28/04/2005
LA MIA PRIMA VOLTA IN PUBBLICO
Oggi è il gran giorno, alla fine è arrivato. Devo prepararmi. Sono tesa? Nooo, certo che no... In fondo è solo la mia prima volta. La prima volta che parlo ad un pubblico.
Nel pomeriggio ho il corso di formazione. Io sono una delle docenti. Fa un certo effetto dirselo. Finora ai corsi ci sono andata per imparare. Oggi ci vado per insegnare. Ma và!!…
Brivido. Dubbio: sarò in grado? Farò brutta figura? Sarò capace di passare un messaggio convincente alla platea?
Niente ripensamenti, troppo tardi. Bisogna buttarsi. E allora buttiamoci, nella fossa dei leoni.
Ieri sera, ennesima riunione con le colleghe che insieme a me preparano il corso. Sono due settimane che facciamo riunioni quotidiane, dal vivo o via cavo. Telefonico. Non se ne può più, ma sono necessarie.
Vanno bene le diapositive? Sì, ma, non so, forse si può migliorare lo sfondo, cambiare i colori, occhio, c’è un errore di ortografia… guarda che non c’è più tempo… ma sì, ci vuole un attimo con il computer.
Già, dimenticavo che siamo tutte esperte. Fino a due mesi fa chi lo sapeva cos’era Power Point? E soprattutto, chi lo sapeva come si maneggiava? Chi lo sapeva che la diapositiva si chiama slide? Nessuna di noi. Ora però diamo dei punti agli informatici più esperti. Certo, ogni tanto vanno in corto i circuiti, prima i nostri, poi quelli del computer o viceversa. Le frittate fatte per sbadataggine non si contano, insieme ai dati persi, ritrovati, salvati, modificati…
Fai una copia e poi cambia tutte le impostazioni… ma perché?! Così, per provare…
E magari per provare andava tutto a quel paese…
La riunione è finita alle 23.00, mi getto a peso morto sul letto, stremata, con il rifiuto psicologico di rimettere mano al testo o ad una sola delle slide. Vada come vada, con il fatalismo di chi ormai non ce la proprio più. Ho dormito duro come un soldato che alla vigilia della battaglia sa che deve recuperare ogni grammo di forza residua. Niente incubi o sogni strani a turbare il sonno degli onesti. Una pietra.
Oggi però sveglia presto, con le palpitazioni in corso. E il tempo? Quello mi manca cronicamente per fare tutto quanto. Il corso è sì al pomeriggio, ma alle 10… ulteriore riunione!! L’ultima. Per forza, perché sennò mi butto dalla finestra. Vincendo la nausea mi appiccico ancora una volta al computer. Nell’ordine si bloccano: il pc in toto, poi Power Point, poi il mouse, lo scanner e le mie capacità emozionali. Queste ultime solo come difesa, per non lanciare l’urlo della catastrofe e poi gettarmi nel vuoto. Un blocco così scaglionato mi convince che deve per forza essere un segno degli dei, i quali mi sconsigliano caldamente di proseguire nell’impresa. Non mi arrendo, ho i nervi d’acciaio. Tirati, ma d’acciaio. Non posso starmene a casa, ho una dignità professionale. E non posso scaraventare l’infernale apparecchio da quella finestra da cui avevo meditato di prendere il volo io stessa, mi serve ancora. Un miracolo: tutto riparte. Ecco, questo è il vero segnale: andrà tutto bene. Dici? Diciamolo…
Ultimi aggiustamenti: NON TOCCO PIU’ NIENTE, LO GIURO!!!
Incombenze casalinghe da sbrigare. Non si vive di solo lavoro. Prima e dopo la riunione faccio in tempo a fare la spesa, a sfamare cane e gatto, imbastire un pranzo che non toccherò, stendere il bucato… E quante altre cose farei adesso, pur di non andare…
Niente scuse, è ora. Magari per strada foro una gomma, così devo rinunciare… non potrò certo mettermi a cambiare una gomma proprio oggi. Primo perché non ne sarei capace (sono bravissima nella teoria, ma nella pratica…). E poi perché ho il look delle grandi occasioni: pantaloni neri, discretamente eleganti fra fibbie e cerniere, con vita bassa e caviglia alta. Tacco a spillo. Maglia azzurro cielo, perfettamente corta, scollatissima e aderente. Si tratta di una strategia premeditata per distrarre il nemico. In caso di lacune espositive, papere, vuoti mentali o qualunque tipo d’imperfezioni, fornisco materiale di distrazione. Nel senso che magari, guardando me e il gran pezzo di figliola che mi sento essere oggi, nessuno ascolterà quanto vado farneticando. E pazienza se il maquillage non è perfetto, e l’acconciatura risulta un po’ selvaggia. Avrei dovuto fare un salto dal parrucchiere, ma tra una riunione e l’altra dov’era il tempo? E comunque, conoscendo il mio coiffeur, per essere in ordine oggi avrei dovuto andare da lui un mese fa.
Basta. Niente forature, niente incidenti, tutto scorre liscio.
Ora tocca a me. Mi sento tornare indietro di 23 anni, al giorno dell’esame orale della maturità. Perché, con tutti gli esami che ho affrontato in seguito, è quello della maturità che mi torna in mente? Era la fine di un bollente luglio pugliese, io l’ultima esaminanda di tutto l’istituto. Una tortura da santa inquisizione, con quel caldo. I professori esausti, io stufa di aspettare il mio turno. Più della paura potè l’attesa, non vedevo l’ora di finire tutto. E la soddisfazione di veder risorgere l’interesse nei miei esaminatori è stata grande. Perché in fondo ero più che preparata. La paura sta tutta nell’attesa.
Così è ora. Ma sì, ci siamo, tocca proprio a me.
My God, non ricordo più nulla!! Vuoto. Due mesi di lavoro sfumati nei miei circuiti neuronali privati. Ripenso ancora al giorno della maturità: sì, è come allora, ce la posso fare. Difatti scopro che, come per il pc, nella memoria rimane sempre la traccia di qualunque cosa sia da lì transitata. Basta saperla cercare, dare i comandi adeguati. Così, più per un caso fortuito che per bravura, imbrocco il neurone giusto. Ritrovo, se non del tutto la memoria, per lo meno l’uso della parola. E vado. A ruota libera. Saltando allegramente di palo in frasca, perdendo qua e là qualche dettaglio. Però parlo. In quanto alle papere, se qualcuno si concentra sul tacco alto, sulla caviglia maliziosa o sulla profondità della scollatura, magari non se ne accorge nemmeno.
A metà percorso tocco con mano l’interesse dell’uditorio. Il mio lato istrionico, latitante forse, ma mai del tutto assente, gongola e riemerge. M’infervoro, sforo i tempi. Mi fanno segno di stringere, come quelli della TV. OK, chiudo con una battuta. La gente ride. Applauso. Mi hanno ascoltato, non hanno dormito. Bello.
Torno al mio posto e penso: è finita. E sorrido, pensando a quando la racconterò agli amici, ridendo sopra a un’emozione da poco.
21/04/2005
98 ANNI
Avere 98 anni e non riuscire a morire.
Avere 98 anni ed essere assalita da un infarto e da un ictus. E sopravvivere loro.
Avere 98 anni e sentire viva solo metà corpo. L’altra metà, un pezzo di legno inutile e insensibile.
Avere 98 anni e un cervello, benché ferito, vivente e lucido.
Avere 98 anni e solo un po’ di pelle delicata ad avvolgere uno scheletro scricchiolante. Un peso di piume.
Avere 98 anni e un matto cuore centenario che si ostina a compiere, zoppicando, il suo mestiere: quello di vivere. Anche senza aiuti.
Avere 98 anni e non poter più parlare, né mangiare o bere.
Avere 98 anni e gli occhi aperti sul mondo. Occhi spauriti, che comprendono e supplicano.
Avere 98 anni e un’emorragia lenta in corso che porta via la vita. Forse.
Avere 98 anni ed essere solo il ricordo di una donna.
Avere 98 anni e un secolo di memorie sulle spalle, testimone di un lungo tempo che sfugge veloce.
Avere 98 anni e aspettare un’ora che non viene mai. Forse pregare che non venga. Perché la vita è vita anche così, quando la percepiamo.
Avere 98 anni e una preghiera muta: non lasciatemi sola.
E non sei sola, piccolo angelo muto dalle ali indecise che si chiede: restare o andare?
11/04/2005
VACANZA
Fai le valigie. In fretta, veloce, hai avuto così poco tempo, hai lavorato fino all’ultimo secondo. Ma il treno non ti aspetta, e se vuoi godertela, la vacanza, ti conviene correre, siano come siano i bagagli. Tanto qualcosa la dimenticherai ugualmente. Non c’è partenza senza dimenticanza.Finalmente ti stendi nella cuccetta letto. Ora puoi chiudere gli occhi e risvegliarti fra dieci ore in un altro mondo. Nel tuo paradiso personale. Senti qualcuno passare parola: è morto. Alle 21, 37, ma la tv lo ha comunicato alle 22. Il mondo piangerà. Anche tu, domani. Ora sei sfinita, vuoi solo volare sui binari e lasciare cullare i pensieri, belli e brutti, e questi ultimi giorni, una lunga agonia mediatica. Invece c’è l’intoppo. Il suicida, che ha scelto di buttarsi sotto un treno, per fortuna non il tuo, giusto quando tu stavi passando di là. Linea chiusa, per quasi due ore. Ce l’hanno tutti con te, non vogliono che tu parta in pace. E quel povero diavolo, non poteva scegliere un’altra linea o un altro modo per porre fine ai suoi giorni disperati? Pensi convinta che tu, se dovessi suicidarti, cercheresti di non creare disturbo agli altri.
Sia, si arriva. Tempo inclemente. Ma chi l’ha detto che al sud c’è il sole e il caldo? Il sole si farà vedere, ogni tanto, ma quanto al caldo…
E ti riempi gli occhi, comunque. Un mare così non lo trovi alle Maldive, e pare assicurato contro i maremoti. Anche se quando s’incazza, anche questo qui fa paura. E’ un mare che ha visto sbarchi clandestini, pescatori ed immigrati affogati in un comune e imprevedibile destino, inseguimenti da film tra motoscafi e carrette del mare. E’ un mare che divide due terre, con una striscia celeste e leggera.
Oggi l’acqua è verde, domani azzurra. No, guarda bene, è contemporaneamente azzurra e verde. Un’increspatura di bianco, l’onda delicata. E guarda sotto, il fondo sembra a portata di mano, tanto netta la trasparenza, invece la profondità è notevole. Ai pesci sembra di volare, confondono il mare con il cielo.
Paesi a picco sul mare, case bianche immutate dalla tua infanzia in avanti. Il tempo è fermo, ma il progresso avanza. E nei tuoi ricordi ogni cosa è uguale a se stessa. Tranne i tuoi anni.
La città. Un magnifico salotto dove accogliere gli amici e i parenti. Quanti secoli sono transitati dietro le tue spalle?… Ti rivedi come in una vecchia pellicola, adolescente, a passeggio con le amiche per raccontarsela, adocchiare qualche ganzo, conoscere ragazzi nell’eterno gioco della seduzione. Ecco, lì si parcheggiavano le biciclette. Perché ti sembra di rivedere qualcuno che conosci? Perché è vero! Quello lì alla bancarella è un tuo compagno delle elementari. Sì, è lui. Ti regalava pupazzi di plastica in cambio di un bacetto. Non hai il coraggio di andare a salutarlo. Forse non si ricorda più di te. Tutti cambiamo. E quello lì… ma sì, è uno dei tuoi vecchi corteggiatori. Uno dei tanti galletti che credono di essere più uomini se fanno la corte alle ragazze con la metà dei loro anni. Dimenticando a casa la memoria di una famiglia. Ti viene la voglia di fargli uno sberleffo passandogli accanto, ma lasci perdere. Sei poco più di una turista, e come i turisti vuoi mantenere l’anonimato. Questa città è una preziosa bomboniera poggiata su un mobile altrettanto pregiato. Non la roviniamo.
Amici, cene e pranzi golosissimi. Si allentano i bottoni sul giro vita, e pazienza, per non lasciare nulla, per assaporare gusti che poi ti mancheranno.
La generosità assoluta. La passione nelle piccole cose, le discussioni per la politica, per gli avvenimenti del mondo. Il giusto pettegolezzo. La tranquillità del vivere senza angosce, nonostante i problemi. Il tempo rarefatto. Non c’è cronometro, si prende tutto come viene.
Incomprensioni, malesseri? Sì, anche, e fanno male. Ma i giorni sono pochi, cerchiamo di non avvelenarli. Tu vuoi solo il meglio, in quei pochi giorni. Ne senti il diritto. Non hai bacchette magiche per risolvere i problemi.
La campagna è verde come mai in altre stagioni. Fiori gialli qua e là, piegati al vento. Fiori rosa, gli alberi di pesco, contro l’azzurro del cielo, nel contrasto più bello della scala cromatica.
Questo luogo è un sogno. Ti riempi gli occhi dei colori, le narici dei profumi, i capelli di vento: arricchisci la memoria. Dovrà bastarti ancora un anno.
Riprendi il treno. Volti, storie, dialetti, valigie. Stranieri. Tanti, di tutte le razze, con il velo o la tunica, con l’aria pacifica o da criminale. Pensi che la tua terra diventerà presto la loro. Oh, tu non ci sarai, quando ciò accadrà. Li preghi mentalmente di amarla e rispettarla, perché è una terra generosa e troppo bella. Gliela affidi.
Nessun suicida. Il treno è in orario, con tutto il suo carico di umanità.
Sei tornata a casa.
02/04/2005
CIAO KAROL
Era il 1978. Anno nefasto. L’Italia aveva perso Aldo Moro. Io mia madre. Il Vaticano due papi. Un anno di perdite, indubbiamente. Un anno in cui non ti restava altro al di fuori della speranza che finisse presto, portandosi via i suoi lutti e le sue tragedie. Non ci si aspettava niente di buono, da quell’anno disgraziato. Per lo meno, era questo il mio pensiero di quindicenne. Quell’anno, tornando a scuola, mi domandavo dove sarei stata nel 2000, quando avrei compiuto 37 anni. Ma era così lontana, quella scadenza. Inimmaginabile, a 15 anni, fare progetti così lunghi. Non dopo tutte quelle perdite.
Non avevo previsto che si potesse anche guadagnare, in quegli ultimi mesi del 1978. Guadagnare qualcosa, o qualcuno, che mi avrebbe accompagnata a superare la soglia del nuovo millennio.
“Habemus Papam”, fumata bianca.
Cosa c’entrava con me un nuovo Papa? Proprio niente, figuriamoci. A vederlo però era sorprendente. Un uomo gradevole, giovane, dal fisico imponente, che parlava italiano con un accento che faceva un po’ ridere i polli. Uno straniero affascinante.
Abbiamo intrapreso così i nostri percorsi, separatamente. Lui da una parte, io dall’altra. Ma senza ignorarci del tutto. Per lo meno, io non potevo ignorare la sua presenza. La sua veste bianca era onnipresente in tv. I suoi discorsi facevano discutere. Le sue abitudini ancora di più. Un Papa sportivo, che ama le vette, gli sci e dedica un po’ del suo già scarso tempo libero al nuoto in una piscina privata. Un mezzo scandalo. Mi faceva sorridere, la cosa. Un Papa uomo, ecco.
E alla fine le nostre strade si sono incrociate per davvero. Ci siamo trovati uno di fronte all’altra, ben due volte. Ci siamo stretti la mano. Anzi, lui, me l’ha stretta. Io mi sono limitata a guardarlo e a recepire il suo carisma, rimanendone confusa. Un uomo tra gli uomini. Ma con qualcosa in più. Un destino al di sopra del nostro, una strada segnata, misteriosa e avvincente.
I suoi viaggi mi hanno accompagnata nel mio, tanto più modesto.
Le sue malattie mi sorprendevano a tifare per lui.
Le sue parole non mi trovavano sempre d’accordo, e io stessa mi stupivo di avere un’opinione sul pensiero del Papa. Quando mai era successo prima?!
I suoi record erano memorabili. Ogni volta abbatteva un muro. Un uomo con il piccone nelle parole.
E così, sorridendoci, facendoci compagnia, lui dai media di tutto il mondo, io da un anonimo punto nascosto dello stesso mondo condiviso, abbiamo visto il tempo venirci incontro. Lo stesso tempo, per entrambi, ma il suo era più pesante. Il suo si è scontrato con la fragilità dell’uomo.
Giorno dopo giorno, io arrivavo a quella che si presume essere metà del percorso. Una maturità piena, soddisfacente, aspettative ancora legittime nel domani. Lui declinava, lentamente. Lui era sempre più uomo, sempre più malato. Il fisico possente ristretto, consunto, inabile. La parola che faceva ridere i polli ora fa piangere l’umanità intera, perché manca. Manca il respiro, ormai, manca la luce dell’intelletto, quella che ci rende tutti uguali, anche se il suo intelletto, per il ruolo che gli era toccato in sorte, era qualcosa di più.
E la sofferenza sbattuta in prima pagina, a causa di quello stesso ruolo, senza pietà né rispetto.
Negli ospedali si bada tanto alla privacy, se devi firmare un documento si preserva la privacy. Lui invece non ne ha diritto.
Ho visto molte persone consumarsi della sua stessa malattia, o anche di altri morbi. La sensazione è sempre la stessa. Un uomo anziano è come un bambino: ritorna piccolo, si restringe, ti viene voglia di cullarlo, carezzarlo, cantargli la ninna nanna. Un uomo anziano e malato, agonizzante, ti stringe il cuore in una morsa e lo fa a pezzetti. Specie se quell’uomo è stato con te, bene o male, per ventisette anni. Più della metà della tua vita.
Ciao Karol.