaria vita quotidiana è trascorsa con tutto il suo carico di normalità o eccezionalità mentre tu dormivi. Perché tu dormivi ignaro. Come un conte dracula nella sua bara, niente dal mondo esterno può disturbarti.
Niente?
Arrivo a casa un po’ stravolta, come sempre, e come sempre un po’ stupita di essere sana e salva e non incidentata lungo la strada per un colpo di sonno. L’ora prossima alla fine del turno è la peggiore. Dalle 3 alle 4 del mattino, fino alle 6, rimanere svegli è una scommessa con se stessi e una prova di forza. Talvolta ti meravigli di ritrovarti davanti alla porta di casa, non conservi memoria del percorso appena fatto. In trance, più o meno.
Apro la porta, pregusto avida il piacere di stendermi sotto le lenzuola e di abbandonarmi all’oblio. Un po’ come i soldati che rientravano dopo una battaglia tremenda, quando ancora c’erano i corpo a corpo. Il gatto è in agguato, come sempre, e come sempre gli darò da mangiare e poi buonanotte ai suonatori. Allungo la mano verso l’interruttore al lato della porta e… non accade nulla. Buio. Devo avere proprio tanto sonno, penso, sto già dormendo e ho gli occhi chiusi. Mi ci vuole un attimo per capire che non sto dormendo e che il buio ce l’ho in casa perché non si accende la luce dell’ingresso. Fulminata una lampadina? Almeno due, perché l’interruttore accende anche quella del corridoio. Mi avvio a tentoni verso la cucina, il salotto, il bagno, provando rispettivamente i vari interruttori. Nulla. Buio. Manca la corrente. Felice deduzione. Ritorno alla porta d’ingresso, la apro e sbircio fuori: i lampioni vanno da dio, nelle case dei vicini si risveglia la vita e l’elettricità, così come dev’essere. Percorro il corridoio e guardo verso le altre case alle spalle della mia. Anche qui segnali di risvegli comodamente illuminati dalla civiltà elettrica. E’ quasi l’alba, il cielo schiarisce, ma io in casa ho la penombra assoluta.
Vabbè, sarà scattato il salvavita. Mi chiedo il perché, non c’è neanche il sentore di un temporale e nessuno che in casa, a quest’ora, azioni dieci elettrodomestici in una volta. Reprimo uno sbadiglio, attraverso di nuovo il corridoio, perché il salvavita si trova accanto alla porta d’ingresso, allungo la mano e… ed è tutto a posto, non è scattato il suo interruttore. Oh, cavolo, allora è il contatore. Perché diavolo sarà scattato il contatore se il salvavita è in funzione? Non lo so, non ho la forza di chiedermelo. Prendo un appunto, chiederò lumi a un tecnico appena possibile. Recupero una torcia elettrica di quelle potenti, è posta sotto il lavello per simili evenienze. E’ grossa come un faro per i naviganti, di quelli che mandano le navi sulla giusta rotta ed evitano le collisioni in mare. Ma la luce che diffonde è inferiore a quella di una candela. Pile scariche. Ovvio, quando una cosa ti serve, mai che vada bene. Valuto se accendere sul serio una candela, ma temo che gli spifferi me la spengano e non ho alcuna voglia di giocare con gli accendini o i fiammiferi. Ho sonno e voglio solo andare a dormire. Tiriamo su questo demonio d’interruttore e non ne parliamo più.
Naturalmente il contatore è al piano sotto, di fianco al portone del garage. Quindi vado giù per le scale, rischiando l’osso del collo a causa del gatto che mi s’intrufola fra le gambe: se lui ci vede al buio, perché non cerca di evitarmi, invece di farmi lo sgambetto? Apro il garage, prendo la mia giusta dose di aria fredda che tutto sommato per lo meno mi toglie dal coma (so già che poi ci vorrà da qui all’eternità per scaldarmi di nuovo) e apro lo sportello del contatore. E’ di quelli moderni, digitali, abilitati alla telelettura. Quelli che si guastano più facilmente, insomma. E difatti, il display è come un albero di natale, illuminato di rosso, nemmeno una scritta, una spiegazione, solo una specie di minuscolo triangolo che vorrà certo dire qualcosa. Per inciso, l’interruttore è abbassato e non si rialza nemmeno se lo impicco. Cosa che avrei tanta voglia di fare ora. Che significano quel simbolo e quelle luci? Dov’è il libretto delle istruzioni? In cucina, ovvio.
Risalgo le scale con i nervi ormai a fior di pelle, apro il libretto e scopro che il significato del messaggio in codice è che c’è un guasto. Geniale. Per fortuna è anche segnalato un numero verde da chiamare.
Chiamo. Il messaggio registrato è di quelli fatti per sperimentare la pazienza delle persone.
“ Per fare così, prema 1.
Per fare cosà prema 2.
Per fare colì prema 3”
E così via in un elenco interminabile che rischia di farti dimenticare cosa diavolo dovevi fare. Naturalmente a me serviva il tasto 1. Il quale mi avvisa gentilmente che il numero verde è cambiato e mi fornisce velocemente quello nuovo. Sono sufficientemente sveglia, ora, per memorizzarlo al volo e digitarlo. Un altro lungo elenco di possibilità premendo tale o tal altro tasto, e finalmente mi risponde un operatore. Con il quale ho un dialogo cortese ed educato, anche se cortesemente vorrebbe farmi passare per imbecille. Dopo una serie di manovre e di su e giù per le scale, conclude che il contatore è guasto e va cambiato. Evviva! Merito anch’io il Nobel per la ricerca scientifica, ci sono arrivata prima dell’esperto. Mi manderà subito qualcuno. Subito quanto? Alle 8, quando prendono servizio gli operai. Ah, già, loro la notte la passano nel loro letto. Salvo catastrofi, e la mia non è una catastrofe. Lei sarà in casa signora? No, sarò a dormire. Vuol dire che la sveglieranno. Buon giorno.
Buon giorno? Buona notte. Mi precipito sul letto sperando che una volta tanto il solerte servizio ritardi. Invece ho appena chiuso gli occhi quando suona il telefono. Non so dove sono e chi io sia, né decifro quel rumore molesto, almeno per un po’. La radiosveglia rifulge nell’oscurità e mi informa che sono passate appena due ore dall’inizio del letargo. Rispondo con voce cavernicola e un uomo mi delucida sul fatto di aver portato a termine il lavoro. Quale lavoro? Dopo un po’ realizzo che la radiosveglia prima non funzionava e ora sì, e capisco cosa mi sta dicendo il tipo. Il quale peraltro continua a parlare e mi dice che la mia voce assomiglia a quella di una collega della moglie, non è per caso che mi chiamo così e così? Un flash: io questo qui lo conosco. E difatti è lui, proprio il marito della collega, che peraltro non era mai stato a casa mia prima d’ora.
Perdinci, lo vuoi un caffè? Di sicuro, accetta lui entusiasta. Così lo zombie si alza, si lava la faccia, si guarda allo specchio e pensa che se l’uomo non fugge a codesta visione è davvero un amico. Lui, l’amico, ha un sorriso felice per la coincidenza, beve il suo caffè, chiacchiera amabilmente, coccola il gatto. Poi se ne va. Sono le 10.
Torno a letto, speranzosa. E’ ancora presto. Non lo so ancora, mentre mi tiro su le coperte, ma il mio riposo, per oggi, terminerà qua.