26/05/2005

A PROPOSITO DI REFERENDUM

E va bene, ora dico la mia. Ho tentato in tutti i modi di starmene lontano, di non crearmi opinioni, di non parlarne, di fingere che il problema non esistesse né mi riguardasse. Mi arrendo, non è così. La faccenda mi riguarda, come riguarda tutti, anche chi non lo crede, perché c’è di mezzo un argomento spinoso, terribile e meraviglioso. Il diritto alla vita.

Ovviamente mi riferisco alla questione dei referendum sulla procreazione assistita. Giuro, ho cercato davvero di non interessarmene, ho provato a far finta di niente, a innalzare un muro di filo spinato intorno al centro della mia anima per proteggerla, ma questa non vuole tacere, non vuole chiudere gli occhi.

E allora parlo anch’io. C’è libertà di pensiero e di parola, no?, quindi parlo anch’io. E con cognizione di causa.

Io sono una mamma mancata. I miei due frugoletti, indecisi fin da subito se era proprio il caso di venire a conoscermi, hanno infine scelto di restare dov’erano. Probabilmente questo mondo difficile, usa e getta, in cui il sentimento è una perla troppo rara, è sembrato loro che non meritasse di essere visitato. Troppo faticoso. O forse hanno pensato: questa qui non ci sembra possa essere una buona mamma, forse non conosce neanche una ninna nanna… Chissà. Di fatto si sono affacciati nel mio ventre solo per farmi vedere che loro c’erano e che ci avevano provato, ma non ce l’hanno fatta a restare. Per un motivo X qualunque, sono tornati nel limbo degli angeli, cullati dalla musica del Paradiso.

Quello che ho fatto io, oltre a piangere e disperarmi, oltre a chiedermi perché era accaduto proprio a me, è stato di seguire l’iter di tutti. Visite specialistiche con medici freddi e impersonali, quando non maleducati, e interventi chirurgici dolorosi e inutili. L’amore programmato nel tempo, nelle posizioni, nella frequenza; quasi quasi anche con l’orologio in mano, oltre che con il calendario. Esami che poco hanno di dignitoso, che ti violentano nella tua sfera più intima, e più ti mettono alla ribalta quanto più tu vorresti nascondere il tuo privato.

Tutto perché in un grumetto di sangue perso sul lettino del dottore tu hai visto tuo figlio. Quello che poteva diventare tuo figlio. E non ti rassegni all’idea che è toccato proprio a te, perchè anche tu hai “diritto” come tutte le donne a diventare madre. Perciò accetti di tutto. Dai consigli più strampalati ma sinceri del tipo: “Prova a farlo nel mare, l’acqua salata aiuta…”, come se fosse facile mettere in pratica una cosa del genere sulle nostre spiagge, oggi… Alle opinioni più professionali, che ti rimandano di specialista in specialista e ti alleggeriscono sempre più il portafoglio, perché anche una semplice chiacchierata (in genere fredda, poco comprensiva e sbrigativa) ti può costare un capitale, se il nome è di grido.

Tu ci provi, sì, perché è un tuo diritto.

Però deve venire un momento in cui dire basta. Un momento, come è successo a me, in cui ti propongono la FIVET come unica soluzione ai tuoi problemi. Pagando, s’intende. Con il 25% di probabilità di riuscita a ogni tentativo. Ciò significa che devi mettere in conto almeno 4 tentativi. Se poi ci aggiungi un ulteriore intervento chirurgico, l’ennesimo, sempre a pagamento, quando già altri ti hanno detto che sarebbe stato rischioso, ecco che ti ritrovi a fare due conti:

1)  devi accendere un mutuo se ti vuoi buttare nell’impresa

2)      scopri, ma nessuno te lo dice chiaro, che puoi rischiare la pelle, o quanto meno una menomazione irreparabile

3)      il tutto senza alcuna garanzia di successo

I miei bambini non nati mi hanno detto in un orecchio: mamma, lascia perdere, qui stiamo bene. Pensa a te.

E ho lasciato perdere.

Ho pensato a me e alla mia vita che è comunque piena di affetti.

Ho accettato che essere senza figli non è una malattia.

Ho accettato che il mio ruolo nel mondo può essere qualcosa di diverso da quello di madre.

Sto ancora cercando di accettare il fatto che nel mondo civile capiti ancora di vedere neonati, abbandonati alla nascita nei posti più impensati, che si giocano la sopravvivenza per la colpa o l’ignoranza degli altri; mi costa ancora fatica non reputarla un’ingiustizia, dirmi potevano venire da me, nel mio nido, dove avrebbero potuto trovare solo amore. 

E non riesco, questo no, ad accettare i tanti bambini uccisi o seviziati da “madri” che non hanno saputo o potuto riconoscere la fortuna di essere madri. Vogliamo ricordare la cronaca di Lecco delle ultime ore?… Non voglio condannare, ma permettetemi di pensarla come un’ulteriore ingiustizia.

Con ciò, senza dilungarmi oltre su cose che mi costa fatica esprimere in un luogo pubblico, credo di avere spiegato i motivi per cui parlo con cognizione di causa.

Nonostante questa mia esperienza, però, io dico NO.

NO al voler essere genitori a tutti i costi, oltrepassando i confini naturali dell’amore per sconfinare in quelli dell’egoismo. Avere un figlio non è l’unico scopo della nostra esistenza. In natura è previsto che ci siano coppie estremamente fertili e altre sterili: le une compensano le altre. Accettiamolo. Il sole sorge tutti i giorni ugualmente.

NO quindi a metodiche innaturali, da produzione in serie: la fabbrica dei figli è un concetto che mi fa rabbrividire. Produrre embrioni a cottimo come fossero bulloni (1, 2, 3, 10, fa lo stesso, meglio se sono di più, caso mai poi li congeliamo, come le bistecche), selezionare i migliori, magari testarli (vedi com’è il Dna, se sono difettosi li buttiamo), impiantarli in loco e aspettare che la macchina entri in funzione. Non sono bulloni, Dio Santo: sono bambini!! Sono l’idea di un bambino, la promessa di un bambino, che una volta avviata si trasformerà in due occhioni grandi, un sorriso sdentato, un primo vagito, un primo giorno di scuola e così via. Sfido chiunque a dimostrare che non ci sia l’anima in quelle provette. In quel coagulo rosso sul bianco lettino del medico io ci ho visto un bambino: ho pianto un bambino che non è nato, non un’insieme di cellule. Non potrei accettare né una selezione o un’offerta 3+1 da supermercato né il congelamento e la conservazione dei miei bambini in un qualsiasi scomparto del ghiaccio. Non parliamo poi di distruzione degli embrioni in eccesso: non era Hitler quello che selezionava ed eliminava a sua discrezione con stragi di massa?

NO, tanto meno, alla sperimentazione sugli embrioni. Alzi la mano chi permetterebbe alla scienza di fare esperimenti sul proprio figlio già nato. L’embrione, la cellula che si forma dall’incontro di due cellule madri, è  un bambino: un potenziale bambino, uno che sarà un bambino, e poi un adulto, a tutti gli effetti. Dicono che la scienza non va fermata, non può essere fermata. Vero, ma può essere indirizzata diversamente quando intraprende una strada sbagliata. Per tornare all’esempio di prima, erano forse leciti gli esperimenti dei nazisti nei lager? E se la fantasia di una scrittrice potesse diventare realtà, sarebbe lecito adoperare pezzi di uomini diversi, unirli e dar vita, arbitrariamente, a creature mostruose come Frankstein? La scienza deve rispettare la vita, riconoscere i limiti dell’uomo, il quale non può paragonarsi a un Dio che forse c’è o forse no, ma che comunque dimostra di saperne più di noi, che invece tante cose non sappiamo spiegare. La scienza può e deve intraprendere altre strade, senza pregiudizi che non siano quelli morali e senza cedere agli interessi economici più a portata di mano. Anche qui parlo con cognizione di causa: non vivo nel paese delle fate, lavoro in ambiente medico sanitario, ho l’abitudine alla razionalità.

Di mio ci aggiungo anche un NO ai complicati, per non dire tortuosi, interminabili iter per le adozioni, che scoraggiano potenziali genitori pronti a donare il cuore anziché invogliarli a compiere un atto d’amore. NO anche alle spese eccessive delle associazioni per le adozioni, che richiedono un mucchio di soldi per “adottare” un bimbo straniero. Roba da accendere un altro mutuo.

Bene, le mie opinioni sono solo opinioni, non voglio fare della demagogia, non ne sono capace. Il mio pensiero, espresso come sempre “in punta di piedi”, lascia il tempo che trova, non cambierà la vita a nessuno e non vuole influenzare nessuno. Anzi, non voleva nemmeno uscire dai circuiti cerebrali in cui era rinchiuso…

Il giorno del referendum non sarò a casa per poter votare, sarò dunque un’astensionista forzata. Ma la mia assenza equivale al voto che darei. La legge attuale è forse carente in molte cose, può essere perfezionata, ma ha una cosa di buono: cerca in qualche modo di tutelare il diritto di un insieme di cellule a chiamarsi bambino.  Perchè amare vuol dire anche questo.

di Ramona 20:18:00 8 Commenti