27/02/2005
LA RAGAZZA CON L'ORECCHINO DI PERLA

Ho appena finito di leggere questo libro. Ci ho impiegato poco, in due sere me lo sono bevuto tutto. Credo sia l’espressione più giusta per questo libro, che non si legge, ma si beve in un sorso.
La trama è nota, immagino. È’ la storia, narrata in prima persona, di una ragazza che giovanissima, e per necessità familiare, andrà a fare la serva nella numerosa famiglia di un noto pittore olandese, Johannes Veermer. Siamo alla fine del 1600, il pittore è già famoso, le sue opere giungeranno fino a noi. In circa duecento pagine si racconta di tre anni di servizio della ragazza in casa Veermer, anni in cui è costretta a subire le più disparate umiliazioni da alcuni membri della famiglia. Ma lei resiste, perché nel frattempo guadagna la fiducia del pittore e diventa la sua assistente segreta, fino a che poserà per lui per un quadro diventato famoso, “La ragazza col turbante”, che segnerà l’epilogo della storia. Una breve appendice spiegherà, in ultima, come si concluderà il rapporto di Griet, la giovane serva, con la famiglia del pittore.
Mi è piaciuto.
Al di là dello stile chiaro, quasi giornalistico, eppure non banale. Al di là della descrizione accurata dell’epoca, degli ambienti, delle distinzioni sociali (cattolici e protestanti, ricchi e poveri), della vita, insomma, nell’Olanda del XVII secolo. Al di là tutto ciò mi è piaciuta la storia.
Sarà perché sono la solita romantica. Però… è stato bello immedesimarsi in Griet. In queste due sere io sono stata Griet. Ragazza appena sedicenne, ma di grande carattere, che il ruolo di domestica non riesce a umiliare, pur nel rispetto dei ruoli. Dotata di una bellezza particolare: occhi grandissimi, capelli, si scoprirà, lunghi e ribelli, vivi, come lei, che li mortificherà per tutta la vita sotto la cuffia d’ordinanza imposta dalle convenzioni, da lei peraltro perfettamente accettate. E dotata d’intelligenza, di buon gusto innato per l’aspetto artistico delle cose della vita, tanto che arriva a dare suggerimenti al pittore, lei, pressoché analfabeta. Dotata di carattere e determinazione, scopre la passione e l’amore fisico in due persone diverse. Si concede al ragazzo che poi sposerà, ma facendolo ha in mente LUI, l’artista, e il brivido che la coglie quando la guarda in un certo modo, quando le parla appena, quando la difende dagli altri, quando le confida e le insegna il segreto dei colori. Non ci sarà mai contatto fra i due, salvo una breve carezza che lui le farà sul volto. Ma la passione di Griet per lui non avrà bisogno di contatti per alimentarsi.
E questa è una parte molto bella della storia, che tra l’altro non saprei dire se vera o frutto d’invenzione. Di certo è descritta in un modo che cattura. La sottile tensione verso l’altro, l’attrazione non dichiarata, ma vissuta a pelle, che provoca emozioni molto forti, tremori, batticuori indimenticabili e sogni impossibili. In una parola, fa sentire vivi.
E poi, diciamoci la verità, donne: chi di noi non è stata musa involontaria almeno una volta, ispirando in un uomo la nascita di una poesia, di un disegno, di un racconto o una canzone? Anche se l’artista in questione non era, o non sarebbe diventato, necessariamente il nostro compagno?… Alzi la mano chi non ne ha ricavato un piacere puro…
Ecco perché mi è piaciuto essere Griet. La sua è una storia che, sebbene di altri tempi, ci fa sognare. Perché anche nella nostra realtà ognuna di noi potrebbe essere, è, o è stata, Griet.
Libro consigliato a romantici, passionali e sognatori. Regala qualche ora di pura evasione.
So che c'è, o ci sarà, un film. Ma perchè credo che non sia la stessa cosa che leggere il romanzo?...
Per chi vuole approfondire, qui http://www.pearlearring.com
24/02/2005
OGGI GNOCCHI
Oggi ti faccio gli gnocchi, dice.
Non è una domanda, e neppure una proposta. E' un dato di fatto. Una minaccia. Metti un uomo in cucina a preparare gli gnocchi di patate e te ne pentirai.
Per cominciare, lui approfitta di una tua momentanea assenza per pelare le patate e metterle a bollire sul fuoco. Vorresti ricordargli che le patate si cucinano anche con la buccia, che così mantengono inalterati i loro nutrienti, amido, vitamine ecc. ma soprassiedi. Ormai che si è messo, è meglio lasciarlo fare. Basta badare a contenere i danni. Lui non ha mai fatto gnocchi, prima d'oggi. E questo la dice già lunga.
Al sugo ci devi pensare tu, ovviamente. Lui è troppo concentrato a preparare ciò che gli serve per quando le patate saranno pronte. Toglie l'uovo dal frigo, prepara sale e farina... perfino l'apposita tavola per impastare, che giace mezza ammuffita in cantina. Usata pochissimo. Un'occasione.
Attende impaziente che le patate si cuociano. Nel frattempo gira per la cucina come un'anima in pena. Non aveva previsto i tempi. Per ingannare la mezz'oretta o poco più che ci vuole perchè tutto sia pronto, incomincia a mangiucchiare Qualsiasi cosa. Pane, grissini, un po' di formaggio. Un residuo di prosciutto. Un biscotto e uno yogurt. Un'arancia. A questo punto, perchè fare gli gnocchi? Il pranzo se l'è già servito così! Ah, già, che stupida! Li fa per te. Che sei in dieta e potrai solo contarli nel piatto, gli gnocchi: cinque o sei? Facciamo dieci, per accontentare l'orgoglio maschile.
Finalmente, mentre ti sei liberata di ogni sorta d'avanzo, grazie alla sua nervosa attesa, le patate sono cotte! Le scola, lui, attento a non scottarsi. Malgrado tutto si scotta lo stesso e molla un porc..., quasi in contemporanea alle patate. Che per fortuna rimangono nel lavandino e non finiscono in terra. Il gatto era già in agguato. Si è mai visto un gatto che mangia patate lesse? Questo.
Recuperate le patate lui le macina, convinto e con entusiasmo. Come faccia a disseminarle in giro per la cucina passandole al setaccio, è un mistero. Ne ritroverai tracce in luoghi insospettabili anche nei prossimi giorni.
Ecce ovo. Cioè ecco l'uovo. Rosso e bianco e qualche pezzo di guscio precipitano allegramente sulle patate. Farina a pioggia. Quanta?, ti chiede ruffianamente. E come fai a rispondergli? Tu di solito vai a occhio, ti regoli con l'impasto. Glielo confessi, come una colpa, e lui sbuffa che non ti si può mai chiedere nulla, che hai i segreti di stato in cucina, che si arrangerà da solo, che è meglio che te ne vada da un'altra parte. Vorresti, ma non puoi. Primo, perchè vuoi sapere cosa ci sarà nel tuo piatto, secondo perchè devi prendere nota del casino che poi toccherà a te rimettere a posto.
La farina, in qualche modo e in quantità tot, oltre che sul pavimento, sui mobili e sulle sedie della cucina, va ad aggiungersi alle patate, all'uovo e all'abbondante sale. Poi lui comincia a impastare. Gli fa un po' schifo maneggiare l'uovo con le mani, lo vedi. Gli metti davanti, senza parlare, una forchetta. Almeno per cominciare va bene. La prende con l'aria di averti fatto un favore. E finalmente ci mette le mani nude. L'operazione continua con una certa ruvidezza. Guardi affascinata quelle mani che sanno fare tante cose: sanno riparare un motore o un rubinetto che perde, sanno accarezzare un gatto e un bimbo, e sanno come e dove toccarti, quando serve.... Ma di certo non sanno impastare.
Tuttavia l'impasto diventa omogeneo, prende consistenza, ha un'apparenza, come dire, non malvagia. Lui ha un'attimo di smarrimento. Che si fa adesso? Da dove viene la forma degli gnocchi?
Sempre con molta umiltà gli suggerisci di prelevare parti dell'impasto e di stenderle in più piccoli "salamini", come li chiami tu affettuosamente, per poi ricavarne i tocchetti che diventeranno gnocchi. Ti fulmina con lo sguardo. Certo che lo sapeva, che diamine, non occorre mica dirgli tutto.
L'impasto ad un certo punto si spappola, non regge alla sua manona che tenta di farne salamino. Ovvio, ci vuole ancora farina. Come suggerirglielo? Capace d'insinuare che troppa farina farà diventare gli gnocchi duri come palle di carabina. Vero. Ma se è poca si scioglieranno nell'acqua come neve.
Sta per perdere la pazienza e buttare i futuri gnocchi fuori dalla finestra. Allora ti avvicini, sorniona, un mezzo sorrisetto sulle labbra, lo baci teneramente, sexy quanto basta, mentre intanto con la mano trovi il sacchetto della farina, t'infili dentro e, mentre lui è distratto, tu, giuda, ne spargi un altro tot sull'impasto.
Cosa bisogna fare per poter mangiare, oggi.
Prova adesso, gli dici ammiccante. Lui è ringalluzzito, vagamente disorientato, ma riprova, e stranamente l'impasto tiene, i salamini vengono una meraviglia. Che bacio, ragazzi! E i tocchetti? Vengono anche quelli. Un po' grandi, un po' piccoli, quanto un'unghia o quanto una falange del tuo dito, non importa.
Tesoro, adesso devi passarli sulla forchetta, come faceva la nonna.
Perchè? Ti guarda stralunato. Non vanno bene così?
Sì, certo, ma così non sembrano gnocchi. Non hanno le righette nè la cavità nel mezzo, come tutti gli gnocchi che si rispettino.
Leggi il dubbio nei suoi occhi, il panico. Ti offri di aiutarlo, per mostrargli il trucco. Prendi un tocchetto, lo passi delicatamente sulla forchetta e voilà, lo gnocco è pronto. Ti guarda incantato.
Prova anche lui.
Lo gnocco si distrugge.
Amore, con più delicatezza.
Lo gnocco rimane tale e quale.
Amore, arrangiati, dice, io gli gnocchi me li mangio anche così.
Tutto come previsto. La forma classica agli gnocchi gliela dai tu. Lui, imbronciato, ha deciso che la sua giornata da chef si è conclusa qui.
L'acqua bolle. Ci versi gli gnocchi e aspetti con ansia. Non si sciolgono, resistono. Tornano a galla in fretta, disperati, ma sani. Li ripeschi, li scoli bene, li condisci con il tuo sughetto.
Amore, sono speciali...
22/02/2005
SINDROME DI STENDHAL
Nevica. Dapprima fiocchi leggeri, portati dal vento, poi fiocchi larghi, eleganti, magici.
La neve fa sognare quando viene giù così. Un po' meno quando te la ritrovi sulla strada, gelata, schiacciata, compressa, viscida e sporca. Allora ti fa solo sudare e bestemmiare, se non hai le lamellari, se non hai le catene, oppure se le hai e, come me, non le sai mettere.
In questo momento io mi perdo, sognante, nella nevicata. Guardo i fiocchi uno a uno, danzano rendendo tutto irreale. E ripenso al nostro incontro.
E' successo ieri. I nostri sguardi si sono incrociati in mezzo ad un oceano di folla e incatenati. Dio, come sei bello, mi è venuto da pensare. Se la bellezza è divina, allora quello che avevo di fronte era davvero un prodotto del padreterno. Occhi marroni, come i riccioli morbidi e la barba, un po' anni '70, che incorniciavano il volto di una dolcezza infinita.. Uno sguardo diretto esclusivamente a me. Anche se tentavo di spostarmi, un po' a disagio, il tuo sguardo m'inseguiva e mi catturava.
All'inizio è stato il rosso. Indossavi un abito, o un mantello, non so, rosso scarlatto. Rosso sangue. Una macchia di colore viva nell'oscurità del locale. Non c'era nient'altro tra tutta quella gente che spiccasse allo stesso modo. Si sa, l'inverno predilige le tonalità cupe. Cappotti, giubbotti e giacconi blu, neri, marrone. E pellicce drammaticamente vere, che ricordano in modo molto triste le vite boschive che erano state un tempo. Solo, qua e là, uno sprazzo chiaro di giubbotto di bimbo, bianco sporco o rosa pallido. Niente a che vedere con quel rosso.
Un rosso infernale, si sarebbe detto, così ardente e attraente nel buio. La prima cosa che in effetti mi aveva attratto, come una calamita attira il ferro, o il fiore l'ape, o la luna la marea. Ma poi mi sono persa nel tuo sguardo.
Continua a nevicare. I fiocchi adesso non ballano più la loro danza magica. Ora si affannano precipitosamente a terra, si schiantano in massa, un bianco suicidio collettivo. Dal quale nasce l'incanto. La campagna, dapprima solo spolverata come di zucchero a velo, adesso è rivestita di panna montata. Viene voglia di rotolarcisi in mezzo. Ma nel buio della notte, in mezzo ai fiocchi, io rivedo il tuo volto.
Un volto intenso, come non si trova in giro. I tratti marcati, ben delineati, eppure così dolci. Ti avevo osservato bene, ma tutto ciò che avevi intorno aveva perso i contorni. Mi sembra di ricordare che non fossi solo, ma non saprei descrivere chi avevi al tuo fianco. Ero prigioniera del tuo sguardo. C'era tanta sofferenza nei tuoi occhi, ma una sofferenza che sembrava imprimerti la vita. La luce di serenità era innegabile, le linee agli angoli della bocca una piega a metà tra sorriso e dolore. Gocce di sangue ti imperlavano la fronte.
Perchè cercavi proprio me?
Eppure tu di là non ti nuovevi. Ero io affascinata e anche se cercavo di sfuggirti alla fine tornavo sempre da te. A guardarti, a fissare la tua immobilità perenne. A tentare di convincermi che eri solo un quadro.
Sì, un quadro. Un dipinto su legno risalente al quattrocento, o al cinquecento. Un disegno antico, per uno sguardo e un volto moderni, reali, che sanno far innamorare.
Ora che la notte è fonda, illuminata solo dal candore della neve, io posso sognare. Rivedo il tuo volto spiccare nel buio, brillare della luce dell'arte. Chissà se un giorno ci rincontreremo. Mi mancherai.
p.s. Il quadro in questione si chiama "S.Giovanni Battista e S. Girolamo" di Alvise Vivarini
19/02/2005
TEMPO
Tempo.
Datemi il tempo.
Che fine ha fatto il mio tempo?
Il tempo vola.
Chi ha tempo non aspetti tempo.
Ma intanto il tempo se ne va...
Non c'è mai stata una cosa più sfuggente del tempo. Ridatemi il mio tempo.
Quello dei vent'anni, che sembra eterno davanti a te, che non conosce rughe o capelli bianchi. O anche quello dei trent'anni, che ancora ti concede possibilità, che ti lascia il corpo quasi come lo hai sempre avuto.
Ora come ora il tempo mi regala cambiamenti non richiesti. Ma non solo. Questa sua generosità è accompagnata da una completa sfuggevolezza.
Il tempo che ho ora non mi basta. Non mi basta per gli impegni che si accavallano, non mi basta per pensare, non mi basta per gli affetti, non basta neanche per me stessa.
Mentre con il pensiero sono ancora a ieri, e mentre credo sia ancora oggi mi accorgo che è già domani, se pure non dopodomani. Un giorno in più sulle spalle, a mia insaputa. Non è così che dovrebbe andare.
Il tempo dovrebbe essere vissuto con razionalità, con la coscienza di chi sa che il tempo sta passando ORA. Di chi vive il suo presente consapevole che è presente, diverso dal passato ormai andato e dal futuro che arriverà.
A me non succede. A me, il tempo mi travolge come un treno in piena corsa che nella notte non fa fermate. Come lo tsunami del Sud Est asiatico, che non ha guardato in faccia a nessuno ed è comunque andato dove ha voluto.
Chi ha ritrovato il tempo?
Alla ricerca del tempo perduto. Il mio, tempo perduto.
17/02/2005
OGGI SONO SULLA RIVISTA
Ci siamo, è il gran giorno.
Entro in edicola, che è anche cartoleria e libreria, saluto educatamente, faccio l'indifferente. Mi dirigo verso il settore giornali e riviste, giro intorno lo sguardo come in cerca di qualcosa, ma tanto so dove guardare. So cosa cercare. Eccola là, la Rivista. Proprio quella, sì. Quella che oggi contiene un mio racconto.
Ne siamo sicuri?...
Un dubbio mi artiglia. Sfoglio le pagine, un po' meno educatamente di prima ma con una certa frenesia, fino a che non lo trovo. Tre pagine quasi centrali; il mio nome. Tutto vero, dunque, non era un sogno.
Arraffo tre copie. Basteranno per amici e parenti? Certo che no, ma in fondo potrebbero anche comprarsela. Neanche a me la passano gratis, neppure oggi che sono diventata una collaboratrice. Una collaboratrice? Io?!!... Ma si può dire?
Si può, eccome, il mio nome appare sull'ultima pagina, quella dove sono elencati i collaboratori autentici. Continuo a non crederci.
La giovane e gentile signora che ha da poco preso in gestione il negozio mi guarda sorpresa:
"Come mai tante copie?"
Cosa le devo dire? Ancora non siamo in confidenza. Potrebbe provare a indovinare. Magari è una lettrice della Rivista. E se andasse all'ultima pagina leggerebbe il mio nome e si ricorderebbe che ce l'ha scritto da qualche parte, perchè io sono una di quei coraggiosi che sta tentando di collezionare le Garzantine, prenotandole tute le settimane. Lascio perdere e m'invento una scusa. Una commissione per amici e parenti, appunto. Leggo il dubbio nei suoi occhi e la domanda inespressa: perchè non si possono arrangiare? Ma tace.
Pago, esco.
Mi tremano un po' le gambe. Come quando vai a ritirare il responso di un esame, magari di una biopsia. Anche se sai per (quasi) certo che non c'è nulla da temere sei in ansia finchè non leggi coi tuoi occhi il verdetto. Postivo o negativo. Innocuo o maligno. Nella fattispecie, come sarà venuto il mio racconto? Resisto fino a casa, eroicamente, e intanto ripenso all'antefatto.
Tre mesi fa, circa, leggo l'invito del direttore alle lettrici di una rivista femminile di inviare i loro eventuali racconti. Sembrava un invito sincero e coincideva con la mia voglia di novità del momento. Sai quando non ne puoi più della routine? Sai quando cerchi un pretesto per costringerti a estrapolare la tua vena creativa, un po' ammuffita sotto le incombenze quotidiane? Sai quando rispondi all'impulso del momento senza ragionarci sopra?
Insomma, mi costringo a portare a termine un racconto lasciato in sospeso (le mie gestazioni sono simili a quelle dei pachidermi), raduno qualche vecchio lavoro che dormiva in un cassetto e spedisco il tutto. Materiale vario: strappalacrime e spiritoso, ispirato a fatti veri e inventato di sana pianta, in prima persona, ma anche in terza.
Cosa mi aspettavo? Confesso, una proposta di collaborazione. Non che ci credessi, ma speravo che fosse così. Un sogno come un altro. Di quelli che reputi, appunto, solo sogni. Invece, una sera...
Driin...
Il telefono.
Una voce femminile mi chiama per nome, mi chiede se sono proprio io. Rispondo affermativo, come un marine, già sbuffando e pronta a chiudere, immaginando la solita promozione telefonica. Ma quando l'interlocutrice si presenta, ammutolisco. Cerco una sedia, le gambe non mi reggono. Se non è una cabina di Cletus e non è uno scherzo, è meglio che mi sieda. Quelli della Rivista? E vogliono me?
Già. M'invitano a collaborare con loro. Per cominciare, con uno dei racconti già inviati. Che però necessita di alcune modifiche, per adeguarlo al taglio editoriale. Figuriamoci, non ci sono problemi! Anche subito!!!
Ricevo poco dopo le linee guida, chiamiamole così, e comincio a lavorare di forbici e a reinventarmi il racconto secondo le loro necessità. Ancora non credo a quanto sta accadendo. E pazienza se non si è parlato di compensi. L'onore e la gloria per la pubblicazione possono bastare, no?...
Mi viene un raccontino niente male, ma ancora un po' lungo. Non fa niente, va bene così, vediamo noi che cosa si può fare.
Dopo qualche tempo mi avvisano della data di pubblicazione e che il racconto è stato un po' modificato per esigenze d'impaginazione. Non dicono come e quanto. Per saperlo ho dovuto aspettare oggi.
Così ora sono sul divano di casa mia. Ho dovuto mettermi comoda, sempre per via della tremarella alle gambe. Cui ora si è aggiunta quella delle mani, che non riescono più a sfogliare le pagine. Arrivo bene o male al punto e...
è cambiato il titolo
è cambiato il periodo di ambientazione
ci sono tagli e rifacimenti ex-novo ovunque.
E' il mio racconto? Sembra di sì, perchè c'è il mio nome. Sembra di no, se leggo l'originale. Lo spunto è il mio. Lo stile no. Chi mi conosce lo sa. Come posso affermare che è mio? Sembra più un suo riassunto, nonostante qualche frase riportata precisa.
Sono contenta? Sì, certo. No, certo. Non so. E questo, almeno, è certo.
Sono delusa? Sì, un po'. No, perchè? Non saprei.
Ma intanto ho un nodo allo stomaco. Insomma, sono qui confusa, in balia di emozioni contrastanti. Cavoli, vedere il mio nome su una rivista comunque diffusissima è motivo d'orgoglio. E vorrei vedere il contrario. Vedere cancellata quasi ogni traccia del mio stile e del mio linguaggio, be', è un colpo basso. Anche per chi, come me, non ha mai aspirato a grosse ambizioni editoriali. Va bene l'editing, però...
Non so a cosa dare più peso. Non so cosa pensarne. O forse sì? Mah! Intanto a qualcosa sto pensando di certo. Penso al prossimo racconto. E penso che ritentare non costi nulla. Magari, almeno, la prossima volta mi pagano.
17/02/2005
14/02/2005
SAN VALENTINO
Ecco, è tornato. E' tornato San Valentino, il protettore degli innamorati. Come se gli innamorati avessero bisogno di un protettore... vivono già in un perenne stato di grazia, loro. Forse è un protettore da invocare affinchè non faccia scoppiare la coppia dopo pochi mesi, come accade di questi tempi. Non so spiegarmi infatti perchè una coppia collaudata, dopo 10 anni di fidanzamento e 2 o3 di convivenza, quando arriva al matrimonio non resiste più. Entro un anno, se va bene, i due si sono già separati.
Caro san Valentino, forse esisti apposta per questo.
Sono venuta a trovarti, l'anno scorso, a Terni. La basilica dove riposi fa un certo effetto, crea grande suggestione. Tutto inneggia agli innamorati, si sente forte la tua presenza e la tua mano alzata alla benedizione. Sai, io che mi ritenevo sicura del mio valentino a quel punto ho cominciato a dubitare: e se non fosse proprio così certo? E' meglio che invochi protezione, non si sa mai. Così ho fatto. Meglio essere prudenti. Avere un santo dalla propria parte è più saggio che non averlo. Del resto, se tu vorrai indicare qualcuno che resiste ancora insieme dopo svariati anni di vita in comune, be', accomodati: siamo qui noi.
Come sai non è sempre stato facile. Qualche volta lui ha corso il rischio di essere buttato giù da una finestra. Oppure, visto che ciò sarebbe stato difficile, data la stazza, di essere chiuso in cantina e di veder buttata via la chiave. E di certo io ho corso il rischio di essere strozzata mentre sputavo giudizi e sentenze che un uomo non vuole mai sentirsi rinfacciare. Cosa vuoi, sono i rischi che si corrono a vivere in due. Ma se sono ancora qui, e se lo è anche lui, vuol dire che c'è qualcosa che funziona nonostante tutto. Come lo chiami tu? Amore? Già.
Sai, gli ho detto l'altro giorno, un bell'uomo mi ha fatto dei complimenti. Mi ha detto che sono carina, che sono dimagrita, che sto benissimo. Un figurino. Sembrava mi vedesse per la prima volta. Sembrava Totò quando squadra una donna chinandosi a elle e comincia dalle gambe per poi risalire fino al viso, con una mimica di apprezzamento irresistibile.
Il mio valentino ha replicato: avrà bevuto.
Il mio valentino mi ama davvero.
E' usanza per la tua festa, caro san Valentino, che gli innamorati si scambino doni. Non ho ben chiaro il perchè. Pare da quando una coppia litigiosa si rivolse a te e tu invitasti alla conciliazione e al dono di una rosa. Qualcosa del genere. Un gesto molto romantico, tenero, che fa sospirare ancora oggi. Ma oggi si vive travolti dal business. Non sempre basta un fiore, i media c'invitano a spendere e spandere.
Così, caro il mio santo, poichè dopo molti anni le idee vengono a mancare, io e il mio valentino stabiliamo ogni volta quali sono i nostri desideri. Ecco cosa ha voluto lui: un piccolo trattoruccio vecchiarello. Vero, s'intende.
Il mio valentino ha gusti semplici. Al di fuori del banale consumismo.
Non ci vuole molto ad accontentarlo. Però, perdonami, mi sembrava poco romantico. E allora mi sono dissanguata a comprargli cioccolatini, che in proprozione costano più di un vecchio trattore, e gli ho perfino fatto una crostata. Con le nostre iniziali. Ahimè, sì, io sono sentimentale. Lui? Mi ha regalato uno zainetto, perchè altre borse non so portare. E cioccolatini. Non si può dire che non viaggiamo in sintonia.
E mentre penso alla fine che farà la mia linea ritrovata, probabilmente affogata nel cioccolato, rifletto che lui, naturalmente, mi regala ogni giorno se stesso.
E scusa se è poco, caro san Valentino...