31/05/2005
PARLA LA SERA
Voci di bimbi
giovani risate
e bisticci sull’erba.
Un sospiro di vento
sapiente
racconta di cose lontane.
Il rombo
grigio e arrogante
si precipita,
lesto,
da oltre le vette.
Profumo di casa,
di cena,
nell’aria che sfuma.
Silenzio, ora.
Parla la sera.
26/05/2005
A PROPOSITO DI REFERENDUM
E va bene, ora dico la mia. Ho tentato in tutti i modi di starmene lontano, di non crearmi opinioni, di non parlarne, di fingere che il problema non esistesse né mi riguardasse. Mi arrendo, non è così. La faccenda mi riguarda, come riguarda tutti, anche chi non lo crede, perché c’è di mezzo un argomento spinoso, terribile e meraviglioso. Il diritto alla vita.
Ovviamente mi riferisco alla questione dei referendum sulla procreazione assistita. Giuro, ho cercato davvero di non interessarmene, ho provato a far finta di niente, a innalzare un muro di filo spinato intorno al centro della mia anima per proteggerla, ma questa non vuole tacere, non vuole chiudere gli occhi.
E allora parlo anch’io. C’è libertà di pensiero e di parola, no?, quindi parlo anch’io. E con cognizione di causa.
Io sono una mamma mancata. I miei due frugoletti, indecisi fin da subito se era proprio il caso di venire a conoscermi, hanno infine scelto di restare dov’erano. Probabilmente questo mondo difficile, usa e getta, in cui il sentimento è una perla troppo rara, è sembrato loro che non meritasse di essere visitato. Troppo faticoso. O forse hanno pensato: questa qui non ci sembra possa essere una buona mamma, forse non conosce neanche una ninna nanna… Chissà. Di fatto si sono affacciati nel mio ventre solo per farmi vedere che loro c’erano e che ci avevano provato, ma non ce l’hanno fatta a restare. Per un motivo X qualunque, sono tornati nel limbo degli angeli, cullati dalla musica del Paradiso.
Quello che ho fatto io, oltre a piangere e disperarmi, oltre a chiedermi perché era accaduto proprio a me, è stato di seguire l’iter di tutti. Visite specialistiche con medici freddi e impersonali, quando non maleducati, e interventi chirurgici dolorosi e inutili. L’amore programmato nel tempo, nelle posizioni, nella frequenza; quasi quasi anche con l’orologio in mano, oltre che con il calendario. Esami che poco hanno di dignitoso, che ti violentano nella tua sfera più intima, e più ti mettono alla ribalta quanto più tu vorresti nascondere il tuo privato.
Tutto perché in un grumetto di sangue perso sul lettino del dottore tu hai visto tuo figlio. Quello che poteva diventare tuo figlio. E non ti rassegni all’idea che è toccato proprio a te, perchè anche tu hai “diritto” come tutte le donne a diventare madre. Perciò accetti di tutto. Dai consigli più strampalati ma sinceri del tipo: “Prova a farlo nel mare, l’acqua salata aiuta…”, come se fosse facile mettere in pratica una cosa del genere sulle nostre spiagge, oggi… Alle opinioni più professionali, che ti rimandano di specialista in specialista e ti alleggeriscono sempre più il portafoglio, perché anche una semplice chiacchierata (in genere fredda, poco comprensiva e sbrigativa) ti può costare un capitale, se il nome è di grido.
Tu ci provi, sì, perché è un tuo diritto.
Però deve venire un momento in cui dire basta. Un momento, come è successo a me, in cui ti propongono la FIVET come unica soluzione ai tuoi problemi. Pagando, s’intende. Con il 25% di probabilità di riuscita a ogni tentativo. Ciò significa che devi mettere in conto almeno 4 tentativi. Se poi ci aggiungi un ulteriore intervento chirurgico, l’ennesimo, sempre a pagamento, quando già altri ti hanno detto che sarebbe stato rischioso, ecco che ti ritrovi a fare due conti:
1) devi accendere un mutuo se ti vuoi buttare nell’impresa
2) scopri, ma nessuno te lo dice chiaro, che puoi rischiare la pelle, o quanto meno una menomazione irreparabile
3) il tutto senza alcuna garanzia di successo
I miei bambini non nati mi hanno detto in un orecchio: mamma, lascia perdere, qui stiamo bene. Pensa a te.
E ho lasciato perdere.
Ho pensato a me e alla mia vita che è comunque piena di affetti.
Ho accettato che essere senza figli non è una malattia.
Ho accettato che il mio ruolo nel mondo può essere qualcosa di diverso da quello di madre.
Sto ancora cercando di accettare il fatto che nel mondo civile capiti ancora di vedere neonati, abbandonati alla nascita nei posti più impensati, che si giocano la sopravvivenza per la colpa o l’ignoranza degli altri; mi costa ancora fatica non reputarla un’ingiustizia, dirmi potevano venire da me, nel mio nido, dove avrebbero potuto trovare solo amore.
E non riesco, questo no, ad accettare i tanti bambini uccisi o seviziati da “madri” che non hanno saputo o potuto riconoscere la fortuna di essere madri. Vogliamo ricordare la cronaca di Lecco delle ultime ore?… Non voglio condannare, ma permettetemi di pensarla come un’ulteriore ingiustizia.
Con ciò, senza dilungarmi oltre su cose che mi costa fatica esprimere in un luogo pubblico, credo di avere spiegato i motivi per cui parlo con cognizione di causa.
Nonostante questa mia esperienza, però, io dico NO.
NO al voler essere genitori a tutti i costi, oltrepassando i confini naturali dell’amore per sconfinare in quelli dell’egoismo. Avere un figlio non è l’unico scopo della nostra esistenza. In natura è previsto che ci siano coppie estremamente fertili e altre sterili: le une compensano le altre. Accettiamolo. Il sole sorge tutti i giorni ugualmente.
NO quindi a metodiche innaturali, da produzione in serie: la fabbrica dei figli è un concetto che mi fa rabbrividire. Produrre embrioni a cottimo come fossero bulloni (1, 2, 3, 10, fa lo stesso, meglio se sono di più, caso mai poi li congeliamo, come le bistecche), selezionare i migliori, magari testarli (vedi com’è il Dna, se sono difettosi li buttiamo), impiantarli in loco e aspettare che la macchina entri in funzione. Non sono bulloni, Dio Santo: sono bambini!! Sono l’idea di un bambino, la promessa di un bambino, che una volta avviata si trasformerà in due occhioni grandi, un sorriso sdentato, un primo vagito, un primo giorno di scuola e così via. Sfido chiunque a dimostrare che non ci sia l’anima in quelle provette. In quel coagulo rosso sul bianco lettino del medico io ci ho visto un bambino: ho pianto un bambino che non è nato, non un’insieme di cellule. Non potrei accettare né una selezione o un’offerta 3+1 da supermercato né il congelamento e la conservazione dei miei bambini in un qualsiasi scomparto del ghiaccio. Non parliamo poi di distruzione degli embrioni in eccesso: non era Hitler quello che selezionava ed eliminava a sua discrezione con stragi di massa?
NO, tanto meno, alla sperimentazione sugli embrioni. Alzi la mano chi permetterebbe alla scienza di fare esperimenti sul proprio figlio già nato. L’embrione, la cellula che si forma dall’incontro di due cellule madri, è un bambino: un potenziale bambino, uno che sarà un bambino, e poi un adulto, a tutti gli effetti. Dicono che la scienza non va fermata, non può essere fermata. Vero, ma può essere indirizzata diversamente quando intraprende una strada sbagliata. Per tornare all’esempio di prima, erano forse leciti gli esperimenti dei nazisti nei lager? E se la fantasia di una scrittrice potesse diventare realtà, sarebbe lecito adoperare pezzi di uomini diversi, unirli e dar vita, arbitrariamente, a creature mostruose come Frankstein? La scienza deve rispettare la vita, riconoscere i limiti dell’uomo, il quale non può paragonarsi a un Dio che forse c’è o forse no, ma che comunque dimostra di saperne più di noi, che invece tante cose non sappiamo spiegare. La scienza può e deve intraprendere altre strade, senza pregiudizi che non siano quelli morali e senza cedere agli interessi economici più a portata di mano. Anche qui parlo con cognizione di causa: non vivo nel paese delle fate, lavoro in ambiente medico sanitario, ho l’abitudine alla razionalità.
Di mio ci aggiungo anche un NO ai complicati, per non dire tortuosi, interminabili iter per le adozioni, che scoraggiano potenziali genitori pronti a donare il cuore anziché invogliarli a compiere un atto d’amore. NO anche alle spese eccessive delle associazioni per le adozioni, che richiedono un mucchio di soldi per “adottare” un bimbo straniero. Roba da accendere un altro mutuo.
Bene, le mie opinioni sono solo opinioni, non voglio fare della demagogia, non ne sono capace. Il mio pensiero, espresso come sempre “in punta di piedi”, lascia il tempo che trova, non cambierà la vita a nessuno e non vuole influenzare nessuno. Anzi, non voleva nemmeno uscire dai circuiti cerebrali in cui era rinchiuso…
Il giorno del referendum non sarò a casa per poter votare, sarò dunque un’astensionista forzata. Ma la mia assenza equivale al voto che darei. La legge attuale è forse carente in molte cose, può essere perfezionata, ma ha una cosa di buono: cerca in qualche modo di tutelare il diritto di un insieme di cellule a chiamarsi bambino. Perchè amare vuol dire anche questo.
21/05/2005
VIAGGIO ALL'INFERNO
Detto così era già da brivido. L’annuncio ha attirato subito la mia attenzione. Non che ci voglia molto, volendo, ad arrivare all’inferno, anche senza viaggi organizzati. Basta andare a lavorare quando hai le cosiddette girate, constatare che tutto va effettivamente come non dovrebbe andare, e automaticamente mandi all’inferno tutti coloro che hanno la sfiga d’incrociare la tua strada. E tu naturalmente, li segui e li accompagni da messer Lucifero.
Sul volantino appiccicato al muro era però specificato che si trattava dell’inferno dantesco. E che un tizio prometteva di far passare degnamente qualche ora declamando i versi della Commedia più famosa al mondo. Seguiva nome e cognome del tizio, preceduto da un Dott.
Un medico che declama Dante?! Perché, i medici ce lo hanno il tempo da dedicare alla cultura, indaffarati come sono tra congressi, lavoro pubblico e privato, vacanze studio e vacanze relax in luoghi più o meno esotici? Naaah! Avrò letto male.
Sono ritornata a leggere il volantino dopo qualche giorno. Sì, è proprio un Dott. Un Dott. degli animali, per la precisione. Insomma, un veterinario che, mi sono ricordata, conoscevo pure. Capperi, questa è ancora meglio di quanto pensassi! Non riuscendo a immaginare bene in cosa sarebbe consistita questa serata, mi è venuta voglia di andarci.
Ho pensato che, visto che mi si presentano così poche occasioni per arricchire il mio povero bagaglio culturale, tanto valeva non lasciarsi sfuggire questa ghiottoneria. Da bambina avevo tentato di seguire un’edizione illustrata della Divina, ma mi ero persa molto prima del mezzo del cammin di nostra vita… e una guida non l’avevo più trovata. Tuttavia…un veterinario che legge Dante… qualche perplessità mi è sembrata legittima. E sia: non sarà uno scrittore, un poeta o un letterato, ma è sempre meglio che niente. Meglio non essere prevenuti. E poi è la mia giornata libera: un segno del destino. Vado? Sì, vado.
Arrivo in una saletta ricca di coppe e premi vari: la sede di un coro di successo nella zona. Appoggiate su un muretto del portico, corone intrecciate di alloro e lumini molto suggestivi. Mi piace, crea atmosfera. Più che Dante mi aspetto di veder comparire Virgilio di bianco vestito. Mi accomodo in prima fila. Arrivano una ventina di persone, tutte donne meno un giovanotto accompagnatore dell’unica ragazza che ritengo più giovane di me lì dentro. Conosco qualcuno, di vista. Il Dott. è già lì, sprizza buonumore da tutti i pori. Si vede che è contento, eccitato, la cosa gli deve piacere molto. Dopo un po’ si comincia, e il mio segreto scetticismo si dilegua immediatamente al calore dell’inferno dantesco. Il Dott. non legge: recita a memoria. Intenta a seguire sul mio libricino non me accorgo subito, ma quando alzo gli occhi lo vedo intento e rapito attaccare il CANTO III senza alcun supporto cartaceo.
Per me si va nella città dolente,
Per me si va nell’etterno dolore,
per me si va nella perduta gente. (…)
lasciate ogni speranza, voi ch’entrate.
Piacevolissima sorpresa: se non è per lavoro, come può essere per un attore, solo un’autentica passione può indurre qualcuno imparare a memoria un tomo come la Divina Commedia. La parlata è toscana DOC, quindi rende al meglio l’italiano volgare del 300, la lingua di Dante Alighieri, nato in quel di Firenze. Bello, bellissimo. Ascolto estasiata.
Il Dott. poi, non si limita a recitare. Commenta, spiega il contesto storico, la bellezza dell’endecasillabo, il significato metaforico di quei versi immortali. La passione lo anima, lo accende.
Si vola alto, si plana sul CANTO V. Paolo e Francesca, amanti sfortunati e dolcissimi.
Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.(…)
La bocca mi baciò tutta tremante.
Galeotto fu il libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante.(…)
Un solo secondo di silenzio segue la fine del canto, poi scoppia un applauso commosso. L’amore intenerisce sempre, prende l’anima e la riempie, specie se la storia non è a lieto fine. Ma chi pensava di potersi emozionare in tal modo per vicende così antiche? Inoltre le vicende della commedia e molti dei suoi versi, come questi, sono noti anche ai bambini. Nulla di nuovo, dunque, però… ci si sente allargare il cuore, si partecipa come mai a scuola era successo. Basta una persona che reciti con passione e tutto ti sembra sconosciuto e stupendo.
Guardo ammirata il Dott. e lui probabilmente legge nei miei occhi sognanti la partecipazione più assoluta, perché si lancia in altre declamazioni senza nemmeno prendere fiato. Sorvoliamo i gironi a suo dire meno interessanti (un peccato, ma non si può stare qui tutta la notte…). Nel CANTO XIX, quello dei simoniaci, riaffiora la sua vera natura professionale. Mentre, entusiasta come sempre, descrive la pena inflitta ai simoniaci, gli scappa di dire che i dannati sono costretti a stare a testa in giù e… “zampe” in su… Ride per primo della gaffe: dopo tutto, sono un veterinario, dice.
Ci accendiamo di passione per le vicende di Ulisse nel CANTO XXVI:
Considerate la vostra semenza:
Fatti non foste per viver come bruti,
ma per seguir virtute e conoscenza.
Ammiriamo insieme al Dott. la sconfinata sapienza del Dante, piccolo grande uomo del 300 che con mezzi limitatissimi apprende tutto quanto sia possibile conoscere del proprio mondo e si spinge oltre.
Infine, sulle ali della poesia, giungiamo al CANTO XXXIII, e alla tragedia del Conte Ugolino. Con l’angoscia nel petto stiamo a sentire di come venne lasciato morire di fame insieme ai suoi figli, creature innocenti, per motivi politici. Che barbarie, vorremmo gridare, e mentre il Dott., sottovoce, declama la fine dell’esistenza terrena di Ugolino (… poscia, più che ‘l dolor, potè ‘l digiuno) vorremmo liberare quei bambini che erano disposti a sacrificarsi per il bene del padre.
Le ore sono volate. Qualcuno sbadiglia, è tardi. Il Dott. è comprensivo, ci regala la fine dell’ultimo canto del Paradiso, sempre tutta a memoria. Il morale si risolleva. Io sì che starei lì tutta la notte ad ascoltare. La bellezza senza tempo dei versi immortali ha preso corpo e voce, questa sera, in modo encomiabile. Mi piacerebbe viverla tutta, dall’inizio alla fine, questa grande Commedia. Credo di essere l’unica, però, tra i presenti a pensarla così al momento.
Trovo il coraggio di fare i complimenti al Dott. Lui sorride, compiaciuto. Qualcuno tira fuori pizzette e patatine fritte. L’incanto svanisce. Mi allontano, lascio alle mie spalle la magia evanescente dei lumini. In macchina, mentre mi dirigo a casa, mi sento bene. Mi sorprendo a mormorare: “La bocca mi baciò tutta tremante…”. E sorrido.
20/05/2005
MUSICA
Ricevo da Cletus il testimone di un sondaggio, chiamiamolo così, musicale. Raccolgo e, nel mio piccolo, mi esprimo.
Volume totale dei file musicali sul mio PC:
Ehm… 0,00 Gb. Io sono vecchio stampo, la musica l’ascolto alla radio, su CD allo stereo e, udite udite, perfino in musicassetta. Qualcuno si ricorda cos’è una musicassetta?
L’ultimo cd che ho comprato:
La compilation di Sanremo. Solo per ascoltare la magia dei bambini di Povia.
Canzone che sta suonando ora:
Nessuna. E’ un momento di assoluto, piacevole, estatico silenzio.
Cinque canzoni che ascolto spesso o che significano molto per me:
Difficilissima, questa. Come si fa a scegliere solo cinque titoli? Precisando che quelli che seguono non sono tutti i miei preferiti, cerco di fare una selezione.
- CHIQUITITA (Abba) ma anche tutta la raccolta LOVE STORIES: divina
- I BAMBINI FANNO OH (Povia) perché mi fa venire i brividi ogni volta, per la semplicità e la verità di quelle parole
- UNA LUNGA STORIA D’AMORE (Gino Paoli) e tutta la raccolta PER UNA STORIA, più molte altre: come parla d’amore Paoli, ben pochi altri.
- MY HEART WILL GO ON (Celine Dion): una musica, una voce, che riempie l’anima
- LA DONNA CANNONE (Francesco De Gregori). Un sogno in musica, un amore incondizionato, una bellezza senza tempo.
Potrei aggiungere almeno un centinaio di titoli. Mi permetto di ricordare Battisti, per esempio, in toto, Elton John, i Pooh prima maniera, ma tanti, tanti altri, vecchi e nuovi leoni della musica.
Un’ultima cosa: dal sondaggio forse si capisce che adoro la musica romantica, quanto meno melodica… Quello che non si evince da tutto il discorso è che, mio malgrado, quando la canzone mi piace, sono costretta a cantarla ad alta voce. Per la goduria dei vicini, che fanno razzia di tappi di cera…
19/05/2005
SOGNO DI PRIMAVERA
Visto che il diretto interessato già ne parla qui mi permetto di fornire i particolari...
Io e uno dei miei fratelli stiamo andando a casa di Cletus, a Bari (!), dove saremo ospiti per una notte. Ma da quando Cletus abita a Bari? Non era a Roma? E io, che ci faccio nel capoluogo pugliese? Qualcosa non quadra, ma sembra tutto perfettamente normale. Non conosciamo la strada, rischiamo di perderci in città. Abbiamo lasciato il lungomare, siamo in uno strano centro città fatto di via parallele e perpendicolari. Il traffico ci confonde, è un casotto di macchine e clacson che suonano. Un labirinto. Intuendo la nostra difficoltà qualcuno, non si sa chi, di sicuro un’anima pia, usa una specie di satellitare, o un telecomando e come per incanto ad ogni incrocio, ad ogni svolta, compare un segnale stradale, di quelli direzionali, con la freccia, con su scritto, in grande, CLETUS. Il nome lampeggia sullo sfondo azzurro del cartello, come nei flipper. Come i richiami luminosi, ipnotici, di Las Vegas. Megalomane, penso. Ma almeno ora seguiamo le frecce e non sbagliamo più.
Arriviamo di notte, entriamo in casa senza disturbare, ci sistemiamo nella camera degli ospiti. Chi ci ha dato la chiave? Ammesso che fosse chiuso a chiave… Ma soprattutto, chi ci ha dato il permesso di entrare alla chetichella, come ladri?? Per non parlare del fatto di impadronirsi di una camera… Dormiamo insieme, come quando eravamo bambini e andavamo all’arrembaggio del lettone della mamma. Ma al risveglio mio fratello non ci sarà più.
La mattina presto comincia un viavai di gente. Distesa a letto vedo tutto. Sono come in un corridoio di passaggio. Tutti passano di là, ma non capisco dove vanno. Sono ospiti anche loro, immagino. Tra gli altri, Baldini, Palommella rossa… non li vedo, non li distinguo, ma so che ci sono e mi hanno salutato. Poi un anziano e gentile signore di cui non conosco il nome e altri ancora. Il signore gentile è un po’ calvo, carnagione scura. Ha sul viso schiuma da barba, mi sorride e dice qualcosa.
Non mollo la mia postazione, mi sento una regina che riceve l’ossequio del suo popolo. Sono ancora un po’ assonnata però, il letto è comodo e concilia. Ad un tratto, squillo di tromba, la folla si apre al passaggio del grande Cletus, in persona e… mutande… Asciugamano al collo, indossa solo un paio di boxer, neanche troppo moderni, ma non proprio quelli del nonno: bianchi, lucidi (di seta?…) a stampe colorate. Non so dire che genere di stampe, ci ho provato a guardare ma… Di colpo realizzo che stavo per alzarmi e andargli incontro, ma indosso solo una maglietta marrone che mi copre appena e che mi ha fatto da pigiama. Mi riprecipito sotto coperta, non sta bene presentarsi così. Lui invece fischietta allegro, m’ignora, va nel bagno. Dalla porta socchiusa davanti al mio letto lo vedo mentre si fa la barba e si lava i denti. Si ammira nello specchio e sorride ancora con tutti i denti di cui è capace. Rifletto se potrebbe essere come lo immaginavo. Più o meno, decido. Fisico da pugile che regge bene anche i boxer fuori moda; capelli grigi un po’ troppo lunghi per l’età, ma che tutto sommato ci possono stare; sorriso sornione da “’An vedi, oh, che so’ troppo bbono?” …
Non riusciamo a parlarci. Il sogno cambia scenario e soggetti. E questa sarà un’altra storia… Peccato.
17/05/2005
CHIEDIMI SE SONO FELICE...
Dottore, io sono felice?
Dovresti leggere il mio libro. Lì c’è una risposta per tutto e può dirti se sei felice o meno.
Mah!! Dottore, l’ho letto, ma sono scettica. Ne parliamo?… Vedi, io parto da un concetto: la felicità non è uno stato permanente. Non credo sia umano pensare di essere perennemente felici. Si può cercare di essere sereni, questo sì, di vivere senza angosce o patemi, senza ansia e senza farsi sopraffare dagli eventi.
La cosa è difficilissima ma non impossibile: basta seguire le istruzioni del mio libro…
La felicità, dicevo, secondo il mio modesto e inutile parere, è fatta di attimi. Attimi legati a momenti particolari della nostra vita. Per quanto tu dica il contrario, dottore, io la penso così. Tu sostieni che al giorno d’oggi si è felici solo se si raggiunge il possesso di alcuni oggetti, o se si realizzano dei desideri o se riceviamo apprezzamenti dagli altri. E’ vero in parte. Perché non siamo tutti dei materialisti che vivono solo per una soddisfazione materiale. C’è anche chi vive la propria felicità attraverso la nascita di un figlio, il compimento di una piccola buona azione, la contemplazione di uno dei meravigliosi spettacoli della natura… La felicità è fugace, ed è fatta di momenti “perfetti” , non sapresti definirli altrimenti, quegli attimi che durano così poco ma che si espandono nell’infinito e ti fanno sentire in sintonia con l’universo.
D’accordo, hai fatto la tua doverosa distinzione. Tu parli di serenità, io di felicità. Il percorso però, mi sa che lo stesso: bisogna cercare l’armonia in se stessi. Come? Annullando se stessi, o meglio, tutto quello che si crede sia l’essere se stessi. Bisogna diventare nessuno. Non crearsi degli obiettivi o degli ideali fasulli da raggiungere ad ogni costo. Non darsi delle definizioni del proprio sé o rinchiudersi in schemi precostituiti: bisogna mettersi in disparte e osservarsi.
E’ dura, dottore. Noi siamo persone. Le differenze saltano agli occhi, le definizioni sono inevitabili. E sarebbe bello fare la pianta, mettersi lì in disparte e lasciare che tutto accada, infischiandocene alla grande. Ma noi non siamo tranquilli come piante o animali. Noi siamo esseri umani, pensiamo troppo. Noi abbiamo quest’anima eternamente in pena che cerca, chiede, confronta. Hai presente, dottore, il Leopardi? Se la memoria scolastica non m’inganna, non era lui che osservando le bestie, tranquille in riposo, si chiedeva perché l’uomo non fosse capace di fare altrettanto? E’ la nostra condanna, questa incapacità, il tormento dell’anima. L’osservarci dentro, distaccandoci dal nostro essere, non è nella nostra natura. Però… se lo facessimo magari scopriremmo che ognuno di noi ha una sua identità nel mondo, come dico sempre io.
Sì, un’ identità che non è quella definita dal ruolo. E’ sull’acquisizione di questa identità interiore, sulla forza del nostro essere persona con pregi e difetti che dobbiamo accettare, senza necessariamente approvare, è su questo che dobbiamo lavorare per vivere sereni. Osserviamoci con attenzione dunque, diamo spazio alla nostra essenza, a quello che siamo realmente, e meno peso a quanto crediamo di dover essere.
Hai proprio ragione, dottore. Io sono quella che sono e così mi accetto. Magari mi accettassero anche gli altri…
Non bisogna dipendere dagli altri, dai loro giudizi!! Non facciamoci influenzare da quello che pensano gli altri, saremo sereni se vivremo indipendentemente dallo sguardo di approvazione o disapprovazione altrui.
Giusto. Ma posso obiettare che esistono delle regole nel vivere civile? Non è che diventiamo serial killer perché questo ci fa star bene!
Altra cosa: non lottare contro il dolore. Osservalo, non ti opporre.
Sì, è vero! A questa osservazione partecipo intensamente. Aggiungo un consiglio: immagina che il dolore sia un’onda. Aspettalo, lascia che ti sommerga, che ti soffochi per un istante. Piangi, libera l’angoscia. Non ti opporre, non cercare di restare a galla. L’onda prima o poi si ritira, tu ritorni a respirare ossigeno, e il dolore sarà alle tue spalle.
La vita è qui, ora. Vivila adesso!! Non sei il tuo passato, il passato è morto. E non crearti obiettivi futili, impara ad adattarti agli imprevisti, a essere mutevole.
Be’, dottore, se per vivere ora intendi non fare programmi per il futuro sono d’accordo. Un programma è sempre a rischio di insuccesso, delusione e quindi infelicità. Questo non vuol dire essere apatici. Vuol dire vivere intensamente la bellezza del presente, cogliendo i suoi momenti “perfetti”. Ma, permettimi, io non dimenticherei del tutto il passato. Tu dici che è morto, che non torna indietro e non deve condizionarci. E’ vero, è morto, ma non senza lasciare il segno. Noi siamo oggi in un certo modo perché abbiamo un vissuto alle spalle. Dobbiamo accettarlo, elaborarlo, questo sì, riconoscerlo come importante. Ma non dimenticarlo né vivere in funzione di esso. E’ passato, ha lasciato la sua impronta, la vediamo, ma in fondo ora è PASSATO. Insomma, tutto sta nella giusta misura, dottore. Che senso avrebbe fare esperienze se non ne tenessimo conto nella vita? Comunque, se non mi aspetto nulla dal domani (che per me è uno schermo oscuro) quello che è stato è già stato, non può tornare a farmi male. Però, ahimè, vuol dire che non mi regalerà nemmeno più i bei momenti di gioia già vissuta. Liberarsi da preconcetti e speranze va bene, ma, dottore, i ricordi no… me lo concedi di farmi coccolare dai miei ricordi? Sono così parte di me, belli o brutti che siano… Prometto, non me ne farò condizionare, ma solo cullare… E godiamoci dunque questo oggi, perché domani sarà già ieri.
Come essere felici in amore, amare ed essere amati , leggere da pg. 71 a pg 135.…
Caro il mio dottore, qui so già tutto, sono preparata! L’amore cresce nel tempo, si evolve, deve lasciar spazio anche al gioco, non basarsi su aspettative o costrizioni. L’amore si riconosce a fiuto, non si fa domande, non conosce stanchezza o sofferenza o dubbi, non rinuncia alle coccole. L’amore ti appaga. L’amore ti accetta. Chiedimi se sono felice, in questo campo dottore e ti dirò di sì… con le dita incrociate, perché, dopo tutto, non si sa mai… C’è solo un aspetto, tra quelli che tu elenchi, che non so eliminare: quello dell’attaccamento. Io sono una piovra sentimentale, lo ammetto. Mi attacco e non mi stacco più, o con molta difficoltà. Perché dall’amore (ma ci metto anche l’amicizia, posso?) ricavo la linfa vitale, il nutrimento e il sostegno. Giuro, riesco a mantenere la mia dignità, non divento la schiava d’amore di nessuno. Ma l’amore mi regala quei momenti perfetti cui proprio non voglio rinunciare. A te non succede, dottore?
L’amore dev’essere gioia, deve dare un senso di pienezza affettiva.
Sì Sì Sì!!! E’ così, davvero!!!
Ultimo punto: lo stress. Ci pervade per il solito motivo. Siamo troppo attaccati agli schemi, pieni di desideri che non riusciamo a soddisfare, vogliamo sempre di più e non siamo contenti di ciò che facciamo. Azioni ripetute, monotone, la routine insomma, portano alla noia e quindi allo stress, al disagio. Le tappe, il riposo dopo fatiche intense sono deleteri. Meglio il continuo movimento, senza fermarsi mai, senza oziare, o cadremo in un vuoto esistenziale.
L’ozio è il padre dei vizi… un momento, dottore. Tu dici che gli organi vitali del corpo non riposano mai, ed è vero. Eppure quando l’intero organismo è in riposo loro lavorano sì, ma più lentamente, i ritmi sono così ridotti che è come se riposassero anch’essi. Mi piacerebbe seguire sempre tale esempio. Quando l’ho potuto fare, seguire i miei ritmi, intendo, fare tante piccole cose contemporaneamente ma senza l’ansia delle scadenze e degli obblighi, mi sono sentita bene. Ma, dottore, se questo non è possibile, concedimi di staccare la spina e chiudere la porta!! Riposo, contemplazione, meditazione. Lo dici anche tu, no?
Abituiamoci a cambiare, evitiamo la routine, annulliamo le ambizioni.
Sì, io odio la routine. Odio i tempi ristretti e le forzature. Dottore, cerca di convincere anche gli altri… Allora dottore, vedi che la pensiamo quasi allo stesso modo? Che ne dici, sono felice?
Sei felice, anzi serena, se ti piace di più questo termine, con momenti di autentica felicità. Non ti aspetti nulla. Hai però un occhio troppo rivolto al passato e tendi ad attaccarti troppo a cose e persone: devi essere più indipendente. Però reagisci abbastanza bene al dolore. Sei stressata saltuariamente e necessiti di riposo, di un riprovevole distacco, più di quanto occorra nella norma.
Dottore, sono un caso grave?…
Direi di no, per ora. Per la parcella, passa di là…
Il dottor Morelli, fortunatamente, non leggerà mai queste mie considerazioni, fatte “in punta di piedi”. Il libro si legge facilmente e nello stesso tempo costringe a riflettere e a mettersi in discussione. Ci sono diversi refusi, l’editor è poco curato. I test non sono univoci, mi è capitato di non avere una maggioranza di netta di risposte. Infine, una domanda chiave senza risposta: come mai l’ultima parte sembra essere rivolta prevalentemente alle donne? Forse che gli uomini non si stressano?
05/05/2005
INSONNIA
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Del resto, la mia vita sa tanto di uovo sbattuto, in questi ultimi tempi. Non si dorme. Niente da fare. Tutte le sere mi getto a corpo morto sul letto molto presto, due pagine di un ottimo libro (Antologia di Spoon River), dieci pagine quando va bene. Poi crollo, palpebre come macigni. Bene, benissimo. Peccato che dopo poco più di tre ore spalanchi le stesse palpebre, così come il fornaio, più o meno nello stesso momento, alza la saracinesca della sua bottega. Forse anche prima. Diciamo intorno alle 2,00 a.m. Male, molto male. Cosa cavolo ho da fare a quell’ora? Niente. Mi giro. E mi rigiro, come la frittata di cui sopra. Ma la frittata è presto pronta, la spadelli e finita lì. La mia cottura invece è lunghissima e a fuoco lento. Conto le pecore. L’ultimo gregge che è passato per di qua era davvero molto grosso. Mi sembra di ricordarle tutte le bestiole, comprese quelle nere, che non è vero, come si dice, che siano rare: lì ce n’erano tante, ma tante, che tutto sommato essere definito una pecora nera potrebbe voler dire essere nella norma. Conto anche le capre che c’erano insieme. Poi gli asinelli che sempre accompagnano il gregge e i cani pastori. Infine i pastori a due gambe. Uffa. Le 3,00 a.m. Provo su un fianco. Provo a cambiare soggetto di conta. Conto gli amici. Uh… finisco troppo presto… quelli che si ricordano che al mondo ci sono anch’io stanno tutti sulla mano di un focomelico. Cambio fianco. Occhi spalancati nel buio, cerco con lo sguardo la finestra e il chiaro di luna che da essa traspare e che illumina la notte. Potrei contare le stelle. Sono miliardi, no?, prima di esaurire la riserva magari mi addormento. No, dovrei alzarmi, tirare su la serranda, fare rumore. Disturberei chi mi dorme accanto. Senza contare che non ho alcuna intenzione di alzarmi dal letto: qui sono, qui rimango, se c’è uno scampolo di sonno non lo voglio perdere. Allungo una mano in là. Sì, lui c’è. Dorme come un bimbo. Tra un’ora si alzerà per andare al lavoro. Non sarò io ad anticipare la sua sveglia. Mi sforzo di rimanere ferma, ma è come se avessi addosso il fuoco di sant’Antonio. Mi rimetto sul dorso. Fisso il soffitto. Tutti i pensieri del mondo si ammassano, fanno ressa, spingono e corrono tra cuore e cervello. La deprivazione del sonno, è provato, gioca brutti scherzi. C’è un filo diretto tra i miei pensieri e il ritmo cardiaco: gli uni provocano un’accelerazione spropositata del secondo. Credo che i miei battiti vadano a una frequenza di oltre 100 al minuto. Così, a occhio e croce, senza contarli. Avverto le extrasistoli. Non mi preoccupano, so che sono dovute alla stanchezza. Da quanto tempo non dormo una notte intera? Lascio fluire dunque questi pensieri, piuttosto foschi, stanchi, ingigantiti dalle tenebre. Li traccio sul soffitto. Qui spalmo i miei sbagli, là spennello la rabbia, in un angolo dipingo la solitudine. Incollo in ordine sparso i fantasmi del passato, l’incertezza del presente, la paura del domani. Mi sento così sola, in questo buio, nonostante il respiro lieve che avverto vicino. Del resto, mi sento spesso sola anche di giorno. E nemmeno nelle ore diurne recupero il sonno perso. Non so cosa mi sostenga. Cosa non mi faccia crollare su un qualsiasi pomolo di letto come Eta Beta. E se provassi a leggere? La Tv no, anche se ormai sono quasi le 4,00 a.m., corro il rischio di inciampare su un Bruno Vespa con le occhiaie fino alle ginocchia (come le mie, domani) che apre la sua dannata porta al lattaio. Ma nemmeno posso leggere. Nel delirio che vivo ogni notte non mi riesce più di concentrarmi. Le poesie di Masters meritano attenzione, non devono essere un surrogato al sonnifero. Giusto, il sonnifero… non ne ho in casa. Magari una camomilla può servire. Ma, ci risiamo, non ho voglia di alzarmi. Uffa. Mi giro. Mi rigiro. Sono a pezzi. Vedo nero, e non solo perché buio. Vedo tutta la mia vita nera, penso che magari sono malata, che qualcosa non va. Quanto si è più fragili, quando manca la luce del sole... Vorrei comprensione, affetto, compagnia, anche a quest’ora tarda. Vorrei poterne parlare con qualcuno. Ma, pur farneticante, comprendo che non posso chiamare nessuno a quest’ora. Però… Telepatia?… Lui dorme ancora, e nel sonno mi cerca, mi abbraccia, del tutto inconsapevole del mio malessere. Non gli dirò niente, magari mi passa. Ora mi godo il suo calore rassicurante, l’amore che mi dimostra d’istinto, sincero, anche senza la volontà cosciente di farlo. Una lacrima si fa forza ed esce dai miei occhi sbarrati, inopportuna. Bagna il suo pigiama, l’asciugo col tepore della guancia. “Buongiorno amore”. Un sorriso scintillante nell’oscurità, una tenerezza infinita. Sono le 4,00 a.m. Così ogni notte. E dopo, da sola, attendo sveglia ancora due ore, prima di abbandonarmi all’oblio. In compagnia di quel sorriso. |
Mi giro. Mi rigiro. Le lenzuola una graticola. Oppure, restando in tema culinario, il fondo antiaderente di una padella in cui fai saltare la frittata.