30/03/2005
BELLA
Te lo hanno mai detto che sei bella? Certo che sì, perché bella lo sei davvero. Un dato inconfutabile, incontrovertibile. E’ così, punto. Come il fatto che ci sia il sole in un caldo e chiaro pomeriggio di luglio.
Anch’io vorrei spiegarti quanto sei bella.
Sono qui ad osservarti, in una comune sala d’attesa, affollata di gente altrettanto comune. Come me. Qui ci sono persone scialbe, spente, intristite da una vita grama. Ci sono anziani con il loro carico di vita sulle spalle. I giovani di una volta. Saranno stati belli, come te, o forse incolori come adesso. Forse qualcuno sarà stato ammirato in segreto, sognato, amato. Non lo sapremo mai, né loro ce lo diranno. Magari non se lo ricordano più.
Intanto io osservo te, perché tu rifletti di luce propria in questo ambiente un po’ triste. Ti osservo senza dare nell’occhio. Del resto sarebbe difficile notarmi, io non sono come te. Certo, amo vestire colorato, forse proprio per non perdermi nell’anonimato. Oggi ho una bella maglia color albicocca matura, che spicca nel grigio, nel blu, nel nero che sanno tanto di lutto e vecchiaia. Un colore che riscalda come l’estate, e dal quale mi lascio avvolgere con fiducia. Ecco, mi si potrebbe notare solo per quello, perché altrimenti me ne sto nel mio angolo in timido silenzio ad aspettare il mio turno. Tu invece hai addosso un paio di comunissimi jeans e un giubbotto leggero color panna. Niente che colpisca l’attenzione. Ma sei tu che, come una calamita, attiri gli sguardi.
Il tuo volto è di un ovale sfacciato, perfetto, solo leggermente truccato. Nessuna ombra d’imperfezioni, per quanto scruti con pignoleria. Non sono invidiosa, sono incantata.
Fronte alta, intelligente. Non sei la classica oca giuliva. Occhi verdi, lucidi come un prato bagnato di pioggia, vagamente malinconici, ma senza nuvole ad adombrarli. Lineamenti aristocratici, delicati. Le labbra, serie, non troppo carnose, ma neanche sottili. E immagino che i denti siano candidi e perfetti, ma non li vedo, perché non sorridi. I capelli poi, lunghi, scuri, assolutamente contorti in riccioli naturali, in una disordinata perfezione che non richiede interventi di parrucchiere.
Ti riconosci in questa mia ammirata descrizione? Forse no. Perché, come tutte le donne, avrai il timore di non essere bella, di non essere perfetta. Ti senti insicura, non guardi nessuno negli occhi, tanto meno gli uomini. Ti fissi le unghie e di certo stai pensando che non sono abbastanza curate, mentre secondo me non potrebbero mai essere meglio di come sono ora.
Sei alta, eppure porti i tacchi. Per sovrastare il mondo? I jeans rivestono come una seconda pelle due gambe lunghe e affusolate, tornite, da gazzella in fuga, accavallate con civetteria. Sei sottile, come quelle modelle che compaiono sui giornali. Non ti manca nulla e nulla è di troppo. Eppure nei tuoi ricordi, ci scommetto, c’è posto solo per una bambina e poi un’adolescente troppo alta e troppo magra, che veniva chiamata cicogna dai compagni e sbeffeggiata perché brutta. Questo ti aveva ferita, ti aveva fatta sentire diversa e ti ha regalato l’assurda insicurezza che ancora ti accompagna.
Io continuo a guardarti, sperando di non recarti offesa in alcun modo.
Vorrei essere un pittore e ritrarti come sei adesso, in questo istante. In questa identica posa, con la testa china e i capelli ribelli che ti coprono una parte del viso, mentre la tua luce interiore si rispecchia all’esterno. Una luce che copiare sarebbe difficilissimo.
Non so dirti come ti ritrarrei. Potresti essere una nobildonna, o una vestale, o una contadina, saresti comunque incantevole. Ti vedrei bene nei panni della Primavera, dea vestita solo di fiori, e fiori avresti nei capelli, fiori getteresti ai passanti, fiori calpesteresti nel tuo incedere elegante. Saresti la promessa di sole e luce e calore, un raggio luminoso di perfezione su uno sfondo scuro e lontano.
Sarebbe bello farti il ritratto, ma io non so dipingere, perdonami.
Posso solo contemplarti, affascinata come di fronte ad un’opera d’arte, o a un tramonto sul mare, o al sorriso sdentato di un bimbo.
Posso solo sperare che, bella come sei, tu sia anche felice.
28/03/2005
LE ORE

Ho letto LE ORE DI Michael Cunningham. Un libro strano, a dire il vero. Tu lo leggi, e ti sembra di non capirci nulla. Poi afferri un filo conduttore, e lo perdi di nuovo. Lo ritrovi solo alla fine, e ne rimani incantato.
Si parla di tre donne, che vivono in tre epoche diverse, eppure non si parla solo di loro. C’è forse un discorso più complesso che lega tutte e tre alla letteratura. Ma c’è anche dell’altro.
Una di queste donne è Virginia Woolf, la celebre scrittrice inglese d’inizio Novecento. La si scruta nel suo male di vivere, nella sofferenza di chi non crede alle proprie capacità, nella sua consapevolezza di essere malata nella mente. Si assiste alle sue difficoltà creative mentre pensa alla trama di un romanzo la cui protagonista è una certa Clarissa Dalloway. Si arriva perfino a entrare nei suoi pensieri mentre cerca la morte in un fiume.
Poi c’è Clarissa, una cinquantenne americana, editor di successo che vive nella New York di oggi. Una donna che ama un’altra donna, con cui ha una relazione stabile, ma che ha anche una figlia e un amore antico e profondo per l’amico Richard, poeta e scrittore gay, malato di Aids, con cui in gioventù ha avuto una storia. Lui la chiama Signora Dalloway.
E poi c’è Laura Brown, una donna americana che vive nella Los Angeles del dopoguerra, alla fine degli anni ’40. E’ sposata, mamma di Richie e incinta di un’altra creatura. E’ insoddisfatta, vive di sogni e di letture, fantastica la fuga da una realtà che non la soddisfa, ma ama il marito e il bambino. Sta leggendo La Signora Dalloway, di Virginia Woolf.
Di queste donne si racconta una giornata, così come nel libro della Woolf si racconta di una giornata di Clarissa Dalloway. E c’è il filo conduttore che le unisce, un gomitolo magico che si dipana nel corso della lettura, ma che anche quando ti sembra di averlo afferrato poi ti sfugge. Fino al finale, che un po’ ti spiazza, ma un po’ ti sembra di averlo sempre conosciuto. E ti porta, inevitabilmente, a ricominciare la lettura dalla prima pagina per scoprire dov’era che lo avevi compreso.
L’intreccio conquista. Lo stile richiede attenzione, non è semplice, non è come bere un sorso d’acqua, ma la sensazione di freschezza che se ne ricava è simile. Di più, ti lascia qualcosa di nuovo dentro, qualcosa che ti fa pensare: ecco, c’è chi davvero sa scrivere in modo diverso.
LE ORE è anche un film. Che naturalmente non ho visto. E non so se lo vedrò, nonostante i nomi celebri scelti per interpretare le tre donne (Meryl Streep, Julianne Moore, Nicole Kidman). Perché la forza di una storia è nella magia delle parole. Le immagini, chissà, a volte sono superflue.
26/03/2005
UOMINI E DONNE
Ore 10,30. Chiamo la mia migliore amica, che abita lontano, purtroppo. Non la vedo da un anno. Non la sento da tre mesi. Ma il feeling tra noi si rinnova ogni volta che ci sentiamo. E difatti cominciamo subito una conversazione fitta fitta, come solo noi sappiamo fare, dai tempi della scuola. Tema: gli uomini. Oh, ci sono molte cose a dire in proposito, ma dipende da quale lato si osserva la cosa, quale aspetto si vuole indagare. Il sottotitolo di oggi potrebbe essere: l’uomo che non si accontenta mai. Nel senso: l’uomo che si proclama felicemente innamorato e appagato della propria moglie, che ha però una relazione stabile, appassionata, da almeno 15 anni, e nonostante questo sostiene di aver perso la testa per un’altra. Senza contare le “distrazioni” incontrate lungo il percorso. E’ un uomo che non si accontenta? E’ un uomo alla ricerca di continue rassicurazioni? Che tipo di uomo è, escludendo il malato sessuale? Le supposizioni si sprecano, di sicuro non c’è niente se non il fatto che, appunto, il soggetto in esame è un uomo. Irrecuperabile.
Tali elucubrazioni, piacevoli, divertenti, hanno richiesto un’ora e mezzo.
Ore 14,30. Appuntamento con l’estetista per il ciclo di massaggi. Meraviglia delle meraviglie. Abbandonarsi per un po’ a mani esperte e impersonali è fantastico, rilassante, ti riconcilia con il mondo. Ti dà la percezione del tuo corpo. L’estetista ha più o meno la mia età e una discreta parlantina, oltre ad un certo grado di confidenza con la sottoscritta dovuta alla simpatia reciproca. Così comincia a parlare. Argomento del giorno: gli uomini. Questa volta si apre un altro sottocapitolo, quello dell’usa e getta. Da parte delle donne. Donne che si sono liberate da un matrimonio o un legame troppo stretto e cercano una nuova anima gemella, con la paura inconfessata d’impegnarsi di nuovo. Uomini, quindi, che vengono usati, ma ne sono consapevoli e felici, salvo poche eccezioni, per qualche serata di follia. Uomini che, il più delle volte, sono ragazzi molto più giovani, quasi sempre palestrati e maniaci della forma fisica, in cerca dell’avventura con la donna esperta... Un capitolo interessante, per certi aspetti… ma che non condivido. Io sostengo il fascino dell’uomo maturo, e un po’ di pancetta o i capelli grigi non mi spaventano. L’estetista no, non è d’accordo. La discussione si anima, i massaggi si fanno un po’ più pesanti. Finisco per dare ragione alla mia amica e la mia pelle respira di sollievo.
Durata della chiacchierata massaggio: un’ora e mezzo.
Ore 17.00. Telefono a un carissimo amico che non sento da un po’. Che piacere sentire la sua voce. Convenevoli, e poi si entra nel vivo, nel cuore delle cose. Argomento: le donne. Lui è un cultore della Dea, del femminino, di quell’entità misteriosa nata per dare la vita. Adora l’universo femmina in senso lato e sostiene che se il mondo fosse governato da donne non ci sarebbero guerre. Sono d’accordo. Sottolineiamo decisamente la differente sensibilità tra uomo e donna. Io mi arrischio a sostenere che ci sono uomini con la sensibilità di una donna, pur essendo maschi in senso stretto, e gli dico che lui è uno di questi. Lo ammette, contento. Anch’io sono contenta. Ce ne fossero, in giro, di uomini così. E ci fossero meno donne simili a uomini.
Durata della conversazione filosofica: un’ora e mezzo.
Ore 20,00. Mi telefona un’amica, una collega. Si comincia a parlare di lavoro, ma si finisce con il trattare un argomento che conosciamo bene: le donne. Noi donne. I rapporti interpersonali sul lavoro, che trascendono dalla pura e semplice situazione di lavoro, per cercare l’approfondimento umano. Sì, ci sono leggere rivalità, forse, ma niente a che vedere con quelle fra uomini, sono praticamente inesistenti, più che altro qualche gelosia, incomprensioni caratteriali, pettegolezzi benevoli su una e sull’altra, consigli di comportamento per riconquistare l’amicizia. Perché noi donne ci stiamo da cani se non sentiamo ricambiate l’amicizia e la stima. L’uomo, invece, sopravvive.
Durata dell’interessante conversazione: 45 minuti.
Ore 23.00. Turno notturno con un’altra collega e parole in libertà, prima di tuffarsi nelle incombenze. Argomento: gli uomini. Oggi va così. Un argomento che non si esaurisce mai. Nuovo sotto capitolo: uomini che non si vogliono impegnare. Uomini Peter Pan che non crescono, rimangono con mammà, ma pretendono completa disponibilità. Uomini affascinanti, da cui è realmente difficile mantenere le distanze, altri un po’ meno seducenti, più noiosi, ma tutti convinti che la donna sia a loro disposizione sempre e comunque. Soprattutto in camera da letto. E poco importa se non sono liberi: si trasformano in quindicenni innamorati con l’impressionante abilità di colpire dritto al cuore. Pericolosi.
Durata di un’accesa e coinvolgente discussione sui “casi clinici” più disperati: circa due ore.
Totale delle odierne chiacchierate a tema: circa 345 minuti, pari a 5 ore e 45 minuti. Spese a cercare di capire qualcosa di più di questa misteriosa e indispensabile diversità tra maschi e femmine. Credo che di sotto capitoli ce ne siano ancora a bizzeffe, tutti da esplorare, con passione, divertimento, fiducia. Credo che, se non fosse così, vivere sarebbe una noia pazzesca. Credo che uomo e donna siano destinati a non comprendersi, alla fine, nel gioco delle coppie, ma, vuoi mettere, è così bello provarci!
22/03/2005
Quando sei così stanco, stanco, stanco, che nulla va per il suo verso.
Quando sei così stanco, stanco, stanco, che vuoi chiudere gli occhi e cancellarti dal mondo.
Quando sei così stanco, stanco, stanco che ogni cellula del tuo corpo ha esaurito l’energia vitale e fatica a sopravvivere.
Quando sei così stanco, stanco, stanco che spingere una lacrima verso l’esterno è uno sforzo sovrumano che non ti riesce, nonostante tu lo voglia disperatamente.
Quando sei così stanco, stanco, stanco, che i pensieri arrancano spossati simili a scalatori inesperti sul k2.
Quando sei così stanco, stanco, stanco che ti ritrovi la testa di piombo, le gambe inerti, il cuore gonfio e agonico, il cervello paralizzato.
Quando sei così stanco, stanco, stanco che neanche le vitamine aiutano.
Quando sei così stanco, stanco, stanco che non riesci a leggere, eppure la lettura è la tua ragione di vita.
Non è giusto. No, non è giusto.
Ma finalmente quella lacrima ha la meglio sulla tua stanchezza e vede la luce.
22/03/2005
RECENSIONE
E’ dai tempi della scuola media che non mi veniva da recensire un libro. Allora era un dovere, era il compito per le vacanze, che trasformava la gioia di leggere in una tortura. Ragazzi, ho dovuto recensire Pel di Carota e I Ragazzi della Via Paal, tanto per dare una idea.Sarà perché l’imprinting formativo ha lasciato un segno indelebile, sarà perché il libro lo merita, ma di fronte a Pare che sia, l’evento letterario dell’anno, neppure io ho potuto esimermi. Lasciatemi fare una recensione, per favore, non posso resistere. Dopo, prometto, scomparirò nell’anonimato del lettore non impegnato.
Pare che sia, dell’esordiente Marco Candida ha per sottotitolo “un romanzo verità”, quindi diamo per scontato che enunci la Verità con la maiuscola.
Tanto per cominciare è un’autobiografia, anche se pochi lo sanno. Il protagonista si chiama Marco C., cosa che induce al sospetto già dalla prima pagina. L’incipit è il seguente: “Sono ancora tanto giovane, porto i capelli lisci a caschetto e gli occhialini tondi, ma sono un uomo vissuto.”
Accidenti, ti viene spontaneo andare a guardare la foto dell’autore in quarta di copertina per vedere se corrisponde. Corrisponde. Non è Harry Potter, è Marco Candida.
Viene da chiedersi, cosa mai potrà avere la vita di un giovane neppure trentenne da avvincere e avere il gusto della Verità? Marco C. lo spiega candidamente (…) fin da subito.
Il primo capitolo è dedicato alle origini. Peraltro oscure. Marco C. rivela di essere stato trovato sotto le foglie di un cavolo nell’orto di un convento gestito da fraticelli. I frati gli hanno raccontato tante volte che aveva rischiato di finire nella pentola del minestrone insieme al cavolo. Questo fa del bambino un miracolato, un essere speciale, una specie di prescelto. Uno dei frati, l’essere più sapiente dell’universo, lo adotta, lo fa crescere col naso immerso nei libri e gli insegna i rudimenti di varie arti. Non esclusa l’arte magica, tanto da renderlo visivamente simile a Harry Potter (infatti tutti i maghetti devono somigliarsi), e gli fa prendere in mano una penna quando ancora non sa camminare. A dire il vero voleva ficcarla in un occhio del noioso sapiente, ma bisogna pur cominciare, no? E non esclusa, infine, l’arte amatoria. Infatti, una volta imparato tutto ciò che c’era da sapere di questo mondo, di quello delle fattucchiere e quello degli stregoni, il nostro giovane, ormai cresciuto, decide di dedicarsi ad altro. Sempre con il benevolo consenso dei frati adottivi, che non si capisce bene di che allegra congregazione siano, ma che ispirano tanta umana simpatia.
Il capitolo centrale del romanzo è dedicato all’esplorazione e alla conquista del mondo femminile, che si sa, è un pianeta a parte, da parte del nostro eroe. Il quale non esita a sfoderare tutto il campionario di conoscenze che gli è stato inculcato dal sapiente per giungere allo scopo. Dove non arriva la cultura, che non sempre tutto può, ci pensa la magia ad affascinare. Un banale abracadabra e il giovane Marco passa di letto in letto, beato come nessun altro. Qui il lettore viene sommerso da una tale dovizia di particolari, corredata da disegnini non proprio d’asilo, che si ha l’impressione di ripercorrere il kamasutra di lontana memoria. Meglio ancora.
Sia. Si arriva in un fiato alla terza parte del libro, il finale. Ma, e qui sta il vero colpo di genio, il finale non c’è. Racconta infatti Marco: poiché sto parlando della mia vita, e la mia vita non è ancora finita, perché diavolo dovrei inventarmi un finale? Io sono ancora presente, me la sto spassando, dopo il successo con le femmine conoscerò gloria e fama grazie a questo libro, perché dovrebbe finire tutto proprio ora? E questa è senz’altro la Verità.
Il lettore non può non rimanere estasiato di fronte a questa giusta asserzione. E del resto è un romanzo verità: ciò che vi si legge è sacrosanto. O per lo meno, “pare che sia” sacrosanto.
Sì, è un libro che coinvolge. Specie nella parte centrale, che fa venire voglia di chiedere all’autore dov’è che s’imparano tutte quelle cose lì. Lo stile passa in secondo piano di fronte alle figure, ma non disturba, sebbene talora sia superfluo.
Una parola va spesa per l’editore. Va riconosciuto alle edizioni San Paolo il coraggio dell’innovamento. Sentendo giunta l’ora di svecchiare la propria immagine, le San Paolo iniziano un nuovo percorso grazie a Pare che sia. Avranno successo sia l’autore che l’editore. Garantito.
Pare che sia edizioni san Paolo si trova sia in versione economica (4,60 euro) che tascabile (2,30 euro), sia con brossura (20 euro), che in formato enciclopedico, a lettere giganti per gli orbi e con le figure a colori e in rilevo, quasi a grandezza naturale, in un inserto centrale pieghevole (150 euro).
19/03/2005
SAN GIUSEPPE
San Giuseppe vecchierello
Cosa avete nel cestello?
Erba fresca, fresche viole
Nidi, uccelli e lieto sole!
Nel cantuccio più piccino
Ho di neve un fiocchettino
Un piattino di frittelle
E poi tante cose belle!
Mentre arriva primavera
Canto a tutti una preghiera,
la preghiera dell’amore
a Gesù nostro Signore.
Un augurio a tutti i Giuseppe e Giuseppina che conosco:
il mio capo (ehm), che è pur sempre un capo;
il mio amico di penna, preziosa compagnia;
lo zio perso di vista da anni, protagonista di diverbi familiari che ancora non conosco a fondo;
l’amico d’infanzia con il quale giocavo a cow-boy e indiani, che da grande ha giocato contro il cancro e spero che lo abbia vinto;
l’anziana signora vittima dell’amore per un figlio schiavo della droga;
il lontano parente che, beato lui, abita a Londra.
E poi i Beppe, Beppi, Peppe, Pippi, Pino, Pina, Pinuccio e i tanti altri che hanno attraversato i miei giorni e che forse ora mi sfuggono dalla memoria.
Un augurio a tutti i Giuseppe che passeranno di qua.
La festa di San Giuseppe è, per me, la festa della primavera. Come racconta la filastrocca, c’è ancora un po’ d’inverno, ma soprattutto c’è tanta speranza di cose belle, di tepore, di vita che rinasce. Adoro questa filastrocca, mi riporta a quando ero bambina, la maestra la voleva sapere a memoria e io, a distanza di anni, non l’ho mai scordata. Come non si scordano gli anni felici in un’intera esistenza.
18/03/2005
IO E L'ASPIRAPOLVERE
Ci guardiamo, io e lui, in silenzio. Sappiamo entrambi che è il nostro momento. L’ho rinviato per tutta la settimana, ma adesso non ce la faccio più. La mia casa è sempre più simile a un rudere diroccato, preda dei tempi. E' ora di impugnare l’aspirapolvere. Il quale mi osserva, dal suo angolo dietro l’armadio, con un’aria mesta ma al contempo adorante. E’ pigro come me, rimarrebbe là dietro in ozio per tutta la vita. Eppure sa, comprende, che sono io che lo faccio vivere. Per questo mi ama e mi odia.
Anch’io lo amo e lo odio. Piuttosto che usarlo m’impegno in tutt’altro: guardo la Tv, faccio una passeggiata, la spesa, le coccole, leggo. Ma arriva il momento in cui non posso più far finta di non vedere. Ho bisogno di lui. Come lui ha bisogno di me per dare un senso alla propria vita.
Coraggio, amico, diamoci dentro. Un’occhiata sconsolata ci fa comprendere quanto unire il nostro spirito e le nostre forze sia fondamentale. La polvere regna sovrana. Con la siccità che c’è in giro, per forza. Con la bella stagione non si teme di aprire le finestre, di lasciare entrare il sole. E la polvere, appunto.
Inizia il ballo, dunque. Io e l’aspirapolvere c’intendiamo alla perfezione come due vecchi amanti. Ci muoviamo all’unisono, in una danza dal gusto sensuale. Magari all’inizio dobbiamo ancora tararci uno sull’altra. Lui s’impiglia nello stipite di una porta, o sotto un mobile, rimane indietro. Mi costringe a tirarlo con tutte le mie forze, ad arrabbiarmi. Oppure, io, esausta ancora prima di cominciare, scaravento il tubo lontano e mando al diavolo lui e tutta la fatica che mi comporta averlo vicino. Ma ciò accade anche alle coppie più datate. Poi ci ritroviamo e riprendiamo il giro di danza. Evviva.
La soddisfazione reciproca, tutto sommato, è immensa. Nulla ci resiste. Nulla resiste al nostro fascino congiunto. Io dirigo la danza, lui ci mette potenza. E tutto ciò che ci circonda, quanto di sporco, aleatorio, inutile ci può essere su pavimenti e muri e angoli nascosti, è nostro.
Guarda il pelo di gatto. L’animale è in muta perenne, lascia tracce di sé dappertutto, sui divani, per terra, sulle sedie, a chili. Ma ci avviciniamo noi, volteggiando come libellule e fagocitiamo tutto, pelo e, forse, pulci.
E che dire delle ragnatele, che s’impossessano di muri e angoli, suppellettili fuori portata, piante e altro? Che dire di quei simpatici animaletti che le tessono con pazienza certosina, convinti di fornire un complemento d’arredo? Li apprezzo, davvero, come apprezzo le loro buone intenzioni. Ma lui no, non condivide. Ormai esaltato da mania d’onnipotenza passa, distrugge, uccide. Chiudo gli occhi, vigliaccamente, per dissociarmi e per scaricarmi la coscienza: io, animalista convinta (pulci a parte) complice di ragnicidio… ne avrò rimorso per sempre.
Così, in poco tempo, vediamo scomparire nelle fauci del mio partner ogni causa di possibile turbamento nell’ordine esatto e pulito delle cose. Con feroce sadismo ci avviciniamo alla polvere e la vediamo correre, disperata, impotente, incontro al proprio destino. Ci prova a resistere, a volte chiede aiuto a un refolo di vento, una piccola corrente d’aria che la trascini via, magari sopra i mobili, anziché sotto, per prolungare di un po’ la fine certa. Ma la potenza della nostra unione è implacabile e vince su tutto.
C’è un che di affascinante in questo rapporto.
Io e l’aspirapolvere ora viaggiamo in sintonia. Andiamo in crescendo, sempre più veloci, più pratici, più furiosi, smaniosi di arrivare al culmine. Lui mi segue, incantato, in ogni mossa. Mi avvolgo del suo tubo aspirante con seducente leggiadria. Quasi una lap dance, al ritmo della musica del suo motore, immersa in una nuvola leggera di pulviscolo illuminato da un raggio di sole. Fantastico.
Anche un lavoro noioso acquista un altro sapore, con la fantasia.
Abbiamo finito. Tutto luccica. La nostra danza ha portato a qualcosa di buono. Torniamo a guardarci, stanchi, soddisfatti, complici. Ci odiamo, è vero. Siamo entrambi così pigri che preferiremmo ignorarci per anni. Ma, ammettiamolo: quando c’incontriamo la nostra unione è magica.
Altro che Topolino apprendista stregone, quando dà vita a scope e secchi per non dover faticare di persona. Altro che l’umile Cenerentola, relegata ai lavori domestici come un carcerato ai lavori forzati.
Io e l’aspirapolvere, anche stavolta, ci siamo divertiti.