30/09/2005
CORSI DI AGGIORNAMENTO
Certo ai corsi di aggiornamento bisogna andare.
Un po’ per obbligo. Sai, ne va della tua carriera, del posto di lavoro o bene che vada della non decurtazione dello stipendio. Di tutte quelle menate cioè che t’inculcano con un lavaggio del cervello per spaventarti.
Un po’ ci vai perché qualcosa che t’interessa tutto sommato lo trovi sempre.. forse sul lavoro ti servirà, forse no. Forse pensi che tu sai fare di meglio, nel tuo mestiere, e che la teoria che ti espongono può sembrare valida, ma metterla poi in pratica è un’altra faccenda.
Comunque ai corsi bisogna andare.
Talvolta ti alzi presto, hai lavorato il giorno prima fino a tardi, andrai a lavorare anche quella notte o la mattina dopo. A volte devi recarti anche fuori sede, in un’altra città che non è detto sia a due passi. Perciò ti sorbisci la levataccia, il viaggio in treno o in auto con qualche collega, hai l’ansia del viaggio, hai paura della strada e chissà come guida questo qui… E durante il corso hai sonno, ti addormenti su una relazione noiosa o scontata. Oppure hai il pensiero a casa, a qualcuno che sta poco bene, o che ti manca in quel momento, se hai bambini ti domandi se hanno mangiato, se fanno i capricci, se cercano la mamma. E soprattutto ti domandi, in questo caso, se vale davvero la pena sacrificare così la famiglia per qualche punto in più sul curriculum. Casa e professione, affetti e senso del dovere, possono davvero coesistere senza litigare, senza danneggiarsi a vicenda dentro di te, donna con famiglia?
Aggiornarsi, per così dire, talvolta diventa uno stress, e nel migliore dei casi lo trovi interessante ma disperatamente faticoso. Tuttavia lo fai, con spirito di rassegnazione e non senza qualche slancio d’interesse. Lo fai, a dispetto di tutto.
Ma quando ti trovi davanti un docente che non ti aspetti, in senso puramente fisico?
Le cose cambiano leggermente. La fatica e il sonno d’incanto svaniscono.
Ti dicono che a relazionare sarà un primario. Ok, tanto non è una novità, pensi. Sono sempre loro a fare la parte del leone. Ma quando il soggetto in questione arriva con il casco da motociclista, il giubbotto di pelle nera, un paio di jeans fascianti e una camicia attillata, ti riproponi un chiarimento con chi ti ha passato quest’informazione. QUELLO non può essere un primario. Sotto quei vestiti ci sta un fisico di marmo, non uno di quelli arrotondati e ammollati dal troppo studio e nient’altro.
Una breve indagine: l’uomo ha circa 45 anni, e già questo lo escluderebbe dal prototipo del primario. E che sia decisamente affascinante, be’, inutile ribadirlo. I primari affascinanti, quando ci sono, sono già un po’ avanti con gli anni e hanno solo il fascino della cultura e dell’esperienza professionale.
Questo qui sarà anche acculturato, ma è un particolare che non si nota subito, in confronto al resto.
Oddio, ha una voce nasale e un po’ monotona.
Oddio, gira voce che sia un cerbero.
Oddio, perfetto perfetto non è nemmeno lui, a ben vedere. Qualche difettuccio glielo concediamo.
Conta qualcosa?
Se ascoltandolo mentre parla si può pensare a tutto meno che a quello che sta dicendo… No, non conta.
E poi finisce che ti si siede vicino per spiegare qualcosa. E di nuovo tu non ascolti una parola, le orecchie recepiscono ma il cervello non registra, intento ad altri stimoli sensoriali. A pensieri che è meglio non raccontare a una collega.
Me lo dici a che serve andare ad un corso di cui alla fine non ti resta nulla se non una visione?
Dovrebbero sceglierli meglio gli insegnanti.
Se sono troppo belli distraggono. Se sono insignificanti annoiano.
E’ un problema.
Fra due giorni sarò ad un altro corso. Chissà se stavolta imparerò qualcosa.
27/09/2005
AUTUNNO
E’ la luce, diversa.
Il sole, grande latitante di un’estate intera, è tornato ed è beffardo. Riscalda in modo esagerato, poi se ne va a dormire sempre un po’ prima. Nel tirarsi su le coltri diffonde consapevolmente un brivido che serpeggia sulla pelle e nelle ossa. E’ più distante, più indifferente, sa di lasciare questa parte di mondo in un buio sempre più triste e precoce. Tuttavia ancora gioca, dispettoso, a volte si nega, lascia il posto al grigio della pioggia, all’umida nebbia, a un temporale che sa di estate e al contempo la nega, giacché il calore dei mesi lieti è solo un ricordo.
Le ombre si allungano, e se ne vanno presto, nell’oscurità incalzante. La luce del giorno è obliqua e frizzante, le cose di ogni giorno, gli oggetti, alberi e piante, assumono contorni diversi, non sembrano più gli stessi di un mese fa.
* * *
Uno scoiattolo è al lavoro. Si arrampica frenetico fino in cima a un pino enorme. Non soffre le vertigini, anche se la punta dell’albero si piega docile all’aria cortese. La bestiola saggia le pigne, ne cerca i frutti golosi. Ridiscende veloce, a testa in giù lungo l’interminabile tronco. Se ne scorgono le orecchie, a punta, attente, e la coda alzata a glorioso vessillo di vita. Ecco che tocca terra, ma non riposa. Gli occhietti vispi hanno già puntato un altro allettante bottino. Una noce ancora nel suo mallo: un’attrazione fatale. Si sa, presto farà troppo freddo per trovare cibo in giro, è questa l’ora di arraffare, immagazzinare, accumulare, ingrossare le scorte. Come fa un animale a sapere queste cose, a prevedere il ciclo delle stagioni? Chi glielo ha insegnato?
La noce non sfugge al proprio destino. Fulmineo, agile, lo scoiattolo se ne impossessa, si arrampica su un altro albero, si ferma a debita quota e, deciso, lancia la noce in picchiata contro un sasso. Quella si rompe, si forma una crepa sul guscio, che il diavoletto rosso è bravissimo poi ad allargare per impadronirsi del cuore del frutto. Era tutto ciò di cui aveva bisogno.
* * *
I funghi conosceranno ora il breve ciclo della loro esistenza. Una crescita rapida, oggi ci sono, ieri non c’erano, domani saranno funghi adulti, fra due giorni funghi morti, annegati dalla pioggia o seccati dal sole. O raccolti in un cestino.
Un anziano cercatore passeggia per il bosco, con l’aria svagata. Fa finta di guardare altrove, magari in alto, per non spaventare i funghi che, si sa, sono timidi e tendono a nascondersi. Canticchia sottovoce una filastrocca che solo lui conosce e che ha un unico scopo: far sì che i timidoni mettano fuori il cappello, al disopra del tappeto di foglie morte. E difatti eccoli spuntare dalla nera terra, piccole ma allegre macchie colorate. Gialli, bianchi, rossi e marroni, buoni e cattivi, una delizia per gli occhi. Un’emozione contemplarli. L’anziano li accarezza, li pulisce dalla terra attento a non sciuparli, li coccola per un attimo fissandoli con amore. Poi sente aumentare la salivazione, di colpo, dopo che un pensiero gli attraversa la mente: il ricordo di quanto sia gustoso il semplice gesto di portare ogni funghetto alla bocca, una volta che lo si è cotto a dovere... In pochi ne apprezzano il sapore voluttuoso. In molti amano l’eccitazione e la sensualità della caccia, della ricerca, della sfida: vieni a prendermi, io mi nascondo… Un attimo d’esitazione per l’anziano, ma passa così com’è arrivato. Con un coltellino affilatissimo, per causare meno dolore possibile, recide le gambe ai funghi suoi amici. Pone il bottino nel cesto, con delicatezza. Si sposta un po’ più in là. Sotto le foglie cadute, su un ceppo apparentemente morto, ai piedi degli alberi, in mezzo al prato, la caccia continua.
* * *
Le foglie sono ancora verdi, in barba al calendario. La maggior parte resiste caparbia e resta appiccicata ai rami nell’illusione di prolungare la propria esistenza. Complice un tepore insolito, qualcuna crede davvero che sia ancora estate. Si rifiuta di cambiare d’abito, si rifiuta di lasciare il nido. Si rifiuta di morire. Ma qualcun’altra è più vezzosa, ha deciso che la nuova veste è più intrigante, le dona meglio. Gialla o marrone non importa, è la novità, la tendenza della moda del momento. Le vanitose s’imporporano, dunque, o s’imbiondiscono e dopo una danza allegra con il vento fresco del nord, che le disorienta e le fa tremare di piacere, muoiono felici. Giacciono al suolo a ricoprire i funghi, la terra, la polvere, fino a che il vento, sempre lui, garbato cavaliere, le rianimerà in un’altra bellissima, inutile danza, e saranno splendide contro il cielo blu.
* * *
Nell’azzurro si stagliano i fili dell’alta tensione. Si muovono, o ne danno l’impressione. Ci sono dei punti neri, qua e là, che ricordano la disposizione delle note sul rigo musicale di uno spartito. Sono gli uccelli migratori, che hanno già fatto i bagagli. Ora cercano la concentrazione, fiutano l’aria, puntano il becco. Consultano il proprio navigatore satellitare. Non hanno indecisioni: dirigeranno le ali verso sud. Si portano dietro poche cose: le loro piume, qualche figlio ormai grande, la voglia di vivere. E vivere bene. Là, a sud, nasceranno nuovi amori e nuovi figli. Per loro, per gli uccelli viaggiatori, è sempre estate.
* * *
Più in là, verso la costa. Il mare agita lentamente le sue onde. C’è un senso di languore, di malinconia, nella spiaggia poco frequentata. La sabbia comincia a essere fredda, come anche l’acqua. Un brivido appiccicoso, umido e salato pervade i coraggiosi che si attardano. E che non riescono ad andarsene. Perché il mare ora ha un altro colore. E’ più scuro, incute timore e ha un fascino immenso. Si ha l’impressione che se ci si bagna non ci si debba più asciugare, che quelle goccioline rimarranno per sempre abbarbicate alla pelle. Eppure il sole c’è, quella sua luce obliqua di un altro mondo c’è. Scalda, sì, ma non è luglio e non è agosto. Il grande astro è chiamato a rapporto da un’altra parte, qui non ha molto da fare. Un cane randagio sfuggito ai divieti trotterella sulla riva e non ha alcun pensiero. Gli umani hanno il cuore gonfio di nostalgia, i piedi che portano verso l’acqua, e un sasso in mano, da lanciare contro la prossima onda.
* * *
In città c’è un’atmosfera strana. La luce del sole, così obliqua, passa a stento tra le case e i condomini. C’è silenzio. I bambini sono a scuola, non giocano più a pallone in strada, o a nascondino, non corrono in bicicletta sfidando le auto. Non ci sono risate, non ci sono litigi. O ce ne sono in misura minore, fino a che il grande freddo non arriverà definitivamente a coprire ogni cosa di bianca quiete. Silenzio. Aumenta il canto dei motori, lo scarico dei gas, gli ingorghi. S’infoltiscono i programmi di eventi culturali e sociali, riaprono palestre e corsi di varo genere, la produzione aumenta il ritmo. La vita riprende il corso agitato di sempre.
La sera, però, arriva troppo presto, e non vede più le chiacchiere di buon vicinato fuori dalla porta, le passeggiate leccando un gelato, i negozi aperti fino a tardi. Si chiude bottega, si chiude la porta, si accendono luci e fuochi in casa. Fa buio, fa fresco. Si accendono i televisori. Si spengono i pensieri. Si aspetta con pazienza la nuova primavera.
E tutto per questa luce, così diversa.
Una luce che porta una musica antica e sempre nuova.
La sinfonia dell’autunno.
24/09/2005
IL COMPLEANNO DEL SIGNOR PINCO
Il signor Pinco oggi compie gli anni. E’ un grande avvenimento. Lui di solito tende a minimizzare, falsamente modesto, dice sempre che non vuole festeggiare, che nessuno deve sapere, che è un giorno come gli altri, ecc. ecc. Ma quanto parla, il signor Pinco. La signora Pallina, sua moglie, ormai lo conosce e fa esattamente il contrario di quanto lui, a parole, dichiara. Organizza una bella festa, invita parenti e amici e lo coccola in modo speciale. Solo per oggi.
La giornata comincia presto. La signora Pallina si reca al lavoro, saluta il marito ancora addormentato e gli lascia un bigliettino affettuoso sul tavolo. La signora Pallina è una romantica.
Quando lei rientra, lui non c’è, a sua volta è al lavoro. Telefonata di auguri, smack e smack, a stasera amore.
Il regalo.
Negli ultimi anni il signor Pinco, che vuole passare così inosservato, si accontenta di regalini da poco di cui fa espressa richiesta. Così nel tempo, le sue modeste pretese sono state: un paio di calzoni da montagna (costosissimi!), la video camera, la macchina fotografica digitale, la troncatrice (la signora Pallina era andata comprare quest’ultima cosa di nascosto, sapendo che lui la desiderava ma non avendo la più pallida idea di cosa fosse una troncatrice. Quando l’aveva vista era rimasta sconvolta, specie al momento di pagarla…) e altre simili amenità.
Quest’anno è il turno del compressore d’aria. E’ un uomo pratico, il signor Pinco. Così sono andati insieme a sceglierlo qualche giorno fa (dalla volta della troncatrice la signora Pallina non si fida più a far da sola).
La signora avrebbe voluto portarlo a casa impacchettato, metterci almeno un fiocco, ma non è stato possibile. Meglio nemmeno esprimersi in tal senso. Il commesso non dava l’impressione di saperli fare, i fiocchi.
Al diabolico strumento, si è aggiunto poi il desiderio per il calzoncino da ciclista. Non perché bisogna cavalcare il compressore. Ma perché il signor Pinco è un appassionato ciclo-amatore. Di quelli che vanno in bici più o meno due volte l’anno, ma quando ci vanno vogliono starci comodi ed essere attrezzati. A dire il vero, pensa Pallina, gli mancherebbe ancora il caschetto. Ma quello sarà il regalo per il prossimo compleanno.
Gli sposi vanno insieme, quindi, anche a scegliere la tutina. Perché di questo si tratta. Una salopette in materiale apposito (terribilmente sintetico), dall’imbottitura nelle parti soggette a usura, dalla gamba lunga a trequarti. Il signor Pinco prova, la moglie lo guarda adorante e pensa che somiglia proprio a superpippo, ma a lei piace così.
Fare regali al signor Pinco è talvolta faticoso. E la consorte non è mai soddisfatta. Ci terrebbe a metterci sempre qualcosa di più personale possibile.
Per la festa di stasera ha ordinato in pasticceria una sacher-torte, il dolce preferito del marito. Impensabile, improponibile, inconcepibile provare a fare qualcosa di simile in casa. L’assoluta incompatibilità di Pallina con le torte lievitate è universalmente riconosciuta. La si trova anche nella garzantina alla voce casi impossibili. E poi il tempo per eventuali nuovi, maldestri tentativi, che nella fattispecie dovrebbero essere all’incirca due o tre, proprio manca. Meglio affidarsi al pasticcere. Che si guadagni anche lui lo stipendio, che diamine!
Tartine, salatini, patatine, pistacchi, arachidi tostate e salate, olive snocciolate, frutta secca in genere, e il menu è completo. Con poca, nulla fatica. Quanto è facile aprire una confezione, riempire un piatto di portata, mettere in bella mostra su una tavola elegantemente apparecchiata. Una benedizione per la donna che lavora, tutto questo bendiddio pronto. E la bella figura è sempre assicurata.
Il tocco personalizzato? La signora Pallina non ha saputo resistere e ha comprato una rosa rossa dal gambo lungo (n.b. = 2 euro), simbolo di passione, e l’ha deposta accanto al piatto del marito, che rientrerà per cena, prima della festa. Sorride, lei, e si dice che è un bel pensiero, dopo tanti anni di matrimonio. Oddio, ha un che di funerale, di tumulazione, messa lì così, ma basta non farci caso.
Il signor Pinco è uno che non ci fa caso. Quando rientra dal lavoro, riceve per la terza volta gli auguri dalla moglie, si siede a tavola, scansa la rosa dopo avere constatato che non è commestibile e comincia a mangiare come un dannato, per fare in fretta prima che arrivino gli ospiti. Talmente in fretta che arriva alla frutta prima che la moglie prenda posto accanto a lui. Non solo, ma prende di mira anche le portate per gli ospiti che devono ancora arrivare, cioè i salatini, le patatine ecc. ecc. Lei lo fulmina con lo sguardo. Vorrebbe dirgli tante cose, a partire da un acido commento sul mancato apprezzamento della rosa, ma si trattiene perché in fondo è il suo compleanno, per una volta lasciamogli fare ciò che più gli aggrada. Tanto domani è un altro giorno, ed è privo di ricorrenze...
Gli ospiti arrivano ed è tutto pronto. Cioè, tutto quello che si è salvato dalla fame lupesca del signor Pinco. Ci si stringe intorno al tavolo, si mangia, si beve, si chiacchiera, si ride. Protagonista indiscusso, re per un giorno, colui che non voleva apparire: lui, il padrone di casa. Che raccoglie consensi e simpatie, risate e allegria. Un mattatore timido, adorabile.
E che continua a divorare qualsiasi cosa gli passi davanti. Gli invitati devono sbrigarsi e togliergli i piatti dalle mani se vogliono assaggiare una tartina. Si aprono i regali: un libro, un puzzle, un etto di prosciutto (!!!),… pensieri carinissimi che la signora Pallina avrebbe gradito per sé.
E’ il momento della torta. Campeggia nera e golosa al centro della tavola, sulla tovaglia che non è già più immacolata, e fa sbavare tutti nel suo splendore. Ma bisogna spegnere le candeline! Eccole, le candeline, che per fortuna riportano solo le due cifre della ricorrenza numerica, non il corrispettivo esatto, altrimenti la circonferenza del dolce non sarebbe stata sufficiente…
Però c’è lo spazio anche per candeline a forma di pagliaccio…
Questa volta le occhiatacce partono dal signor Pinco dirette alla moglie, che non ci fa caso, o fa finta, e accende il tutto, scottandosi, come sempre accade, con l’accendino. E mentre la cera cola sul cioccolato fondente, si spengono le luci e s’invita a gran voce il signor Pinco a soffiare. E’ il rituale di ogni compleanno, e non si discute. La signora Pallina adora le tradizioni. Soffia, Pinco, su!! E Pinco soffia, ma rimane un pagliaccetto acceso. Non fa niente, la festa prosegue. Si riaccende la luce, si taglia la torta (sigh!) e si mangia la suddetta. E’ scritta nel fato del dolce, la sua fine inevitabile.
Dopo un po’ tutti se ne vanno. Se si esclude l’allergia del nipote al gatto di casa, la conseguente serie di starnuti condita da lacrimazione e malessere che costringe la signora Pallina agli straordinari del lavoro in ospedale, è stata una bella festa.
Il signor Pinco bacia la moglie e va a dormire. Lo aspetta una levataccia il giorno dopo. La signora Pallina rimane con i piatti da lavare. Un’occhiata, un’alzata di spalle e un sorriso: domani è davvero un altro giorno. Lascia tutto lì, e raggiunge il marito. Non si sa mai che abbia voglia ancora di un regalo speciale...
21/09/2005
VENT'ANNI FA
La ragazza salì sul treno. Era sola. Partiva da sola. Un pomeriggio di settembre, come tanti. Un paio di borsoni contenevano quanto di più caldo e pesante avesse trovato fra i propri indumenti. Faceva ancora caldo, ma erano altre latitudini. La meta di quel treno era il nord, e lì sì, dicevano, l’inverno era freddo. Non era una vacanza, per la ragazza. Era una migrazione. Un po’ come le rondini, che all’approssimarsi della brutta stagione cercano un altro luogo, più mite, dove sopravvivere. Solo che lei non andava verso il caldo. A meno che non avessero capovolto l’Italia nel frattempo, a 1000 km di distanza avrebbe incontrato Nonno Gelo. E’ da stupidi, pensò. La rondine ha ragione. E per un attimo s’immaginò migrare come il mite uccello, si vide percorrere i cieli alla ricerca della costa africana, dove il sole era sole, non un suo surrogato.
Il treno partì. Nessuno da salutare. Già fatto, nel solito modo burbero e impacciato, poco prima a casa. Che fatica mostrare i sentimenti. Un tabù mai superato, da entrambe le parti. Restava da indovinare, come al solito: la sua partenza era un sollievo per tutti, nascondeva un augurio di cuore per un futuro migliore, una commozione o l’indifferenza?
Non avendo certezze, bisognava credere a ciò che più piaceva, quello che lasciava intendere l’emozione del momento.
Scorreva la campagna, gli ulivi, la terra bruciata. Si avvicinava, ma era ancora solo un preavviso, il crepuscolo. L’aria era afosa, di scirocco. Aria africana appunto. Quella però che ti fa sentire tutto appiccicoso e umido come una caramella succhiata, non quella secca dei deserti, quella che ti fa sognare la libertà.
La ragazza non aveva la sensazione di essere libera. Certo le prospettive erano molte, la libertà stessa, il lavoro, il guadagno, l’indipendenza economica, il futuro. Tutti miraggi per ora. Non sarebbe stato facile. Niente sarebbe stato regalato. La ragazza non aveva ancora 22 anni, li avrebbe compiuti il prossimo mese, ma si sentiva così responsabile… e un po’ spaventata. Stava costruendo il proprio avvenire. Non avrebbe mai creduto che sarebbe toccato a lei partire con la valigia legata con lo spago. Si era presa il tempo necessario a provare in tutti i modi a gettare l’ancora nel porto più amato, ma le tempeste erano state troppo forti. Issa le vele, marinaio, altri lidi ti aspettano.
La parte più dura era stata separarsi per sempre dalle piccole cose. Il diario, per esempio. Decine di quaderni, che rappresentavano tutta la sua vita fino ad allora. Che farne? Portarseli dietro era impensabile, così come lasciarli lì. Consegnarli a un’amica fidata, neanche a parlarne. Una vita tra le pagine e non sapere cosa farne. La soluzione era stata inevitabile: il caminetto acceso in solitudine, le singole pagine salutate una per una e trasformate in cenere, nonostante fossero bagnate di lacrime. Operazione non indolore. Operazione che fa sanguinare come le stimmate. Non è da tutti sopravvivere a una vita bruciata, letteralmente andata in fumo. Solo la fenice era risorta dalle proprie ceneri. Per gli esseri umani è un po’ diverso e sicuramente più doloroso. La ragazza temeva di perdere il passato e un po’ di presente. Gli anni di scuola, le amiche, i fidanzati, amori e delusioni, sogni e speranze, litigi e incomprensioni. Una vita normale, ma una vita che non avrebbe avuto più un testimone neutro e fidato come il caro vecchio diario. Da ora in avanti doveva basarsi sulla memoria per ricordarla. Ma la memoria, si sa, inganna per antonomasia. E quello che sembrava sgradevole diventa sopportabile, i particolari sfumano, le tristezze si alleggeriscono e i contorni sono meno netti. Anche per ciò che riguarda le cose belle.
Forse tutto ciò poteva essere davvero l’occasione di una rinascita.
Un nodo in gola, subito ricacciato. Ormai era grande, dai, non si poteva piangere in pubblico. E per cosa, in fondo? Per un fratellino così piccolo che presto si sarebbe dimenticata di lei. E certo, c’era pure lui da mettere in conto. Come la lista dei rimpianti, delle cose non dette, non fatte o fatte male.
Ecco, il sole tramontava. Calava il sipario su uno scenario a volte amato a volte odiato. Calava il sipario sull’infanzia e sull’adolescenza.
Di nuovo quel senso di responsabilità. Andava a studiare, e lavorare insieme, senza guadagno per ora, ma il posto fisso quasi certo dopo tre anni. Mendicare ospitalità da parenti ostili. Un altro rospo da mandar giù. La ragazza avrebbe voluto indebitarsi piuttosto, ma proprio non le era possibile.
Quanti pensieri! E il fidanzato? Lasciato anche quello a proseguire da solo. D’accordo, non era un vero e proprio fidanzato, ammettiamolo. Però, incredibile per una storia che non c’era, esisteva dell’affetto. E lui le aveva detto, serio, quando gli spiegava i suoi progetti di andata, realizzazione e ritorno: “Tu non tornerai più.” Una sentenza definitiva. Un dispiacere negli occhi neri. Piccolo, ma sincero dispiacere. Lei non aveva risposto. Non c’era molto da dire. La fenice doveva risorgere, il pezzo da pagare era alto.
Le amiche, la famiglia, la città… il mare. Il caldo. Le sarebbe mancato tutto questo. Però una cosa era certa: sarebbe tornata. Avrebbe ottenuto quello che voleva e sarebbe tornata. Vincente. Realizzata. Il futuro in mano, vale a dire tanti soldi per poter scegliere.
Sì, la sfida era solo all’inizio.
Il treno correva nella notte, le guance della ragazza erano asciutte. La curiosità, la voglia di mettersi alla prova, gli incontri che ci sarebbero stati, le occasioni che avrebbe incrociato, la determinazione ad andare avanti ad ogni costo. Era tutto stimolante. Molto stimolante. Come andare per mare a scoprire l’America. Un percorso al buio, dove tutto sarebbe stato una novità, anche la routine del quotidiano. Bisognava reinventarsi, vedere fino a che punto sarebbe arrivato il suo trasformismo intelligente di una che si modella secondo il fabbisogno e secondo le circostanze. I camaleonti cambiano colore di pelle quando cambiano ambiente, ma rimangono camaleonti. Sorrise tra sé all’idea di rimettere in circolo la metà settentrionale di sangue che le scorreva nelle vene. Ecco il vantaggio di essere “meticci”, per così dire, essere in grado di adattarsi, interpellando i propri geni che non sono del tutto estranei al nuovo mondo. In fondo, i terroni che partivano per le americhe all’inizio secolo erano messi peggio. Non è che parlassero semplicemente un’altra lingua, erano per lo più anche analfabeti. Mentre la ragazza contava di avere qualità culturali migliori, il che poteva per lo meno assicurarle una sopravvivenza dello spirito più dignitosa.
Le riflessioni per il resto della notte rimasero più o meno di questo tenore. Oscillarono a lungo tra tristezze e decisioni. Fino al sopraggiungere del sonno. E poi dell’alba. E poi della nuova vita.
La fenice si risvegliò, il sole c’era anche in quel posto. C’era spazio per l’ottimismo.
Tanto, si disse la ragazza, ritornerò. Appena possibile.
Questo accadeva esattamente vent’anni fa. La ragazza di allora ha gettato l’ancora dove il destino aveva stabilito fosse meglio per lei. Dove non aveva mai creduto di poter restare. Lo spirito invece vola libero, spinto dal vento, tra nord e sud a piacimento. Ma un vecchio detto, molto saggio, dice che dove c’è il letto, c’è l’affetto. Questa però è un’altra storia.
19/09/2005
UNA DOMENICA TUTTA DA MANGIARE
La signora Pallina è decisamente seccata. Anzi, arrabbiata, e non sa neppure con chi prendersela. Per tutto il periodo estivo, luglio, agosto e ora anche settembre, ha tentato di convincere il signor Pinco a portarla ancora una volta al mare. Almeno per un giorno. L’impresa non è da poco. Il signor Pinco è notoriamente allergico agli ambienti acquatici, tanto più se salati e assolati e ricchi di zanzare. Lui è un vero camoscio, un capriolo, uno stambecco, insomma una creatura d’alta quota, da cime innevate. Con lui il mare non c’azzecca proprio. La signora Pallina, quindi, per persuaderlo, è dovuta ricorrere a tutto il proprio repertorio di arti femminili. Così da quasi tre mesi lo coccola, lo vezzeggia, lo vizia, gli fa gli occhi dolci e sospira:
“Oh, come mi piacerebbe andare ancora una volta al mare….”
Fino a che il signor Pinco cede, perché della moglie è proprio innamorato, e anche perché si è ormai seccato della manfrina, e finalmente dice:
“Ok!!”
Tutto pronto per la gita dunque. Se non che… il diavolo ci mette la coda. O forse è l’idraulico celeste che non è in grado di riparare le perdite alle condutture del Paradiso. La domenica designata per la partenza, compatibile con gli impegni di entrambi, piove. No, diluvia. No, è un’alluvione. E c’è pure il temporale. E non è pensabile che al mare, a soli 150 km, il tempo sia più clemente.
Non è giusto. Non è possibile. E’ la seconda volta che si decide di andare, la seconda che si deve rinunciare. Chi è che ce l’ha con Pallina, lassù? Nessuno si rende conto del suo sforzo titanico nel compiere l’opera di persuasione? Nessuno capisce che il bisogno della poverina di sole e colore e luce è vitale? Dov’è che si sporge reclamo? Chi si può picchiare per sfogare il nervoso?
Il signor Pinco è dispiaciuto (in parte) per la moglie, ma sotto sotto forse gli va bene così. Però, per non vedere la consorte con intorno al capo un’aureola di lampi che fa spavento anche al temporale in corso, le fa una proposta alternativa. Una mostra. No, niente quadri o sculture o roba del genere. Una mostra di prodotti alimentari tipici di tutta Italia.
Cioè, roba che si mangia?
Sì certo. Forse si mangia. Insomma, dai andiamo a vedere.
Ma sì, che c’è da perdere? Sempre meglio che stare alla finestra a sospirare per un azzurro che non si vedrà più.
L’esposizione di vettovaglie, come l’ha subita definita Pallina, si chiama Sapori Italiani. E non è un grande supermercato. C’è qualcosa di più.
I nostri coniugi arrivano al Palafiere ad appena un’ora dalla chiusura, ma c’è ancora molta gente. Subito colpisce il tripudio di colori. Perché anche l’occhio vuole la sua parte, quando si tratta di res mangiareccia. All’interno dell’enorme struttura ci sono dei percorsi che conducono più o meno ordinatamente agli stand, i quali sono più o meno piccoli, o più o meno grandi, ciascuno dedicato ad aziende produttrici di qualche cosa di commestibile (ma non solo) provenienti da quasi tutte le regioni italiane.
Pallina di colpo ha fame. Già all’ingresso il profumo di polenta e salsiccia è stato una mazzata allo stomaco. Ma donde viene? Da ogni dove, pensa Pallina, che sta sbavando all’idea di assaggiare una salsiccetta, e non riesce a localizzare il punto di partenza del profumo. Come un bracco allunga la proboscide (ma i bracchi hanno la proboscide?!…) e annusa, cerca la preda, ma questa particolare ambizione sarà destinata a rimanere frustrata. Peccato.
Nel frattempo però, in uno dei primi stand, dedicato all’Alto Adige, i titolari stanno offrendo ai passanti lo speck di loro produzione, che quanto a profumo è quasi alla pari della salsiccia. E poi è bello anche da vedere, con quel suo rosa così delicato che neanche ti sembra possa essere stato un maiale. Piccolo senso di colpa di Pallina, mentre allunga con disinvoltura una mano sul piatto in offerta e preleva prima un tocchettino, poi un altro, del salume. Squisito!!
Ma, e lo spirito animalista?
Un’altra volta.
Di fronte alla sopravvivenza si soprassiede agli scrupoli. Il maiale è un amico: capirà che il suo sacrificio serve a Pallina per non autodistruggersi dallo sconforto per il perduto mare. Scusa Porky, ti voglio bene. E un altro tocchettino sparisce velocemente in una gola depravata. Il signor Pinco osserva, leggermente stupito dalla sfacciataggine della moglie, ma per il momento tace.
Procedendo oltre, la musica non cambia. Cambiano le regioni, ma ognuna ha il suo salume. Così nel Veneto si gusta la soppressa, con o senza filetto, tagliata sul momento da una ragazza compiacente e gentile. Sublime. Bella, rossa (la soppressa, la ragazza è mora). Così come la pancetta e la coppa, sempre di produzione artigianale e offerta a piene mani dai produttori. Poi ci sono il salamino piccante e quello di cinghiale, calabresi, e poi quello di cervo, sempre nordico, ma la ressa davanti agli stand, certi pasticci con le mani da parte di persone avide che toccano ovunque, mettono in bocca, poi rimettono nel piatto, e infine un barlume di coscienza che impedisce di pensare a Bambi come a qualcosa di commestibile, frena l’ingordigia di Pallina. Che però continua a fiutare come Pluto. Ci vorrebbe un po’ di formaggio, ora, pensa. E magari del pane. Subito accontentata. Cacicavalli pugliesi, mozzarella di bufala napoletana, formaggi freschi di malga… una festa per il colesterolo. Assaggia qui, dai, assaggia là… tutti chiamano, tutti invitano… dai prova è buono. Te ne taglio un po’ da portare a casa?… E come si fa a resistere?…
Un giovanotto solitario in un piccolo stand sembra leggere nello stomaco di Pallina. Sente l’acquolina che scende nella gola e la contrazione, il grido disperato del viscere ancora non sazio.
“Lo vuoi un po’ di formaggio ubriaco?”
Ubriaco? Sì, ubriaco. Lasciato a fermentare nel vino. Ha la buccia rossa, la consistenza del grana e un gusto quasi alcolico… beh, non proprio, ma quel toco de vin se gusta propio… sì, ne prendo un tochetin…
E’ proprio una festa. Il pane lo si trova un po’ più in là, in un banco siciliano. Una pagnotta lunga più di un metro, garantita morbida almeno otto giorni. Buona, all’assaggio morbida lo è davvero… chissà se è lì da una settimana… Ci sono pani con la mollica colorata col tricolore, in un impeto di patriottismo. Non siamo cannibali, riflette Pallina, ma ce lo mangiamo volentieri. Tanto più che un pezzettino è gratis.
Il signor Pinco comincia a disapprovare. Le sue occhiate sono eloquenti. Lui non assaggia proprio nulla, resiste alle tentazioni. Un vero uomo. Ma la moglie sa dove farlo capitolare.
Lo stand della cioccolata. Una folla indecente che sgomita e spinge e strattona staziona lì davanti e non si schioda. Per accedere alla distribuzione gratuita di cioccolata bisogna proprio usare la forza e sgomitare senza riguardi. Un paio di anziani tuffano le mani nei piatti con le scaglie brune e ficcano in bocca senza ritegno: hanno la faccia sporca di marrone fino alle orecchie, ma l’espressione di assoluta beatitudine. Né hanno intenzione di cedere il posto. Ma il signor Pinco non può, stavolta proprio non può, non allungare a sua volta le mani. La sua mole è tale che la gente lo rispetta per non essere travolta e si scansa. E giù, un pezzettino di cioccolata, da gustare a occhi chiusi. La consorte, per solidarietà, gli è vicina nell’ingrato compito di assaggiatore… uniti nella dolcezza, finalmente! E’ uno stand che i due toccano più volte, nel corso della serata. Non si sa come, ma tutti i percorsi portano lì. I passi stanchi portano lì. L’orientamento è drogato, e porta lì... Mmm…
Per un iniziale senso di sazietà si sorvola sugli strudel tirolesi e sui cannoli siciliani e sulla pasta di mandorla, come pure sul gelato artigianale. Gli occhi sarebbero vogliosi, ma non è il caso di strafare, siamo seri.
Nessuna fatica invece a sorvolare sul corridoio dei sommelier, con degustazioni di vino e prosecco a ogni banco, e pure le grappette. I punti della patente incombono nella mente senza scampo e chiedono di non essere decurtati. Per favore.
Però… passare davanti alle confezioni di orecchiette fresche, o di trofie liguri… o sbirciare tutti i vasi di sottoli, dai funghi coltivati (Veneto) ai lampascioni (Puglia), ai peperoncini tondi ripieni (diffusi ovunque), alla “bomba” piccante e alla salsina con la ricotta “forte”, sempre pugliesi, e scambiare due chiacchiere in dialetto con un simpatico e aitante compaesano, fa brillare gli occhi a Pallina, nonché aumentare la salivazione. Pallina non è razzista: assaggerebbe di tutto, dal nord al sud e anche le isole.
Per fortuna è ora di chiusura.
Pinco e Pallina vanno via, sotto la pioggia e in un freddo quasi invernale. In una borsa di plastica hanno messo, per ricordo, un pezzo di formaggio ubriaco, una ricotta che sembrava dovesse essere gratis e invece è costata ben 3 euro, e un salamino di cioccolata del valore di ben 2 euro. E’ stato bello scaldarsi cuore, stomaco, palato e l’anima tutta in questo modo. Anche senza il sole.
14/09/2005
SCRIVERE UN LIBRO
Mi alzo e c’è il sole. Bene, benissimo, l’umore sale. Mi sento ispirata e carica. Per tutta la notte mi ha gironzolato libero un pensiero per la testa che nessuno mi toglierà. Più che un pensiero una decisione, una certezza: oggi scriverò un libro. C’è chi ha impiegato mesi per farlo, chi anni, chi tutta una vita. Io lo farò oggi.
Ma sì, che ci vuole, la laurea?? Bene, benissimo, all’opera!
Mi serve un personaggio.
Uomo, donna, bambino/a o animale? O magari oggetto? Mmm… un uomo andrebbe bene. I maschi sono più schematici nei sentimenti, hanno meno sfumature, per loro è tutto bianco o tutto nero…. Ma sono una donna, forse dovrei parlare di cose che so, del labirinto psico-sentimental-emotivo del mio sesso…Però, vuoi mettere, un bambino fa tenerezza, colpisce di più. Siamo stati tutti bambini, non dev’essere difficile descrivere le emozioni infantili, che sono così grandi che gli adulti nemmeno immaginano. E se invece il mio personaggio principale fosse un cagnolino, o un cavallo o una giraffa? Sarebbe divertente dare voce a coloro che non ne hanno. Mmm…. Ci penserò dopo.
Ma senza il protagonista come posso inventare la storia?
Vabbè, intanto vediamo dove posso ambientarla.
Oggi, Italia del Nord.
Troppo facile, ci vivo.
Be’, magari del Nord-Ovest, anziché del Nord-Est…. Ma è vero, non ci sono mai stata a Nord-Ovest, salvo una breve vacanza al mare...non posso inventare una realtà contemporanea che non conosco. Alle scuole di scrittura t’insegnano a parlare di ciò che sai. O quanto meno a informarti.
Allora facciamo ieri, Italia del Sud.
Bene, benissimo, così finisco per fare un’autobiografia.
Orrore! Si sa bene che se non sei famoso, se non sei apparso in tv anche solo per uno scandaletto da quattro soldi, le autobiografie non interessano proprio a nessuno…
Africa equatoriale? Non sono mai stata neppure lì, ma con tutti i libri di Wilbur Smith che ho letto è come se fossi di casa nel continente nero.
Un pianeta lontano?…No, non è che sia mai approdata su un altro pianeta, però ho sempre la testa fra le nuvole e di là vedo bene le stelle e poi mi perdo nei misteri del cosmo che in fondo sono come quelli della mia vita…
Ho capito. Lasciamo perdere l’ambientazione. Se mai verrà dopo.
Scegliamo il genere. Sentimentale? Sarebbe l’ideale, il sentimento è la mia specialità… ne sono piena. Anche troppo, sai che polpettone?…
Avventura? Be’, non sono un corsaro, non solco i mari, non affronto i ghiacciai, non viaggio tra passato e futuro… Le avventure di un’infermiera tranquilla potrebbero essere un argomento interessante?… No. Non credo.
Horror? Basterebbe guardarmi allo specchio la mattina presto, quando affronto il turno delle 6, per trovare l’ispirazione….
Ok, al genere penseremo in seguito.
Lo stile. Una narrazione in prima persona, senz’altro. Giraffa, alieno, cow-boy, uomo o bambino, io sono trasformista: mi calo perfettamente nei panni di chiunque. Su questo non ci piove.
Non inizierò mai un racconto in modo distaccato, asettico, del tipo: “Quel ramo del lago di Como…” No, non può funzionare una cosa simile. No di certo. Meglio il brivido dell’immedesimazione.
La trama? Bene, ci dev’essere un inizio e una fine e in mezzo deve accadere di tutto. Questo è facile.
Se l’inizio del racconto fosse un uomo che esce di casa per andare a lavorare, e se la fine fosse il suo arrivo in ufficio, e se tra inizio e fine ci fosse un tragitto di un quarto d’ora in metropolitana, in quei quindici minuti l’uomo potrebbe:
a) essere rapito da terroristi islamici,
b) innamorarsi e fuggire con una bionda appena conosciuta, salvo poi pentirsi e tornare al lavoro, per non rischiare il posto solo per un quarto d’ora di sesso,
c) esplorare il passato grazie a un pasticcio temporale o prevedere il futuro, sempre grazie al suddetto, per poi non essere comunque creduto,
d) fare un viaggio su Marte e ritorno,
d) ripensare all’incontro del giorno prima con lo psicanalista che lo ha ricondotto allo stato embrionale e quindi cominciare a piangere e chiamare mamma, cercando il ciuccio,
e) e così via.
Tenendo presente, per coerenza, che la trama nella fattispecie prevede che comunque l’uomo rientrerà in tempo per timbrare in orario il cartellino.
Se l’incipit fosse una donna che una mattina accompagna il figlio all’asilo….
No, mi fermo qui. Magari poi qualcuno mi ruba le idee.
Il titolo? Ah, quello lo metto per ultimo. Non siamo mica a scuola, che ti danno una traccia e devi scrivere a tema. Gli esami di maturità li ho alle spalle da un pezzo, basta così, grazie.
Bene, benissimo. Non ho un protagonista, non ho una trama, non ho scelto un genere né un’ambientazione. E’ fantastico. Ho libera scelta in un campionario infinito di possibilità, di intrecci, di combinazioni. Miliardi di persone e di storie vere da cui partire per inventare. Un’opportunità unica per diventare qualcun altro mettendomi nei suoi panni e vivere un’altra vita.
Non mi resta che cominciare.
Sono davanti al monitor un po’ emozionata, le mani sulla tastiera come un pianista concentrato prima del concerto. Mi concentro anch’io.
….
….
“Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno….”
Sarà un successo, un caso editoriale. Lo sento.
12/09/2005
INCUBO
Siamo al mare. Non siamo mai venute prima in questo posto, ma mio fratello lo ha tanto decantato che abbiamo ceduto alla curiosità. Ed è davvero stupendo, ma decisamente insolito. Non c’è spiaggia. Siamo su una costa fatta a gradoni artificiali. C’è la mano dell’uomo, naturalmente, che ha costruito questo argine a scalini alti quasi un metro, rivestiti completamente di piccoli sassi lisci e tondi, che sporgono dal cemento in modo artistico, fitti fitti e colorati. Dall’ultimo gradone si diparte la discesa a mare, anch’essa costruita con gli stessi sassi, piccoli, tondi e lisci. Sarà alta quattro o cinque metri. Il mare è realmente fantastico, irreale. Trasparente, calmo come l’olio ma non altrettanto denso. Si vede il fondale, le persone nuotano nella trasparenza di un bicchiere d’acqua. Alti scogli intorno proteggono questo miracolo di natura.
Mia madre procede cauta, non si sente per nulla sicura su quegli scalini alti e stretti. Raggiungiamo mio fratello, abbronzantissimo, che ci indica la gente intorno a sé: una folla, davvero si sta assiepati come sugli spalti di uno stadio durante un derby. Ma tutti sono evidentemente sereni e soddisfatti.
Mia madre e una bambina scivolano lungo la discesa e finiscono in acqua. Ridiamo. La bambina indossa i braccioli, non ci preoccupiamo. Mia madre non sa nuotare, ma siamo tutti convinti che con un’acqua simile sia impossibile affogare. Ed è vero, mia madre galleggia senza apparente paura. Ride anche lei. E’ ancora vestita, indossa una lunga gonna jeans anni ’70 e una camicia pure di jeans ed è un po’ buffa rispetto alle persone in costume intorno a lei. Sembra proprio contenta: non ha mai imparato a nuotare bene, aveva sempre avuto bisogno di un appoggio, tipo un salvagente per stare a galla e adesso invece fa da sola.
Ora vuole uscire. Si arrampica lungo la discesa, che è diventata salita, ma quando arriva quasi in cima scivola e torna in acqua. Ci riprova, scivola ancora. Altre persone come lei che vogliono uscire dall’acqua incontrano la stessa difficoltà. Molti arrivano quasi in cima e poi tornano giù. I più ne sorridono e la prendono come un gioco. Solo qualche giovanotto riesce a uscirne grazie all’agilità e alla forza dell’età.
Io sono preoccupata. La cosa si sta prolungando oltre il semplice gioco. Mia madre si affaccia nuovamente alla sommità della salita, l’afferro per un braccio per aiutarla, ma è pesante, rischio di scivolare anch’io con lei. Chiamo disperata mio fratello, che prova a reggermi dall’altro braccio, ma anche lui non ha appigli, quei maledetti gradoni sono troppo stretti. La mamma mi guarda, ha ancora gli occhiali, che assurdità!, quegli occhiali dalla montatura grossa e quadrata e con le lenti scure che in tutti questi anni non ho più visto indossati da nessuno. Non ce la faccio, sto per precipitare, devo mollare la presa. Lei annuisce. Si lascia andare lungo i sassi scivolosi, lucidi di acqua di mare, e finisce ancora in acqua.
Sono disperata, impotente. Rimango in piedi a guardare quel mare meraviglioso, verde e azzurro che sta per diventare una trappola. La giornata è quieta, il sole è caldo e amichevole, ma io non riesco più a godermi il paradiso. Mi tormento le mani, vado avanti e indietro agitata. Lei nuota ancora, tra uno scoglio e l’altro. Le grido di sfilarsi la gonna, così sta più leggera e magari potremo utilizzare l’indumento come corda per tirarla su. Infatti mi ascolta, si arrampica di nuovo, con la gonna in mano, e quando è quasi in cima me ne allunga un capo. Io tiro, mio fratello mi aiuta, ma i sassi sono troppo lisci e troppo scivolosi. Quando lei arriva a sfiorare le nostre mani, noi siamo costretti a mollare e lei ritorna giù.
Seguono infiniti altri tentativi che non portano a nulla. Come in un girone dantesco dove i dannati sono costretti per l’eternità a subire lo stesso supplizio.
Mamma, non puoi raggiungermi, sei costretta, ancora e sempre, a lasciarmi sola. E io non sono in grado di salvarti. Nemmeno questa volta.