30/08/2005
DOV'E'?
L’ho cercata dappertutto. Lei non c’è più. Scomparsa. Fuggita. Se n’è andata, libera, elegante e leggera come una farfalla e altrettanto inafferrabile.
L’ho cercata con furia per ogni dove, come si cerca il tesoro dei pirati.
Ho scrutato lontano, tra le stelle e la luna, se per caso si fosse nascosta tra loro. Mi sembrava un buon nascondiglio, gli astri ammiccavano languidi e incoraggianti. Tuttavia lei non era là.
L’ho cercata tra le moine di un cagnolino giocherellone e lo sguardo altero di un vecchio gatto. Neppure là l’ho vista, sebbene abbia sfogliato pelo dopo pelo, saltellando disperatamente alla stregua di una pulce affamata.
Non era nell’erba tagliata di fresco, nei tristi fiori maturi di fine stagione, vanesi di un ultimo colorato orgoglio. Non si è addormentata al riparo di un monte innevato e neppure ne ha scalato la cima. E per quanto abbia navigato per i sette mari alla sua ricerca, lo confesso: più inavvistabile di Moby Dick, se c’era, lì nell’azzurro, io non l’ho trovata.
Non si è vista in città. Non era imbottigliata nel traffico, non camminava a piedi con l’aria sognante da turista. Non scendeva dal treno e non saliva sull’autobus. Non pedalava, salutista sorniona, sotto al semaforo c’era il nulla e la piazza mi è sembrata così vuota.
Nel silenzio di una chiesa avrei trovato molte domande e poche risposte. Ma non lei.
Ho scavato fra le rughe di un viso amato. Erano così profonde… ma non nascondevano nulla. Solo gli anni di vita vissuta e tanto amore ancora da regalare. No, lei non era neppure là. E un po’ mi è dispiaciuto.
Allora ho sfogliato le pagine immortali dei poeti e dei grandi narratori. Sicura di non sbagliare, questa volta: lei non poteva che essersi rifugiata in quei luoghi sacri alla mente! Illusa. Di là era sì passata, un tempo, ma già non c’era più. Non c’era più per me.
No, non mi sono ancora arresa. Ho alzato di nuovo gli occhi al cielo, ho spiato le nuvole che giocano ridendo con il sole. Ho immaginato che qualcuna di loro la celasse in sé, nell’impossibile, bianca morbidezza dai contorni d’oro rosa. Mi sono sbagliata. Lì lei non c’era.
Come non c’era nella lacrima solitaria del nonno, nel sorriso di bimba, nell’ombra di una croce, nel fiato sporco di una bomba o in una stretta di mano. Non era in Iraq, né in Israele, né nel Mali, o nel Burundi, nelle Filippine o nel Tibet.
Se n’è proprio andata. Chissà dove, chissà da chi.
Io la conosco bene. E’ capricciosa, volubile, dispettosa. Lei appartiene a tutti, forse a qualcuno un po’ di più, ma sceglie di persona dove e con chi alloggiare. Per molto, per poco, chi lo sa. Non la puoi legare, né costringere, né pregare. Finora è stata con me. Ora si è stancata.
Non mi resta che attendere. Ho fiducia. Prima o poi, quando vorrà, farà ritorno, lo so.
Mi metto qui, seduta. Ho una penna in mano, un foglio bianco davanti e gli occhi chiusi. Non la cerco più. Quando lei, Signora Ispirazione, ballerina lieve e traditrice, vorrà tornare da me, io sarò pronta ad accoglierla. E dal nostro incontro nascerà, finalmente, una storia.
24/08/2005
QUANDO MUORE UN BLOGGER
Cosa succede quando muore un blogger? Posso dire con tranquillità che non mi sono mai posta il problema fino a un paio di mesi fa. Sono una blogger da troppo poco tempo, è tutto così nuovo per me, non faccio parte di grossi giri, ho pochi ma fidati frequentatori. Figurarsi se andavo a pensare una cosa simile.
La morte fa parte della vita di tutti, non fa differenze né ha preferenze. E’ una livella che tratta tutti allo stesso modo. Inoltre è un’ombra con cui ho avuto e ho personalmente a che fare quasi tutti i giorni. Diciamo che per il lavoro che faccio è una costante di cui non mi posso dimenticare. Siamo sempre in competizione, io insieme ai miei colleghi, e lei. Noi vogliamo salvare le vite, lei se le vuole prendere. Il più delle volte vinciamo noi, qualche volta vince lei. E’ di bocca buona, le va bene tutto. E in una corsia di ospedale c’è veramente di tutto.
Lasciarsi prendere dalle storie di ognuno è inevitabile, dividere la sofferenza pure, non togliersi mai di dosso né quella certezza che “lei” c’è, né il ricordo di persone speciali che ti entrano sottopelle e vengono nei tuoi sogni a trovarti, anche quello è impossibile scrollarselo di dosso. Quante volte ti chiedi con una punta di rimorso: ma davvero avrò fatto tutto il possibile? C’è stato qualcosa che avrei potuto ancora fare e non l’ho fatto? Non ci si abitua mai. Ci si convive. Sai che c’è. Sai che è inesorabile, sebbene talvolta la puoi prendere in giro strappandole di mano l’anima di turno all’ultimo istante.
Le persone che vedi andare via sono comunque persone che hai conosciuto, di cui hai condiviso il calvario, fanno parte di te. Sai che ognuno di loro lascia qualcosa: una moglie, un marito, dei figli piccoli, una montagna di debiti…
Perché ora penso al destino dei blogger? Cos’ha di diverso un blogger?
Ho cominciato vagamente a considerare la cosa leggendo del blog di un giovane inglese, in cui lui racconta tutte le fasi della sua malattia, un tumore al cervello che lo porterà alla fine in un paio d’anni. Vi descrive le speranze, le illusioni, le terapie, l’amore per i figli e la moglie, i vomiti, gli esami strazianti. Un giorno non ha scritto più. Basta, era arrivato all’ultima pagina. Ma le sue sofferenze avevano fatto il giro del mondo, il giovane aveva moltissimi lettori di ogni lingua e ceto che piangevano con lui e speravano con lui. Potenza della globalizzazione che finalmente unisce.
Ora leggo prima su vibrisse di Giulio Mozzi, poi sul blog di Cletus della scomparsa di Gino Tasca. E chi è Gino Tasca? Io non lo so. Non l’ho mai conosciuto, non ci ho mai parlato né gli ho mai scritto. Non so quanti anni avesse, né cosa facesse né com’era la sua faccia. Per me era un nome, ma un nome familiare. Frequentavo il vecchio blog di Mozzi ed era un nome che compariva spesso. Come tanti altri. Che tu non conosci. Con cui qualche volta discuti. Da cui ricevi critiche o complimenti che puoi ricambiare.
La bellezza del blog è che permette di fraternizzare con persone che non conosci, che forse non vedrai mai. Che ti permette di farle sentire infine familiari quanto meno come i divi della tv: ne conosci il nome ma non ci mangi insieme. Salti da un blog all’altro ed è come se andassi di casa in casa a portare fiori e cioccolatini, a fare quattro chiacchiere o a sbattere le porte perché il tizio ti ha fatto anche un po’ incazzare.
Ti abitui a veder circolare quei nomi, cerchi di figurarti chi ci sia dietro il nickname o il nome autentico con cui i più coraggiosi si firmano. Ti sorprendi ad ammirare ciò che dice uno, a contestare quello che scrive l’altro, a intavolare discussioni senza fine, o a tacere riflettendo, ma anche se la curiosità ti rode non fai nulla per conoscere di persona chi c’è dall’altra parte. Salvo poche eccezioni.
Gino Tasca non lo conoscevo dunque. Ma era un nome familiare e di quelli che si rispettano. Sono andata a leggere una parte del suo diario solo ora, perché di lui avevo dimenticato l’esistenza, non comparendo più nei blog che frequento. Ho scoperto una persona colta, appassionata, dolce, che faceva della letteratura una missione. Una persona che della sua malattia non parlava se non con vago disincanto, con leggerezza, per coprire pudicamente il dolore ma non nasconderlo del tutto. “Oggi mi hanno tolto l’acqua dalla pancia, perché ormai sembro incinto”, scriveva. Ci ha scherzato con dolce ironia, fra chissà quante sofferenze. E poi ci sono le sue osservazioni, i suoi scritti, l’accenno al corso di lettura da lui ideato, con una bella dose di originalità.
Ora mi chiedo, un po’ scossa da queste due sorti: cosa succede quando muore un blogger? Perché Gino Tasca era senz’altro tante cose, che io non conosco, ma per me lui era comunque un blogger. Come lo sono io nel mio piccolissimo. Cosa succederà ora ai suoi pensieri racchiusi in quelle pagine web? Pensieri vaganti nei meandri della rete, tradotti in codici html, ma pur sempre pensieri. Pensieri che sono stati affidati a quelle pagine sì per soddisfazione personale, ma anche e soprattutto perché fossero letti e condivisi. Pensieri pubblici.
Cosa succede quando un blogger non può più curare il suo diario? Succede che le sue parole rimangono sospese per qualche tempo, quelle pagine saranno disponibili ancora per … mesi? Anni? Fino a che il gestore telematico deciderà di liberare lo spazio web che non è più utilizzato. E quindi le parole andranno perse. Come quando le scrivi sulla sabbia: vento o acque le cancelleranno.
Nel caso del ragazzo inglese, se non ricordo male, il suo blog diventerà un libro.
E di Gino tasca cosa se ne farà? E di chiunque altro che affida parole, poesie, fotografie, cuore e anima a questa scatola collegata al mondo, perché ha voglia di gridare al mondo che esiste? Cosa resta di un blogger quando lui non c’è più? Se va bene, il ricordo di coloro che sono stati colpiti dai suoi sentimenti. Se qualcuno se ne preoccupa, un cd che racchiude queste opere, che sono così preziose perché personali, uniche. E irripetibili.
Altrimenti, più nulla.
19/08/2005
TIMEOUT
Timeout. Tempo in sospensione. La vita chiede una sospensione. Una pausa forzata rinnovabile ogni anno, in questo periodo a cavallo del ferragosto.E’ un lasso di tempo morto, inutilizzato. Nessuno c’è per nessuno, quasi tutte le attività del quotidiano sono paralizzate. Meno che la stretta sopravvivenza, ovvio.
L’industria chiude, compreso tutto ciò che ad essa è annessa e connessa. Dall’operaio, che santifica finalmente un anno di stress psico-fisico col meritato riposo; al venditore che, pur stanco di correre di qua e di là, quando guarda alle proprie finanze, non si sentirebbe dispiaciuto di ricominciare anche subito; all’industriale, che per lui è comunque sempre una vacanza, visto che se lo può permettere. Tutti in siesta.
La catena di vendite al dettaglio è stata comunque rifornita a sufficienza. O quasi.
Capita che il negozio di fiducia, se pure tiene aperto perché le ferie le farà in novembre, possa giusto trovarsi sprovvisto del prodotto che ti serviva, quello senza il quale non puoi continuare a vivere. Può trattarsi di un deodorante, o delle lamette da barba (con tante marche esistenti, proprio la mia deve esaurirsi? Le Gillette plus non vanno bene per il rasoio Mach3…). Oppure la crema anticellulite. Cosa questa assai grave, perché è in estate che ci si espone, è in estate che servono le creme: NON POSSO STARE SENZA, COME FACCIO A METTERMI IL BIKINI?!! Questione di vita o di morte, insomma.
Fortuna che pane e latte non mancano. Come a Maramao, che però pur con pan e vin che non mancava è passato ugualmente a miglior vita. Sarà stato d’agosto?…Ci scommetto.
Tempo di sospensione.
Di solito in questo periodo ti si ferma la macchina per un mistero glorioso, il pc si blocca come un somaro, qualche elettrodomestico cade in prognosi riservata. Non c’è un’anima che s’impietosisca e venga a vedere. E di solito, è la prassi, cerchi di rimediare da solo, ma ciò comporta un aggravio dei danni e una fregata di mani dei vari tecnici quando, al rientro delle ferie, si degneranno di porre loro il rimedio al rimediabile.
Anche il tuo medico di fiducia è in ferie. Meritate, poverino. Gli si è anchilosata la mano a forza di scrivere ricette. Tu non puoi ammalarti in agosto. Certo, c’è il sostituto, così pieno di buona volontà… Si fa per dire. Lui non sa niente di te, della tua storia clinica, e tu ti fai riguardo di annoiarlo. I tuoi malesseri aspetteranno settembre. Per allora, stufi di non essere presi sul serio saranno spariti, oppure, incazzati neri, saranno raddoppiati. E tu sarai un malato terminale al termine dell’estate.
L’alternativa è il pronto soccorso, naturalmente. Intasato dall’orda di turisti che decide di venire a star male in montagna. Tutti insieme appassionatamente.
“Toni, portemo la nona in montagna: l’aria l’è bona, l’è fina, ghe farà ben poareta.”.
Ammirevole l’intenzione di non lasciare i poveri vecchi a soffrire il caldo della pianura, però che diamine, un po’ di attenzione! La nonna di Toni, 85 anni ben portati, ha seguito il nipote sul rifugio a 2500 metri, pensando bene di fratturarsi il femore rotolando su un sasso traditore. Il papà di Bepi di anni ne ha 90, non è malaccio in salute, grazie ad un sapiente cocktail di farmaci dall’equilibrio delicato. Ma in montagna, si sa, la vita è diversa, gli orari cambiano, i ritmi, chissà perché si velocizzano, ci si può dimenticare della pillolina che si prendeva d’abitudine alle 8.30 perché a quell’ora magari ci si sta già inerpicando sui sentieri. E poi, diciamocelo, prendere il diuretico prima della scarpinata (facile, per carità, adatta a nonni e bambini) non è proprio il massimo…Così ad un tratto manca l’aria, quell’aria pur fina, l’alta quota rarefatta d’ossigeno fa il resto, e il nonno si scompensa e non tira più il fiato. Moltiplicato tutto questo per la percentuale di vacanzieri annuali, ecco che la tua agognata ricerca di un medico comprensivo e attento ai tuoi bisogni si fa lunga.
Sospensione.
Non accade nulla in giro. Non si sente di rapine, di furti, di sequestri di droga. Anche le forze dell’ordine e i delinquenti sembrano in numero ridotto per ferie ferragostane. Si sospetta di connivenza, di accordi inter nos…
Le televisioni locali raccontano così solo di cronache di salvataggio in montagna. Le prodezze dell’elisoccorso non si contano. Si recupera di tutto: dallo scalatore o presunto tale inchiodato in parete che non riesce più a scendere né a salire (il termine tecnico è incrodato, ma io questi personaggi me li figuro paralizzati, inchiodati, appunto dalla paura), alla mucca precipitata in un baratro, viva o morta che sia, ai boy-scout dispersi nel bosco. Si contano i metri di corda calati dal verricello per il recupero e se ne dà notizia nei telegiornali. Non se ne può più! E anche la montagna si ribella. Le Dolomiti sono dive vecchie e stanche, cadono in pezzi, martoriate dall’usura del tempo e della gente. Qualcuno di quei pezzi finisce in testa al malcapitato di turno, che termina così la sua vacanza in malo modo, protagonista per un giorno di una notizia di cronaca funebre, ultimo, per ora, a far lievitare il numero dei caduti in quota.
Timeout.
La politica è in vacanza, per fortuna. C’è ancora qualche pezzo grosso che dilaga con le proprie esternazioni alla tv, ma in genere, poiché lo si vede in maglietta e calzoncini, non lo si prende sul serio. Ma dai, un politico è autorevole (???) in giacca e cravatta, non a bordo di uno yacht o sulla spiaggia di Porto Cervo!
E i media? Radio e tv piangono i propri morti, riesumandoli dalle ceneri del passato. Repliche su repliche. Ma quest’anno qualcosa è cambiato: l’Ispettore Derrick lo mandano in onda al pomeriggio, invece che di sera. ARGH!!!
In questo clima di sospensione ti sembra di galleggiare in un mondo irreale. Intorno c’è silenzio. Non senti rumore di camion, che hanno il divieto di circolare, e comunque con le aziende chiuse dove vuoi che vadano? Il traffico in generale però sì, è aumentato, di passaggio, diretto verso le località turistiche. Spesso muoversi in macchina è un problema serio e invalidante: rischi l’infarto.
Ma mancano i rumori di fondo. Perfino quello dei bambini che giocano: sono tutti al mare. Gli uccellini casalinghi, quelli che da sempre abitano sotto il tuo tetto, tacciono. Di questi tempi non sai se perché sono in vacanza anch’essi, se per il caldo, come dovrebbe essere, o per il freddo, precoce, che ti segnala che l’estate comunque è agli sgoccioli.
Il postino non è il tuo solito, che, tanto per cambiare, è in ferie. Questo qui passa dritto, quando passa, non si ferma e non lascia nulla a casa tua. Nemmeno le pubblicità. Ti domandi se, visto che è nuovo, non si sia dimenticato di te, del tuo indirizzo, di portarti qualcosa. Invece non c’è nulla da portarti, perché nessuno ormai manda nemmeno una cartolina.
E il telefono non suona. Non ti chiamano neanche quei cari ragazzi dei call center, quelli che vorrebbero rifilarti di tutto, dall’olio al vino, dai mobili ai fiori, dal corso di computer alla favolosa promozione del digitale, ecc. ecc. Di solito li mandi a quel paese, irritata, ma ora ti mancano. Perché almeno quel benedetto telefono suonerebbe, sentiresti una voce qualunque, in questo straziante silenzio estivo.
Hai proprio voglia di parlare a qualcuno, ma gli amici sono via, di certo non pensano a te, spaparanzati in riva al mare o in vetta ai monti. Loro sì, probabilmente vivranno una parentesi allegra, viva, densa d’incontri, magari di avventure, o quanto meno di relax. Quei pochi che non sono partiti, invece, scopri con sgomento che sono, come te, vittime della sospensione temporale. Non sanno che fare, come te, non sanno come passare il tempo, sono incapaci di affrontare la realtà sospesa. E insieme siete incapaci di riunire le vostre forze per ripristinare una parvenza di vita, avversati come siete dalle condizioni socio-ambientali.
Non è colpa di nessuno.
E’ colpa del timeout.
Di questo clima appeso al nulla che si chiama agosto. Che se non fosse per il caldo, vero o presunto, darebbe la sensazione di un’ibernazione. Pensieri, amicizie, relazioni sociali, lavori, decisioni, tutto è globalmente ibernato. Verrà ripristinato dopo settembre.
A dio piacendo, manca ormai appena una decina di giorni.
13/08/2005
A.A.A.
Se qualcuno dice che non lo ha mai fatto, dice una bugia enorme. Una balla colossale. Se qualcuno giura di non aver mai guardato, neanche di sbircio, la pagina degli annunci matrimoniali o, meglio ancora, quella riservata agli “incontri e amicizie”, guardategli il naso: crescerà a dismisura. Perché è un pinocchio bugiardello.Diciamoci la verità: lo abbiamo fatto tutti. Per curiosità, per riderci su, per sognare il principe azzurro in segreto, per fantasticare su innominabili trasgressioni.
Le due pagine vanno distinte. Io le ho studiate.
Gli annunci matrimoniali fanno pensare. Tutti gli inserzionisti cercano compagnia per scopo convivenza e/o matrimonio. Tutti gli inserzionisti hanno qualità da vendere. Hanno bella presenza, gli uomini sono palestrati, o quanto meno dolci e romantici. Uomini e donne sono tutti socievoli, acculturati, amano la lettura, l’arte, la musica e i viaggi e in genere non hanno problemi economici.
Sono perle rare. E come le perle vivono evidentemente solitari in un guscio d’incomunicabilità, se con tutte queste virtù non sono riusciti ad incontrare l’anima gemella.
Non sto criticando, sia chiaro, né il modo di vivere di ognuno di loro, né il fatto di essersi rivolti ad un’agenzia. Sto cercando di capire.
Questa tanto decantata socievolezza, dove si trova, se quelle poche righe sembrano tante grida di aiuto per uscire da una solitudine senza nome? Se uno è davvero socievole, simpatico, se ama la bella vita, il ballo e le feste, a mio parere le occasioni di uscita, e quindi d’incontro e di fare quattro chiacchiere con qualcun altro, non dovrebbero mancare. Cosa non ha funzionato? E’ una bugia quella della socievolezza, che maschera invece una timidezza pazzesca, o si tratta solo di sfortuna? Ma può essere sempre sfortuna? Per tutte queste persone così ben dotate? E come mai noi poveri mortali che non siamo particolarmente belli né spigliati né naufraghiamo nella cultura e di arte non ne capiamo un granché riusciamo a fare mille incontri, e tra i mille incontri almeno cento sono giusti per noi, e di questi cento uno finisce di sicuro per essere quello da “vissero a lungo felici e contenti?” Perché a noi capita e a questi poveri solitari no?
Gli uomini belli (o bellissimi), gentili, buoni, spigliati e intraprendenti?… Probabilmente hanno i gusti difficili in fatto di donne, o sono terribilmente sfigati, o non sono poi così belli, spigliati, ecc. ecc. Succede, vero?
Le donne, che in linea di massima sono tutte eleganti, “femminili”, dolci, hanno bella presenza (o sono molto belle), amano la famiglia (anche se spesso sono separate o ragazze madri)? Tutte sfortunate, hanno tutte fatto brutti incontri nelle loro vite. Poverine. Davvero. Cos’è che manca loro? Quel pizzico di buona sorte?
Fra gli inserzionisti ci sono poi professionisti, impiegati in carriera e imprenditori. Della serie che nemmeno i soldi fanno la felicità in amore. Ma questa è storia vecchia e risaputa. Meglio poveri, si rischiano meno fregature. I meno abbienti forse si amano di più, corrono meno rischi… Però, allora, perché negli annunci l’agiatezza economica viene sbandierata come virtù? Una dote in più oltre a bellezza, simpatia ecc… Un altro modo sicuro per prendere fregature, secondo me. Ripeto: meglio poveri. Se amore dev’essere, non sarà abbagliato da ciò che riluccica.
Fanno tenerezza queste persone che cercano disperatamente compagnia. L’agenzia matrimoniale diventa occasione d’incontro, come una discoteca, una sagra paesana, un circolo culturale, un villaggio turistico, una festa in piazza e così via. Tutti posti che date le caratteristiche vantate dagli inserzionisti, sono di certo da loro già frequentati. Ma senza successo. Senza quella capacità di fermare un’altra persona, di cominciare un discorso anche banale, di scambiarsi una risata o quell’occhiata speciale che ti fa capire che il tuo interesse è ricambiato. Perché?
C’è uno speranzoso affidarsi alle poche righe di un annuncio del genere, un gettare l’amo nel mare contando sulla buona marea. Io non so come funzionino le cose, cerco d’immaginare. Uno legge un annuncio, gli sembra interessante, contatta il numero riportato che è quello dell’agenzia e l’agenzia mette in comunicazione i due? O prima decidono gli addetti, se la cosa può funzionare? In base magari a un data base, un calcolo matematico del cervellone aziendale? Se è così, c’è qualcosa che non funziona nel software. Perché, leggendo una pagina qualsiasi degli annunci matrimoniali, scopri che, almeno in apparenza, ci sono uomini e donne che sembrano fatti gli uni per le altre, e i cui annunci sono un po’ più su o un po’ più giù o un po’ più in là del proprio, destinati a ignorarsi.
Esempio.
Giovane 34enne, celibe molto bello moro buona situazione socio-economica fedele romantico ama viaggiare vorrebbe incontrare ragazza anche straniera carina seria affidabile…
Secondo me farebbe una bella coppia con:
Ragazza 25enne, rumena carina bene inserita in Italia fedele e leale cerca uomo dolce e gentile per costruire vita nel nostro paese…
Mi sembra evidente che l’età si concilia, l’amore per i viaggi di lui si sposa con la nazionalità straniera di lei (si può sempre andare a trovare i parenti in Romania, no?), fedele lui e fedele lei, la buona posizione economica di lui garantirebbe un futuro alla povera Cenerentola dell’est... Insomma, questi due sono anime gemelle. Mettiamoli in condizioni di conoscersi, per favore.
E poi:
Scapolo 46enne responsabile commerciale bella presenza romantico di animo buono ama l’arte la musica viaggiare e leggere cerca scopo convivenza/matrimonio.
Mentre lei:
34enne impiegata alta bella presenza romantica sensibile semplice operosa seria ama l’arte la musica cerca per convivenza /matrimonio.
Insomma, questi due sono entrambi carini e romantici, di estrazione sociale simile, amano le stesse espressioni culturali e sono disponibili anche alla convivenza prima del matrimonio. I loro annunci sono praticamente affiancati. Avranno provato a metterli in contatto fra loro, prima di pubblicare gli annunci separatamente?… me lo chiedo. Le premesse per un rapporto soddisfacente ci sono. Perché non farli incontrare?
E così si può continuare a lungo.
M’ispirano particolare affetto gli annunci di un 61enne e di un 73 enne. Non ci si rassegna mai alla solitudine. Il bisogno di amicizia e comprensione, di colmare un vuoto improvviso non desiderato, quando magari per una vita si ha avuto una compagna accanto, spinge perfino a cercare “un erede” con un A.A.A. Con il rischio lampante di esporsi troppo. Si diventa così vulnerabili con il passare degli anni...
Un’ultima parola sulle “infermiere” che mettono questo titolo come prima qualità sul loro annuncio. Non riesco a capire se in questo modo vogliono far leva su un’eventuale ipocondria maschile (quasi tutti i maschi sognano qualcuno, meglio se esperto, che si prenda cura di loro quando sono malati, più o meno immaginari) o sulla fantasia comune che le infermiere sono quelle dei film anni ’70: scollacciate, sexy e disponibili a tutto… Boh?!
L’altra categoria di annunci, quella riservata a “incontri amicizie”, mi rende meno tenera ma mi diverte di più. E nello stesso tempo m’intristisce.
Qui si legge di una massaggiatrice “completissima” (e non posso fare a meno di chiedermi cosa s’intende con questo aggettivo...).
Si legge di transex, “molto femminili con una grande sorpresa”… (beh, che sia proprio una sorpresa, quando si parla di trans, ho i miei dubbi ….)
Si legge di ragazze fornite di misure impressionanti: si parla di 7° misura di reggiseno, mica niente (a me farebbero un po’ paura, se fossi uomo… )
Si legge di giovanissime appena maggiorenni che cercano amanti adulti “anche sposati” che le “facciano impazzire” (ragazzine, più pazze di così!…Una sculacciata e via, a studiare!!).
Si legge di coppie libere disposte a scambi (questo significa vero amore?…).
Si legge di avvenenti signore attrezzate per s/m (ci ho messo un po’ a capire che s/m sta per sadomaso…l’uso dell’attrezzatura avrà un costo a parte?…).
Insomma un microcosmo pazzesco, desolante e a tratti divertente. Pensare che esiste anche questo. Che una cosa bella come il sesso diventa merce senza sentimento da reclamizzare. Che esiste gente, sulla cui solitudine non c’è da dubitare, come anche di qualche problema psicologico, che risponde a questi annunci. E’ triste. E vecchio quanto il mondo.
Ma permettetemi di sorridere sulla “sorpresa” del trans, sulla 7° misura e sull’attrezzatura s/m… Specchietti per allodole degni del miglior spot pubblicitario. Mi chiedo: ci sarà la formula soddisfatti o rimborsati? E la garanzia? E il marchio CEE?… e…
11/08/2005
PENSIERI D'AGOSTO DA CLETUS
La storia è andata più o meno così. C'erano questi giorni di pausa relativa. Sai ? La stravoglia di non fare un cazzo. Il lasciarsi tutto alle spalle e addormentarsi, anche di giorno, su un lettino in giardino, magari con un libro nel quale hai fatto in tempo, prima che ti si chiudessero gli occhi del tutto, ad infilare uno straccio di segnalibro.Cosi, negli attimi, dolcissimi, che precedono il sonno, quel lasciarsi andare alle ondate della stanchezza, si rimescolano come in uno shaker un po consumato dagli anni, situazioni del libro che stavi tentando di finire di leggere mixate con sprazzi del tuo tristo reale, un quotidiano in replica dal quale vorresti, sinceramente, chiamarti abbastanza fuori.
In quegli attimi, di pura, assoluta, sospensione, tutto si ferma, come fosse l'attimo che precede il calcio d'inizio di una partitella giocata nel campetto dell'oratorio. Si sa bene cosa cazzo fare, ma intanto si sta lì, ci si scruta, si cerca di leggere il coraggio nelle cornee dei propri compagni, anche coloro i quali, compassionevolmente, sai che stanno al calcio come ai calcoli dell'acceleratore orbitale di molecole del Cern. Gli avversari ?
Sono i rumori, indistinti, di sottofondo: un camion con la marmitta sfondata, dei cani che abbaiano in lontananza, voci di bimbi via via più fievoli e sbiadite. Insomma, il corredo perfetto di una sana pennichella. Meglio se estiva, con i telefoni rigorosamente staccati, e mediamente sudaticcia, nonostante amorevoli olii coi quali hai provveduto a cospargere la tua vissuta epidermide. Una favola.
Sogni così di un tempo senza tempo, di colpo gli affanni della fretta sembrano spariti. Tutto è governato, quasi in modo zen, dal presente, senza altri ammennicoli. Le pagine e i personaggi del libro che ti parlano come vecchi tassisti durante il tragitto fra le varie sale, (i corridoi neuronali ?) con uno slang che fai un po' di fatica a capire ma del quale, ne sei certo, non ti sfugge il senso. Non è epoca di bilanci, stai solo cercando di dare riposo a dei neuroni affaticati e avviliti dal ripetitivo moto nel quale hai imprigionato la tua fantasia. Il sonno, si incarica di dipanare la matassa, riprendere dei fili in modo bizzarro, inaspettato, e spruzzare di vitalità, magari partendo o analizzando da un altro punto di vista delle cose che ti riguardano da vicino: un cane che sta male, il prato da falciare, il mutuo da pagare.
E' estate, pomeriggio. Sul canale di Sicilia in questo momento anche altri sogni stanno sostenendo a galla, a dispetto delle piu' elementari leggi di navigazione e/o teoremi pitagorici, l'eldorado che questa gente agogna è il consunto paesaggio urbano nel quale spendi porzioni consistenti della tua esistenza. Ma tu non vuoi, ti chiami fuori, adesso cerchi solo di dormire, dare uno stop ai pensieri e lasciarti andare al più dolce dei passatempi: sognare.
scritto da Cletus
10/08/2005
10 AGOSTO
Eppure ci ho provato a contarle. Mi ci sono messa d’impegno, quando ero bambina, poi adolescente. Sapevo che sarebbe stato difficile, impossibile, ma io ci ho provato. Volevo contare quante più stelle possibili. Per un mio sfizio, per vedere fin dove arrivavo. Per constatare personalmente, la sera del 10 agosto, con una semplice sottrazione, se qualcuna mancasse all’appello.
Una due, tre… dieci, undici… venticinque…no, quella devo averla già contata. Ricominciamo.
L’impresa era ardua, però io credevo di avere un metodo. Dividere il cielo a settori, idealmente, cercando punti di riferimento qua e là. Uhm…mica facile. Dopo un po’ rinunciavo, sconfitta, persa nella magia dell’infinito.
Sono diventata abbastanza grande prima che un’amica del cuore mi mostrasse il gran carro e il piccolo carro, e la stella polare. Erano sere d’estate, trascorse nel silenzio assoluto della montagna, nell’oscurità delle notti senza luna, quando le stelle sembrano enormi e vicine da poterle toccare. Passavamo ore a raccontarci i problemi di cuore, ma con l’occhio lassù per un attimo ci si dimenticava dei ragazzi. Ecco, quella striscia più chiara non è una nuvola, è la via lattea, mi spiegava l’amica, più avvezza di me, povera cittadina abbagliata dalle luci di città, a scrutare il mistero. Davvero?, chiedevo io, incredula. Ma sì, fidati.
Non ero proprio una principiante in fatto di astronomia. Da tempo avevo imparato che la prima stella della sera, quella più vicino al sole, altro non è che Venere, simpatico pianeta dal nome intrigante che evoca fascino e bellezza, ma, si sa, è assolutamente inospitale. Però è bella davvero Venere, una stella luminosissima, il faro della sera. Anche in città la cercavo e l’ammiravo.
E poi avevo visto Saturno dal vero, alle medie, con un raid organizzato dalla scuola all’osservatorio di astrofisica dell’università. Non riuscivo a credere che fosse davvero così, quel pianeta, che avesse davvero gli anelli attorno alla cintura. Mi ero convinta che avessero disposto un disegno davanti alla lente del telescopio, solo per prenderci in giro. Diffidente di una saputella. Quella sera stessa il genitore che mi aveva accompagnato mi suggerì di fare una domanda agli esperti di astrofisica: perché diavolo i pianeti sono rotondi? Che domanda sciocca, pensai, ovvia e banale. Ma lì per lì non seppi rispondermi da sola, e così la feci. Non solo non fu giudicata una domanda sciocca ma ricevetti i complimenti, mentre il genitore gongolava e se la rideva sotto i baffi. I complimenti, lo sapeva, erano rivolti a lui. Comunque, per chi non lo sapesse, i pianeti sono rotondi per via dell’attrito con l’atmosfera durante il movimento di rotazione attorno al proprio asse. Almeno, così mi sembra di ricordare.
Poi c’era Marte, il pianeta rosso. Era davvero rosso! Dalla timidezza? Dalla collera? Dall’imbarazzo? Dal troppo caldo?…In alcune sere lo si vede anche a occhio nudo. Quella stella un po’ più scura, ecco, quello è Marte, oggi sempre meno inaccessibile, sempre più vicino, già violato dall’uomo con le sue sonde primitive.
La luna, con quella sua faccia quasi umana, m’incuteva timore: cosa mai ci sarà stato, dall’altra parte? Perché non potevamo vedere? Dovevamo essere condannati all’ignoranza eterna? E se invece che tonda la luna fosse stata piatta?…
Poi ho visto un breve filmato che rappresentava il movimento contemporaneo di tutti i pianeti del sistema solare e sono rimasta a bocca aperta. Un conto è immaginare, un conto è vedere. Rotazione e rivoluzione, intorno a se stessi, intorno al sole, secondo orbite precise, accompagnati dai satelliti (chi ce li ha) a loro volta in movimento… Un gioco di precisione che ha dell’incredibile. Nessuno scontro, nessuno che cambi idea o direzione, o che si stanchi, o che si fermi di colpo. Quel giocattolaio matto che ha inventato tutto ciò è stato formidabile. Un vero genio. Un dio.
Però, vuoi mettere l’incanto delle stelle che cadono?
Sono come i cerini, s’infiammano subito e subito si spengono. Il loro percorso è fugace, magico, istantaneo. Devi avere il desiderio pronto in mente per esprimerlo, altrimenti, se stai a pensarci su, l’incantesimo è già passato.
Certo però, ogni stella che cade si fa carico del desiderio di milioni di persone che la stanno guardando in quello stesso momento. E che non è uguale per tutti. Una bella responsabilità. Come può un frammento stellare decidere chi accontentare? Mistero…
Per esempio, nel corso degli anni, ad ogni scia luminosa ho chiesto, a seconda del momento, un ragazzo, la salute, l’armonia in famiglia, un lavoro… C’è chi, alla stessa scia scelta da me, può aver chiesto soldi facili. O la guarigione per una persona cara malata gravemente. O la pace nel mondo. O di incontrare un alieno, o un amore (il che poi è più o meno la stesa cosa, di questi tempi).
La piccola briciola, frantumandosi nell’atmosfera terrestre, nei suoi ultimi istanti, cosa penserà? A chi penserà? A chi regalerà il suo potere? A chiunque ci creda, immagino. Perché il realizzarsi di un desiderio dipende dall’intensità con cui vogliamo che si avveri. Perché dobbiamo credere al nostro sogno con forza, con tutto noi stessi, allo stesso modo con cui crediamo che la polvere di stelle possa accontentarci.
Stasera tutti a naso in su.
Vedremo che il cielo è popolosissimo.
Guarda là, si muove qualcosa!!
E’ un aereo.
Macché aereo, non fa rumore e non lascia la scia di fumo bianco. E ha una luce rossa intermittente.
Allora sono gli ufo.
Ma gli ufo hanno bisogno di luci rosse intermittenti?
E certo, se no vengono subito intercettati. Così passano inosservati, invece.
Dici?
Sicuro. Gli umanoidi, cioè la nostra sotto razza, sono così stupidi che si aspettano di vedere dischi volanti ultrapiatti, o enormi città volanti magari mascherate con uno scudo difensivo che rende invisibili (e non chiedermi come si fa a vedere una cosa invisibile!!), e invece gli omini verdi sono tra noi, e usano veicoli civetta come i nostri. Per mimetizzarsi e volare indisturbati.
Ah!!
….
….
Non è meglio se ci accontentiamo delle stelle cadenti?
Direi di sì.
Eccone una!! Aspetta che esprimo il desiderio… aspetta stellina, un secondo solo!…
Troppo tardi. La stellina è gia sparita.
01/08/2005
GITA IN BICI
Da una settimana il signor Pinco annuncia:
“Domenica si va in bicicletta. In montagna.”
La signora Pallina dà un’occhiata, nell’ordine: alla propria pancetta, ai quadricipiti da anni allo stato di riposo e al mostro a due ruote lucidato per l’occasione. Si chiede, sgomenta: come si può conciliare il tutto senza conflitti? Ma tanto, sorride tra sé, domenica pioverà. Perché preoccuparsi?…
Domenica mattina all’alba, o giù di lì: il sole è alto, la giornata fresca e invitante, si parte!
Ma prima si caricano le biciclette sul gippone.
Cento chilometri per arrivare a destinazione: Innichen, che non è in Germania o in Finlandia o in altro posto straniero, ma in Alto-Adige e si traduce in S. Candido. La popolazione è italica e tuttavia parla un’altra lingua e fa finta di non capirti se invece tu ti esprimi in quella di Dante. Il luogo è meraviglioso, tranquillo, pulito. Nella splendida giornata che avanza la signora Pallina nota altri sventurati, certo più entusiasti di lei, che si avviano in bicicletta per le numerose piste ciclabili della zona. Non sono gli unici, lei e suo marito, certo che no.
Programma: Innichen-Sexten (Sesto) e ritorno, tutta pista ciclabile, all’ombra dei pini, in totale circa 15 km. Non è malaccio, si dice la signora Pallina. Le è stato garantito che il percorso è pianeggiante, lo fanno anche i bambini e magari anche gli invalidi.
Si scaricano le biciclette dal gippone. Quella della signora Pallina ha un cestino accogliente, unico vezzo un po’ femminile, per il resto ha l’aria decisamente solida. E non è che sia leggerissima.
Il signor Pinco ha voluto attrezzarsi con lo zaino da scalatore dell’Himalaja, il quale zaino è come il pozzo di San Patrizio, ossia senza fondo. Esso contiene: vestiario di ricambio, un asciugamano, viveri, giacche a vento anti-pioggia (tutto è possibile in montagna, anche un repentino dietro-front del sole), litri e litri di beveraggi. Il bravo signor Pinco ha insistito per essere lui il mulo da trasporto. La signora Pallina si accontenta, per nulla contrariata, del proprio zainetto da passeggio che contiene cose più frivole. I cellulari in caso di bisogno (in Alto-Adige funziona il 118? Forse sì), i portafogli per le necessità (in mezzo a un bosco?!), i documenti per farsi riconoscere dall’esercito straniero in caso di sconfinamento all’estero (l’Austria da qui dista solo 9 Km.), il pettine, il deodorante per mascherare sgradevoli odori successivi alla pedalata e quindi, in caso, non fare brutta figura né con il 118 né con l’esercito ecc. ecc.
Temperatura ambientale: 18°. L’ideale per fare movimento fisico. Quasi fresco, per avere solo un top addosso e calzoncini corti. Diconsi da ciclista, questi ultimi, ma non sono quelli veri, con l’imbottitura. La signora Pallina se ne accorgerà a fine giornata.
Partenza. Anzi, prima di tutto un lungo sorso preventivo di Gatorade. La signora Pallina ha già perso molti sali col sudore freddo al solo pensiero di quello che l’aspetta.
Pronti? Via!!
Qualche esitazione nel trovare la pista corretta, ma poi, complici il solito senso d’orientamento che per fortuna fra tutti e due produce qualcosa di buono (presi singolarmente entrambi si perderebbero), s’imbrocca il giusto sentiero.
Giusto?
Le informazioni davano per pianeggiante un tratto che di pianura ha solo il ricordo. Ha sbagliato l’informatore, o le forze della signora Pallina sono più esigue di quanto ella stessa temesse? Conta poco, non distrae dalla fatica nemmeno il romantico costeggiare il fiume Drava, che sembra perfino bello e pulito e che fa fantasticare al solo pensiero che lui viaggia senza passaporto e attraversa confini senza permessi e senza biglietti. Ma scusa, non c’è l’Europa unita? Chiunque ormai può viaggiare senza passaporto e senza permessi, cosa sono queste ciance? Si pensi a pedalare.
E’ una parola.
Dopo un quarto d’ora, la signora Pallina deve bere. E’ già smontata di sella due volte, ad affrontare un falso piano che più falso non si può. Ha quasi le lacrime agli occhi, le pulsazioni a duemila, il sudore gelato attaccato alla pelle e si sente svenire. Inoltre non c’è verso di capire quale sia il rapporto più giusto da usare, sulla strada completamente sterrata, irta di sassi e fango. Ah, maledizione! Quando abitava al sud, non c’era alcun bisogno di cambio e rapporti. La sua biciclettina di allora, comprata con il primo stipendio, era una piuma preziosa da città che andava da sola, perché lì sì, la pianura era pianura vera.
Uffa! Il signor Pinco sembra comprensivo, non fa che pedalarle intorno, con il suo zaino da almeno 10 chili e va e torna, va e torna. Non fa fatica alcuna. Cos’è questo gironzolare intorno, amore o sfottò? Ma ecco che l’orgoglio torna a galla. Non può mica finire tutto prima ancora di cominciare, no?
Coraggio, Pallina, pedala.
Dopo un altro quarto d’ora di eroici sforzi, però, la signora Pallina dichiara che se non si rifornisce di zuccheri non sarà assolutamente in grado di fare un ulteriore giro di pedale. Non lo dice lei. Lo dicono le sue gambe. Così, al primo bivio, da cui si prospetta l’ennesimo “falso piano” tutto in salita, si fa sosta. Saltano fuori le merende del Mulino Bianco. Vanno giù come aragosta, una leccornia. Ognuna fornisce 154 calorie.
“Allora”, sentenzia il signor Pinco, “ne possiamo mangiare un’altra”.
Ok, 308 calorie a testa, dovrebbero essere sufficienti, la Gatorade è già esaurita, si tira un respiro e si riparte.
Va meglio, sì. La cioccolata compresa nella merendina ha già rilasciato la sua quota di energia, e i carboidrati ora faranno lo stesso. Già, ma la salita è salita, e allora? Allora si scende, si scarpina un po’ e poi si rimonta in sella. Non ci si abbatte alla prima difficoltà. O altrimenti non resta che doparsi. Ma davvero i ciclisti nel giro d’Italia, quando scalano i passi Pordoi, Falzarego, Duran e compagnia, fanno tutto da soli? E che, sono dei mostri?
Ecco un breve tratto facile, giusto per illuderti un po’, Pallina.
La pista è sempre sterrata, ora attraversa un bosco. Così oltre ai sassi ci si deve riguardare anche dalle radici affioranti degli alberi e dalle pigne malefiche che possono trasformarsi in veri killer. E sì che Pallina vorrebbe concentrarsi sul paesaggio, su quegli abeti secolari e imponenti, sul fresco della loro ombra e sullo spicchio di azzurro che s’intravede fra le loro cime. Il signor Pinco, là davanti, è circondato da una nuvola di farfalle, tutte scure e impavide. Una natura incontaminata e antica, meravigliosa. Ma non si può perdere la concentrazione. Occhio!
La pista è frequentata. Giovani coppie con bambini o cani, anziani in passeggiata, due fidanzati, lei fa jogging, lui le pedala accanto. All’ennesimo bivio la signora Pallina incontra un’anziana signora, m. 1,50 per 90 kg, suppergiù, che monta tranquilla una piccola bici da bimbi, quelle con le ruote proprio piccole piccole. Più piccola di una Graziella. Sembra non fare alcuno sforzo, perdinci! Sia mai che la faccio io la brutta figura, pensa la nostra Pallina, e no! Lo sprint riprende più ardito, almeno per un po’.
Mezzogiorno e trenta: ora di pranzo. Un’area attrezzata a parco giochi capita a fagiolo. E’ deserta, ma i nostri s’impossessano velocemente di un tavolo e fanno festa con i panini e la minerale. Detto tra noi, la signora Pallina, una volta recuperate le forze, non resiste alla tentazione e prova tutti i giochi dei bimbi. Tutti. Il totem con i pioli da scalare (uh, che vertigini!), l’altalena fino a sentir lo stomaco traslocare nelle orecchie, la rete con la scala in tronchi che sembra uscita da un percorso di allenamento dei marines, e lo scivolo. Lo scivolo!!! Dio che bellezza! Che senso di ebbrezza trovarsi lassù (ma i bambini non hanno paura?) e poi lasciarsi andare giù con quel piccolo urlo che scappa fuori proprio da solo. Bello, bellissimo.
Il signor Pinco, ovviamente, disapprova, ma sorride anche lui. Però sollecita la nuova partenza. E va bene.
Ora va decisamente meglio, sia il percorso che le riserve di carburante. E per qualche magia finalmente anche il rapporto è quello giusto. Ma si arriva subito a Sexten. E allora? Allora si ritorna indietro.
E stavolta è tutto un altro discorso. E sì, perché dove prima c’era salita ora c’è discesa. E che discesa! Una lunga volata senza neppure respirare. Vento nei capelli, sorriso beato e un po’ incosciente in faccia, le ruote che fanno scintille su sassi, radici e pigne.
Ora sì che si ragiona.
Ora sì che è meraviglioso andare.
Ora sì che la signora Pallina arriverebbe anche a casa volando in questo modo.
Lo sforzo è quasi maggiore, le mani ad artiglio sui freni senza tuttavia frenare di colpo, le braccia tese, il sedere messo a dura prova da una sella decisamente poco, anzi per nulla molleggiata. Ma si va che è un piacere. Anche in capo al mondo, se fosse tutta discesa.
C’è un’unica salita, a dire il vero, e anche abbastanza erta. La signora Pallina ci vede tre giovani sacerdoti passeggiare e non vuole farsi compatire. In un lampo affronta la salita senza neppure smontare di sella. Alla Nembo kid. Si sente gli occhi dei tre sul posteriore e accelera la pedalata. Non vuole indurre in tentazione le nuove leve.
E intanto si riesce anche godere delle distese di prati verdi (dov’erano prima?) che con il blu del cielo e le montagne in lontananza creano un’ambientazione da fiaba.
In breve si arriva al punto di partenza. Nemmeno una caduta.
Incredibile.
Non c’è stato bisogno di chiamare il 118 e non si sono persi.
Fantastico.
La facile pedalata di ritorno induce i coniugi a esplorare anche il paese. Che merita, davvero. Girando per le strade non si vedono altro che balconi fioriti. Ogni casa, ogni albergo, quasi ogni edificio è abbellito da fiori prosperosi e ben curati. Non solo, ma gli accostamenti di colori sono fatti anche in base al colore della casa. Intonaco rosa? Fiori rosa, fucsia e bianchi. Intonaco giallo? Fiori gialli, blu e bianchi. Intonaco bianco? Fiori di mille colori, viola e fucsia e blu sugli altri. Che spettacolo.
E la giornata è sempre splendida e fresca. Il vento sulla pelle ora è gradevole. E’ l’ora di tornare verso casa, ma è un peccato.
La signora Pallina, con negli occhi ancora l’esplosione di colori dei balconi, le spalle arrossate dal sole, il fondoschiena dolorante che domani le impedirà di sedersi normalmente, e una sensazione di profondo benessere, lancia al signor Pinco uno sguardo adorante. Quando la rifacciamo, amore?