01/12/2008

UOMINI CON LE PANCE

Lì per lì credo di avere sbagliato ambulatorio: ci sono così tanti uomini!
 Come mai? Fanno prevenzione?... e di che, se qui si visitano solo le donne, essendo un ambulatorio ginecologico?!
Oppure il mondo è cambiato, insieme al sesso delle persone, siamo tutti ermafroditi, o per essere moderni, transgender, insomma metà uomini e metà donne, e io non me ne sono ancora accorta?...
O forse hanno messo qui un ambulatorio andrologico per uomini di passaggio? Sai cara, visto che dovevi venire tu, ne approfitto anche io…

Da quanto tempo non metto piede in queste stanze?

Da tanto.

Questi non sono posti che amo. Mi ricordano un passato difficile e sofferente, torture fisiche e psicologiche e una condanna passata in giudicato, ormai definitiva perfino in cassazione.
Non entravo qui da tanto, tanto tempo. E non è che mi sia facilissimo farlo, ora.
Ma proprio in virtù del tempo che è passato sono entrata a testa alta e con le spalle dritte: c’è un inizio e una fine per ogni esperienza dolorosa, la mia è finita da un pezzo.

La mia assenza volontaria e prolungata da questi luoghi in questo momento mi porta a credere che nel frattempo il mondo sia stato rivoluzionato, tanto che nel regno delle donne ora si visitano anche gli uomini.
Poi però torno in me e capisco. Tutti questi uomini sono gli accompagnatori delle signore che attendono la visita. Mariti, fidanzati, compagni.

Tra le signore molti i pancioni evidenti. E gli uomini sono lì accanto, attenti e premurosi. Attendono  il miracolo moderno: gustarsi il primo video con il proprio figlio come unico protagonista.
Come su youtube, ma ancora meglio.
Nessun filmatino in rete infatti potrà mai eguagliare in emozione la prima volta che vedi un cosino lungo due o tre centimetri, nascosto nel buio di una pancia, galleggiare come un pesce e farti ciao con la mano. Non c’è padre che non interpreti il movimento fluttuante di quell’appendice così minuscola ma perfetta (guarda, ha tutte e cinque le dita!!), come un segnale cosciente di riconoscimento. Il richiamo del DNA. Una parte di me è la dentro, in quella pancia, pensa. E ne è, a ragione, assolutamente orgoglioso ed emozionato.

Ecco perché mariti fidanzati e compagni sono felici di accompagnare le loro donne dal ginecologo. Non sarebbero altrettanti entusiasti di portarle al supermercato o fare shopping. Non è esattamente la stessa cosa tirare giù un pacco di pasta dallo scaffale o spingere il carrello nella ressa, e restare invece ammutoliti nella penombra di fronte al miracolo della vita che si perpetua in un piccolo replicante.

Le signore in attesa, qui, sono ragazze, ma ci sono anche donne meno giovani, a testimonianza che quando c’è amore non si ha paura di affrontare il futuro, se questo ha le sembianze di un bambino.

Vedo un uomo con la coda di cavallo ingrigita, forse un reduce degli anni della contestazione… alto, grande e grosso, ma così premuroso nei confronti della compagna! Non esita ad affrontare il freddo e la neve per andare a pagare il ticket alla cassa, lasciando al calduccio lei, per non rischiare che si ammali. Chi lo dice che l’uomo perde virilità se guadagna in gentilezza? Non è vero!
Questo gigante gentile, vecchio hippy mai realmente invecchiato, è tenerissimo.

I ragazzi più giovani sono un tantino disorientati. Si guardano intorno un po’ a disagio, fanno i conti per la prima volta con le conseguenze delle loro azioni. Fare l’amore è splendido, ma poi, quando questo frutta, c’è tutto il contorno a cui prima non si pensa. Ma anch’essi sono emozionati, devono solo abituarsi all’idea che nulla sarà più come prima nella loro vita di coppia. Che, a giudicare dall’età di qualcuno, forse non è neppure ancora cominciata.

Sto osservando le donne che aspettano il loro turno in ambulatorio, stasera: le gestanti appartengono alle nuove generazioni, anche se sono un po’ più in là con gli anni. Sono tutte magre e curate, attente a non ingrassare un etto più del dovuto. Non ondeggiano come barche alla deriva, non si abbuffano perché “devono mangiare per due”. Indossano pantaloni attillati e dentro gli stivali, sono truccate quanto basta e portano in giro il pancione con estrema disinvoltura.
Sono sicure di sé.
I loro uomini sono più in ansia e un po’ fifoni… le future mamme fanno già allenamento con un marito da rassicurare come un altro figlio.

Ci sono anche donne più anziane, che hanno già vissuto la maternità, oppure no, chissà, e nell’ambulatorio ci vengono per sconfiggere gli spettri di una malattia grave, o per imparare a convivere con ormoni diversi da quelli conosciuti e a volte devastanti. Accompagnate da uomini che forse non capiscono in pieno il loro problema, ma che non rinunciano a stare al loro fianco.

A ognuna la sua battaglia: per la vita presente, per quella nuova che deve arrivare, per la sopravvivenza ai mutamenti del corpo.

Negli occhi delle più anziane che guardano le pance delle altre c’è sempre il rimpianto, un po’ d’invidia e tanti ricordi. Ma non manca mai un sorriso di affetto autentico per il nascituro. E quando si fanno coraggio domandano: è maschio o femmina? E partecipano solidali all’ansia dei padri, sanno già che molti di loro assisteranno in diretta alla nascita del figlio, e qualcuno si sentirà male, sverrà, un po’ per l’emozione, un po’ per tutto quel sangue… I loro uomini, invece, che sono più vecchi, ai tempi non se lo sognavano neppure d’intromettersi in quelle “cose da donna”, e non per questo sono stati cattivi compagni o genitori. È che loro non ci tenevano a condividere la pancia, non sapevano esattamente cosa c’era dentro, nessuno glielo faceva vedere. Non era cosa che li riguardasse.

I nuovi padri invece partecipano alla gravidanza come se fossero loro a portare il pancione. D’accordo, magari in sala parto bisognerà soccorrerli. Ma ci sono, sono presenti. Sono in quella carezza che sperano giunga al piccolo attraverso la parete uterina, sono nel luccicare degli occhi di fronte alle surreali immagini in bianco e nero dell’ecografia, sono nelle dita intrecciate con le dita della compagna. E chissà, forse dopo spariranno, questi giovani padri, quando il contenuto del pancione si riverserà urlando nelle notti in bianco e nei pannolini sporchi, o forse no, non si può dire ora. Lasciamoli cullare le loro pance e i loro sogni, vedremo in seguito se saranno capaci di cullare anche il bimbo.
Io credo di sì.

silenziosamente concepito da Ramona 16:39:00 Commenta:

20/11/2008

FINE DELL'INCUBO

Una grande camera da letto, quasi una camerata, letti affiancati. Ci siamo io, il mio lui, una persona che potrebbe essere sua madre e un altro distinto signore di una certa età.
Sguardi e sorrisi e ammiccamenti tra i due anziani, un timido tentativo di fare un’amicizia insperata in quella stagione della vita. Me ne accorgo, sono distesa a letto e al mio lui, che mi volta le spalle sul lettino accanto, sussurro divertita la cosa.

Si scatena l’inferno. Un giovane uomo irrompe furioso, contesta quello che ho visto, quello che ho detto, non è vero!, urla (pare che l’anziano sia suo padre).

Di colpo non c’è più nessuno, siamo io e il ragazzo. È biondo, circa 30 anni, forse meno, occhi nocciola sbarrati, viso d’angelo con i lineamenti stravolti dalla furia.
È un demonio, vuole farmi del male.
Balzo in piedi, me lo trovo vicino schiumante cattiveria, lo spingo e cerco di scappare. È una fuga in gabbia, non c’è scampo. So, sento, che mi vuole fare del male. Protende le mani ad artiglio contro di me, come nei migliori film dell’orrore. Sono terrorizzata, ma anche incazzata!! In qualche modo reagisco, di certo lo picchio, anche se non mi vedo mentre lo faccio. Ma il suo volto è una maschera di sangue, e so di essere stata io, per difendermi, a ridurlo così.

Ogni volta che lui tende le mani verso di me con l’intento di afferrarmi, lo vedo sempre più ferito e insanguinato. Sono io che lo concio così, ma non so come faccio. Continuiamo a inseguirci tra quattro mura chiuse che non hanno pareti, lui è sempre più malridotto e sempre più cattivo.
Mi dispiace vedere il suo bel viso ridotto a una poltiglia di carne e sangue, ma sono furiosa anch’io. Devo difendermi, sono stufa di subire angherie che non merito, sono stufa di scappare e di essere inseguita. È sempre lui, in volti e situazioni diversi, ma è lui, mi perseguita da anni.
Ora basta!!
Nei colpi che gli assesto, e che non vedo, sento la forza della rabbia repressa, la voglia di riscatto, la sete di libertà.
No caro mio, non mi fai più paura!

Trovo la porta d’ingresso, salgo correndo su per le scale. Mi rendo conto che in alto non c’è via d’uscita: è la terrazza della mia infanzia, piena di sole, ma da lì non posso volare via, non ho le ali. E lui sarà presto alle mie spalle, con la sua maschera di sangue e le unghie protese verso di me.
Torno giù, gli passo davanti mentre esce a sua volta dalla porta, sempre più affannato. Procedo nella discesa delle scale, faccio quasi 4 gradini per volta, con il cuore in gola, ma al tempo stesso ormai sicura di me.
Non mi prenderà.
Fuori, per strada, c’è il mio lui. E gli consegno virtualmente il mio persecutore, ormai sfinito, su cui resta ben poco da fare.

Ho vinto io.

Mi sveglio con la tachicardia, come sempre. Ma stavolta non resto paralizzata dalla paura, stavolta non è come le altre volte.

Il mio incubo ricorrente si è presentato molte volte nei miei anni verdi.
C’è sempre un uomo, ogni volta diverso, che mi rincorre per uccidermi, di solito con una lama in mano, ma non necessariamente. Talvolta scorre il sangue, non si capisce mai a chi appartiene. E io corro, corro, per non essere raggiunta, ma lui è sempre lì. E ride sguaiato, sa che mi prenderà. A volte chiudo una porta fra me e lui e lui l’attraversa con un coltello. Vuole me, vuole il mio sangue. E io riprendo a correre, o mi precipito giù per le scale.
Mi risvegliavo sudata e terrorizzata, incapace di muovere un dito per molto tempo, con il cuore nelle orecchie come deve averlo un coniglio in trappola. Quasi sempre temevo che il mostro fosse lì, nell’oscurità accanto a me e proprio come un coniglio attendevo inerme il colpo di grazia.

Da moltissimo tempo non avevo più questo incubo, lo avevo anche dimenticato. È tornato in quest’ultima versione, nel mio sonno solitamente leggero dopo il turno di notte.
Ma, come ho detto, c’è qualcosa di diverso rispetto al solito.
Questa volta ho due sensazioni precise mai avvertite prima.

Innanzi tutto ho la consapevolezza che lui, il cattivo, non mi ha neppure sfiorata. Né in questo incubo, né in quelli precedenti. Avevo la convinzione assoluta che mi avrebbe uccisa, ma in realtà, anche potendo farlo, lui non mi ha toccata. Mai. È un’illuminazione improvvisa, non ci avevo mai fatto caso, ero ciecamente convinta che se mi avesse presa mi avrebbe squartata in mille pezzi. Ero troppo terrorizzata, troppo intenta a fuggire e poi troppo paralizzata per pensare.

La seconda consapevolezza è quella della vittoria. L’ ho sconfitto! Era pesto e sanguinante e sono stata io a ridurlo così. Io che sono una non violenta nel DNA, io che solitamente subisco e fisicamente non sono in grado di fare del male a una mosca, ebbene, io ho quasi ammazzato il mio persecutore. E ogni colpo assestato, che pure non sono riuscita a vedere, conteneva tutta la mia rabbia, la disperazione, il bisogno di essere lasciata in pace!
Voglio solo vivere una vita tranquilla, in fondo, che male c’è, che ti ho fatto, perchè non me lo permetti, maledetto?!
 
Alla fine ho vinto io.

Il risveglio è stato meno traumatico del solito, perché ho avuto la percezione di essermi liberata di qualcosa o qualcuno di sgradevole, pesante, intollerabile.
La leggera tachicardia non era più accompagnata dal sudore o dal terrore, ma da un sorriso, dallo stiramento dei singoli muscoli, piacevolmente affaticati come se avessero realmente combattuto, e dal senso di benessere globale.

Ho vinto io.
Qualsiasi cosa sia stata il mio mostro (non sono tuttora in grado di identificarlo), ho vinto, l’ho lasciato pesto e sanguinante e sono molto più leggera, una piuma, una farfalla!
Certo, nel sogno ho continuato a scappare verso la salvezza, forse non sono ancora del tutto sicura di me, ma sono stata io, da sola, a salvarmi.

E ne sono fiera.

silenziosamente concepito da Ramona 04:39:00 2 Commenti

09/11/2008

SENZA OROLOGIO


E se non ci fossero gli orologi a segnare il tempo?
E se non ci fosse la sveglia a fare di te un non vivente, uno che dorme in piedi mentre ogni fibra del suo corpo reclama il sonno del giusto?
E se non ci fossero le ore, le scadenze, i minuti rubati, i secondi perduti?

 

Mi alzo quando il mio naturale ciclo sonno-veglia ha deciso che ho dormito abbastanza. Non ho orologio, non ho la sveglia, non so che ora sia. So solo che mi sveglio fresca, riposata, piena di energia. Prima di alzarmi aspetto dunque che le palpebre perdano la pesantezza del piombo e siano disposte a sollevarsi e che i pensieri fluiscano di nuovo lucidi e saettanti. Aspetto che ogni cellula muscolare risponda all’appello stiracchiandosi, allungandosi ad un piacevolissimo e pigrissimo comando.
Solo a questo punto esco dal tepore delle coperte e mi alzo, in tutta tranquillità. Potrebbero essere le 5 del mattino, o le 10, non lo so e non m’interessa.

 


Faccio colazione perché ho fame, mangio con calma assaporando il cibo, poi esco per andare al lavoro. Non mi preoccupo di timbrare un cartellino a orario, non mi preoccupo dell’ora, non mi preoccupo che il mio posto rimanga sguarnito.
Il mondo è composto da persone diversissime fra loro per abitudini e preferenze. Ci sarà sempre chi di notte non riesce a dormire e preferisce tenersi occupato, o chi si sveglia all’alba, o chi è più attivo al pomeriggio perché di mattina proprio non ce la fa. Ognuno quindi per lavorare sceglie la fascia oraria a lui “fisicamente” più congeniale, cioè quella che il suo fisico gli consente di accettare volentieri, senza subire la violenza di un orario impossibile. Qualcun altro lavorerà il resto del giorno, o della notte. E così sono coperti anche i mestieri che richiedono una turnazione giorno-notte.

 

Si rimane al proprio posto di lavoro fino a che il corpo non avverte che è giunto il momento del riposo. Può essere dopo un’ora o dopo dieci, chi lo sa; l’allenamento all’attività lavorativa non è uguale per tutti. Il proprio turno finisce quando inizia la stanchezza, concetto molto individuale e non misurabile a ore. Lo stacanovista può lavorare indefesso dall’alba al tramonto, ma per me, ad esempio, due ore sono sufficienti…

 

Il bello di non avere orologi è che il lavoro viene svolto ugualmente, ma molta più gente rimane coinvolta e nessuno si lamenta di nulla, perché se non c’è fretta non c’è stress, e se non c’è stress non c’è fatica.
Siamo tutti molto più sorridenti.

 

Mangio quando lo stomaco reclama, non quando suona il mezzodì, o il vespro. Certo, qualcun altro potrebbe aver fame in un momento diverso, ma non c’è problema: non è maleducazione mangiare in orari diversi, semplicemente è rispetto delle esigenze fisiologiche dell’organismo, che di per sé non sa contare né minuti né secondi. Un orologio naturale senza lancette ne scandisce lo scorrere del tempo.

 

La regola è:
mangia quando hai fame, dormi quando hai sonno.

 

Ho un appuntamento, ma nemmeno per questo mi serve l’ora. Per orientarci prendiamo a riferimento il sole e la sua passeggiata quotidiana: ci vediamo, per dire, quando il disco infuocato diventa rosso e si nasconde dietro la montagna. O si tuffa nel mare. Se poi uno arriva prima, non si arrabbia se deve aspettare l’altro. Non c’è fretta, nessuno ha fretta, la pazienza è la regina naturale del nuovo mondo senza le ore.

 

Non ci sono orari di punta, visto che il recarsi al lavoro è scaglionato da ritmi personalizzati, di conseguenza il traffico è scorrevole in ogni momento. E ciò ovviamente comporta un più sereno spostamento anche nelle metropoli congestionate.
Non si conosce l’ansia di far presto, che è considerata un reperto arcaico. Si arriva quando si arriva. Punto.

 

Non esiste un’ora legale e una solare. E dunque non si riscontrano stagionali malesseri da disorientamento temporale. Lo scorrere del tempo è segnato solo dal pellegrinaggio solare, o meglio, dalla rotazione del pianeta intorno al proprio asse, che ci illude che sia il sole a muoversi con il suo carro di fuoco, come avviene da milioni di anni, da prima che qualcuno inventasse l’orologio.
E del resto il primo orologio dell’antichità è stato un palo nel terreno, la lancetta l’ombra che esso proiettava alla luce del sole. Ma colui a cui venne in mente, quella volta, di misurare il tempo sotto forma di ombra, non poteva certo immaginare che questo semplice gesto presto ci avrebbe fatto diventati schiavi.
E vennero le clessidre, a ingabbiare i minuti nello scivolare della sabbia. E poi le maledette lancette.
Pazzi, poveri pazzi.

 

Senza orologio il tempo non è più ristretto, non è più a spicchi, non è mai insufficiente. È possibile fare qualsiasi cosa in qualsiasi momento, in un equilibrio fisiologico così preciso che i famosi orologi svizzeri neppure si sognano.

 

Un mondo senza fretta.
Mi muovo al rallentatore come l’uomo sulla luna.
Mi guardo il polso, non ho orologio non so che ora sia. E non m’importa.
Sorrido.

silenziosamente concepito da Ramona 04:42:00 10 Commenti

26/10/2008

AUGURI

Sono altezzosa, non racconto mai niente delle mie cose.
Ma forse sono solo riservata e temo di annoiare gli altri: io non sono così interessante da raccontarmi.

 

Sono asociale, non partecipo ai pettegolezzi.
Ma forse sono solo discreta e rispetto la privacy altrui. Non vivo di gossip e odio la superficialità dello stesso.

 

Sono misantropa, non mi mescolo nel gruppo. Acqua nell’olio.
Ma forse sono solo timida, e spesso non so come rompere il ghiaccio. Non sono brava a comunicare.

 

Me ne sto quasi sempre per conto mio.
Ma forse ho solo paura di disturbare.

 

Non leggo i libri che tutti leggono, non guardo i programmi tv che tutti guardano, non scrivo cose che tutti scrivono. Non amo massificarmi.
Ma forse ho solo una personalità diversa e gusti molto personali, né migliori né peggiori.

 

Non mi schiero con qualcuno in particolare.
Ma forse sto solo dalla parte della giustizia e dei deboli. I forti non hanno bisogno di me.

 

Sono un po’ scontrosa.
Sono abbastanza dolce. Un po’ salata.
Sono spesso fuori dal mondo, in silenzio, ma so identificarmi in chi non ha voce e scrivo per lui.

 

Non so dire ti amo, ma amo alla follia e mi sciolgo in carezze d’amore.
Sono scettica e razionale, ma romantica e passionale.

 

Io non sbaglio mai, ho sempre ragione, ma un miliardo di dubbi mi tormenta.
Sono inflessibile, ma voglio capire e so ascoltare.
Sono forte come una quercia, attraverso impavida le tempeste della vita, ma piango per un film, una canzone, per una bella storia, per la sofferenza di un vecchio gatto e del mondo.
Sono indipendente e insofferente e alle imposizioni, ma dipendo dall’amore, dall’affetto e dall’amicizia.
Ho il senso del possesso, perché do un valore affettivo a tutto, oggetti, animali e persone, ma adoro fare regali e talvolta regalo anche la mia anima.

 

Sono quella che sono, ricca di sentimento e di passioni, di scetticismo e speranze, di sogni e di fiducia, ma povera di malafede, nullatenente di cattiveria.

 

Ho imparato che gli occhi della gente mi vedono in un modo e all’esatto opposto, ma solo perché così sono io, contraddittoria come pochi, eppure coerente a me stessa.

 

E oggi è il mio compleanno.

 

Sono felice di esserci, di essere complicata eppure semplice, ingenua eppure smaliziata. Sono felice di essere come sono. Non vorrei essere diversa. Mi tengo i miei tormenti e le mie passioni, i miei sogni e i miei sbagli.
Per questo voglio festeggiarmi, oggi, guardando ancora questo video che un amico che neppure conosco di persona poco tempo fa ha voluto dedicarmi, mettendo per un istante da parte, per me, i suoi problemi, assai più importanti di me.
Ho pianto commossa per questo gesto, ho pianto per la bellissima canzone che porta il mio nome e che mi ha riportato a un mare di ricordi d’infanzia. Piangerò ancora nel rivedere il video, perché non posso farne a meno. Ma sarà un pianto ricco di emozione, da gustare felice, lacrima dopo lacrima, in questo giorno speciale.

 

Auguri, vecchia mia.

 

 

silenziosamente concepito da Ramona 07:00:00 13 Commenti

18/10/2008

FRUTTI D'AUTUNNO

Compaiono qua e là, in mezzo al verde. A volte si mimetizzano tra le foglie gialle e rosse, il tappeto dell’autunno. Sono all’ombra degli alberi quasi spogli, tra le radici di un ceppo, morto eppur capace di regalare ancora vita. Sono nei muri a sassi, fra le pietre, e in riva ad un torrente. Sono dappertutto, quasi come…funghi.

 

Ciccioni o smilzi, solitari e soddisfatti di esserlo, o fraternamente in gruppo, o in famiglia unita. Si colorano diversamente, a seconda del luogo che li ospita: possono essere marroncini come caffè, di un vivace giallo squillante, oppure rosso ruggine. Per cappello hanno un ristretto copricapo, simile alla casetta dei puffi. Oppure aprono le tese e sfoggiano una specie di sombrero, largo e accogliente. Sono molto diversi fra loro, ma li riconosci subito, lo vedi che appartengono alla stessa razza. In comune hanno una o più cinture appena sotto il cappello. Che stravaganti! Ma quella stramberia di portare una cintura così alta può salvarti la vita, perché li differenzia da parenti più cattivi.

 

Sono timidi, è vero, tendono a nascondersi. Ma a volte la vanità è più forte, non resistono, e si mostrano in tutto il loro splendore. Scovarli qua e là, nel prato o nel bosco, è una magia. Una caccia al tesoro divertente, colma di meraviglia. Non c’è chi resista  allo stupore: eccolo!, qui c’è n’è un altro!, e un altro!, guarda qui!, no qui! Ma quanti ce ne sono?? E ci si arrampica in ogni luogo, dimenticando anni e acciacchi, si scava con un bastone o a mani nude, si sfidano ortiche e serpenti, per la gioia della scoperta. Concreti eppure sfuggenti frutti d’ottobre.

 

Amano l’autunno umido, ma se piove troppo si lasciano uccidere dall’acqua e dai vermi. La loro sopravvivenza necessita di un giusto equilibrio fra secco e bagnato, fra caldo e freddo, fra sole e ombra.
Del resto crescono in fretta, ma vivono poco.
Li vedi oggi microscopici neonati, domani sono già adolescenti, e domani l’altro quasi morti. Saperli incontrare al momento giusto è un dono.

 

Sono vittime dell’ingordigia umana, di cestini avidi e di pentole voraci, che li vogliono sposare con aglio e prezzemolo, e polenta o riso per testimoni di nozze. Ma non si lasciano abbattere, non vengono mai meno. Ritornano sempre, generosi come pochi, lievemente dispettosi quando giocano a nascondino, saporiti di humus.

E ogni anno, ogni ottobre, ricomincia il gioco.

 

 

 

 

 

 

 

 

silenziosamente concepito da Ramona 19:35:00 4 Commenti

06/10/2008

SVEGLIARSI, UNA BELLA MATTINA DI OTTOBRE

Eppure ci sono anche queste giornate. Belle, limpide e fresche, in cui ti sembra di fare pendant con il mondo.
Mi sveglio e sorrido, ringrazio Qualcuno o Qualcosa perché sono viva e sto bene. Sì, certo, qualche acciacco persiste, la cefalea imperversa e la colonna vertebrale è dolorante in toto, ma che importa? Quale modo migliore per ricordarsi che ci sei e sei connesso? Che sei un essere mortale e imperfetto, brioso, vulcanico e contraddittorio, ma ti piaci ugualmente e preferisci essere così piuttosto che noioso, immortale e perfetto?

 

Mi sveglio e stiro i muscoli, li sento uno per uno, potrei identificarli e chiamarli con il loro nome, mentre ancora non ho neppure aperto gli occhi.

 

Mi alzo e sorrido ancora, perché fuori c’è il sole e tutto risplende. È una mattina di ottobre, un’altra mattina di ottobre, e quanti ottobre sono trascorsi da quando sono nata? Tra pochi giorni li conterò, non ora. Però è meraviglioso pensarci, è stupendo poterli contare… ci sono tanti, meno fortunati, che hanno smesso molto prima di contare i propri autunni.

 

Da quanto tempo non mi svegliavo sorridendo?
Da quanto tempo facevo i conti con la stanchezza per il solo fatto di aprire gli occhi?

 

Oggi mi va di cantare, scappate tutti perché sono stonata!
Sono un leone, piena di forza vitale, traboccante entusiasmo, scoppiettante di ottimismo. Il motore va al massimo, e giuro che non mi sono fumata niente, non ho assunto droghe (odio le dipendenze, tranne quella dalla cioccolata!!): è tutto naturale.
Sarà il ciclo e il rigiro degli ormoni, sarà che è bello anche sentirsi in giostra, un giorno su e uno giù, perché vivere è anche questo, un’altalena che sale e scende dal cielo. Ma ora l’ottovolante va solo su, su, in alto, fino alle stelle!
Sarà che è vero: cuor contento il ciel l’aiuta! Oggi sembra una giornata tutta al positivo.
Lavoro, scrivo, faccio e disfo, quante cose! Penso in rosa, faccio progetti, io che sono scaramantica come pochi! Riesco a non crearmi aspettative che provocherebbero in me solo delusioni e malesseri. Faccio quello che mi va di fare per il gusto di farlo.

 

Apprezzo il bene intorno a me, lo vedo e lo tocco e vorrei condividerlo con tutti, perché il bene porta solo il bene. E dove il bene non lo vedo, dove c’è indifferenza o peggio nei miei confronti, oggi riesco a sorvolare. Non mi tocca, ma in fondo non mi ha mai toccato: io la mia strada l’ho sempre seguita, nel bene e nel male.
E del resto oggi non c’è nulla che possa intaccare questa sensazione di sorriso che mi pervade. Oggi c’è il sole!

 

Sono colma di desideri e di vita, ho mille voglie! Tutti i sensi sono accesi, come quelli di un felino all’erta, languido al sole ma attento a tutto e pronto a scattare, muscoli tesi e vibranti di forza.

 

Noto tutte le piccole cose che sono segnali di vita, promesse di futuro. Due gemellini, allegramente vestiti uguali, gattini curiosi e bizzosi e teneri da morire, l’erba verde che stenta a ingiallire, un fiore cocciuto su una pianta grassa che non sente il brusco calo di temperatura.
È autunno, lo so, sta per arrivare l’inverno con il freddo e le giornate corte. Provo solo un minimo di sgomento al pensiero. Non ho fatto in tempo a godere dell’estate, che nemmeno si è fatta vedere, annegata di pioggia, e già devo dirle arrivederci… poi però penso che forse anche l’inverno mi porterà qualcosa di buono, qualche novità che avrà il suo peso nel domani.
So che quello che deciderò sarà la cosa giusta e lascio fare al mio angelo custode.

 

Ho un arcobaleno di fiducia in testa, oggi non esiste temporale o previsione meteo che possa offuscarlo.

 

Domani non lo so come sarà, la giostra è imprevedibile, ma proprio per questo così affascinante!

 

Ti voglio bene, vita.

 

silenziosamente concepito da Ramona 22:21:00 6 Commenti

30/09/2008

E COME ANDO' A PIEVE DI CENTO?


La partenza, come prevedibile, vede qualche intoppo. Dimentico a casa delle carte a mio  parere indispensabili: le mappe satellitari, un numero di telefono in caso d’imprevisti, la lettera che conferma che sì, siamo proprio io e Sansone i vincitori, nel caso qualcuno, a partire da me, non ci volesse credere. Pochi chilometri dunque e già si fa dietrofront. Non senza condirlo con una sequela di brontolii degni di un temporale. Altro che temporale, la giornata si preannuncia bella, anche se il termometro segna solo 3 gradi, qui ci sarà il sole oggi, speriamo anche a Pieve di Cento… non ho nemmeno freddo, sono accaldata dalla trepidazione.
Strada facendo ripasso il look. Il vestito è ok. Per lo meno, lo era sul manichino quando l’ho visto in vetrina. In una notte non ci si trasforma da tap a top model, dunque, nei limiti delle mie possibilità, diciamo che va bene. È viola. Ricordo che il viola non porta fortuna negli spettacoli, è visto male dalla gente di teatro e televisione. Chissenefrega, a me piace. Le scarpe le cambio per strada, prima un paio poi l’altro. Tanto, non sarò esente dal mal di piedi, quello è già preventivato.
Ho sbagliato le calze: sono di una misura più grande e mi cadono!! Non è molto elegante tirarsele su durante una cerimonia, vero? Forse, con la musica adatta, lo scenario adatto, potrei tentare la parodia di uno streap tease al contrario.
Sogno i jeans e le scarpe da ginnastica… sarebbe stato così terribile, in fondo?

 

Dopo un viaggio tranquillo, affollato da vacanzieri autostradali che a tratti hanno fatto capricci ragionevolmente affrontabili, ecco la destinazione, senza neppure sbagliare strada. Un grande albergo a 4 stelle, con annesso un ristorante altrettanto pluristellato. Manca un’ora all’appuntamento.

 

Il grazioso e gentile maitre invita a passare il tempo dell’attesa visitando una liquidazione fallimentare di capi d’abbigliamento, proprio dietro il ristorante, e fornisce il suo biglietto da visita da utilizzare per ulteriori altri sconti. Cosa che si è verificata. La generosità di questa gente, la solarità e la comunicatività sono impagabili.

 

Cominciano ad arrivare persone. In gran parte dentro l’età della saggezza, diciamo così. Un distinto signore dai capelli bianchi, con una signorilità d’altri tempi mi si avvicina e mi chiede se sono lì per il concorso. Alla mia conferma si presenta, è uno degli organizzatori. Mi chiede il titolo del mio racconto, e quando sente nominare Sansone gli si illuminano gli occhi: dice che ha divertito tutti, è piaciuto molto.
Sorrido imbarazzata, ma contenta. Sansone è speciale, lo so.
Poi mi si avvicina un’altra signora dalla chioma imbiancata e mi fa le stesse domande: è la presidente del concorso, donna energica e svelta. Anche lei fa lo stesso commento del signore di prima: “Quanto ci ha fatto divertire il suo racconto! E difatti, guardi dov’è finito…”.

 

A Sanso’, ma che hai fatto, te sei vestito da pajaccio?...

 

Però capisco qual è il senso di queste dichiarazioni, e ne sono contenta.
Si comincia a mangiare. Stuzzichini meravigliosi, in buffet, e un aperitivo dichiaratamente analcolico color verde menta, ma facendo i conti con la confusione mentale che mi ha preso subito dopo, ho qualche dubbio sull’innocuità dello stesso.
Poi ci si siede a tavola e si comincia il pranzo, offerto dal Laboratorio Culturale a partecipanti e accompagnatori. Ci saranno una sessantina di persone. Rimango colpita ancora una volta dall’età avanzata della media. Molti i capelli bianchi, pochissimi quelli che possono essere definiti “ragazzi”.
Possibile che la letteratura sia esclusiva delle persone di una certa età?
Faccio mente locale. Io i capelli bianchi ancora non ce li ho.

 

Le portate si susseguono e sono deliziose.
Un antipasto a base di affettati, un primo a base di risotto con radicchio e speck e di tortelloni bicolori che non lasciano indifferenti.
Un simpatico signore di Faenza, cinquantenne verace e abbondante fa il bis di ogni portata. C’è da non crederci, i piatti sono gia ricolmi! E intanto conversa, con la sua parlata aperta e gioviale che mette allegria. Confida che è venuto ad accompagnare la suocera, che a 87 anni si è classificata quarta nella sezione poesia dialettale. Capperi! Il mio rispetto per la cosiddetta terza età, quasi quarta, cresce a dismisura. Come si fa ad arrivare così lucidi e pieni di voglia di fare ad un punto della vita che dovrebbe essere di arrivo, e invece è spesso una vera partenza per nuovi lidi?
La signora in questione la vedo conversare di poesia con un altro amabile signore dalla barba candida e gli occhi azzurri, anch’egli, scoprirò dopo, fra i premiati con una bella poesia.

 

Fra vini regionali, tra cui un sangiovese di tutto rispetto che mi ha convinta per ben due volte, facendomi dimenticare che sono astemia, si arriva al secondo: noce di vitello con patate arrosto e sformato di zucchine. Lo sformato non riscuote grande successo, ma la carne è ottima. L’amico buongustaio chiede il bis anche di questa, che gli arriva quando i camerieri hanno ormai ritirato tutti i piatti e le posate per fare spazio alla torta.
Ed eccola, la regina: una superba torta di frutta dalla bontà indescrivibile. Non ho potuto, no, non ho potuto resistere. Anche io, solidale con l’amico, ho fatto vergognosamente il bis. Tanto il vestito era largo, chi avrebbe visto, là sotto, la mia pancia soddisfatta da tanta lussuria?
Complimenti allo chef, tutto è stato superlativo.

 

È ora di andare verso il luogo della premiazione. Una passeggiata per il centro, il clima è mite, si sta benissimo.
Il teatro comunale si chiama così perché è… all’interno del municipio! Intestato ad Alice Zeppilli, è un’autentica bomboniera, conterrà al massimo 200 posti, e perfino noi concorrenti abbiamo avuto bisogno di una specie di prenotazione, per trovare posto. Naturalmente è pienissimo.

 

Comincia la cerimonia.
Prima i discorsi ufficiali, inevitabili.
Poi le premiazioni dei ragazzi di scuola media. Sono sei, incerti se essere emozionati o disinvolti. Vengono lette le loro poesie, riesco a commuovermi. Alcune sono splendide! Come ho già avuto modo di verificare di persona, i ragazzi sanno andare al cuore delle cose, ti inducono a pensare e ti mettono i brividi addosso.

 

Ed ecco il momento che in tanti aspettano: il premio alla carriera a Luciano Erba, grande poeta del Novecento italiano. Mi ero guardata intorno molte volte, cercando di individuarlo, ma sono restata spiazzata dalla persona che faticosamente saliva i gradini del palco. Un uomo anziano, con l’andatura e l’espressione di chi combatte una lotta quotidiana con la malattia. Una pena vederlo arrancare sugli scalini, seppure aiutato, una pena vederlo arrivare con fatica al tavolo in mezzo al proscenio, una pena quel cerotto con il cotone imbevuto di disinfettante che per me è spia di un prelievo o una flebo, o una terapia endovenosa, fatta da poco. Nessuna espressione sul suo volto, ma la mente eccelsa è lucida, lo si capisce dalle poche parole di ringraziamento che seguono le lodi sperticate alla sua opera da parte del relatore.
Confesso, io non seguo molto la poesia e non conosco tantissimi poeti. Non conoscevo neanche lui, ma riconosco il genio del maestro nelle sue poesie mano a mano che vengono lette. A dispetto del corpo fragile, la mente vive e sopravvive ad altezze inarrivabili.
Overdose di applausi. Se lo merita.

 

La cerimonia prosegue. Intermezzo musicale da parte di un cantautore bolognese che canta e suona ballate alla de Andrè. Gradevolissime, ma prolungano il brodo: quand’è che tocca a me?

 

Si premia la sezione haiku, la poesia dialettale, la sezione poesia in italiano. Di ogni premiato viene letta la poesia, se presente. Due attori, un uomo e una ragazza, creano il pathos, accompagnati dal languido suono di una chitarra.
Alcune poesie sono davvero belle. Perfino quelle in dialetto emiliano-romagnolo, riesco a capirle e ad apprezzarle. Ma la cerimonia è interminabile!

 

Ci sono momenti divertenti.
Viene comunicato il nome di un poeta, sesto classificato, che non ha voluto partecipare alla cerimonia perché secondo lui la sua poesia non è stata giudicata bene, e rifiutava il posto in classifica con grande polemica. Incontentabile.
C’è un istante molto intenso, quando si scopre che la poesia vincitrice è di un detenuto, che ovviamente non può essere presente fisicamente per ritirare il premio. In sua vece una delegata che legge una lettera scritta dal detenuto stesso. Rabbrividiamo. Quelle pagine fitte vogliono essere un richiamo sul mondo delle carceri, così crudeli, così inutilmente inumane. Il poeta detenuto non si addentra sui motivi che lo hanno spinto tra quelle mura, non li contesta e non protesta, chiede solo umanità, e spera che la sua poesia serva a far arrivare un messaggio di conoscenza a coloro che vivono “fuori”.
Grandi applausi, emozioni palpabili. La poesia è quella che fa la differenza, è quella cosa che rende uomini.

 

Sì, ma quand’è che tocca a me?

 

La stanchezza si fa sentire, la sala comincia a svuotarsi.
Ma come?? Non interessa a nessuno la premiazione per la narrativa?
Io intanto mi ripasso il racconto. Chi lo leggerà? Immagino si potrà darne lettura solo di un pezzo. Saranno gli attori? O toccherà a me? Oddio, dovrei leggere in romanesco!! Mi faranno domande? Cerco di immaginare quali e preparo le risposte. Di solito sono prevedibili, ma io sono capace di fare brutte figure anche recitando il paternostro. E poi ci sono quei quattro scalini da salire… come previsto mi fanno male i piedi e anche le gambe, dopo tante ore d’immobilità. Riuscirò ad inciampare?? Sicuro! Ci scommetto, sono grande come nessuno in queste cose. Mi cadranno le calze? Spero di no, spero che col buio che c’è in sala non se ne accorga nessuno.
Comincia a battermi il cuore. Un po’ più forte.
Forse ho bisogno di un pettine, devo essere in un disordine spaventoso…

 

Ecco la graduatoria della narrativa. Dal fondo. Viene subito specificato che il racconto primo classificato non verrà letto, perché gli altri anni la gente non apprezzava, arrivava esausta alla fine della cerimonia e perdeva interesse.
Delusione.
Ma come, il mio piccolo Sansone?...
Ecco il mio nome, subito, insieme a quello di Sansone.
Mi alzo, faccio tre passi e quattro scalini senza inciampare, sento sulla pelle gli occhi della gente rimasta. Saluto la giuria, si legge velocemente la motivazione, che mi appare molto stringata.

Saluti, complimenti, consegna dei premi e arrivederci. Vengo liquidata.
Giro sui tacchi e scendo i quattro scalini senza inciampare nemmeno stavolta. Ma la delusione c’è, come negarlo? Nessuna domanda, nessuna intervista, nessuna lettura, il tempo dedicato a Sansone è stato inferiore a quello dedicato agli altri racconti, la motivazione più breve delle altre.
Possibile che non si siano trovate un po’ più di parole per spiegare perché Sansone è piaciuto, perchè ha convinto, perché ha divertito? Ma dai!

Mi sorge un dubbio: non sarà mica stata colpa del vestito viola?...

 

La cerimonia finisce, dopo i ringraziamenti generali.
Ricevo i complimenti da una deliziosa ragazza romana, anche lei premiata e visibilmente felice. Un uomo, anch’egli ha ricevuto un premio, mi si avvicina emozionato. Mi dice che “doveva” assolutamente venire a salutarmi, perché provengo dai luoghi che hanno visto nascere suo nonno, e che ha frequentato da ragazzino, luoghi che gli sono cari e che ancora viene a visitare. Ecco, voleva solo dirmi questo. Mi verrebbe da baciarlo, perché la spontaneità e la gentilezza di persone come lui, alla fine, sono quelle che veramente contano nella vita.

 

Vado via nell’aria tiepida e ancora chiara della sera. Sono stanca, con i piedi doloranti, ma felice della dolcezza di un’umanità conosciuta in nome di un vecchio gatto immaginario… se non si è parlato troppo di lui, non importa: Sansone, ormai, vivrà per sempre.

silenziosamente concepito da Ramona 13:53:00 2 Commenti

27/09/2008

NEWMAN UN MITO DA BACIARE



Lo so, prima o poi arriva. La Nera Signora non trascura nessuno, viene a trovarci, chi prima chi dopo, proprio tutti. Non è che sia cortese, il suo è un dovere e un puntiglio. Non può dimenticare nessuno. A volte sfrontata, sa essere pietosa e tempestiva, ma anche crudele. E non guarda in faccia a coloro che va a trovare. Non le importa che siano facoltosi o pezzenti, vecchi o giovani, uomini o donne, celebrità o poveri cristi.
Anche i divi ricevono la sua visita.
Oggi la Nera Signora aveva un appuntamento con il Mito.
Guarda caso, il Mito è anche uno dei miei grandi amori giovanili.
La Nera Signora ha chiuso gli occhi azzurri più famosi della storia del cinema, quelli di Paul Newman.

Paul era un mito già quando io avevo 11 anni, ma l’ho scoperto dopo. La prima cosa che ho scoperto di lui, invece, è stato il suo sorriso e la faccia da schiaffi. Un broncio che conquistava.
A 11 anni si pensa che le bambine siano solo bambine. Ma attenzione mamme: a 11 anni si può desiderare di baciare un attore di Hollywood… e non solo sognare, ma desiderarlo veramente! E si può cercare quel non so che, quel desiderio sconosciuto, in altre persone. Senza però trovarlo.

Perché, come sarebbe stato baciare quel broncio?
Cioè, avrei dovuto chiedermi come sarebbe stato baciare in generale, visto che ancora non conoscevo quella pratica misteriosa… ma non riuscivo a scindere l’atto dal soggetto in questione. Il Bacio assoluto era per me baciare Paul.

Non so, solo lui, e forse il suo collega più anziano (e più bruttarello) Humprey Bogart, riusciva a provocare un maremoto inspiegabile nelle mie emozioni ancora tutte da scoprire.
Con lui, insomma, stavo diventando grande.

In quel periodo erano di moda le grandi serie televisive dedicate agli attori celebri. Ogni lunedì sera, sul primo canale tv, c’era il film, e quando c’era la serie, ogni lunedì era il film di quel tale attore. La serie dedicata era a Newman era stata lunga. Non ricordo ora tutti i titoli, ma di certo c’era “Lassù qualcuno mi ama” e “La gatta sul tetto che scotta”, “La lunga estate calda”, “Intrigo a Stoccolma”. Dei classici che ancora adesso mettono emozione.
Io non andavo a dormire dopo Carosello. Io volevo vedere il film, in bianco e nero. Solo tempo dopo ho scoperto l’incredibile azzurro di quegli occhi. E ho cominciato a collezionare fotografie e  ritagli di giornale, in un’epoca in cui non esisteva Internet, in cui un archivio dovevi creartelo in qualche modo, con le forbici, non incasellando file in una cartella o azionando il motore di ricerca con un click. E mi sembra così incredibile che i ragazzi di oggi non lo conoscano neppure!

Newman giovane era bellissimo.
Newman quarantenne era affascinante.
Newman settantenne era una forza.
Newman ottantenne era il mito.

La Nera Signora è venuta in visita da lui, oggi. Da tanto tempo aspettava questo momento.
E io lo sapevo che era malato, lo sapevo che aveva 83 anni, lo sapevo che nessuno è immortale.
Però lui per me non morirà mai veramente.
Perché lui è per me il primo amore cinematografico, che, si sa, non si scorda mai.

silenziosamente concepito da Ramona 23:05:00 Commenta:

27/09/2008

PREPARATIVI

Il vestito è pronto?
Penso di sì. A dire il vero non ho ancora deciso cosa indossare. Sarà il lampo dell’ultimo minuto a decidere e di certo non mi soddisferà. Perché è facile indossare uno straccio qualunque quando si è più o meno delle top model. Ma se invece di top si è tap, la cosa è già più complicata. Sarò ingrassata, l’abito mi tenderà sulla pancia, o sarò dimagrita e mi si affloscerà indosso?

Scarpe o stivali?
Bella domanda. In entrambi i casi avrò un tremendo mal di piedi. Perché, sempre in riferimento al quesito di prima, le tap, per diventare top, devono indossare un tacco minimo 10 cm, possibilmente affilato. E io ce l’ho un tacco così, in entrambi i casi, perché muoio di passione per le scarpe col tacco alto. Ma le mie estremità non condividono la stessa passione e protestano ogni volta. C’è qualcosa che non va nei miei piedi. Perché tutte le donne sanno scivolare con eleganza su tacchi a spillo, che indossano anche per fare la spesa, per far footing e marcialonga, e io invece soffro da matti quando, in quelle pochissime occasioni mondane che mi capitano, provo a essere almeno un pochino vamp?
I miei piedi grideranno vendetta. Scarpe o stivali, sofferenza uguale.

Messainpiega?
Non conosco questo termine. Sarebbe quella cosa che ti fanno ai capelli quando vai dal parrucchiere, per cui dopo ti vedi peggio di prima?
Non so che farmene. I miei capelli se li mettoinpiega oggi, domani saranno inguardabili e avrò speso tot euri per niente. Meglio incolti come sempre. Io sono così, e così domani mi conosceranno.

Ho messo in carica la videocamera.
Non ho idea di come funzioni. Non so se ho cassette libere. Per metterla in carica ho seguito le istruzioni con scrupolo. Ma oltre non credo di riuscire ad andare.
Però domani ho bisogno di una ripresa, mica ci ritorno in quel posto in cui andrò, non mi concederanno un replay!!
Mi affido ad un operatore volenteroso, sono nelle sue mani.

Ho messo in carica le pile ricaricabili per la digitale.
Eh, sì, mica bastano le riprese. Voglio anche qualche foto. Sai, per sfogliare l’album dei ricordi, fra qualche anno. È più comodo un album, che ricominciare a studiare le istruzioni della fotocamera. Il mio fotografo ufficiale è un po’ distratto e spesso combina guai. Ti prego, almeno una foto falla bene! Quand’è che mi capita più un evento come questo?

Ho messo in carica il cellulare.
Non si può, no, proprio non si può, mettersi in viaggio col cellulare scarico.
E poi, ricevere magari un messaggio in quel momento, non può che far piacere. I momenti di gioia vanno condivisi ancor più che quelli tristi. Sarò felice di avere un contatto col mio mondo mentre me ne starò beata e un po’ sorpresa sotto i riflettori, come un topo nel formaggio.

Ho stampato la mappa stradale. Anche quella satellitare.
E l’itinerario Michelin consigliato. Il tutto mi ha dissanguato la cartuccia a colori, che almeno ne valga la pena! È facile perdersi, non sarebbe la prima volta che capita. E io devo arrivare puntuale. Mi aspettano.

Sono pronta?
Bè, non posso completare il restauro stasera e poi andare a dormire, quello devo farlo domani. Mannaggia, spero di non fare tardi solo per cercare di rendermi un po’ più presentabile. Dovrò mascherare le occhiaie che questa notte che s’appressa mi lascerà in volto, perché già lo so che starò là a contare un gregge infinito di pecore senza riuscire a dormire.
E domani devo ricordarmi di non bere, nemmeno acqua, o il viaggio sarà costellato di tappe nei bagni degli autogrill. Per non parlare poi dell’eventualità che mi scappi la pipì durante la cerimonia. Orrore!
No, domani non si beve. I cammelli resistono mesi senza acqua. Attingerò anche io alle mie riserve e dimenticherò di riempire quel sacchetto che si chiama vescica, e che si fa sentire sempre al momento sbagliato. Domani sarò un cammello.

Ci sarà traffico per strada?
Ci saranno incidenti? Andrà tutto liscio?
Il terrorismo autostradale contribuisce ad crescere le mie ansie. Io adoro viaggiare, andrei in giro per il mondo senza escludere nessun Paese, nessuna terra straniera. Ma vorrei farlo con il teletrasporto. Il viaggio in sé mi preoccupa. No, che dico. Mi terrorizza.
Automobilisti della domenica, fate i bravi, domani. Non suicidatevi e non vi curate di me che vado dritto per la mia strada.
Mi aspettano. È un’occasione importante.

Non capita tutti i giorni di ritirare un premio di grande interesse come questo.
Sì, mi è successo altre volte, dovrei essere rodata. Ma non è così. Nemmeno alle cose belle ci si fa l’abitudine.

Domani, dunque. Pieve di Cento, arrivo.

 

 

silenziosamente concepito da Ramona 20:32:00 Commenta:

14/09/2008

IL PITTORE E IL PESCE A PORDENONE, IO C'ERO

Io di arte moderna non ci capisco niente. Di arte in genere, non ci capisco. Quando a me piace una cosa, non so dire se mi piace perché è artistica, se ha un valore per questo, o no; mi piace e basta.
Insomma, ripeto, di arte non ne capisco.

 

Allora perché sobbarcarsi una settantina di chilometri in macchina, da qui a Pordenone, sotto il diluvio universale, sbagliando continuamente strada, incontrando incidenti e imbottigliamenti e un’esagerazione di semafori che hanno decretato un ritardo inesorabile, solo per andare a vedere l’inaugurazione della mostra di Carlo Dalcielo?

 

Per vari motivi.

 

Intanto, una mostra che si chiama IL PITTORE E IL PESCE merita di essere vista solo per il titolo. Cosa mai vorrà dire?! Che c’azzecca un pittore con un pesce?

 

Io lo so che c’azzecca, per questo ci sono andata.
Il pittore e il pesce è una poesia. Una poesia vera, intendo.
La mostra è una mostra, un’esposizione di opere, e con la poesia omonima ci azzecca proprio.
La mostra è la poesia stessa.

 

Una poesia e un po’ di quadri. Parole e immagini.

 

La poesia è l’ultima opera in versi, scritta prima della morte, del grande scrittore Raymond Carver. Un piccolo racconto, più che una poesia, così suggestivo che sembrava aspettasse solo di essere… illustrato.
Così è stato. Ben 55 artisti si sono riuniti sotto le ali di Carlo Dalcielo e hanno dato libero sfogo al proprio estro.
Dalcielo è un giovane artista nemmeno trentenne che… non esiste. Immaginario e concreto ha però firmato questo lavoro che ora sto andando a vedere.
Lo so che lui non esiste ma io lo voglio conoscere, ed è un buon motivo per andare alla mostra.

 

Che il tutto sia stato curato, seguito, ideato da un certo Giulio Mozzi, è un altro dei motivi che inducono a uscire di casa in ritardo, sotto la pioggia, a percorrere 70 chilometri sotto i lampi. Di sicuro non sarà una banalità.

 

Un altro buon motivo per andarci è che più vicino a casa questa mostra per ora non la fanno, perciò tanto vale imbarcarsi su tutti quei chilometri bagnati e sacramentati.

 

Partenza da casa: in ritardo, causa un visitatore inaspettato e un po’ importuno. Perdonato, è un tizio troppo simpatico.

 

La strada. È fatta per essere persa. Più la si perde, meno ci si annoia. Forse si litiga un po’ di più, ma solo per ravvivare l’atmosfera. Del resto è risaputo che quando ci tieni ad arrivare puntuale il destino ti fa sempre lo sgambetto perché ciò non avvenga. Si chiama allenamento ad affrontare gli imprevisti. Sottotitolo: impara ad organizzarti meglio.

 

Il tempo. Se non è da lupi, che gusto c’è? Guarda bene, Noè sta preparando l’arca. Pioggia lampi e fulmini. Una saetta nel cielo mi riporta a un verso che è un ulteriore richiamo verso l’esposizione. No, non è che lo sappia a memoria, però so che c’è, è nella poesia che è diventata visiva. Quando arriverò so che lo ritroverò, e allora leggerò una cosa così:

 

“[…] I lampi andavano e venivano.
I lampi scoccavano nel cielo
Come ricordi, come rivelazioni.”

Qui è tutto un fiorire di lampi e rivelazioni, dunque è la serata giusta per la mostra.
Il clima fa il climax.

 

Si arriva in città, dopo 2000 semafori rossi (le rotatorie sono futuro, qui non esistono). Qualche ulteriore giravolta e si cerca via Garibaldi. Trovata. Graziosissima via centrale di passeggio. Dove sono il pittore e il pesce? Lì, dove vedi un tappeto giallo di benvenuto fuori dalla porta. Il fiatone per la corsa, il timore di arrivare a messa finita e invece… varcare la soglia giusto quando Giulio Mozzi, organizzatore e curatore dell’evento insieme al suo complice, il pittore Bruno Lorini, si cala nel ruolo di cicerone illuminando con le sue spiegazioni una folla di attenti discepoli.
Giusto in tempo!
Ad averlo voluto cronometrare, a volerlo fare di proposito, il destino non sarebbe stato così magnanimo.

 

Giulio spiega e io ricordo i versi. Li ho visti, come mi aspettavo, campeggiano in una gigantografia all’inizio del percorso. Ma io li avevo già letti e un po’ di queste opere le avevo già guardate nel volume che le raccoglie, una guida per invogliare ancora di più ad andare a vedere dal vivo questo strano connubio tra versi e immagini.

 

Il percorso dal vivo non delude, è pure meglio del libro.
Non sai se guardare le opere leggendo i versi o leggere i versi guardando le opere, ma di certo le due cose sono inscindibili.
I versi raccontano una storia e le opere raccontano la stessa storia, illustrandone le parole.


 
In effetti il grande lavoro di Carlo Dalcielo, questo artista che non c’è, è stato quello di sviscerare la storia fotogramma per fotogramma, ricreandone una sceneggiatura. Tutti quegli artisti, reali o immaginari che siano, hanno risposto ad un preciso invito e hanno trasformato le parole in visione, nella massima libertà.
Non ci sono solo quadri, infatti. Ci sono fumetti, video, autoritratti, fotografie. C’è un’opera costituita da tanti pezzi di legno che ne conservano ancora il profumo. C’è un impermeabile (vero) appeso. C’è un bellissimo lampo realizzato con un tubo al neon su sfondo scuro punteggiato da stelle luminose, e anche il mini filmato di un vero lampo che squarcia la notte. Ci sono disegni sfumati in bianco e nero dal sapore di sogno e ci sono colori vivaci. C’è un cuore rosso in trasparenza attraverso un costato di carta che sembra un centrino.
Detto così può sembrare un’astrusità partorita da un artista schizzato. Ma provando ad accostare ad ogni visione sviscerata un verso preciso, il tutto acquista un senso suggestivo. E ogni opera, già di per sé comunque apprezzabile quanto a originalità, diventa un tassello prezioso nel percorso obbligato che la poesia ti induce a seguire.

 

Lo sapevo io che non poteva essere banale.
Lo sapevo che c’era un tocco di genio in chi che ha ideato la cosa.

 

Va bene, mi sono bagnata, ho fatto quasi 150 km tra andata e ritorno (di più se consideriamo la strada sbagliata) e sono arrivata in ritardo, però ho visto qualcosa di nuovo e affascinante. Mi sono fermata a riflettere su ogni quadro e ho “visto”, con un piccolo brivido, la parte di storia che raccontava.
E poi ho partecipato ad un rinfresco eccezionale con tante cose buone che mi hanno riportato ad argomenti assai più prosaici… perché l’arte sì nutre l’anima, ma un ottimo tramezzino o una tartina delicatissima, così come gli invitanti cestelli di frutta al caramello, possono nutrire in modo altrettanto artistico una parte di noi un po’ meno effimera.

 

Saluti e baci e complimenti, si ritorna a casa.
Contenti e satolli, corpo e mente assai soddisfatti e rilassati.
Valeva la pena.
Ho conosciuto un pittore che non c’è e ho visto il salto del pesce nella notte.

 

Un ricordo fotografico della cerimonia di inaugurazione: a guardare bene, ma proprio bene, io ero proprio lì, in prima fila…

 

Per chi invece non conosce né il pittore né il pesce, ecco la poesia per intero, con la grande tristezza iniziale trasformata in un ricco carico di immagini da non dimenticare.

 

 

IL PITTORE E IL PESCE
(di Raymond Carver)

Tutto il giorno aveva lavorato come un treno.
Dipingeva per dipingere, sul serio, le pennellate
una dietro l’altra come una macchina. Poi fece uno squillo
a casa. E questo fu quanto. Fine della storia,
aveva detto lei. Lui tremava come una foglia. E ricominciò
a fumare. Si sdraiò un po’ ma poi si rialzò,
subito. Come faceva a dormire se la sua compagna lo sbeffeggiava
dicendo che il tempo stava per finire? Andò in macchina
fino in città. Ma non per bere.
No, fece due passi. Passò accanto a una segheria
chiamata «La segheria». Odore di legname
appena tagliato, luci dappertutto, uomini che guidavano
furgoncini ed elevatori, che si davano un gran da fare.
Legname ammucchiato fino al soffitto del magazzino,
lo stridere e lo sferragliare del macchinario. Abbastanza
facile da ricordare, pensò lui. Continuò
a camminare, ora pioveva, una pioggia leggera che vuole
fare il possibile per non dare troppo fastidio
a nessuno e chiede in cambio solo
che non la si dimentichi. Il pittore
si tirò su il bavero e disse tra sé e sé
che non se ne sarebbe dimenticato. Arrivò davanti a un edificio illuminato
dove, in una stanza, c’erano degli uomini che giocavano
a carte attorno a un grande tavolo. Un tizio
con il berretto stava alla finestra e guardava
fuori tra la pioggia mentre fumava
la pipa. Anche quella era un’immagine che non
voleva dimenticare, ma poi
al pensiero seguente si strinse
nelle spalle. A che serviva?
Continuò a camminare finché arrivò al pontile
con i suoi piloni mezzi marci. La pioggia cadeva
più forte ora. Sibilava quando colpiva
l’acqua. I lampi andavano e venivano.
I lampi scoccavano nel cielo
come ricordi, come rivelazioni. Proprio
quando era sul punto di disperare,
un pesce saltò fuori dall’acqua
scura sotto il pontile e ricadde in acqua
e poi venne su di nuovo come una saetta
per ergersi sulla coda e scrollarsi tutto!
Il pittore poteva a stento credere
ai suoi occhi, alle sue orecchie! Aveva appena
avuto un segno – anche se la fede non c’entrava
niente. La bocca gli si spalancò
di colpo. Quando raggiunse casa
aveva smesso di fumare e raccolse
il pennello. Era pronto a ricominciare,
ma non sapeva se una sola
tela sarebbe bastata per contenere tutto. Non
importa. Avrebbe continuato
su un’altra tela, se necessario.
O tutto o niente. Lampi, acqua,
pesce, sigarette, carte, macchinari,
il cuore umano, quel vecchio porto.
Anche le labbra della donna contro
il ricevitore, anche quelle.
Le sue labbra arricciate.

 

 

 

silenziosamente concepito da Ramona 20:01:00 5 Commenti
... e qui ci lavoro!
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