30/06/2005

E SE TI FACESSI I FATTI TUOI?

Un amico sta male. Molto male. Lo senti al telefono, non ha la forza nemmeno di parlare, è preoccupato e spaventato. Che fare? Se abitasse vicino lo andresti a trovare. Così non è, cerchi di dargli qualche consiglio, chiama il medico, gli dici. Poi lo contatti più volte per vedere come va. A un certo punto non risponde più. Panico. Vuoi vedere che gli è successo qualcosa? Vuoi vedere che è là a terra collassato e nessuno che vada a vedere? La perdita improvvisa di una parente, recentemente, morta sola mentre preparava il sugo per il pranzo, con il telefono che squillava a lungo a vuoto, perché c’era chi la cercava con apprensione, è ancora fresca nella memoria. Nessuno dovrebbe morire solo.

Vabbè, non è detto che il tuo amico sia a quel punto, fai gli scongiuri, ma pensare a qualcosa di grave è inevitabile, così a distanza. Passano 12 ore e il pensiero si fa assillante. Ritenti un contatto. Arriva la risposta. Sta male, seriamente, ma forse non gravemente, almeno speri, ed è in ambiente protetto. Vorresti parlare con lui, per rassicurarti e rassicurarlo, che diamine, sei del mestiere, no? Ma fraintendi il suo sms, e lo chiami quando non devi, cioè immediatamente. Ti risponde subito, ma è una persona che non conosci quella che ti aggredisce dicendoti che è un brutto momento, che sei troppo assillante, che devi lasciarlo stare. Eppure è la sua voce… incazzata come mai l’hai sentita, ma è la sua. E’ proprio lui. Ti ritrovi paralizzata, scioccata, incapace di reagire. Sei costretta a riagganciare per difenderti. E cominci un dialogo tra te e te...

Una voce intanto ti rassicura: tranquilla, uno che ha una tale forza verbale non è moribondo. Sta male, forse è spaventato, ma di sicuro è vivo e vitale. Combatterà la sua battaglia. Sii felice per lui: essere battaglieri in un momento difficile aiuta a superare ogni cosa.

Ma tu, intanto, inghiotti a fatica un certo magone e continui a preoccuparti. Inoltre ti chiedi cosa hai commesso di così sbagliato.

Vedi, continua la voce, il fatto è che c’è una cosa che ancora non hai imparato, nonostante la tua vita sia giunta, presumibilmente, a metà del suo percorso. Non hai ancora imparato a farti gli affari tuoi. Sei una terribile impicciona, anche se, è vero, non nel senso classico del termine. Non è che ti fai gli affari di tutti, e soprattutto non lo fai per poi spettegolare in giro a destra e a manca. Sei un’impicciona nei confronti delle persone a cui vuoi bene.

T’impicci degli affari loro perché, in una fraterna simbiosi, li vivi dentro come se fossero tuoi. Soffri se i tuoi amici soffrono, gioisci se loro gioiscono, non dormi se hanno un problema. E cerchi sempre, per come puoi, di dar loro una spalla. Non è che sempre sai trovare parole di conforto. A volte non ci sono parole adeguate. Eppure hai l’autentica presunzione di credere che magari la sola vicinanza di una persona amica che sappia ascoltare possa bastare all’altro per star meglio. Ma, di’ un po’, chi te la fa fare??!! E chi ti credi di essere, santa Rita, la santa dei casi impossibili? O san Vincenzo dei bisognosi?

Non è così, rispondi, è che è più forte di te, è il tuo modo di vivere le amicizie. Molto rischioso. Difatti ricordi che non è la prima volta che ci resti male. Perché non tutti vivono empaticamente come te.

Non puoi impedirtelo, vero?, riprende la voce. La tua anima samaritana vuole essere d’aiuto al mondo. Ma il mondo non ha bisogno di te, rassegnati. Tu sei solo un accessorio, e gli altri hanno una loro vita che ti esclude. Non sei indispensabile.

D’accordo, dici, ma intanto rifletti. Sarà così, però…

Però, ti viene incontro la voce, tu ricordi quando sei stata male, in ospedale, operata, infortunata, dolorante, pesta e sanguinante. Quante persone sono venute a trovarti, o ti hanno telefonato, per farti sentire la loro vicinanza? Tante, anche chi non credevi. E non hai mai respinto nessuno. Nemmeno l’amica che, smontando dal turno di notte all’alba del giorno del tuo intervento, ti svegliava per farti coraggio. Nemmeno quegli amici che ti vennero a trovare in seguito ad un incidente che ti tolse l’uso della parola per 5 giorni: chi si cambiò il turno, allora, chi ti regalò una lavagnetta per comunicare, pur di starti vicino… Ti eri sentita rianimare da tanta amicizia... E’ così bello sentirsi amati e coccolati che hai creduto che per tutti sia così. Hai creduto di ricambiare… E invece no, cara mia. Impara a rispettare chi di te non sa che farsene. Rispetta chi vive il dolore in forma privata e chi cerca di farcela con le sue forze. Senza di te. In una parola, impara a farti i fatti tuoi. Evita coinvolgimenti emotivi, evita di immedesimarti nel dolore degli altri, evita di rompere le scatole. Non sei sempre gradita. E spesso sei inopportuna e crei casini. Poi ci stai male.

Devo diventare di ferro?, ti chiedi smarrita, in preda al rimorso. Devo chiudere ogni porta al prossimo?

Devi solo difenderti, insinua la voce. Non ti negare, quando sei richiesta, ma mantieni il distacco. Vivi la tua vita e non quella degli altri. Alza lo scudo e proteggi il tuo cuore.

Forse hai ragione, alla fine ammetti, devo fare così! Basta preoccuparsi inutilmente degli altri. La mia porta è aperta, ma saranno gli altri a cercarmi. Io sarò gentile, disponibile, ma vivrò per me e nei miei panni, e non nei loro. Il mio piccolo cuore batterà solo per me, non si dilaterà più a dismisura, accoglierà nuove storie con il distacco dovuto, con una partecipazione solo formale e dormirà sonni tranquilli… Dio, però, come mi sembra crudele… Non ce la potrò mai fare…

Lo devi fare.

Cercherò, davvero. Ma … intanto, secondo te… dici che posso chiamare il mio amico e vedere come sta?… Io sento che sta male, che ha bisogno di conforto…

NO NO  NO NO NO!!!!!

Oh, insomma, non me lo puoi negare un abbraccio e un augurio di guarigione, non s’incazzerà per questo. Ciao, amico, in bocca al lupo e guarisci presto.

 

 

di Ramona 20:19:06 Commenta:

30/06/2005

UNA PREMIAZIONE...CAPPERI, E TI PARE POCO?

La mattina è splendida. E’ domenica, fa un caldo bellissimo dopo il temporale della notte. Sembra una giornata da far passare al mare o fra le cime dei monti, a tu per tu con la natura, perché la natura si sta dimostrando così generosa. Invece ho un appuntamento e non posso mancare.

Vestirsi in modo adeguato, che chissà poi qual è in tali circostanze, e via. Si arriva a Trichiana, paese del libro, giusto per la cerimonia di apertura della premiazione. C’è una premiazione perché c’è stato un concorso. Un concorso letterario, ormai tradizionale in questo piccolo paese della valbelluna. Perché ci vado? Be’, perché è un evento, certo. E poi perché il mio nome rientra tra i dieci finalisti. Capperi, e ti pare poco?!

Ecco, cominciano i saluti dell’autorità. Sindaco, assessori, presentatore, presidente di giuria, sembra che tutti abbiano da dire qualcosa. E’ tutto molto interessante, certo, ma palco e parterre sono sotto un tendone che non lascia circolare molta aria. Il caldo del mezzodì invoglierebbe a concludere in fretta, ma, giustamente, tutti devono parlare. Al termine del bellissimo, lungo e un po’ retorico discorso del presidente di giuria, suonano festose le campane. E’ un tripudio di festa, suonano allegre perché è mezzogiorno, ma sembra quasi che vogliano dire “bravo, hai finito finalmente!”. Lo stesso presidente simpaticamente racconterà più tardi di un’altra occasione in cui il suo ingresso, ritardatario, in una certa sala, era stato salutato da un boato di tuono pazzesco. Evidentemente o ha una claque speciale tra chi governa gli elementi, o sa come scegliersi la regia per i suoi interventi.

Dopo i discorsi, i ringraziamenti. Doverosi. Tanta gente ha partecipato perché un evento culturale di tale portata si svolgesse senza intoppi e con successo. Sì, ok, ma fa caldo!!! Si ringrazia e si premia gli addetti ai lavori: organizzatori, giurati, selezionatori…

E poi i finalisti. Dieci, tra 270 partecipanti. Be’ è già fantastico essere nella magica decina. Certo vincere è un’altra cosa, l’ho già provato. Ma oggi no, lo so già che non ho vinto, sono tranquilla. Ciò mi permette di vivere serenamente tutta la faccenda. Gli altri invece non sanno cosa ne è della loro fatica e sono sulle spine. Avevo pregato in cuor mio solo di non arrivare proprio ultima: capperi, mi dicevo, gioco in casa, cerchiamo di fare bella figura. E difatti non sono ultima: risulto all’ottavo posto, il che, ai fini della premiazione, non comporta alcuna differenza, almeno credo, rispetto agli altri. Quando viene annunciato il mio nome mi faccio largo tra i fotografi sorridendo, sperando di non venire troppo male in foto, e graziosamente ritiro il premio che una simpatica e un po’ smarrita giornalista mi consegna. Niente male per essere una semplice ottava classificata. Il kit del perfetto premiato prevede: il libretto con il racconto vincitore, la guida turistica 2005 di alberghi e ristoranti d’Italia, la spilla della pro loco, il classico diploma di partecipazione (mai un attestato di laurea, sempre diplomi!), una litografia e, poiché inequivocabilmente sono anche una donna, anche una magnifica rosa rossa.  Capperi, ti pare poco?!

Verrò poi a sapere che nel kit doveva esserci ancora un libro, che il tizio disposto al confezionamento ha completamente scordato. Chissà se saprò mai di che libro si tratta…

Intanto mi ritiro, sempre con grazia estrema, nell’ultima fila, quella che ospita chi vuole passare inosservato, e attendo pazientemente che si completi la classifica e si proclami il vincitore. Quanta gente è stata più brava di me… ma io sono fiera del mio ottavo posto: non ci sono altri rappresentanti della provincia. Credi sia poco?!!

Ecco il vincitore: un giovane con l’aria persa di chi non sa più dove si trova, sorriso timido e coinvolgente, aspetto simpatico, non lo sento mormorare nemmeno una parola di circostanza. Il giorno prima, si scopre, ha portato all’altare la sua ragazza… Fresco sposo, oggi è alla ribalta come vincitore… Ho l’impressione che non sia del tutto in grado di realizzare se si trovi ancora davanti al prete o chissà dove. Due eventi così importanti in così poche ore… lo ricorderà finché campa. Mi fa tenerezza. Sono contenta che abbia vinto lui. Così, a pelle, piuttosto che io o qualcuno degli altri in lista (non me ne vogliano), credo sia giusto così.

Foto ai primi tre classificati, poi si va a pranzo. Uh, che cosa terribile! Piatti squisiti ma un po’ troppo elaborati da digerire con tale calura. Compagnia gradevole ma un po’ selettiva. Io, piccolo e muto pesce fuor d’acqua, all’improvviso ricordo un impegno. Saluti, è stato bello, spiacente andar via così da maleducata ma la faccenda è improrogabile…ecc. ecc. Il vinello bianco e freddo aveva riscaldato i cuori e qualcuno si accorge di me solo ora che vado via. Stringo mani, saluti, ecc. Alla prossima.

Vado via sotto il sole cocente. Non vedo l’ora di mettermi gli short. Però è stato bello. In fondo sono l’unica rappresentante della provincia organizzante.  Chissà forse i giornali parleranno anche di me domani, anche se non sono stata contattata da alcun giornalista… Capperi, ma dico, ti pare poco?…

Ora vado a fare il bagnetto ai miei cani. E questo, certo, non è cosa da poco.  Capperi!!   

 

Comunicazione di servizio: fra qualche giorno, probabilmente, i racconti finalisti saranno pubblicati   qui

di Ramona 20:05:02 3 Commenti

22/06/2005

VISTI DA SOTTO L'OMBRELLONE

Una coppia passeggia lungo la riva. Lei, sulla cinquantina, bikini nero e fisico quasi da ragazza, è ancora molto bella. Lui magro, costume blu, una gran barba grigia e lunghi e folti capelli pure grigi, tirati indietro: un leone saggio ma non troppo vecchio. Ha qualcosa nella dolcezza dell’espressione che ricorda Tiziano Terzani, il famoso giornalista. Parlano piano fra loro, sono tranquilli, si godono tutta la frescura dell’acqua. Vicino a loro alcuni bambini giocano sugli scogli, si arrampicano, sfidano le onde. Il mare è arrabbiato, le sue figlie che noi chiamiamo onde si scagliano cattive, alte e prepotenti, sulla riva e contro ogni ostacolo. Uno dei bambini, 9 o 10 anni, è in cima allo scoglio, volta le spalle all’acqua, fa lo sbruffone con gli amici e vanta la propria audacia. Non si accorge del gigante bianco che si erge alle sue spalle, un muro d’acqua che lo sovrasta di oltre un metro e che sta per abbattersi su di lui. Un muro che potrebbe portarselo via. Ma solo un attimo prima che il destino si compia, il signore con la barba si precipita verso il bambino, lo afferra saldamente, lo spinge a riva trattenendolo, contrastando l’apparente volontà dell’elemento liquido. Entrambi sono inzuppati, la barba grigia gronda acqua e sale, ma sono in salvo. In realtà il mare ha spinto il bambino e l’uomo verso la sabbia, invece di afferrarli. Una fortuna, un premio al coraggio dell’uomo. Il quale adesso parla al bambino, calmo, a bassa voce, non si sa cosa gli dice. Il ragazzino è un po’ frastornato, fradicio come un pulcino. Ascolta a testa bassa, non risponde, poi scrolla le spalle. I suoi amici lo raggiungono. Insieme corrono via, rasentando la riva, in cerca dei genitori assenti.

                                                                       * * *

Porta a spasso nella sabbia un fisico cattura sguardi. Il giovane avrà sì e no vent’anni, la pelle scura ma non carbone denuncia origini miste, come i lineamenti, non bellissimi, sfrontati, ma abbastanza delicati. Un corpo costruito di certo nelle lunghe giornate invernali, piscina o palestra o entrambe le cose. Non un filo di grasso, i muscoli disegnati col pennello, un boxer nero che attira le occhiate perché, oltre che fasciare glutei di marmo, reca sul posteriore la scritta “bagnino”. Ma si capisce presto che non è il bagnino. Lo raggiunge la sua ragazza, degna di lui, bionda, un corpo perfetto rivestito da un vasto tatuaggio sul fianco. Neppure lei è bellissima, ma insieme stanno bene e si fanno notare. Coccole e tenerezze. Infine arriva una coppia di amici: una bella mora con il bikini che è solo un’intenzione e un ragazzo tutto sommato insignificante. Tutti e quattro si stendono sugli asciugamani a prendere il sole. Il meglio di una gioventù già perfetta. Arriva un giovane africano, carico di monili da vendere. Si accovaccia vicino a loro e sorride. Sorridono anche gli altri, parlano con lui, scherzano. Tirano fuori una canna e se la fumano in quattro, passandosela di bocca in bocca. Ne offrono al giovane nero. Che rifiuta facendo brillare il suo sorriso nella luce accecante del sole. L’euforia dilaga, gira un’altra canna. Di nuovo viene offerta al giovane africano, di nuovo lui rifiuta e il bianco candido dei denti riflette i raggi dorati. China la testa perplesso, ma tranquillo. La ragazza mora si alza, accenna a uno strip-tease ridendo, con in mano un altro inconsistente perizoma, come se volesse cambiare quello che già indossa. Infine si avvia verso il bar, ancheggiando sulla sabbia a bordo di impossibili sandali con la zeppa di almeno 10 cm. Miracolosamente non cade, non s’inciampa. Nessuno la sta guardando. Gli amici offrono i loro piatti ventri al sole mentre la saggezza africana riprende la via del commercio.

                                                                    * * *

La strana coppia. Lui altissimo, magrissimo, un peso piuma che si teme il vento lo porti via. Porta i capelli lunghi, le basette lunghe, la barba di due giorni. Ha l’aria maledetta di un vecchio e dimenticato rocker che ha conosciuto tempi di gloria di cui ha perso la memoria. Dimostra circa 40 anni. Forse qualcosa di più. Lei è l’immagine dell’abbondanza. Molto più giovane, molto più pesante, a occhio e croce qualcosa di più di un quintale. Rigorosamente in bikini, come la giovane età impone, anche se ogni tanto copre pudicamente  le proprie eccedenze con un velato pareo. I due si amano, non c’è ombra di dubbio. Si scambiano poche parole, più che altro è lei che gli passa degli ordini: metti là l’asciugamano, portami questo e quello, spalmami la crema sulla schiena… Lui obbedisce senza fiatare. Prova solo a dire che a suo parere sono troppo vicini all’acqua, e un’ondata potrebbe spazzare via tutto il loro armamentario. Lei, caparbia, non lo degna di attenzione, apre il libro e si concentra sulla lettura, godendo del fresco contatto con il mare.

Ed eccola, l’ondata curiosa e intellettuale che vuole vedere cosa sta leggendo la giovane. Arriva senza farsi annunciare, si abbatte sulla ragazza, sull’asciugamano, sul libro con una certa dose di malignità. Tutto s’infradicia. Arriva lui, il rocker, si precipita a dare alla moglie il proprio telo asciutto, che provvede a spostare appena un po’ più in là mentre lui si tiene quello bagnato. Poi solleva la copertina del libro, la porge al sole e aspetta, così, che si asciughi. Se questo non è amore.

                                                                        * * *

 C’è uno strano virus in spiaggia, molto contagioso. Si è manifestato per primo in un pacifico ometto di mezz’età. Era lì, tranquillo, a fare compagnia ad una moglie noiosa che si lamentava del caldo, del vento, del freddo, della nuvola ecc. quando ad un tratto lo si è visto raccogliere un sasso, uno di quelli tondi, lisci, levigati dal mare. La spiaggia abbonda di ciottoli, sassi e sabbia grossa. Non siamo a Rimini o simili, dove la sabbia è finissima, polvere dorata. Qui ci sono scogli, pietre, ci si fa un po’ male ai piedi camminando. Comunque, lui ha raccolto il sasso, perfettamente liscio, ovoidale, e lo ha posto in piedi su un altro sasso, dalla parte più stretta. Poi ne ha preso un altro e ha ripetuto l’impresa. Non sembra accorgersi che la gente attorno lo sta guardando, incerta se ammirarlo o compatirlo: passatempi da manicomio, pensano tutti… ma il virus intanto dilaga. Dopo l’ometto, ci prova anche un signore anziano. Un sasso cade, ma l’altro sta in piedi. E anche il successivo. A questo punto anche un ragazzino si vuole cimentare. E poi una signora sola. E poi una coppia di giovani sposi, che tra un tentativo e l’altro ridono e si baciano. In breve il virus ha contagiato chiunque si trovi a passare da questa spiaggia un po’ lunare. Nascono associazioni, gruppi di perfetti sconosciuti che si riuniscono per fare a gara a chi mette più sassi in piedi.  Poi ci sono gli ingegneri e gli architetti, che con i sassi a testa in giù costruiscono vere e proprie recinzioni, fortezze, costruzioni improbabili e precarie che nessuno comprerebbe, ma tutti ammirano. E c’è chi s’inventa di mettere un sasso sull’altro, in figure geometriche che sfidano ogni legge della fisica trovando equilibri in baricentri impossibili. Alcune di queste figure ricordano i massi eternamente in bilico nei disegni animati di Beep-Beep,  che precipitano immancabilmente sempre e solo sulla testa del povero Willy il coyote.

Insomma, la mania è diffusa, sale l’eccitazione per le imprese impossibili che accomuna giovani e anziani, donne e uomini, nonni e nipoti.

Il sole è ormai rosso, si precipita verso il mare. E’ sera, tutti se ne vanno. Delle pietre messe in piedi qualcuna, stanca, si lascia cullare dal vento, che la riporta ad una condizione più confortevole. Qualcun’altra preferisce essere carezzata dal mare e si tuffa nella marea che sale. Poche, per il momento, rimangono erette, imperterrite, a testimonianza della curiosa febbre di un’inventiva umana del tutto effimera. Un gabbiano, nei pressi, resta con il becco aperto, stupito.

               * * *

“Stupido stupidino,

quanto sei cretino,

ora-toc-ca-pro-prio-a-te”.

La bambina vaga per la spiaggia quasi deserta, nell’ora del tramonto, cantando questa canzoncina. Ha un secchiello in mano, un bikini da “grande” rosa confetto e un’aria molto assorta. Guarda fisso in terra, sbirciando attraverso i lunghi capelli bagnati. Cosa cerca? Chi o cosa è l’oggetto delle sue ingenue ingiurie? Semplice: sta cercando i ciottoli più belli. Il mare è un vero artista, modella la pietra in forme morbide, e le pietre stesse assumono colori meravigliosi che fanno cambiare magicamente la colorazione anche all’acqua. Ci sono ciottoli verdi, alcuni trasparenti come vetro, marroni, rossi, gialli, bianchi immacolati, variegati. Un mosaico di colori che l’uomo non riesce a riproporre. La bambina li ha visti, ne è affascinata. Si sposta a passi incerti, piccola sirena abbronzata di sei anni, parlando da sola e ripetendo le strofe della canzoncina da lei inventata. “Stupido stupidino…”… perché dare dello stupido a un sasso? La bimba lo sa, vuole offendere il sasso perché sa già come va a finire. Quando lo hai tolto dall’acqua, l’incanto del suo colore svanisce, si opacizza. Diventa solo una stupida, insignificante pietra senza più magia.

                                                                 * * *

TIPI DA SPIAGGIA QUELLI CHE…

… fanno mille contorsioni nascosti più o meno da un telo per cambiarsi il costume in spiaggia. Veri acrobati.

…non si preoccupano nemmeno di nascondersi dietro il telo e il costume se lo cambiano sfacciatamente e pubblicamente all’aperto. Una gloria di poveri attributi, maschili e femminili, che consola chi già si sente poco dotato.

… una volta cambiato il costume si sistemano con le mani il “coso” tra le gambe. La tenuta da mare a volte è incompatibile con quanto fornisce la natura.

… fanno jogging con il bikini e gli scarponcini sulla battigia. Saltelli, balzelli, rotoli e rotolini. E mai una videocamera sotto mano per mandare a Paperissima questo ben di dio.

…hanno un cavallo e fanno galoppate serali in riva al mare, in una cornice splendida di colori pastello. Consapevoli di suscitare invidia si esibiscono sentendosi principi azzurri. C’è sempre la ragazzina che sogna di essere rapita da uno di codesti cavalieri.

… non alzano mai gli occhi dal libro che stanno leggendo in spiaggia, cambiano posizione, si arrostiscono e voltano pagina senza dare altri segni di vita.

… in una località balneare non hanno altro da fare che osservare i tipi da spiaggia per poi parlarne in un blog!!…

di Ramona 16:41:08 Commenta:

16/06/2005

IN VACANZA

Il signor Pinco e la signora Pallina vanno in vacanza al mare. Hanno due valigie stracolme, un borsone, la videocamera, la macchina fotografica digitale, le pinne, l’ombrellone, le sedie. Preso tutto? Sì. Si può partire? Sì.

A 30 km. da casa, la signora Pallina si accorge di non aver messo in valigia la radiolina portatile con le cuffiette per il suo adorato marito.  Oddio, come farà lui a passarsi il tempo in spiaggia senza la radiolina? Occhiataccia da parte del signor Pinco, ma nulla di più.

A 100 km. da casa la signora Pallina si accorge con ulteriore sgomento che non ha messo in valigia nemmeno quella sua cintura dorata con il nastro rosa, quella che si abbina perfettamente a quasi tutti i suoi capi di vestiario.  Oddio, come farà lei a sfoggiare le sue mise senza quella cintura? Sorrisino sadico da parte del signor Pinco, ma nulla di più.

A 400 km. da casa, prossimi all’arrivo, i coniugi sobbalzano in simultanea: e l’asciugacapelli? Lasciato a casa anche quello! Lì, nel mobiletto del bagno a farsi beffe della loro vuota memoria. Occhiata complice tra i due: il mondo è pieno di negozi che vendono asciugacapelli, se ne aveva giusto bisogno di uno nuovo… Non ci si rovina una vacanza ancora prima di cominciarla per uno stupido asciugacapelli. Il match è rinviato: niente liti, non ci sarà nemmeno un piccolo rimbrotto né un minuscolo “lo sapevo, io” . Almeno per ora.

Dopo un interminabile viaggio senza scosse a velocità leggermente inferiore al limite consentito (il signor Pinco è un tipo preciso, e il gippone è di quelli rustici, mica extra lusso, più di così non si può pretendere), finalmente si vede, laggiù, il mare tutto blu!

Sosta in albergo, riposino dovuto per rinfrancarsi dal lungo tragitto, poi via, di corsa in spiaggia. Va bene, anche senza correre, fa lo stesso.

La signora Pallina incede sulla sabbia sicura come una regina. E’ nel suo elemento, respira iodio e sorride felice. Sfoggia una linea più o meno ritrovata e un bikini nuovo e si sente bellissima. Pensa addirittura che potrebbe cambiarsi il nome: non si sente molto pallina in questo istante.

Il signor Pinco ha un po’ di pancia invernale sopra i boxer a fiori, la faccia scura di chi si sente un pesce fuori dall’acqua e pensa alle mille cose che aveva da fare a casa. Non ama il mare, ma conviene che il posto è molto bello (di più, coinvolgente), e il clima è piacevole (di più, assolutamente godibile). E’ tardo pomeriggio, il sole, nel suo rosso viaggio verso la propria cuccia non brucia la pelle, ma regala calore, e una brezza da sogno rinfresca lasciando un gradevole brivido. I colori sono meravigliosi. Il mare, che è proprio blu come l’oceano (…), è squassato da onde trasparenti alte fino a un metro e mezzo. Sembrano di vetro, sono fatte di acqua cristallina e corrono veloci fino a riva, dove s’infrangono con una forza immane, primitiva, in mille rivoli di schiuma bianca. Bambini si divertono a giocare con esse.

La signora Pallina non resiste. Spinge il marito sul bagnasciuga e insieme aspettano l’onda per giocare anch’essi. E l’onda arriva, incazzata, mostruosa, frantumandosi con un gran fragore sulle loro gambe, in un piacevole e benefico massaggio, scavando la sabbia di sotto ai piedi cercando di farli cadere o di portarli via.

La signora Pallina è tornata bambina, gioca con l’acqua, lancia gridolini stupidi al fresco e improvviso contatto, cerca di non farsi prendere, ma fa solo finta. Si sente lavare, purificare dallo stress. Rivolge lo sguardo al marito che è contro la luce del sole. Si aggrappa a lui, splendido gigante dagli occhi blu come il mare,  saldo come uno scoglio che nessun’onda riuscirà a spazzare via. Lei lo adora, oh sì.

Il signor Pinco osserva la moglie che ride fino alle lacrime come una bimba. La vede felice, serena, ed è felice anche lui. Pianta bene i piedi nella sabbia perché non sa nuotare, non vuole essere travolto dalle onde e desidera essere un appoggio sicuro per lei. Anche se si lascerebbe affogare pur di vederla così appagata. Perché lui l’adora, oh sì.

E si ritrovano mano nella mano, lasciandosi accarezzare dall’onda in un momento bello, troppo bello, assolutamente perfetto. Sarà una magnifica vacanza. Oh sì.

 L’ONDA.

Arde la pelle

nell’attesa.

Un gemito impaziente muore

strozzato

prima di nascere.

Ed eccola, l’onda,

profonda azzurrità.

Lenta e sicura.

Mormora il mio nome.

Poi cresce

aumenta

s’innalza al cielo

e irrompe

lava

sbatte

e ribatte

sconquassa

grida.

Grida.

E poi riposa.

Ciottolo sudato e felice

mi lascio carezzare

dalla sua schiuma.

 

 

 

 

 

 

 

 

di Ramona 15:29:00 Commenta:

03/06/2005

VADO AL MARE

Meno due.

Tra due giorni sono al mare. A mostrar le chiappe chiare, come dice una vecchia canzone, perché no? In fondo le ferie estive si fanno una sola volta in 365 giorni.

Vado al mare perché dopo un anno di montagna e di verde ho un bisogno cromatico impellente: quello  di rifarmi gli occhi con un altro colore. Ho un bisogno assoluto del blu, solo del blu. Sopra e sotto di me un blu meraviglioso che si fonde a darmi il sapore dell’infinito. Io, beata, un piccolo punto insignificante nel mezzo.

Vado al mare per vedere tramonti diversi, e per il calore del sole marino, che è un calore differente da quello dell’entroterra, che sia pianura o un livello superiore, magari di appena 500 metri. Il sole è amico e non mi fa paura: crema solare con filtro 15. Una via di mezzo tra il parere catastrofico del dermatologo (“hai troppi nei!!”) e le esigenze della mia pelle di sfidare il melanoma, pur di diventare cioccolata. Ahimè, sogno proibito, lo so: al massimo io divento color miele, color biscotto, colore dell’oro. Tanti eufemismi per dire che di più proprio non gliela fo. Soffro di un’aberrazione genetica che mi distingue da tutto il resto della famiglia, che invece sembra discendere da una tribù africana. Oppure è colpa della rarefazione della luce qui, in alta quota, che fa di me un’offesa per i miei geni meridionali?

Vado al mare, sì. Ci vado perché sono due anni che sogno di indossare quel magnifico corpetto rosa, tutto tulle trasparente, pizzo e laccetti, di cui sono perdutamente innamorata e che conservo gelosamente in un cassetto. Finora non avevo osato, complice il tempo non clemente (scusa meschina!), un numero imprecisato di rotolini imboscati nei posti meno opportuni e la mancanza di un capo di vestiario da abbinarci. Oh, come si fa presto a mettere da parte un desiderio inconfessato! Basta che passino gli anni e quel che prima si sarebbe indossato senza paura ora fa venire i dubbi… Ma quest’anno non mi lascerò spaventare. Perché al mare si osa di tutto e di più. Perché al mare si gode di una libertà incondizionata legata al ma-sì-chissenefrega-qui-nessuno-mi-conosce. Il pudore si nasconde, si liberano i sensi, all’aumentare dei gradi corrisponde l’esplosione di una sensualità felina. Si gode del fresco della sera e del caldo di giorno, ci si spoglia, letteralmente, degli ultimi veli. Un sollazzo per gli sguardi, quel lasciare la pelle libera di respirare, anche dove di norma è imbavagliata dalle convenzioni imposte dall’età e dall’ambiente. In città mi direbbero, compatendomi e spiando tutti i difetti, anche quelli che forse non ci sono ancora: be’, non è che sei proprio una ragazzina... Ripeto: chissenefrega! Anzi, se mi gira, e se il clima, solo lui, me lo permetterà, metterò il mio romantico corpetto anche in città. Alla faccia dei rotolini che quest’anno, bontà loro, mi hanno graziato. Almeno in parte.

Vado al mare dunque per essere libera. Libera di fare quello che più mi piace: nulla, o quasi (non tutto quello che mi piace si può dire, ovvio)… Libera ad ogni modo di non avere assilli di tempo, di dimenticare la fretta, il lavoro, il dolore che vedo ogni giorno e le delusioni, libera di accantonare l’orologio. E poi ci vado perché ci sarà qualcuno che cucina per me, che rifà il letto e pulisce il bagno…Finalmente!

Vado al mare perché amici e parenti, se vorranno farmi contenta, mi telefoneranno da posti noti eppure così lontani: ricoprono mezza Italia. Mi sorprenderà sentirli parlare del tempo che fa da loro e mi sembrerà di essere su un altro, felice, pianeta. Perché al mare si ha proprio la sensazione di vivere su un altro pianeta.

Vado al mare perché niente e nessuno ( o quasi…) mi distoglierà da un obiettivo, uno dei tanti che mi porto dietro. Quello di leggere, anzi, divorare, quanti più libri è possibile, per dimezzare le scorte che accumulo durante l’anno. Sfogliare le pagine sotto il sole, abbrustolirsi come una lucertola sapiente, darsi le arie dell’intellettuale con i vicini di ombrellone… A dire il vero, le mie letture in vacanza sono tutt’altro che pesanti: il relax è sacro anche per la mente, che non può concedersi a nulla d’impegnativo.

Vado al mare, ed ecco cosa mi porterò da leggere:

QUER PASTICCIACCIO BRUTTO DE VIA MERULANA (Gadda) perché l’ho incominciato e temo che non lo finirò prima della partenza. L’ho da finì ‘sta storia! Mi sta richiedendo impegno nella lettura, e non per l’uso bellissimo dei vari dialetti, inframmezzati qua e là ad arte, quanto proprio per la parte scritta in italiano, un italiano forbitissimo ma datato, aulico, a cui forse si è un po’ disabituati.

IO UCCIDO (Faletti) l’ho comprato quest’ inverno per sbaglio, dovevo regalarlo a un’amica che, ho scoperto dopo, già lo aveva… Devo decidermi a leggerlo. Per lo meno, sembra che sia piacevole.

CALLIPHORA ( P.Cornwell) perchè è l’ennesima avventura di Kay Scarpetta, medico legale e investigatrice dall’esistenza privata drammatica e solitaria che mi appassiona. Perché non ho la sua intelligenza e il suo carisma? La adoro!

TESTIMONE INCONSAPEVOLE (Carofiglio) perché è un pugliese come me e perché pare che descriva l’ambiente che ci è comune (Sacra Corona a parte, intendiamoci…) e che spero di rivivere con un pizzico di nostalgia e tanto coinvolgimento. E’ un caso letterario, questo giudice scrittore: vediamo se è vero.

IL MARE IL MARE (I. Murdock) perché, be’, è un romanzo che parla di mare… meglio di così!!! Non conosco l’autrice, sarà una scoperta.

SEABISCUIT  (L. Hillenbrand) perché parla della storia vera di un ronzino destinato al macello che diventa un campione. Io adoro i cavalli e anche i perdenti che trovano il riscatto nella vita. Della serie possiamo tutti essere qualcuno. E se così non fosse, se non ci capita la grande occasione, io aggiungo che va bene lo stesso, se abbiamo la consapevolezza della nostra singolare unicità. Intanto però fatemi sognare con la favola di un destriero nato per volare.

LA PAZIENZA DEL RAGNO (Camilleri) perché… Montalbano è! Che per me ha il volto maschio di Luca Zingaretti e che sogno di fare sposare con la dottoressa Scarpetta. Secondo me andrebbero d’amore e d’accordo. Anche l’età dei due coincide…

Insomma vado al mare. Vado a fare un bagno di sale e di iodio, che tanto fanno bene alla cellulite… e all’umore. Vado a tuffarmi nel blu per spiare i pesci. Vado a cercare le conchiglie sulla riva per sentirci il mare, perché l’ho promesso ad un amico. Vado a inseguire il ricordo di quando ero bambina, smarrita, intimorita ed attratta da un altro mare. Ancora più bello di questo dove andrò fra due giorni.

Vado al mare.

Peccato per voi che restate.

di Ramona 19:43:48 1 Commento

02/06/2005

RISPOSTE SUL REFERNDUM

Chiedo scusa, ma per qualche problema non mi riesce di rispondere su due post fa a coloro che gentilmente hanno voluto lasciarmi la loro opinione a quanto dicevo sul referendum. Lo faccio qui.

PER KICIE:

Ti ringrazio per la tua lucida analisi. Forse non è sembrato, ma io rispetto democraticamente chi sceglierà di votare NO. Ho un'amica cui è stata preclusa la possibilità di diventare madre a causa di questa legge, e quando ormai aveva quasi concluso e sopportato coraggiosamente tutti gli esami necessari. Sai cos'ha fatto? Ha scelto l'adozione. Sono due anni che corre da un colloquio all'altro e ormai ha anche oltrepassato la soglia dei 40 anni. Nonostante tutto il suo amore e la sua buona volontà sta cominciando a scoraggiarsi. Perchè non si fa qualcosa di più per facilitare le adozioni? Perchè ci si deve limitare ad una sola, discutibile strada?

Sul fatto che l'embrione senta o meno, che sia una persona o meno, si discute da una vita a livelli molto più alti dei nostri. E' una di quelle cose dal risvolto etico e morale che non potendo essere provata per certa in un senso o nell'altro è affidata alle convinzioni personali. E la mia convinzione, personale, è che quel grumetto di cellule sia una persona. Quando è la natura a selezionare, OK, sono cose previste, accade anche agli animali. Quando è l'uomo a selezionare la sua stessa prole, a conservarla in frigorifero, o in altri casi, a selezionare i suoi stessi simili, be', scusami, ma mi vengono i brividi. In base a cosa, in nome di cosa sceglie?

E poi non credere che io non viva la sofferenza umana. Lavoro in ospedale, ho visto soffrire e morire bambini, giovani e anziani. Ho visto a cosa portano certe malattie, le ho vissute e le vivo come se fossi io l'interessata. Ma siamo esseri così intelligenti, perchè non cerchiamo qualche altra alternativa?

Comunque, ripeto, io cerco di non cristallizzarmi sulle mie opinioni, come dici tu. Perchè magari fra un po' ci sarò io su quel lettino a maledire una legge che non ha consentito le sperimentazioni sugli embrioni. Tuttavia, nonostante questa possibilità, non posso impedirmi di avere un'opinione contraria. E' un'opinione, senza pretese, ma è la mia. Ti sono vicina  per tua esperienza così simile alla mia. Io quando ho perso il mio secondo "bambino" (e non embrione), nemmeno sapevo di essere incinta. Un doppio trauma. Un saluto con amicizia.

PER MAURO: Grazie anche a te per il tuo intervento, ma rileggi bene il mio post: non ho mai considerato i bambini in provetta o creati in laboratorio dei mostri. Ho esperienze vicine a me e quello che vedo sono bambini a tutti gli effetti, e ammiro chi li ha cercati con tanta costanza e amore. Io li considero bambini dal primo momento, è per questo che non accetto facilmente l'eventualità di farne oggetto di sperimentazione. Perdonami, sarò all'antica, ma è così. E sono arrivata a queste conclusioni, come avrai letto, sulla base di traumi personali che non mi hanno comunque impedito d'interrogare la mia coscienza. Sono felice per chi è riuscito ad avere figli grazie alla scienza, e io stessa ho tentato fino a che me la sono sentita, ma credo che sia giusto imporre dei limiti, alla scienza stessa. E la nostra libertà, si dice, termina dove comincia la libertà degli altri. L'embrione non può tutelare la propria libertà da solo, è inumano decidere per lui a sue spese. Ma, lo dico anche a te, è una mia piccola opinione, espressa in punta di piedi. Un caro saluto. Ti ho risposto anche dall'altra parte. Ciao.

di Ramona 13:05:00 2 Commenti