29/07/2005
CALDO
Caldo. Afa.Umidità 70%.
Temperatura esterna 36° C.
Temperatura interna 27,5° C.
Temperatura percepita 45° C.
Percepita da chi? Dagli anziani che boccheggiano e che invadono gli ospedali tra malori, svenimenti, scompensi e infarti? Dai bambini, che se hanno una piscina lì vicino manco si accorgono dell’afa? Dai lavoratori dipendenti, dagli operai nelle fabbriche, che sudano, bestemmiano eppure producono, producono sempre, malgrado una climatizzazione che per il capo c’è, ma per loro non c’è? Chi è che stabilisce il valore della temperatura “percepita”? E come si farà a misurare?
Mah.
Caldo. Afa.
Vento leggero, bollente. Africano.
Non siamo su un’isola del mediterraneo. Siamo ai piedi delle Dolomiti, sì, quelle bellissime escrescenze rocciose che superano i 3000 metri, là dove vedi la neve anche d’estate. E che dovrebbero essere fresche, di norma, perché in montagna si va per prendere il fresco, non per sudare. Sarà. Secondo me anche la Marmolada oggi avrebbe voglia di un ghiacciolo. Lo vedo da qui che si sta succhiando da sola, si sta consumando in un lento, gustosissimo e fresco suicidio. Beata lei. Turisti, sbrigatevi, o le foto ricordo le farete con le caprette che brucano l’erba e fanno ciao, anziché con il ghiaccio più o meno eterno.
Caldo. Afa.
Pensieri che coagulano.
Mi spoglio, cammino nuda per casa, scalza, sperando che nessuno bussi alla mia porta. Faccio due o tre docce, ma che risolvo? Niente.
Qualcuno mi ha detto tempo fa:
“Il freddo è meglio, perché con una maglia in più puoi porvi riparo. Ma quando fa molto caldo, dopo l’ultima maglietta cosa ti togli, la pelle?”
Non sarebbe una cattiva idea. Togliere tutti gli strati di epidermide, lasciare che il grasso coli, si liquefaccia al gran caldo, e ritrovarsi con i soli muscoli ad affrontare l’afa. Però togliendo anche quelli, disossandoci, insomma, staremmo ancora meglio. Più aria passerebbe attraverso le ossa, tra le costole, le orbite vuote, si creerebbe una piacevole corrente e finalmente saremmo scheletri freschi e felici.
Pensieri che coagulano. Appunto.
Non si riesce a connettere.
Si creano miraggi, visioni di spiagge bianche e mari puliti, e i tuffi rinfrescanti da fare al più presto quando sulla pelle ci puoi cuocere la frittata. Meraviglia. Miraggio.
Che caldo. Non si respira.
Le uniche contente sono le piante grasse. Sbocciano dei colori incredibili tra le loro spine. Sembra loro di essere nel deserto, probabilmente, e prosperano. Fanno tesoro di questa umidità assoluta come se fossero capitate per caso in un’oasi, incamerano il più possibile, si gonfiano, ingrossano, mettono via per il periodo di morte invernale. E fioriscono, risplendono, tra la nebbia afosa, luminosi, piccoli semafori colorati.
Afa.
Si rapprende ogni volontà di fare. E’ la sopravvivenza: in ambiente ostile l’organismo si adatta. Con un clima del genere la carta migliore è il risparmio energetico. Muovendosi si produce energia, cioè calore, che non fa altro che aumentare l’effetto serra di questo disgraziato pianeta. Miliardi di persone che si muovono producono calore, il quale, a causa dell’umidità elevata, non si disperde e rimane lì, sotto la cappa dell’ozono. A farci impazzire.
Io vengo dal caldo, ci sono nata, ma questa è un’altra cosa.
Poiché anche uno pneumatico si sgonfia al sole, mi controllo la pressione. La pressione massima (dicesi massima) non arriva ai 90 mm. di mercurio. La pressione minima si è dileguata del tutto. Sei certa di essere ancora viva?, mi chiedo. Sì, perché il cuore batte. Lento, perché anche lui, poveraccio, fa fatica, ma c’è. Sono i movimenti che non rispondono ai comandi. Il calore ha fuso i contatti tra i circuiti elettrici e le leve operative. Tu sai quello che devi fare, ma non puoi farlo, semplicemente. Black-out. Risparmio energetico.
La garanzia è scaduta, lo sai, vero? Chi ti ripara più? Cerca di sistemarti da te, che è meglio. Perché…
…C’è da stirare (COSA?!!)
…C’è da cucinare (piuttosto mangio erba cruda del prato)
…C’è da portare a spasso il cane (no, poveraccio, suda anche lui)
Afa.
Sete.
Bevo molto. Evito le bevande zuccherate e quelle gasate, sono brava. Ma nella pancia, lievitata a dismisura, ci stanno nuotando i pesci. Ma cosa cavolo consigliano in televisione?
Mi butto sul letto, e fa caldo.
Mi butto sul divano, peggio ancora.
Apro tutte le finestre ed entra CALDO!!
Rimpiango quasi di averlo cercato il caldo, fino a una settimana fa, quando sembrava che da queste parti non dovesse mai cominciare l’estate.
Ora se raccolgo le forze credo di riuscire a esibirmi in una disperata danza della pioggia. Purchè l'acqua arrivi dal polo. Alzo lo sguardo, sudata, grondante, e mi sembra di vedere una nuvola nera, laggiù in fondo.
L’ennesimo miraggio.
25/07/2005
LA GIORNATA DEL PELO
Se dovessi dire che nascere femmina è sempre stato il mio sogno, direi una bugia. Diciamo che la convinzione che “donna è bello” è stata una conquista fatta lentamente nel tempo…
Ho sempre pensato, invece, che all’essere maschio sia correlata una certa dose di privilegi. O fortune, che dir si voglia. Lasciamo perdere i paroloni, le analisi sociali, prove e controprove, affermazioni e smentite di ambo i sessi a tal proposito. Facciamo i dovuti confronti piuttosto in una piccola, superficiale, insignificante sezione della vita. Quella estetica. L’uomo conferma il proprio vantaggio. E non perché sia più avvenente in assoluto della donna, non ci penso neppure a sostenere una tesi così bugiarda. Ma è innegabile che egli abbia qualche problemino in meno delle donne a farsi bello.
Prendiamo il pelo.
L’uomo peloso ha il suo fascino.
Oddio, purché non sia un uomo-scimmia.
L’unico uomo degno di questo nome che mi ha fatto seriamente innamorare è il Tarzan di E. Rice Burroughs. Attenzione, nessuno degli eroi di celluloide visti al cinema (fatto salvo il mai sognato abbastanza Johnny Weissmuller). Io mi riferisco all’eroe di carta, quello dei romanzi. Un uomo-scimmia solo di nome e per motivi di educazione, perché nel mio immaginario costui è invece liscio, sodo, abbronzato, appena un po’ capellone e senza ombra di barba. Naturalmente bellissimo. Non so come abbia potuto farcela, l’ignorantone nella foresta allo stato brado a ritrovarsi così, ma tant’è. La fantasia non è governabile.
Torniamo a noi.
È indubbio, dicevo, che l’uomo peloso non dispiace. Checché ne dicano i nuovi modelli proposti, che si depilano il torace (ahiloro) a prezzo di mille tormenti. Ma una donna pelosa, tranne che come fenomeno da baraccone, non è mai piaciuta nemmeno tra gli antropofagi dell’Amazzonia. Che, probabilmente, se ne trovano una così da mangiare, prima di arrostirla la scotennano o la passano alla fiamma come noi facciamo con il pollo.
Per questo nasce la giornata del pelo. Una giornata che noi donne dedichiamo esclusivamente alla caccia e alla distruzione del poverino, ovunque esso si trova.
Cominciamo con una vera e propria lavata di capo.
Nel senso di sciampo. Che non vuol dire necessariamente anche eliminazione, anche se un capello è un pelo un po’ più lungo però… Sciampo, balsamo, schiuma, asciugatura. Ce n’é da fare, no? Il solo lavaggio, se una vuole, è laborioso. Si può fare un impacco di olio d’oliva per rendere i capelli più morbidi e nutriti, di aceto diluito o limone per sgrassarli (non stiamo parlando d’insalate), di camomilla per riflessi chiari, di henne per riflessi rossi, e tinture e riflessanti vari per nascondere il tempo che incalza. E l’asciugatura? Piastra per chi ha i capelli ricci, bigodini per chi ha i capelli lisci. Fissatore, lacca, gel, fa lo stesso, qualcosa ci vuole. Per le più esperte, un colpetto di forbici, più o meno armonico, a una frangia un po’ lunga o a un ciuffo di doppie punte cattivissime. Che fatica! Ed è solo l’inizio. Io, che sono pigra, qui me la cavo. I miei capelli non sono né lisci, né ricci, né lunghi, né corti, rifiutano la messa in piega e al momento non necessitano di artifici per nascondere un grigio che non c’è. Per cui, va benissimo la piega selvaggia. Sarei una perfetta Jane per il mio Tarzan.
Procediamo.
Depilazione ascelle.
Non ho mai capito che fastidio dia la peluria delle ascelle. Se ne sta lì, nascosta, si vede poco, è morbida da accarezzare e calda. A volte un po’ sudata, vabbè, ma che, forse l’uomo non suda? Eppure lui le ascelle non le depila. Comunque pare che vada fatta, per amor di estetica. E allora vai con la crema depilatoria, in questa zona delicata. Con un po’ di attenzione, il risultato è perfetto.
O quasi.
Chissà perché, rimane sempre quell’alone scuro che denuncia la precedente presenza. Dalla pubertà i peli sotto le ascelle farebbero parte di noi come i capelli in testa. E noi li eliminiamo. Eppure, di norma, non eliminiamo i capelli. Mah!!
Andando oltre, esplorando questo nostro corpo alla caccia del pelo, dove ci fermiamo?
In zona inguine, naturalmente.
Non importa se indossiamo sempre i pantaloni, se in società non giriamo in mutande e se la permanenza al mare non si protrae per più di 15 giorni quando va bene. Non si può, proprio non si può, lasciar crescere la boscaglia in questa zona. I riccioli maschili nella stessa zona però sono sexy. Già. Ma, ricordiamolo, parliamo di uomini.
Cosa sarà meglio usare in questo anfratto? Il rasoio, senza ombra di dubbio. Proprio quello degli uomini che amano ancora farsi la barba con la schiuma e il BIC, o similare. Forse qualcosa ci accomuna, dopo tutto. Rasoio e schiuma, dunque, oppure qualche altro tipo di crema depilatoria o perfino ceretta (che dolore!). L’importante è eliminare il nemico ad ogni costo e con ogni mezzo. L’importante è fare in modo che anche il più microscopico tanga, il perizoma più ardito e trasparente dei nostri sogni, quello che non metteremo mai perché in fondo viviamo con i piedi per terra e la nostra ciccia si ribella alla sola idea, che anche il capo più osé, dicevamo, sia possibile senza ombra di pelo (superfluo).
A costo di fare la concorrenza alle porno-star, noi, donne di tutti i giorni.
Non è mica finita.
E le gambe?
Ah, le gambe!
Il sogno erotico di molti uomini, che di fronte a un paio di gambe scoperte, nude, possibilmente magre e nervose al punto giusto e perfettamente depilate, perdono la testa. E l’estate malandrina lo fa apposta a permettere queste visioni celestiali agli uni e l’ennesimo sacrificio alle altre. Procediamo dunque all’ulteriore eliminazione.
Ceretta dall’estetista, di solito, per chi è sfortunata all’ennesima potenza e si ritrova a essere la mamma adottiva di Tarzan, cioè la scimmia Kaala, più che la sua romantica compagna. Un tormento per capillari, vene varicose e per chi non sopporta il caldo. Anche se c’è la versione a freddo o le famose strisce. Ad ogni modo, lo strappo è micidiale.
Un vero Carachiri.
Le più favorite dalla sorte, e mi reputo tra queste, ringraziando il cielo, hanno solo quei quattro, di numero, pelucchi che si fanno fuori in un battibaleno con l’epilatore, versione femminile del rasoio elettrico dell’uomo. Non è che sia proprio meno doloroso della ceretta, me se lo stai usando vuol dire che il tuo bottino sarà scarso a prescindere, e allora soffri contenta e stai zitta. E pensare che l’aria calda e soleggiata del Sud, da ragazza, mi donava una peluria dorata sì e no visibile che una volta (giuro!) perfino un uomo ha apprezzato. Un uomo saggio, evidentemente. Ora la pioggia del settentrione non mi fa più permettere questi lussi. E nemmeno il comune sentire: il pelo sulla gamba proprio no!!
Ora ci guardiamo allo specchio, corrughiamo le sopracciglia valutando il risultato, e così facendo scopriamo che del nemico c’è ancora qualche traccia che non avevamo calcolato, proprio di fronte a noi.
Le sopracciglia sono un vero cespuglio!
Naturalmente anche qui c’è chi ha fortuna, e la sua arcata si eleva come l’ala di un gabbiano, scoprendo una magnifica orbita su cui spennellare un affascinante ombretto, per un risultato da modella. C’è chi invece, ahimè, deve armarsi di pinzetta, stringere i denti ed eliminare, uno per uno, i superstiti della battaglia se non vuole sembrare perennemente imbronciata.
Niente è indolore.
Le perdite, anche in queste caso, fanno soffrire. E molto.
Garantisco.
Il risultato poi, è talvolta così asimmetrico da trasfigurare del tutto la nostra usuale espressione, tanto da farci lacrimare, non solo per il dolore ma anche per lo sconforto.
Comunque sia, ora forse è davvero finita.
Da quando abbiamo cominciato la giornata del pelo pesiamo circa mezzo chilo di pelo superfluo in meno, siamo doloranti ma soddisfatte.
Il nostro uomo più o meno peloso (lui) ci vuole lisce come un uovo.
Ma perché allora, ci chiediamo dubbiose, non ci vuole anche tonde come un uovo?
22/07/2005
BOLLE DI SAPONE
Ho comprato le bolle di sapone. Voglio dire, il necessario per farle. Le bolle non si possono comprare, non hanno prezzo.
Ho in mano il piccolo contenitore di plastica. Svitando il tappo scopro la breve asta di plastica che termina con il cerchio magico, ma prima si piega in un altro piccolissimo cerchietto. E’ da qui, da questi tondi perfetti, che nasceranno le bolle. Nel contenitore il liquido, leggermente schiumoso, dal profumo di mirtillo.
Per anni da bambina mi sono chiesta quale fosse la formula segreta che dava vita a un simile incanto, e quale mago fosse stato così geniale da inventarla. Se poi qualcuno, con crudeltà, mi diceva che si trattava solo di sapone non ci credevo, quasi scoppiavo a piangere, ferita nel sogno.
Svito il tappo, emozionantissima. Non mi soffermo a pensare che sono matta, o infantile, regredita o fanatica. Ho la sola consapevolezza che sto per compiere un gesto mai più compiuto da oltre 30 anni.
Inzuppo bene il cerchio magico, lo tiro su. Sembra non ci sia niente al suo interno. Sembra solo bagnato e vuoto e difatti gocciola tutto intorno l’eccesso saponoso. Vuoi vedere che non ne sono capace, che non so più come si fa? Vuoi vedere che tutti i bambini sanno fabbricare una piccola illusione come questa, e per me è invece troppo difficile? Guardo bene il cerchio, mi sembra d’intravedere un tremulo velo di nulla, teso nella circonferenza di plastica. Ci provo, con un po’ di batticuore.
Soffio piano piano, goffamente, all’interno del cerchio. E la magia accade per davvero. Sotto il mio alito leggero si gonfia, prende vita, la bolla. E’ enorme, grossa come una mela, no, come un’arancia, no, ancora di più!! La superficie, nella sua inconsistenza, è trasparente, ma anche coloratissima. Tutti i colori del mondo, non solo quelli dell’arcobaleno, che sono solo sette, si ritrovano lì, riflessi.
La bolla, dopo aver raggiunto dimensioni che mi commuovono tanto erano insperate, alla fine si stacca dal grembo materno e tenta il suo primo e unico volo. E’ pesante, non ce la fa. Si disintegra precipitando verso il basso, ancora prima di toccare il suolo. Restano di lei solo pochi schizzi.
Dovrei dispiacermi per la fine della mia prima bolla. Invece no, non posso. Perché nel momento stesso che fantastico di farla, so che la stessa bolla non durerà, in realtà, che un effimero istante. La brevità è la sola vita che può avere, una bolla di sapone. E poi, via, bando alle tristezze.
Soffio ancora nell’anello di nuovo inzuppato, in un modo appena più deciso. Una sfilza di globi di piccola e media grandezza, ecco qua, escono tutti insieme. Allegri, variopinti, s’inseguono, sembrano ridere e chiacchierare tra loro. Regalano luce e colore alle mie stanze così quiete.
Già, mi trovo ancora in casa. Ho voluto allenarmi, con una sorta di pudore, tra le mura domestiche, al riparo da occhi indiscreti. Me l’immagino, la commiserazione di chi non sa più fantasticare: Guardala là, la donna adulta, razionale, perfettamente equilibrata, guardala là, che cosa sta combinando! Gioca a fare la bambina… Tanto razionale non è, dopo tutto, e nemmeno così equilibrata… Forse è lo stress… Prima o poi a tutti cedono i nervi…
Ma quali nervi!! Sono in grado d’intendere e volere. E quello che intendo, ciò che voglio, ora, è di crogiolarmi in questo mondo incantato.
Mille bollicine, tutte tonde, di diverse dimensioni, hanno già svolazzato tra mobili, suppellettili e lampadari e sono morte sul pavimento. Decido che le prossime avranno una vita e una fine migliori.
Apro la finestra, sì, mi affaccio al balcone e non mi curo più di cosa potrebbero pensare gli altri. La giornata è splendida, il sole illumina d’immenso questo tratto di universo. E’ qui, ora, che compirò questo gesto inconsulto. Inspiro con forza, trattengo per un attimo, un attimo solo, il respiro e poi lo immetto delicatamente nel cerchio magico.
Spiritose, vivaci, ciarliere, leggere, le bollicine volano incontrano al sole, in una scia d’armonia e allegria. A loro non importa quanto vivranno, eppure vivono al meglio quello che possono.
C’è la bolla che si lascia trasportare dal vento gentile, un vento che si trasforma in brezza per evitare ogni violenza che possa distruggere il piccolo miracolo.
C’è quella che gira intorno ai bimbi, sulle note dei loro AH, OH e BELLO!!
C’è quella che sceglie subito il suolo, perché forse è un po’ pigra, e si schianta in mille e più goccioline sulla ghiaia, senza alcun rimpianto.
C’è quella un po’ bitorzoluta, che sembra generare nuove bolle, e non si capisce se invece sono le altre sue sorelle che si sono unite a lei, in un legame d’affetto così forte da fondersi in tutt’una.
Anch’io faccio come i bambini e AH, OH e BELLO!! E continuo a soffiare, treni di bolle, fiumi di bolle, miriadi di bolle. Il cielo ne è offuscato. Il giardino è invaso dai delicati fiori volanti che fanno invidia alle farfalle. Il mondo è più bello.
Tocco una bolla fuggitiva con le dita e non si rompe. Hanno una forza misteriosa che le tiene insieme, queste meraviglie: così fragili e così forti. Hanno una forza che deve contenere i desideri. O forse il dolore. Pensa, scoppia la bolla, scompare il dolore…
Mi fermo un attimo. Penso a qualcosa. Ho deciso. Immergo il cerchio magico nel potente liquido schiumoso, mi concentro e soffio, soffio, soffio. Una bolla immensa nasce, cresce, mi avvolge, mi abbraccia, mentre continuo a soffiare. Quando vedo la realtà attraverso un velo trasparente e colorato, smetto di soffiare. La bolla, con me dentro, si alza verso il sole.
20/07/2005
POST-NOTTE
Ore 6,30 a.m. Timbri il cartellino di uscita. Hai finito il turno di notte, hai dato tutte le consegne, o almeno speri, a chi montava in servizio dopo di te. Non vedi l’ora di sprofondare nel sonno dei giusti. Tutto sommato non è andata neanche troppo male. I pazienti sono stati bravi, non hanno avuto problemi, hanno riposato più o meno tutti. Fiduciosi nell’angelo vestito di bianco che vegliava sui loro sogni. Semmai la giornata era stata faticosa, a causa di una sindrome vertiginosa alquanto fastidiosa e di cui ora, solo ora, avverti ancora qualche strascico. Ma sorridi, pensando che quando sarai sul tuo letto, il mondo potrà girare finché vuole e tu non gli darai udienza. Guidi con prudenza fino a casa e pregusti lenzuola morbide.
Ore 6,45 a.m. Ti accoglie il gatto. Che vuole mangiare. E’ un riflesso condizionato: quando ti vede, l’animale vuole sempre mangiare. Lo sfami, e mentre ti lavi non resisti alla tentazione e accendi il pc. C’è posta per te? Sì!! Due mail e una spam. La spam va per i fatti suoi e non ti disturba. Le mail meritano risposta. Ma è tardi! Almeno una, ti dici, ok? Ok! Fatto. Non sai come, ma l’hai scritta e inviata.
Ore 7,30 a.m. Ti distendi beata e chiudi la porta dei sogni in faccia al mondo. Illusa.
Ore 8,00 a.m. Dopo qualche manovra di assestamento stai quasi per abbandonarti a Morfeo, ma un improvviso, imprevisto, vigliacco raffreddore ti sveglia del tutto. Com’è possibile? Moccio al naso che scivola via veloce e se non lo fermi t’impiastriccia tutta, poi qualcosa ti va di traverso in gola, tosse convulsa, secca, quasi non respiri. Cerchi a tentoni il fazzoletto. Cosa diavolo succede, in pieno luglio?
Ore 8,45 a.m. Hai freddo, diobono. Hai una coperta addosso, ed è estate. La pelle bolle, ma tu hai freddo e non prendi sonno. Il raffreddore com’è arrivato se n’è andato, ma non basta. Hai freddo. Ti alzi, ti metti addosso un’altra coperta. Ma sono già le
Ore 9,30 a.m. Ci sei, è la volta buona. Stai davvero friggendo, sotto il peso delle coperte, ma chisseneimporta. C’è chi paga per fare la sauna, tu la fai gratis. Però, che caldo ragazzi.
Ore 9,45 a.m. Un rumore infernale ti strappa al tuo disperato tentativo di chiudere gli occhi. Qualcuno sta usando un decespugliatore sotto le tue finestre. Ora, se c’è un trabiccolo che fa rumore è proprio il decespugliatore. Anche la motosega, o la sega circolare, ma adesso non è stagione. Il decespugliatore è implacabile, con il suo ruggito intrepido. Non puoi protestare, lo sai. Dopo le ore 8,00 a.m. è consentito fare baccano. Nessun rumore è molesto. E quelli che hanno lavorato di notte mentre tutti gli altri, decespugliatore compreso, dormivano, si arrangino.
Ore 10, 30 a.m. Non hai requie. Ti scappa la pipì. Quella non la puoi delegare a nessuno né la puoi maledire. Ti alzi e vai in bagno. Scopri con orrore che un decespugliatore è in attività anche sotto le finestre DIETRO casa tua, non solo davanti. La Santa Inquisizione ha raddoppiato. Cosa devo confessare? Fatela finita con la tortura e io confesserò!…
Ore 10,40 a.m. Il ruggito del motore persiste ma si allontana. Voci di bimbi che giocano in strada e litigano tra loro. Deliziosi. Quando riaprono le scuole?… Ti alzi e chiudi la finestra. Perché non lo hai fatto prima? Perché fa caldo, e devi tenerti la doppia coperta addosso!! Mah…
Ore 11,00 a.m. Il telefono. Due squilli. Quando alzi la cornetta, chiedendoti dove diavolo sei, dall’altra parte hanno già riattaccato.
Ore 11,15 a.m. Il telefono. Due squilli. Rialzi la cornetta maledicendo non sai nemmeno chi e sperando che non ci sia una disgrazia di mezzo. Al tuo “pronto?” infastidito e timoroso, hanno già riattaccato.
Ore 11,30 a.m. Il telefono. Aspetti inferocita il terzo squillo e sbraiti un “pronto!”così avvelenato che può uccidere. Dall’altra parte ti offrono una meravigliosa partita di vini pregiati. Pensi che ti hanno scambiato per un’alcolizzata, visto che hai rifornito la cantina un mese fa e se non viene qualcuno a pranzo o cena, il tuo acquisto diventerà aceto, perché a casa tua nessuno beve vino. Tra l’accomodante e l’incazzato (la telefonista non poteva sapere che tu dormivi o cercavi di farlo) preghi che non ti rompano più le scatole per telefono.
Ore 11,40 a.m. Se riesci a smaltire i nervi, ora che c’è silenzio puoi dormire. Ma… il gatto bussa alla tua porta. Miagolio struggente da micio-randagio-che-non-mangia-da-una-settimana. E continua a grattare alla porta. Ridi, piangi? Entrambe le cose? Ti alzi, sconfitta.
Stanotte sei di nuovo di turno. Ma vallo a spiegare al gatto, al decespugliatore, ai bambini festosi e litigiosi, alla telefonista cortesemente rompiballe. E anche alla tua pipì inopportuna.
Dai per l’ennesima volta da mangiare al gatto. Porti fuori la spazzatura, vai all’ufficio postale a spedire una lettera prioritaria pronta da due giorni. Prima però ti passi un velo di lucidalabbra e il rimmel. Speri di confondere l’aspetto di alieno che non chiude occhio da 27 ore. Provi anche con la mini, la canotta e le infradito. Dove credi di andare, in spiaggia? Ridi sommessamente, un po’ stralunata. Ora come ora, che sia il mare o un altro pianeta, per te fa lo stesso. Basta che ci sia silenzio.
19/07/2005
AL CASTELLO
Il signor Pinco e la signora Pallina vanno fuori stasera. Vanno a mangiare la pizza. Romantica serata a due? Nooo, in compagnia di parenti e amici. Vabbè, comunque si ritrovano trasportati per magia in un castello dall’aria poco fatata e molto affollata. L’ambiente è incantevole. In cima a un colle, imponente, il castello domina il paesaggio sottostante.
“Siamo sicuri che è una pizzeria?” chiede, trepida, la signora Pallina. Lei si aspetta di vedere il castellano in persona (un conte, pare) rovesciare pentoloni di olio bollente per difendere il maniero dai turisti curiosi. E magari un principe azzurro che venga a prenderla in carrozza, non potendo permettere alle sue delicate membra di affaticarsi in una lunga, tortuosa, pendente scarpinata. Ma la modernità incombe. Nessun castellano si affaccia. Nessun principe si precipita in carrozza. Ci si ritrova invece di fronte a una poco affascinante funicolare che dovrebbe trasportare in cima, al castello, appunto, per la modica somma di un euro a testa. Dovrebbe. Perché non funziona. Allora sì, carrozza?… La speranza si riaccende negli occhi della signora Pallina. Il signor Pinco, guardandola, teme per la sua salute mentale. Specialmente quando all’uscio si presenta il pulmino navetta che trasporterà gl’incauti in vetta al colle. Nelle fauci del castello. E sempre per la modica cifra di un euro a cranio. In effetti la delusione abbatte un po’ la nostra Pallina. Ma coraggiosa fino in fondo, si avventa nel ventre del pulmino, si sorbisce il caldo opprimente delle trenta persone vocianti e sudate lì rinchiuse e via col vento, si fa per dire, alla ricerca della pizza in un’atmosfera da favola.
Una volta in cima il castello si rivela esattamente per quello che è: un magnifico castello. Luci disposte strategicamente dal basso verso l’alto ne illuminano la facciata, bellissima e solenne. Un gran bel quadro, un’armonia di forme e luci e colori nella notte estiva. Ma si scopre che l’antica dimora è stata rimessa troppo a nuovo per essere credibile. Stravolta nelle funzioni delle sue immense sale, per essere vera. Difatti nel castello si trova sì la pizzeria, ma anche un hotel, una sala congressi, svariati bar, gelaterie, un centro benessere, vari musei e luoghi d’esposizione ecc. ecc. Tutto extra lusso.
Moderno, funzionale. Ogni spazio sfruttato logisticamente al meglio.
Ma dov’è finito il fascino medievale?
La gente in visita o a cena o alla pizza è tanta. Immensa. Tutti quassù a cercare un improbabile fresco nella serata di mezzo luglio.
La signora Pallina cammina sugli spalti dove hanno camminato gli armigeri, sebbene non con eleganti infradito come le sue ai piedi. Guarda incantata le luci della notte, il paese, laggiù, e la luna che fa capolino dietro la cappa di un’afa opprimente. Magica. Poi si volta. Sul vasto cortile pensile un complesso fa finta di suonare “Guantanamera”, che c’entra poco col medioevo. Finiranno poi con il mettere un nastro registrato dei Nomadi. Ancora peggio. Anche se i crociati, forse, un po’ nomadi li si può definire, azzarda la signora pallina per non vedere proprio del tutto deluse le proprie romanticherie.
Il signor Pinco non sembra particolarmente colpito. Sta pensando che la folla è fastidiosa. Sta pensando che chissà quanto gli costerà una misera pizza in un ambiente simile. Medioevo o meno, l’euro è sempre euro.
Si arriva dunque alla pizzeria. Qui di antico sono rimaste solo le mura. Forse. Arredi moderni, confortevoli, personale in abbondanza, capienza utenti circa 200 persone, ma forse di più. Il pizzaiolo sembra unico, non ha aiuti, ma una macchina stende la pizza per lui. Il signor Pinco spiega che è per evitargli la sindrome da battitura di pizza, che, alla fine di una giornata di lavoro, comporterebbe l’inevitabile battitura notturna del cuscino del proprio letto, scambiato per il gustoso piatto mediterraneo.
La sala è stracolma, la confusione impera, si deve parlare a voce alta. Arrivano le bibite, ma non sono quelle ordinate. Scambio di tavoli. Succede.
Poi la signora Pallina sbircia un foglietto sul tavolo. C’è la pubblicità di una cena medievale che si terrà lì in agosto (euro 50, annota il signor Pinco), con la possibilità di pernottamento (euro 90, cena compresa).
Eccola lì, la signora Pallina che sogna a occhi aperti. Una notte all’insegna dell’antico medioevo? Da sballo! Già si vede indossare quei magnifici vestiti da nobildonna dell’epoca, visti solo in tv, quelli scollatissimi, di seta pura, con la vita appena sotto il seno e quindi un po’ più ampi sotto. Adatti alla sua fisicità, pensa. Di più, perfetti per apparire molto più che bella. Lei seduta ad un’estremità di un lungo, chilometrico tavolo, con un paggio che suona il liuto e la chiama madonna, mentre nel caminetto accesso gira lo spiedo succulento. Il signor Pinco seduto all’altra, lontanissima estremità, in calzamaglia e corta tunica (ehm… che visione!) che la madonna, quando è incazzato, la nomina in altro modo.
E nella notte, l’incantevole notte medioevale, al chiarore di una fiaccola, lui la conduce al talamo, sfila da sotto la cintura la chiave che protegge la di lei virtù e… le spiega che faranno presto, perché nella contea ci sono state due nozze, e il suo dovere gli impone di conoscere le novelle spose. Sai cara, ius prima nocte…
La signora Pallina di colpo non è più entusiasta della piega che ha preso il suo sogno. Chiave? Ma quale chiave? Ius prima… che? Ci mancherebbe altro!!
Si ritorna alla realtà, si mangia la pizza (buona, solo 8 euro), si riattraversa la folla, si riprende la navetta e si suda come all’andata, se non di più. Non ci si illude più al sogno medioevale. La signora Pallina pensa che quando arriverà a casa butterà via tutte le chiavi, a scanso di equivoci. S’informerà immediatamente se nel vicinato ci sono stati o ci saranno matrimoni. E dopo… dopo sì, si coglierà solo il frutto spontaneo e legittimo...
12/07/2005
CHE COSA TI ASPETTI DA ME?
Nel giro di pochi giorni mi ritrovo a recensire, per così dire, un altro libro. Perché l’ho letto tutto in una delle mie notti quasi insonni, anzi, in realtà in poche ore. Mi ha presa alla prima pagina, mi ha trascinata con sé per poco più di 180 pagine e non mi ha lasciata nemmeno dopo l’ultima, né dopo la parola fine, l’indice e i ringraziamenti dell’autore. A proposito, l’autore è Lorenzo Licalzi. Confesso la mia ignoranza, non lo conoscevo prima. Il libro l’ho acquistato attratta dal titolo, però ero convinta che fosse uno di quei volumetti comici che vanno di moda oggi. Un titolo che mi ha incuriosita, anche se ero rassegnata a leggere controvoglia battute e freddure più o meno… raggelanti. Mi sono ricreduta, eccome!
Si parla ufficialmente di Tommaso, un anziano signore ospite di una casa di riposo di Roma. Solo che questo signore non è uno qualunque, né lo è la sua storia. Lui è un fisico nucleare, uno di quelli che fanno ricerche sul significato di cose apparentemente astratte ma che in realtà nascondono i segreti della vita. Tommaso è uno che non è mai riuscito a dimostrare la propria teoria, sulla quale aveva basato tutto, studi ed esistenza, ma ha conosciuto di persona tutti i più grandi nomi del settore. E qualcun altro, in seguito, sfrutterà comunque le sue ricerche a suo dire inutili. Questo esimio professore si ritrova in casa di riposo, solo al mondo, in seguito ad un ictus che lo ha lasciato emiplegico, paralizzato su una carrozzina, ma con la mente intatta, sebbene, come lui stesso dice, incapace di provare emozioni. Ha un carattere scontroso, burbero fino a rasentare la maleducazione, ma nel suo raccontarsi in prima persona si comprendono anche le sue motivazioni. E non si può non dargli ragione… Poi Tommaso incontra Elena, un’altra ricoverata, e s’innamora di lei, ricambiato, ma se ne accorgerà solo dopo che lei non ci sarà più e dopo aver subito egli stesso un temporaneo arresto cardiaco. Lei sarà l’unica persona a regalargli dolcezza senza chiedere nulla in cambio. Anzi, alla domanda un po’ spaurita di lui “Che cosa ti aspetti da me?” lei risponde “Mi aspetto che tu non mi chieda che cosa mi aspetto da te.” , il che vuol dire tutto ciò che lui poteva dare senza chiederglielo.
Quello che succederà dopo non lo racconto, ma è al tempo stesso sorprendente e commovente.
Grandiosa la descrizione della casa di riposo, ma soprattutto dell’assistenza prestata agli anziani, così perfettamente aderente alla realtà: a volte un po’ sbrigativa e distratta, altre volte invece piena di umanità. Io che lavoro nel settore sono rimasta stupefatta dell’attenta analisi compiuta dallo scrittore. Mi sono immedesimata una volta di più, come già faccio tutti i giorni, in coloro che stanno “dall’altra parte”, specie se anziani. Spesso ci si dimentica che sono esseri in grado di pensare, capire e provare sentimenti. Non sono vegetali da alzare dal letto la mattina per poi riporceli la sera, proprio come quelle piante che temono l’aria fresca della notte e che si portano dentro casa col buio e fuori al mattino. La sensibilità in campo assistenziale è fondamentale. Posso dire che la mia esperienza è in generale positiva, ma so che possono succedere situazioni come quelle descritte. Purtroppo.
Gustosissima la descrizione degli anziani ospiti. Personaggi vivi e realistici. L’aspetto fisico di Tommaso me lo sono sempre rappresentato come quello del magnifico centenario di cui ho parlato qualche post più in basso. Sorprendentemente simili fra loro, il “mio” anziano è però molto più loquace e propenso a raccontarsi.
E stupendo, assolutamente, è il modo in cui si parla della relazione amorosa, platonica e dolcissima, dei due protagonisti. L’amore nella terza età è un pensiero cui di solito ci sottraiamo con fastidio, che non ci riguarda e che ci imbarazza. Con questo romanzo scopriamo invece una delicatezza di sentimenti per nulla senili. E ci auguriamo che possa toccare anche a noi, quando sarà l’ora, di vivere emozioni così intense. Confesso, ho versato qualche lacrima. La lettera d’amore che Elena ha scritto a Tommaso, che lui leggerà dopo la morte di lei, è incredibilmente toccante, tra le più belle che abbia mai letto.
Ma ci sono anche altri temi importanti, affatto secondari in tutto questo. C’è il grande sogno che lo scienziato coltiva, quello di dimostrare qualcosa sulla teoria della relatività di cui è convinto e che, se fosse vera, farebbe crollare la concezione stessa della fisica, ogni sua legge dovrebbe essere riveduta. Un sogno enorme, perseguito per tutta la vita, che ha fatto di lui un grande uomo. Perché: “…ci sono sogni così grandi che fanno grande un uomo solo per essere riuscito a pensarli e per aver provato a realizzarli.” Non importa realizzarli, i sogni, ciò che conta è provarci.
Poi c’è il suo rapporto con Dio, negato da sempre e soprattutto dopo una tragedia familiare che lo colpisce negli affetti più cari. Dio non può permettere il male, dice, quindi se il male c’è vuol dire che è Dio a non esserci. Eppure in ultima c’è, anche per Tommaso, per questo grande vecchio, solo in apparenza cinico, la consapevolezza che Qualcosa che pervada il creato esiste, uno “Spirito che possiamo benissimo chiamare Dio” .
E’ un romanzo di speranza a tutto campo, insomma, questo di Licalzi. Un inno alla vita, che può riservare sorprese quando si crede che sia ormai finita. Un invito al sogno, come grande forma di libertà, irrinunciabile per sentirsi veri.
Tommaso infine ci conquista perché, a dispetto del suo essere speciale, è uno di noi. Nel disincanto, nel cinismo, nella ricerca della Verità. Nel disperato bisogno di amore.
11/07/2005
GIRO DI VENTO
Ho letto questo libro di Andrea De Carlo perché un’amica me l’ha prestato, parlandomene bene. Io ero un po’ prevenuta, lo ammetto. Una pubblicità insistente ha su di me l’effetto contrario, non mi attira, anzi, mi respinge. E poiché De Carlo è uno scrittore molto pubblicizzato, e questo suo lavoro pure, pur essendo incuriosita dalla trama letta su qualche recensione, non mi sentivo invogliata ad acquistarlo. Ora che la mia amica me l’ha messo in mano, sono stata costretta alla lettura, per non offenderla prima di tutto. E poi, diciamocelo, perché in fondo un po’ di curiosità c’era.
La trama.
Quattro amici, due uomini e due donne (tra loro una coppia sposata) professionisti affermati nella Milano che conta decidono di seguire i consigli di un agente immobiliare e di acquistare un gruppo di case da ristrutturare nella verde Umbria. L’idea è quella di una vita bucolica, alternativa, che consenta loro di staccare la spina magari nei fine settimana da passare tutti insieme, vista l’amicizia ventennale. Così un venerdì partono, agente immobiliare compreso, per andare a vedere lo stato di tali abitazioni. A pochi chilometri dall’arrivo si perdono, hanno un incidente e si ritrovano a essere soccorsi da una piccola comunità di persone che, guarda caso, hanno occupato da almeno dieci anni proprio le loro future proprietà. E non solo, ma quella gente ha tagliato i ponti con la civiltà, per cui vivono in modo assolutamente autonomo, senza elettricità, senza acqua corrente, senza telefono, senza pagare le tasse, senza vendere o acquistare nulla. Senza quasi contatti con il mondo esterno.
Lo scontro è inevitabile. I nostri eroi cittadini sono persone situate all’estremo opposto, che non sanno vivere cioè senza la più futile comodità. Sono i tipici rappresentanti della modernità e della globalizzazione. In quella zona d’ombra dove sono costretti dalle circostanze a fermarsi per lo spazio del week-end, neanche uno dei loro moderni cellulari funziona. Ciò li conduce all’isteria, giacché il cellulare è il loro fondamentale mezzo di comunicazione con il mondo. La tensione cresce, insieme al senso d’isolamento totale, ma le reazioni di ognuno di loro saranno diverse, proporzionate al proprio carattere.
La descrizione di ogni personaggio è accurata e attendibile. L’architetto, la consulente editoriale, la conduttrice televisiva… Non si fa fatica a immaginarli nel loro mondo iperattivo e competitivo, dove hanno ogni lusso, dove si sentono indispensabili alla società che senza di loro rischia di affondare, e dove sentimenti quali amore, altruismo e amicizia sono diventati pure teorie. Per tutta la narrazione questi tratti evidenziati con tanta accuratezza si mantengono sempre più plausibili. I personaggi si comportano esattamente come ti aspetti che si debbano comportare, avendo in mano fin dall’inizio tutti gli elementi per raffigurarseli. Ma questo è, secondo me, il limite del romanzo. Non ci sono sorprese, insomma, per quanto nella storia accada un po’ di tutto. Quando arrivi al finale, scopri che sapevi perfettamente che sarebbe andata così. Il finale stesso, comunque, che qui non racconto, lascia il lettore in sospeso. Nel senso che, pensi, forse c’era qualcos’altro da dire… Forse dai personaggi si poteva ricavare qualcosina di più, d’imprevedibile, di gustoso.
Poi a mio parere c’è qualcosa di poco credibile. In alcuni dialoghi tra i cittadini e gli eremiti, chiamiamoli così, si ha la sensazione dell’artificioso. Davvero della gente così semplice, che non ha contatti con il mondo, che ha scelto volontariamente di vivere una vita quasi primitiva, è in grado di sostenere discorsi quasi filosofici con persone che, seppur dallo stile di vita discutibile, hanno comunque un certo spessore culturale, se non altro per la formazione professionale e gli ambienti che frequentano? Magari potrebbe essere, certo, perché no? E’ dalla semplicità dell’osservazione che si ricavano gl’insegnamenti migliori per un’esistenza serena. Però, allora, il linguaggio avrebbe dovuto essere più adeguato. A mio giudizio meno introspezione, meno circonvoluzioni stilistiche, avrebbero giovato.
Detto ciò, rimane di positivo l’originalità della vicenda, anche se forse leggermente inverosimile, ma tutto sommato possibile. E un certo ritmo incalzante nel susseguirsi degli eventi che ti conduce a divorare le pagine per vedere come va a finire. Peccato, come si è detto, che alla fine si rimanga un po’…. così!! La lettura è peraltro gradevole, scorre via velocemente, a parte qualche descrizione di troppo. Inoltre, altro aspetto positivo, il volume è stampato su carta interamente riciclata. L’ho apprezzato molto, tanto che mi sono chiesta perché non lo fanno tutti gli scrittori, d’accordo con i loro editori…
Io ho letto questo libro in due notti di mezza insonnia. Le disavventure dei protagonisti sono a tratti tragi-comiche, e qualche risatina me la sono fatta, nel buio della notte. Non mi ha sentito nessuno, per fortuna. E nessuno ha sentito l’accidente che mi è scappato quando sono arrivata all’ultima pagina e mi sono sentita proprio un po’…così!...