17/05/2005

CHIEDIMI SE SONO FELICE...

              Dottore, io sono felice?

  Dovresti leggere il mio libro. Lì c’è una risposta per tutto e può dirti se sei felice o meno.

  Mah!! Dottore, l’ho letto, ma sono scettica. Ne parliamo?… Vedi, io parto da un concetto: la felicità non è uno stato permanente. Non credo sia umano pensare di essere perennemente felici. Si può cercare di essere sereni, questo sì, di vivere senza angosce o patemi, senza ansia e senza farsi sopraffare dagli eventi.

La cosa è difficilissima ma non impossibile: basta seguire le istruzioni  del mio libro…

La felicità, dicevo, secondo il mio modesto e inutile parere, è fatta di attimi. Attimi legati a momenti particolari della nostra vita. Per quanto tu dica il contrario, dottore, io la penso così. Tu sostieni che al giorno d’oggi si è felici solo se si raggiunge il possesso di alcuni oggetti, o se si realizzano dei desideri o se riceviamo apprezzamenti dagli altri. E’ vero in parte. Perché non siamo tutti dei materialisti che vivono solo per una soddisfazione materiale. C’è anche chi vive la propria felicità attraverso la nascita di un figlio, il compimento di una piccola buona azione,  la contemplazione di uno dei meravigliosi spettacoli della natura… La felicità è fugace, ed è fatta di momenti “perfetti” , non sapresti definirli altrimenti, quegli attimi che durano così poco ma che si espandono nell’infinito e ti fanno sentire in sintonia con l’universo.

D’accordo, hai fatto la tua doverosa distinzione. Tu parli di serenità, io di felicità. Il percorso però, mi sa che lo stesso: bisogna cercare l’armonia in se stessi. Come? Annullando se stessi, o meglio, tutto quello che si crede sia l’essere se stessi. Bisogna diventare nessuno. Non crearsi degli obiettivi o degli ideali fasulli da raggiungere ad ogni costo. Non darsi delle definizioni del proprio sé o rinchiudersi in schemi precostituiti: bisogna mettersi in disparte e osservarsi.

E’ dura, dottore. Noi siamo persone. Le differenze saltano agli occhi, le definizioni sono inevitabili. E sarebbe bello fare la pianta, mettersi lì in disparte e lasciare che tutto accada, infischiandocene alla grande. Ma noi non siamo tranquilli come piante o animali. Noi siamo esseri umani, pensiamo troppo. Noi abbiamo quest’anima eternamente in pena che cerca, chiede, confronta. Hai presente, dottore, il Leopardi? Se la memoria scolastica non m’inganna, non era lui che osservando le bestie, tranquille in riposo, si chiedeva perché l’uomo non fosse capace di fare altrettanto? E’ la nostra condanna, questa incapacità, il tormento dell’anima. L’osservarci dentro, distaccandoci dal nostro essere, non è nella nostra natura. Però… se lo facessimo magari scopriremmo che ognuno di noi ha una sua identità nel mondo, come dico sempre io. 

 

Sì, un’ identità che non è quella definita dal ruolo. E’ sull’acquisizione di questa identità interiore, sulla forza del nostro essere persona con pregi e difetti che dobbiamo accettare, senza necessariamente approvare, è su questo che dobbiamo lavorare per vivere sereni. Osserviamoci con attenzione dunque, diamo spazio alla nostra essenza, a quello che siamo realmente, e meno peso a quanto crediamo di dover essere.

Hai proprio ragione, dottore. Io sono quella che sono e così mi accetto. Magari mi accettassero anche gli altri… 

 

Non bisogna dipendere dagli altri, dai loro giudizi!! Non facciamoci influenzare da quello che pensano gli altri, saremo sereni se vivremo indipendentemente dallo sguardo di approvazione o disapprovazione altrui. 

Giusto. Ma posso obiettare che esistono delle regole nel vivere civile? Non è che diventiamo serial killer perché questo ci fa star bene!

Altra cosa: non lottare contro il dolore. Osservalo, non ti opporre.

Sì, è vero! A questa osservazione partecipo intensamente. Aggiungo un consiglio: immagina che il dolore sia un’onda. Aspettalo, lascia che ti sommerga, che ti soffochi per un istante. Piangi, libera l’angoscia. Non ti opporre, non cercare di restare a galla. L’onda prima o poi si ritira, tu ritorni a respirare ossigeno, e il dolore sarà alle tue spalle.

La vita è qui, ora. Vivila adesso!! Non sei il tuo passato, il passato è morto. E non crearti obiettivi futili, impara ad adattarti agli imprevisti, a essere mutevole.

Be’, dottore, se per vivere ora intendi non fare programmi per il futuro sono d’accordo. Un programma è sempre a rischio di insuccesso, delusione e quindi infelicità. Questo non vuol dire essere apatici. Vuol dire vivere intensamente la bellezza del presente, cogliendo i suoi momenti “perfetti”. Ma, permettimi, io non dimenticherei del tutto il passato. Tu dici che è morto, che non torna  indietro e non deve condizionarci. E’ vero, è morto, ma non senza lasciare il segno. Noi siamo oggi in un certo modo perché abbiamo un vissuto alle spalle. Dobbiamo accettarlo, elaborarlo, questo sì, riconoscerlo come importante. Ma non dimenticarlo né vivere in funzione di esso. E’ passato, ha lasciato la sua impronta, la vediamo, ma in fondo ora è PASSATO. Insomma, tutto sta nella giusta misura, dottore. Che senso avrebbe fare esperienze se non ne tenessimo conto nella vita? Comunque, se non mi aspetto nulla dal domani (che per me è uno schermo oscuro) quello che è stato è già stato, non può tornare a farmi male. Però, ahimè, vuol dire che non mi regalerà nemmeno più i bei momenti di gioia già vissuta. Liberarsi da preconcetti e speranze va bene, ma, dottore, i ricordi no… me lo concedi di farmi coccolare dai miei ricordi? Sono così parte di me, belli o brutti che siano… Prometto, non me ne farò condizionare, ma solo cullare… E godiamoci dunque questo oggi, perché domani sarà già ieri.

Come essere felici in amore, amare ed essere amati , leggere da pg. 71 a pg 135.…

Caro il mio dottore, qui so già tutto, sono preparata! L’amore cresce nel tempo, si evolve, deve lasciar spazio anche al gioco, non basarsi su aspettative o costrizioni. L’amore si riconosce a fiuto, non si fa domande, non conosce stanchezza o sofferenza o dubbi, non rinuncia alle coccole. L’amore ti appaga. L’amore ti accetta. Chiedimi se sono felice, in questo campo dottore e ti dirò di sì… con le dita incrociate, perché, dopo tutto, non si sa mai… C’è solo un aspetto, tra quelli che tu elenchi, che non so eliminare: quello dell’attaccamento. Io sono una piovra sentimentale, lo ammetto. Mi attacco e non mi stacco più, o con molta difficoltà. Perché dall’amore (ma ci metto anche l’amicizia, posso?) ricavo la linfa vitale, il nutrimento e il sostegno. Giuro, riesco a mantenere la mia dignità, non divento la schiava d’amore di nessuno. Ma l’amore mi regala quei momenti perfetti cui proprio non voglio rinunciare. A te non succede, dottore?

 L’amore dev’essere gioia, deve dare un senso di pienezza affettiva.

 Sì Sì Sì!!! E’ così, davvero!!!

Ultimo punto: lo stress. Ci pervade per il solito motivo. Siamo troppo attaccati agli schemi, pieni di desideri che non riusciamo a soddisfare, vogliamo sempre di più e non siamo contenti di ciò che facciamo. Azioni ripetute, monotone, la routine insomma, portano alla noia e quindi allo stress, al disagio. Le tappe, il riposo dopo fatiche intense sono deleteri. Meglio il continuo movimento, senza fermarsi mai, senza oziare, o cadremo in un vuoto esistenziale.

L’ozio è il padre dei vizi… un momento, dottore. Tu dici che gli organi vitali del corpo non riposano mai, ed è vero. Eppure quando l’intero organismo è in riposo loro lavorano sì, ma più lentamente, i ritmi sono così ridotti che è come se riposassero anch’essi. Mi piacerebbe seguire sempre tale esempio. Quando l’ho potuto fare, seguire i miei ritmi, intendo, fare tante piccole cose contemporaneamente ma senza l’ansia delle scadenze e degli obblighi, mi sono sentita bene. Ma, dottore, se questo non è possibile, concedimi di staccare la spina e chiudere la porta!! Riposo, contemplazione, meditazione. Lo dici anche tu, no?

Abituiamoci a cambiare, evitiamo la routine, annulliamo le ambizioni.

Sì, io odio la routine. Odio i tempi ristretti e le forzature. Dottore, cerca di convincere anche gli altri… Allora dottore, vedi che la pensiamo quasi allo stesso modo? Che ne dici, sono felice?

Sei felice, anzi serena, se ti piace di più questo termine, con momenti di autentica felicità. Non ti aspetti nulla. Hai però un occhio troppo rivolto al passato e tendi ad attaccarti troppo a cose e persone: devi essere più indipendente. Però reagisci abbastanza bene al dolore. Sei stressata saltuariamente e necessiti di riposo, di un riprovevole distacco, più di quanto occorra nella norma.

 Dottore, sono un caso grave?…

 Direi di no, per ora. Per la parcella, passa di là…

Il dottor Morelli, fortunatamente, non leggerà mai queste mie considerazioni, fatte “in punta di piedi”. Il libro si legge facilmente e nello stesso tempo costringe a riflettere e a mettersi in discussione. Ci sono diversi refusi, l’editor è poco curato. I test non sono univoci, mi è capitato di non avere una maggioranza di netta di risposte. Infine, una domanda chiave senza risposta: come mai l’ultima parte sembra essere rivolta prevalentemente alle donne? Forse che gli uomini non si stressano?

di Ramona 18:57:49 1 Commento