26/10/2005
UN COMPLEANNO
Ehi!, vecchia mia, anche quest’anno lui è qui. E’ arrivato quatto quatto, in sordina, ma puntuale, inesorabile. Appuntamento sospiratissimo.
Valeva la pena aspettarlo per un anno intero. Dodici lunghissimi, inafferrabili mesi, prima di poter dichiarare soddisfatta: eccone un altro, ora ne ho uno in più! E anche stavolta, come sempre, hai deciso di fargli festa. O di farti fare la festa.
Insomma: è tornato il tuo compleanno, cocca. Evviva!
Tu non sei una di quelle donne che trema all’incombere di un nuovo anno sulle proprie spalle. Tu filosofeggi, fai spallucce e sorridi.
Sì, certo, forse anche tu, come tanti, sai lamentarti del tempo che fugge e che non si lascia acchiappare, né congelare. E di continuo ti compiangi, noiosissima come sei, per degli acciacchi, finora sconosciuti, che vedi incrementare giorno dopo giorno in misura esponenziale, proporzionabile all’età.
Ma oggi no. Quando arriva la tua ricorrenza sei davvero felice.
Perché?
Perché ti entusiasma il pensiero di essere in vita, vitale e, per il momento (scongiuro d’ordinanza…), abbastanza in salute. Malesseri, disturbi, inquietudini… che barba! Ma chi è che non ne ha?
Sei consapevole di poter gridare: “anche quest’anno ci sono stata!” E rinnovi la sfida : “Mondo, non mi lasci al palo! Ho gioito, pianto, amato, pensato, mangiato e dormito per un anno. C’ero, da protagonista, e ci sarò ancora…”
Tempo di bilanci?
No, quelli si fanno alla chiusura. Non è ora.
Tempo di conti? Forse…
Conti un filo bianco fra i capelli, poi un altro. Ma sono numerati, schedati e isolati, non hanno il dono di riprodursi. Sai che vai bene: ragazze più giovani sono messe peggio.
Conti un paio di rughe attorno agli occhi, ma sono quelle del buonumore, vuol dire che hai riso più di quanto hai pianto.
Conti tanti brufoli da far invidia a una sedicenne… prova tangibile della tua eterna giovinezza.
Stai cambiando. Il corpo cambia. Lo spirito però, quello spirito unico, di cui solo tu hai l’esclusiva, no, ancora no. Solo qualche scossa di assestamento.
Sei un po’ più morbida e un po’ più piccola.
Un po’ più sensibile e un po’ più cinica.
Stai bene nella tua pelle e anche se sogni ancora (e sognerai da qui all’eternità…) di trasformarti in Naomi con un incantesimo alla Harry Potter, sei capace di sorriderti allo specchio senza svenire.
Hai sempre amato il tuo compleanno, anche quando non c’era molto da festeggiare. Un po’ narciso, eh, cocca?… E in effetti ci sono stati dei compleanni speciali. Indimenticabili.
Quello fantastico dei 15 anni: hai scoperto l’amicizia vera, quella che non ti lascia sola.
Quello dei 18 anni: che fatica arrivarci, a quel giorno che non veniva mai, che sembrava procedere come i gamberi, allontanandosi anziché affrettarsi verso di te. Ma alla fine che gran festa! Per poi scoprire che il giorno dopo tutto era rimasto come prima.
Quello dei 25 anni: amore a tutto tondo.
Quello dei 32 anni: le cicatrici della vita sulla pelle, due cuori ancorati.
Quello dei….
Quello che verrà.
Festeggia, vecchia mia, ma, stavolta non dire quante candeline ci metti sulla torta che preparerai con le tue manine e che speri non risulterà immangiabile. Concediti il vezzo femminile di glissare con un sorriso. Diamine, non si chiede mai l’età a una signora, è ora che tu lo impari. Ssshhh… dimentica i numeri. Impara a civettare, che è ora...
Oggi sarai nei pensieri di tante persone. Almeno per un po’. Almeno lo speri. E’ bello, ti piace, ti stupisci ogni volta. Li senti, quei pensieri, risuonare nei meandri del subconscio di amici e parenti, come piccole sveglie che ripetono ossessive ai loro padroni: devi telefonarle, devi scriverle… Perché si può vivere lontani, ma quando si è nel cuore di qualcuno, non c’è distanza che tenga.
E tu conterai queste telefonate oggi. Ogni squillo, ogni sms, ogni mail di auguri ti regalerà un sorriso e ti farà sentire più leggera. E per quelli che non arriveranno cercherai un buon motivo. Oggi non ti arrabbierai. Magari domani.
Un anno in più non pesa, cosa vuoi che sia! Non è un pasto abbondante che ti regala chili in eccesso. A dirla tutta, nemmeno un anno in meno, talvolta , ti peserebbe… E’ la dura legge della vita.
Quando hai 15 anni ne vorresti avere 20. Non vedi l’ora di crescere.
Poi ci arrivi, a 20 anni, e ti pare di essere troppo adulta, quasi vecchia. Troppe responsabilità, troppi doveri. Ti senti centenaria.
A 35 anni invece procedi al contrario, ti senti ancora giovane, una leonessa, però ti dicono che per certe cose sei già troppo anziana. E ti scopri a ripensare con imprevista nostalgia a quando di anni ne contavi la metà… vorresti tornare indietro e farti coccolare come una bambina.
Non si è mai contenti.
Ma tu, cocca, oggi sei felice, come ogni volta in questa data, da….…tot anni a questa parte.
E’ il tuo compleanno. La tua festa. Regina per un giorno.
Qualche regalo ti è già arrivato, con un po’ di anticipo. Due libri: l’ultimo di Cohelo e l’ultimo di Dan Brown. Poco impegnativi, ne hai bisogno in questo folle momento. E capi di vestiario, un paio di pantaloni che sembrano dipinti addosso alle tue forme. Una rarità. E poi un fantastico idromassaggio a infrarossi per piedi … un sogno di pieno relax… Un viaggio…E non sarà finita qui, lo senti…
Sveglia, cocca!!! I regali sono un pensiero gentile, ma non è che devi aspettarteli dal cielo. Vai a fare qualcosa. Vai a fare la torta, va’. E falla buona che come minimo la devi offrire a tutti.
Auguri, vecchia mia. Buon compleanno.
Piano piano, in punta di piedi, sei arrivata fino qui.
23/10/2005
CARDIOLOGIE APERTE
Vogliamo ricordare che oggi è la giornata dedicata al cuore. Nel senso che per il secondo anno molte cardiologie, in tutta Italia, spalancano le porte al pubblico. L’intento è quello di favorire una maggiore apertura alla prevenzione presso la gente comune. Perché il nemico, per combatterlo, bisogna conoscerlo. Così oggi, nei centri che aderiscono all’iniziativa, si spiegherà come riconoscere i segni di un attacco cardiaco, cosa fare all’occorrenza e come chiamare i soccorsi. Il più delle volte una chiamata tempestiva salva una vita, o, quanto meno, limita i danni.
L’iniziativa è lodevole. Prevenire è meglio che curare, si dice. La maggior parte delle malattie cardiache oggi non incutono più un eccessivo timore, grazie anche a queste azioni divulgative. La medicina e la scienza inoltre fanno passi da gigante.
Ci sono però due categorie di malattie di cuore che a tutt’oggi sono prive di cura. Si tratta del colpo di fulmine e della delusione d’amore.
Il colpo di fulmine è una patologia acuta, imprevedibile, ad eziologia sconosciuta. Non si sa perché colpisce né si può prevedere in alcun modo quando e se colpirà. I sintomi sono devastanti, interessano tutto il cuore e si estendono al cervello, alle gambe e ovunque nell’organismo. Il cuore entra in fibrillazione perenne, e non esistono defibrillatori in grado d’interromperla. Nessuna scossa elettrica al mondo può far cessare la scossa d’amore. La tachicardia diventa una condizione permanente a dispetto delle leggi della fisiologia. Il cervello va in pappa completa, si entra in uno stato di coma vigile: non si presta più attenzione al mondo circostante, ci si dimentica di mangiare, si dorme poco e nulla. L’apparato muscolare reagisce in modo vario e scomposto: i muscoli della faccia si distendono in un’espressione beota, con sorriso perenne plastificato, quelli perioculari lasciano gli occhi sempre aperti e sognanti, quelli delle gambe si annullano, diventano di gelatina, specialmente se s’incontra di persona l’agente infettivo responsabile della malattia.
E’ una condizione relativamente diffusa, a durata limitata, ma con prognosi riservata. In condizioni simili, il paziente rischia di morire di fame, di essere investito da un’auto, di vivere in una situazione di cecità totale, in quanto non vede nulla di quanto accade intorno a sé.
Come si può constatare il colpo di fulmine è una malattia seria. Purtroppo non esiste ancora una cura.
L’altro malanno di cuore è la delusione d’amore. Anche qui si parla di un problema molto grave. La patologia è di tipo cronico, può insorgere improvvisamente e protrarsi nel tempo, ma può anche dare qualche sintomo iniziale, che spesso viene trascurato dal paziente. Si tende infatti ad attribuire il tutto a ogni altra causa fuorché quella giusta. Così di solito quando la malattia si conclama è troppo tardi. Il paziente entra in fase depressiva, non esce di casa, entra in stato cachetico perché non si alimenta più e si disidrata, perché non fa altro che piangere. Se guarda la tv vede solo storie di amori impossibili, se legge un libro sarà un libro di abbandoni, se ascolta un disco nella canzone c’è un lui o una lei lasciati dal partner. Di conseguenza verserà nuovi fiumi di lacrime e andrà incontro all’apatia più completa. Nei casi più disperati il paziente è afflitto da sensi di colpa, di annullamento della personalità, e soffre di fantasticherie suicide.
Anche in questo caso la guarigione è lunga e difficile. A volte occorre instaurare la patologia descritta in precedenza: cioè solo un colpo di fulmine può portare a guarigione. Ma qui possono entrare in gioco nuove complicazioni, e non ci sono antibiotici, flebo, lassativi o digestivi che possano risolvere la situazione.
Come si può notare, queste due patologie cardiache sono molto gravi. Con la giornata delle cardiologie aperte si vuole portare l’attenzione su di esse e raccogliere fondi per avviare la ricerca. Vogliamo essere in grado, con la prossima edizione, di darvi già qualche anticipazione su nuovi rimedi, vaccini preventivi o farmaci curativi, per limitare le conseguenze di queste terribili, devastanti, inopportune malattie, di cui proprio non possiamo fare a meno.
Si ringrazia per l’attenzione e s’invita la popolazione a visitare i centri di cardiologia.
20/10/2005
TUTTO PRECIPITA...
Qualche giorno fa, un messaggio nella segreteria telefonica:
“…… (indecifrabile) richiami al più presto il numero 02….”
Milano. Non ho conoscenze a Milano. Vuoi vedere che si tratta della redazione di…. E certo che sono loro, e che cosa vogliono? Mio Dio, adesso mi diranno che si sono sbagliati, che il mio racconto non è in finale per il concorso, che lo hanno scambiato per un altro, che… Niente, ho dovuto aspettare il giorno dopo per saperlo.
Telefono, con un po’ di ansia. E poi torno a respirare. Mi si chiedeva il consenso a concedere il mio nome ai giornali locali, per dare risalto alla cosa, per qualche intervista, e così via. Io? Proprio io? Come i vip? Ma sì, certo, perché no?, ho risposto. Tanto, ho pensato, chi vuoi che m’intervisti, chi vuoi che s’interessi di me? Ma va, dai, è uno scherzo.
Due giorni dopo, a cena, mi manca ancora un boccone a terminare il pasto, suona il telefono. Vogliono me. Un giornalista del quotidiano locale. Il boccone resta sul piatto. Comincio una chiacchierata con il giornalista. Mi sta intervistando. Davvero? Davvero. E cosa ti chiede? Praticamente tutto. Anni, professione, coniugata sì o no, titolo di studio…. Ma guarda, avrei dovuto dirgli, che la mia vita non ha nulla d’interessante. Come, quando e perché hai cominciato a scrivere? Bella domanda. Contiene il mistero dell’universo. Come si fa a dare una risposta concisa? Rispondo che lettura e scrittura sono cominciate quasi insieme. Che i miei primi racconti erano i temi di scuola. Ridicolo, non è questo che vuole sapere. Altri premi? Sì, certo. Dove e come. Sudo freddo, non ricordo le date… Romanzi in atto? Sì, certo, perfino due, ma allo stadio larvale. Ma questo non l’ho specificato. Però scrivo su un blog. Hai tanti frequentatori? Certo, una decina… Letture? Un po’ di tutto… Che patetica, nemmeno in grado di esprimere preferenze… Mi mandi una foto? Una foto? Una foto tua, sì, al più presto. Santo cielo, una foto mia rischia di far crollare le vendite del giornale. Si vede che non mi conosce, il giornalista. Tentenno, ma insiste. Va bene, vedrò cosa posso fare. Non ho tempo per consultare un mago di estetica e uno stregone parrucchiere, e non conosco sciamani che facciano foto truccate. Mando ciò che ho, sperando che sia troppo sfocata per essere accettata.
Riattacco il telefono con la sensazione che un articolo su di me lo avrei voluto scrivere io. Avrei avuto più tempo di pensare a me, di rievocare una vita e una passione, un dono del cielo un po’ bistrattato. Sia, ormai è fatta.
Io, intervistata. Io con la foto sul giornale. Come una celebrità o un delinquente. Con nome e cognome. Comincio quasi a temerla questa cosa.
Immagino orde di gente che mi riconoscono per strada, mi fermano. Qualcuno mi chiederà l’autografo, qualcuno m’insulterà (“Il tuo racconto faceva schifo”). Vedrò qualcun altro darsi di gomito al mio passaggio (“E’ lei o non è lei?”). Altri ancora diranno in giro: “Io la conosco, o la conoscevo”, usando il passato come fossi trapassata. Il blog vedrà impennare gli accessi… Uao!!!
Dovrò assumere una body-guard?… I fan non si conteranno, come farò a tenerli a bada? Il prezzo della gloria. Nasceranno fan club… Per molto tempo chiunque mi chiederà: “Allora, cosa hai scritto di bello?” Non sapranno, loro, perché lo nasconderò anche a me stessa, che la mia ispirazione sarà defunta, che avrò il panico del bis, la sindrome della pagina bianca. Sorriderò e dirò certo che sto scrivendo. Cosa? Top secret, o mi rubano le idee...
Tutto ciò solo per la partecipazione a un concorso. Non ho ancora vinto, e non so se vincerò. Naturalmente non vincerò, sarebbe un sogno troppo bello. Ma in questo caso, chi lo spiega al mio fan club? Come farò a sostenere la loro delusione? Dovrò ripetere a tutti: no, mi dispiace sono arrivata quarta… o terza, fa lo stesso. E per un po’ ancora ci sarà qualcuno che mi chiederà, per pura cortesia, come va, cosa scrivo, se partecipo ad altri concorsi… Fino a che tornerà l’oblio. E io chiuderò la parentesi.
Ma in tutto questo, siamo poi sicuri che il racconto sia almeno pubblicato?
Compro la rivista. Ne compro due. Una signora anziana accanto a me la sta già pagando. Non lo sa, ma l’autrice di uno dei racconti che leggerà è di fianco a lei. C’è. Il mio racconto c’è. Preciso a come l’ho scritto. Mi commuovo un po’. Torno a immedesimarmi nella storia. Un grande amore, ma troppo triste. Non vincerà. No, la gente vuole sognare e ridere, non piangere.
Non fa niente. E’ stato bello lo stesso. E il giornale con la mia intervista non è ancora uscito. Forse domani, o dopo. Che sia il caso di rendermi irreperibile? Emigrare alle Caiman, anche senza soldi, far dimenticare la mia faccia? Che figura ci farò, quando si saprà che non sarò io a vincere? Mi sento come una grande squadra di calcio su cui tutti scommettono che alla fine perde la coppa.
Be’, c’è solo un modo per evitare che questo accada.
O frequentatore anche occasionale di questo blog, fra tre settimane si voteranno i racconti: se il mio ti è piaciuto, vorresti votare per me?
E con questo ho toccato il fondo.
Se non ti è piaciuto, frequentatore abitudinario o occasionale, mi diresti il perché? Magari un’altra volta farò meglio. E cercherò di mantenere l’anonimato. Promesso.
13/10/2005
UN'ALTRA VOLTA RIVISTA...
Oggi mi è successa una cosa molto bella.Sono stata contattata dalla direttrice di Intimità, una rivista femminile molto popolare. Avevo partecipato tempo fa a un concorso letterario indetto da loro, trovato per caso su un numero sfogliato al volo. Non è un giornale che leggo d’abitudine, ma in quel numero finito chissà come nelle mie mani, ho adocchiato quel riquadro, il bando, e ne ho ritagliato una parte. Scrivi un racconto, diceva, verrà giudicato da una giuria composta da nomi del tipo Paolo Limiti il presentatore tv e la scrittrice Maria Venturi.
Non ricordo altro del bando, nè altro m'interessava.
Quello che mi attirava era mettermi alla prova e vedere se mai potevo far breccia su nomi del genere. Non ci contavo, a dire il vero, ma solo il presupposto di essere "letta" da persone così competenti mi sembrava una bella sfida.
Oggi mi è stato detto che sono stata selezionata per la finale. Solo 4 i finalisti, su un numero incalcolabile di lavori. Io sono una di quei 4.
Non so se rendo l'idea.
Mi è stato anche detto che il mio racconto è piaciuto moltissimo a cotanta giuria, ma non saranno i giurati a votare. La classifica finale verrà decisa dalle lettrici del giornale. I racconti verranno pubblicati uno alla volta, il mio sarà il primo, giovedì 20 ottobre, e in seguito votati.
Si discute tanto in giro di alta letteratura, del valore di questi piccoli (ma siamo sicuri che sia piccolo, questo qui?) concorsi. Si dice anche che non contano molto, che non lanciano carriere fulgide. Sarà vero, certo.
Io però riesco a pensare solo a una cosa. Se sono stata in grado di emozionare una scrittrice famosa come la Venturi, se ho intrigato un uomo di spettacolo dalla cultura impressionante come Limiti, al di là del risultato finale e delle conseguenze di questa partecipazione, io sono già felice.
Nella giornata dedicata al Nobel della letteratura, io ho vinto il mio. Mi dispiace per Harold Pinter, che, confesso candidamente e pubblicamente, non ho mai neanche sentito nominare, ma i riflettori, oggi, me li punto addosso io.
Non lo so se vincerò, si voterà fino a metà dicembre.
Se dovessi vincere, andrei a Milano a conoscere di persona questi miti. Non lo avrei mai creduto.
Non ci pensavo quando riempivo una paginetta di consonanti e una di vocali, in prima elementare, e nemmeno quando leggevo il mio primo libro o quando un mio tema è stato letto ad alta voce in classe, alle medie. Non ho mai creduto di arrivare in alto, non sono ambiziosa e ho coscienza di limiti che non potrò mai superare.
Però ora questo apprezzamento è qualcosa di molto, molto gratificante. E non perché mi lasci suggestionare dal fascino del divo in sé. Tutte le critiche positive, da qualsiasi parte arrivino, mi mandano sempre un po’ in una felice confusione, e quelle negative confermano le mie opinioni su me stessa ma mi spingono anche a fare meglio. Il punto è che sulla competenza di questa giuria non nutro dubbi, e anche se il valore di una giuria è sempre opinabile, il fatto che i suoi componenti siano "esperti" avrà pur sempre un peso, no?
E come se non bastasse, la direttrice mi lancia l'ipotesi di una collaborazione...
Oddio, vado in crisi... Spero che non sia come l'altra volta… Mi sono presa avanti e ho già detto che io i compitini a casa non li faccio, non so scrivere a comando. Il discorso è rimasto in sospeso, non è stato interrotto né completato e lascia il campo aperto. Forse finirà nel nulla, come altre volte. Tuttavia sentirsi dire che scrivi bene, che sul tuo scritto non occorre nemmeno un lavoro di editor, che riesci a emozionare con poche semplici parole, che il dono, perché di un dono si tratta, che ti è stato dato in dotazione alla nascita non è da tutti....
Sentirsi dire questo, ogni volta, mi commuove fino alle lacrime.
Lo so che è un dono, io non ho meriti in questo.
Non merito tanti complimenti, non sono una che "ha studiato", per giunta sono incostante e svogliata. Quello che arrivava, arrivava per caso. E quello che non è arrivato è stato ugualmente per un gioco del destino. Uno strano gioco delle parti, dare e avere, che a volte è in equilibrio, altre no.
Se è un sogno, non svegliatemi.
Non so se andrò a Milano, sicuramente qualcun altro sarà stato più bravo di me, le lettrici della rivista lo giudicheranno. Mi dispiacerebbe, certo, perdere un altro treno, però... Penso che potrei anche accontentarmi, che mi sembra già tanto essere qui a parlarne.
Ringrazio il mittente di questo dono: se è vero che c’è, devo a lui queste belle emozioni.
12/10/2005
SENZA LUCE
E che non mi si venga a dire che la notte è fatta per dormire! Lo so benissimo. E so anche che ci sono fior di studi a comprovare che l’organismo ha un suo biologico bisogno di “staccare” con il buio e di riattivarsi con la luce. Il famoso ciclo circadiano di ormoni con l’orologio in mano. Ok. Appurato la veridicità di tale assioma, è pur vero che ci sono certe attività che per forza di cose si svolgono la notte. Quando tutti dormono, qualcuno veglia. Per forza.Manco a parlarne, la mia è una di queste attività. Sarebbe troppo bello al tramonto spegnere le luci in corsia, scomodare un paziente dicendogli fatti più in là che qui ci dormo anch’io e rubargli il letto, o quanto meno quello accanto. Oppure, peggio ancora, salutare tutti alle 21, o alle 22, rimboccare le coperte ai più bisognosi, chiudersi la porta alle spalle e ritornare la mattina seguente, dopo aver passato la notte in casa propria come tutti. No, non è così che funziona. Direi anche per fortuna.
Giocoforza dunque qualcuno deve vegliare mentre altri, la maggioranza, dormono.
E pazienza. In fondo ci si sente sì un po’ strani, un po’ fantasmi con gli occhi di fuori, un po’ uccelli notturni, e tirare l’alba a volte è faticoso, ma si sa di essere utili e questo compensa il sacrificio.
E poi, vuoi mettere, la mattina, quando tutti si alzano per andare a lavorare, tu te ne torni beato a casa e t’infili sotto le coperte, chiudi la finestra in faccia al sole, saluti il mondo e ti risvegli che un pezzo di ordinaria vita quotidiana è trascorsa con tutto il suo carico di normalità o eccezionalità mentre tu dormivi. Perché tu dormivi ignaro. Come un conte dracula nella sua bara, niente dal mondo esterno può disturbarti.
Niente?
Arrivo a casa un po’ stravolta, come sempre, e come sempre un po’ stupita di essere sana e salva e non incidentata lungo la strada per un colpo di sonno. L’ora prossima alla fine del turno è la peggiore. Dalle 3 alle 4 del mattino, fino alle 6, rimanere svegli è una scommessa con se stessi e una prova di forza. Talvolta ti meravigli di ritrovarti davanti alla porta di casa, non conservi memoria del percorso appena fatto. In trance, più o meno.
Apro la porta, pregusto avida il piacere di stendermi sotto le lenzuola e di abbandonarmi all’oblio. Un po’ come i soldati che rientravano dopo una battaglia tremenda, quando ancora c’erano i corpo a corpo. Il gatto è in agguato, come sempre, e come sempre gli darò da mangiare e poi buonanotte ai suonatori. Allungo la mano verso l’interruttore al lato della porta e… non accade nulla. Buio. Devo avere proprio tanto sonno, penso, sto già dormendo e ho gli occhi chiusi. Mi ci vuole un attimo per capire che non sto dormendo e che il buio ce l’ho in casa perché non si accende la luce dell’ingresso. Fulminata una lampadina? Almeno due, perché l’interruttore accende anche quella del corridoio. Mi avvio a tentoni verso la cucina, il salotto, il bagno, provando rispettivamente i vari interruttori. Nulla. Buio. Manca la corrente. Felice deduzione. Ritorno alla porta d’ingresso, la apro e sbircio fuori: i lampioni vanno da dio, nelle case dei vicini si risveglia la vita e l’elettricità, così come dev’essere. Percorro il corridoio e guardo verso le altre case alle spalle della mia. Anche qui segnali di risvegli comodamente illuminati dalla civiltà elettrica. E’ quasi l’alba, il cielo schiarisce, ma io in casa ho la penombra assoluta.
Vabbè, sarà scattato il salvavita. Mi chiedo il perché, non c’è neanche il sentore di un temporale e nessuno che in casa, a quest’ora, azioni dieci elettrodomestici in una volta. Reprimo uno sbadiglio, attraverso di nuovo il corridoio, perché il salvavita si trova accanto alla porta d’ingresso, allungo la mano e… ed è tutto a posto, non è scattato il suo interruttore. Oh, cavolo, allora è il contatore. Perché diavolo sarà scattato il contatore se il salvavita è in funzione? Non lo so, non ho la forza di chiedermelo. Prendo un appunto, chiederò lumi a un tecnico appena possibile. Recupero una torcia elettrica di quelle potenti, è posta sotto il lavello per simili evenienze. E’ grossa come un faro per i naviganti, di quelli che mandano le navi sulla giusta rotta ed evitano le collisioni in mare. Ma la luce che diffonde è inferiore a quella di una candela. Pile scariche. Ovvio, quando una cosa ti serve, mai che vada bene. Valuto se accendere sul serio una candela, ma temo che gli spifferi me la spengano e non ho alcuna voglia di giocare con gli accendini o i fiammiferi. Ho sonno e voglio solo andare a dormire. Tiriamo su questo demonio d’interruttore e non ne parliamo più.
Naturalmente il contatore è al piano sotto, di fianco al portone del garage. Quindi vado giù per le scale, rischiando l’osso del collo a causa del gatto che mi s’intrufola fra le gambe: se lui ci vede al buio, perché non cerca di evitarmi, invece di farmi lo sgambetto? Apro il garage, prendo la mia giusta dose di aria fredda che tutto sommato per lo meno mi toglie dal coma (so già che poi ci vorrà da qui all’eternità per scaldarmi di nuovo) e apro lo sportello del contatore. E’ di quelli moderni, digitali, abilitati alla telelettura. Quelli che si guastano più facilmente, insomma. E difatti, il display è come un albero di natale, illuminato di rosso, nemmeno una scritta, una spiegazione, solo una specie di minuscolo triangolo che vorrà certo dire qualcosa. Per inciso, l’interruttore è abbassato e non si rialza nemmeno se lo impicco. Cosa che avrei tanta voglia di fare ora. Che significano quel simbolo e quelle luci? Dov’è il libretto delle istruzioni? In cucina, ovvio.
Risalgo le scale con i nervi ormai a fior di pelle, apro il libretto e scopro che il significato del messaggio in codice è che c’è un guasto. Geniale. Per fortuna è anche segnalato un numero verde da chiamare.
Chiamo. Il messaggio registrato è di quelli fatti per sperimentare la pazienza delle persone.
“ Per fare così, prema 1.
Per fare cosà prema 2.
Per fare colì prema 3”
E così via in un elenco interminabile che rischia di farti dimenticare cosa diavolo dovevi fare. Naturalmente a me serviva il tasto 1. Il quale mi avvisa gentilmente che il numero verde è cambiato e mi fornisce velocemente quello nuovo. Sono sufficientemente sveglia, ora, per memorizzarlo al volo e digitarlo. Un altro lungo elenco di possibilità premendo tale o tal altro tasto, e finalmente mi risponde un operatore. Con il quale ho un dialogo cortese ed educato, anche se cortesemente vorrebbe farmi passare per imbecille. Dopo una serie di manovre e di su e giù per le scale, conclude che il contatore è guasto e va cambiato. Evviva! Merito anch’io il Nobel per la ricerca scientifica, ci sono arrivata prima dell’esperto. Mi manderà subito qualcuno. Subito quanto? Alle 8, quando prendono servizio gli operai. Ah, già, loro la notte la passano nel loro letto. Salvo catastrofi, e la mia non è una catastrofe. Lei sarà in casa signora? No, sarò a dormire. Vuol dire che la sveglieranno. Buon giorno.
Buon giorno? Buona notte. Mi precipito sul letto sperando che una volta tanto il solerte servizio ritardi. Invece ho appena chiuso gli occhi quando suona il telefono. Non so dove sono e chi io sia, né decifro quel rumore molesto, almeno per un po’. La radiosveglia rifulge nell’oscurità e mi informa che sono passate appena due ore dall’inizio del letargo. Rispondo con voce cavernicola e un uomo mi delucida sul fatto di aver portato a termine il lavoro. Quale lavoro? Dopo un po’ realizzo che la radiosveglia prima non funzionava e ora sì, e capisco cosa mi sta dicendo il tipo. Il quale peraltro continua a parlare e mi dice che la mia voce assomiglia a quella di una collega della moglie, non è per caso che mi chiamo così e così? Un flash: io questo qui lo conosco. E difatti è lui, proprio il marito della collega, che peraltro non era mai stato a casa mia prima d’ora.
Perdinci, lo vuoi un caffè? Di sicuro, accetta lui entusiasta. Così lo zombie si alza, si lava la faccia, si guarda allo specchio e pensa che se l’uomo non fugge a codesta visione è davvero un amico. Lui, l’amico, ha un sorriso felice per la coincidenza, beve il suo caffè, chiacchiera amabilmente, coccola il gatto. Poi se ne va. Sono le 10.
Torno a letto, speranzosa. E’ ancora presto. Non lo so ancora, mentre mi tiro su le coperte, ma il mio riposo, per oggi, terminerà qua.
09/10/2005
I SI DICE DELL'ARCOBALENO
Il miracolo è apparso all’improvviso. Tra una montagna e l’altra, senza preavviso. L’arcobaleno è lì, di fronte a me, commovente e incantevole, e mi attira a sé come la calamita attrae il ferro: irrimediabilmente.
Limpido, vivace, ferisce il grigio uniforme del mondo e ne gioisce, facendo gioire. Sì, il mio arco è in realtà un gran sorriso se lo guardi dalla giusta prospettiva. Un inno alla vita, la quale potrà anche essere opacizzata da due settimane di pioggia ininterrotta, ma non ne sarà mai sopraffatta.
L’arcobaleno è poco più di un miraggio, d’accordo, ma ciò non toglie che sia magico.
Vedo la sua base: è ben piantata nella valle. L’arco si innalza glorioso verso l’alto e affonda in una nuvola. Mi dirigo verso l’origine. Voglio scoprire dove nasce l’illusione.
Cammino e cammino e intanto ripenso ai tanti si dice.
Nel punto in cui nasce l’arcobaleno, ricordo un si dice di quando ero piccola, gli gnomi nascondono una pentola ricolma di monete d’oro. Tutto il loro tesoro, che nessuno finora ha mai trovato. Io sarò quella che la scoprirà. Ho con me un piccone e un badile per scavare. A dire il vero non voglio rubare nulla, tanto meno agli gnomi che, si sa, sono permalosi e dispettosi: chissà cosa sarebbero capaci di combinare a chi li disturba, non voglio mica correre il rischio di scoprirlo a mie spese… Inoltre quale banca potrà mai tramutare in valuta corrente delle monete così fuori corso e fantastiche, seppure di oro? Ma a prescindere da tutto ciò, io non sono avida. Quelle monete non mi servono a cambiare la vita, non ne ho bisogno e non le voglio. A me basta trovarle per guardarle, affondare le mani nella pentola, rimanere abbagliata dall’oro zecchino e provare per un attimo le emozioni di Paperon de’ Paperoni che nell’oro ci si tuffa. Non terrei nulla di quel tesoro per me: appartiene agli gnomi, è frutto della loro fatica e a loro lo lascerei intatto. Per me i veri tesori sono altre cose.
Una volta trovata la pentola proseguirei con lo scavo. Voglio vedere se l’arcobaleno prosegue la sua corsa anche sotto terra. Io ne sono convinta. Non mi serve una conferma ufficiale per immaginare un lunghissimo scivolo colorato che raggiunge il centro della Terra, scomodando Lucifero che lì dimora, uno scivolo che funge da divertimento a quei quattro diavoletti scalmanati e indecisi che ancora non sono capaci di fare del male. E come potrebbero, quando c’è una “cosa” così magica e potente che provoca anche nel loro cuore di cattivi potenziali una gioia prepotente, quando un universo variopinto, racchiuso in quei sette colori vitali, illumina i loro antri oscuri?
L’arcobaleno, io lo so, passa attraverso il cuore della Terra, risale dal lato opposto e si ricongiunge alla propria estremità. Se spazzassi via le nuvole vedrei che non si tratta di un arco, dopo tutto, bensì di un tondo, una circonferenza: è l’anello matrimoniale del mondo.
E cammino, cammino. Oltre al piccone e al badile ora ho anche la scopa, per verificare la mia certezza guardando al di sotto delle nuvole.
Camminando osservo estasiata i colori. Dio, cosa saremmo senza i colori? Come potremmo sopravvivere al grigio eterno? La pioggia di questi giorni ci ha dipinto una prospettiva senza luce, incolore, da far tristezza. Ma ecco che il sole riesce a far capolino, dipinge d’oro i neri merletti delle nuvole intrise d’acqua e fa risplendere l’incantesimo.
Si dice che la prevalenza di uno dei colori dell’arcobaleno sugli altri, quello che maggiormente risalta, è l’indice predittivo della ricchezza che porterà l’annata. Di fronte a me, l’arco più vivace, più largo, è quello giallo. Quindi ricchezza di grano, frumento, sole… O così si dice.
Fosse il verde a prevalere, abbondanza di erba, pascoli e ortaggi. E speranze mai perdute.
L’arco violetto, o rosso, è il più largo? Vendemmia abbondante, vino in veritas, allegria e buonumore.
E se fosse il blu? L’azzurro del cielo non verrebbe mai oscurato così a lungo e la serenità invaderebbe anche le nostre anime.
E cammino, cammino. Ora fra i miei attrezzi ho anche un arpione, per tenermi stretta la fantasia e non lasciarla andare alla deriva. Ma quando arrivo a destinazione? Più mi avvicino, più il miraggio si allontana. Eppure è lì, risplende e ride giocoso.
Una volta che lo raggiungo mi ci voglio arrampicare e fare lo scivolo fino a terra. Non è da tutti filare via fra i colori primari e far sprizzare scintille di vita che poi saliranno in cielo e diventeranno stelle.
Farò anche un’altra cosa quando arriverò. Passerò sotto l’arcobaleno. Con un po’ di batticuore e tanta curiosità. Tra i tanti si dice c’è anche questo: a passare dall’altra parte si cambia sesso: l’uomo diventa donna e viceversa. UAO! Un sogno di bambina, quello di diventare per magia un maschietto, che ora diventerebbe realtà. Credevo allora, mi facevano credere, che il maschio era un essere diverso e speciale, non solo per questioni anatomiche, ma perché tutto gli era concesso, mentre a me tutto era proibito in quanto femmina. Accidenti a me, pensavo, perché non ero nata maschio? Me lo chiedevo arrabbiata, infuriata con il caso e con un mondo di convenzioni assurde. E pensare che ora mi sta bene, più che bene, essere femmina. Anzi, FEMMINA, tutto maiuscolo… Ma la curiosità, una briciola, mi è rimasta. Passerò al di là dell’arcobaleno, dunque, mi farò la barba, giocherò a pallone e fischierò alle ragazze. Guarderò alla vita con emozioni in bianco e nero, ignorando le sfumature. Poi tornerò di qua e sarò ancora, felicemente, me stessa.
Ecco, ho aggiunto anche il rasoio agli attrezzi, mi servirà per radermi. Sta diventando gravoso questo cammino. Il mio arcobaleno sornione sorride, rifulge, ma non si fa acciuffare. Ma io vedo il posto dove è piantato in terra. E’ così vicino, a soli due passi. Riprendo fiato e ricomincio a camminare. Ci arriverò prima del tramonto. Lo so.
mercoledì 5 ottobre