13/11/2009
LA CA', I RACCONTI DEL RESEGONE (DI MARCO SIMI) - un regalo per me dalla Rete

Si spendono molte parole per criticare la Rete. La Rete è pericolosa, porta a illusioni, a relazioni effimere o pericolose. Non c’è molto di buono nella Rete e quel poco va valutato attentamente.
Non dico che non sia vero.
Da quando navigo in questo mare virtuale ho incontrato un po’ di tutto. Ma non mi sento di demonizzare completamente questo fantastico mezzo di comunicazione e informazione.
Certo, le relazioni si fanno virtuali, il che spesso equivale ad effimere. Amici che vanno, amici che vengono… magari anche amori che vanno e vengono.
Le mie esperienze personali mi hanno portato a prendere ciò che la Rete mi offre con slancio e prudenza e, dopo qualche batosta, a non soffrire per eventuali delusioni. La Rete ingoia ciò che prima ti ha regalato, spesso a ritmo vertiginoso.
Sia. Non per questo bisogna tirarsi indietro, la Rete è il mondo intero, oggi, e anche di più, e noi ne facciamo parte.
La Rete porta ogni tanto delle sorprese impagabili.
Vorrei regalarti un libro.
Una mail, un giorno, mi annuncia questo desiderio.
Mi piacerebbe che lo leggessi. È di un caro amico, parla di cose semplici, come fai tu. Io penso che ti conquisterebbe.
Un regalo da qualcuno che nemmeno conosco, se non per pseudonimo.
Un regalo senza secondi fini, con la semplicità delle persone sincere e motivazioni spiazzanti.
Va bene, ho detto, sorpresa.
Un libro è sempre ben accetto. E questa voglia di donarlo proprio a me, senza altro scopo che non quello di farmi una cosa gradita, di condividere qualcosa di bello, m’impressiona e mi commuove. C’è ancora del buono, a questo mondo.
C’è qualcuno che offre e non chiede nulla.
Ma che libro sarà mai? Chi l’ha scritto? Di che parla?
I misteri si risolvono presto.
Il libretto, piccolino ma ben curato, s’intitola La Ca’, i racconti del Resegone, edito da Itaca editore. L’autore è un certo Marco Simi.
Ok, mi dico, non è un best seller, non ho visto recensioni in giro, i lit-blog non ne parlano, l’autore mi è sconosciuto.
La cosa m’intriga ancora di più e cerco informazioni. Ne ricevo in parte dal generoso amico che mi ha fatto questo bel dono, in parte vado da me. Perché la Rete, madre e matrigna, non nasconde nulla e ti dice tutto quello che vuoi sapere.
Marco Simi è un personaggio notevole. Anzi, purtroppo bisogna dire che lo è stato, perché è mancato in una giornata di primavera del 2004, improvvisamente, a soli 46 anni. Lasciando, come si dice, un gran vuoto in chi lo conosceva. Dalla Rete e dal risvolto di copertina giunge la descrizione di un uomo buono, disponibile, che si metteva letteralmente al servizio degli altri. Ha creato, nella sua breve vita, associazioni umanitarie per bambini in difficoltà, ha aperto le porte della sua casa a una serie di affidi regalando la serenità a creature sbandate. Con la famiglia in cui è cresciuto ha dato asilo e conforto a ragazzi tossicodipendenti. Ha affrontato serenamente le battaglie contro la malattia della figlia e le vicende d’ingiustizie legali legate a una delle figlie in affido.
Un uomo normale, ma forte e pieno di iniziative, schietto e onesto. Come la montagna.
E del resto Marco Simi era un uomo di montagna.
Aveva trascorso buona parte della sua vita di ragazzo e poi di adulto, sulle montagne, in particolare sul Resegone, dove la sua famiglia aveva una casa, o una baita, un autentico buen ritiro.
Il Resegone io non lo conoscevo, ma anche qui la Rete amica ha rimediato alla mia ignoranza. Montagna piccola fra le montagne, nemmeno 2000 metri, dall’aspetto tipico a “denti di sega” da cui probabilmente il nome, tra le province di Lecco e Bergamo. Piccola e famosa, visto che viene nominata anche dal Manzoni nel romanzo per eccellenza, I Promessi Sposi:
La costiera, formata dal deposito di tre grossi torrenti, scende appoggiata a due monti contigui, l'uno detto di san Martino, l'altro, con voce lombarda, il Resegone, dai molti suoi cocuzzoli in fila, che in vero lo fanno somigliare a una sega: talché non è chi, al primo vederlo, purché sia di fronte, come per esempio di su le mura di Milano che guardano a settentrione, non lo discerna tosto, a un tal contrassegno, in quella lunga e vasta giogaia, dagli altri monti di nome più oscuro e di forma più comune.
Montagna a tutti gli effetti, col bosco, la neve sulle vette, la vita semplice e antica.
La quotidianità rassicurante della gente montanara, appunto, era rimasta nella pelle a Marco, che, dotato di evidente e grande creatività, aveva voluto fissare sulla carta (o sulle pagine di un computer, chissà), i suoi ricordi e le piccole grandi cose di un ambiente a rischio di estinzione.
Per chi abita in città la vita in montagna ha del folkloristico, si può sperimentare per una vacanza, ma poi è così rilassante tornare a tutte le comodità urbane.
Chi però ci nasce e ci vive, poi la montagna se la ritrova nel sangue. Non sa allontanarsene.
E chi ha il dono di saper raccontare, racconta.
Un racconto di piccole cose quello di Marco: ricordi, qualche riflessione, descrizioni di un angolo di paradiso incontaminato, di momenti belli, divertenti, magari anche commoventi, vissuti nella Ca’, dove il tempo si è fermato, e la modernità ci arriva sì, ma quasi di striscio e non sempre benvoluta. Racconti brevissimi, una pagina o due, da assaporare con calma, con i ritmi lenti della montagna stessa. Perché ci vuole il tempo giusto per fermarsi a leggere la descrizione di un piccolo corso d’acqua che noi da soli non degneremmo di un’occhiata. O la scoperta delle castagne ancora dentro ai loro ricci. O la preparazione dei fagioli con la cipolla: sembra una roba semplice da fare, ma bisogna metterci il cuore, e a seguire la ricetta di Marco si sente l’acquolina in bocca. Un po’ meno, forse, quando si parla di un certo minestrone, più saporito del solito a causa di… due candele cadute inavvertitamente, e sciolte, nel pentolone durante la cottura a fuoco lento. Gli amici non lo sanno, però giurano che quello era il minestrone più buono che abbiano mai mangiato!
Cuor gentile anche nella narrazione, Marco Simi, persino nel descrivere di situazioni ben poco romantiche, ma estremamente naturali, come il problema dell’evacuazione intestinale quando si va per monti… e vi assicuro che non è un problema da poco! Ma la sua ironia leggera assolve questo compito in modo garbato.
Mi sono ritrovata in molte delle situazioni descritte da Marco (no, non quella dell’evacuazione, giuro!!). Io sono nata al mare, e il mare è sempre nei miei pensieri, ma la montagna è la mia casa ormai da tanto, tanto tempo, forse c’è sempre stata, perché un po’ del mio DNA contiene geni che sopravvivono sopra i 2000 metri. Nel corso di tutti questi anni ho attraversato boschi, raccolto funghi, mangiato polenta fatta sul fuoco, ho visto animali selvatici, ho attraversato corsi d’acqua corrente e limpida, sono andata lentamente e in silenzio per i sentieri, ho ascoltato i racconti di vecchi boscaioli e di chi ha vissuto la guerra da partigiano, ho visto un mondo fantastico da vette altissime e le nuvole sotto di me.
Ho apprezzato questi racconti che sebbene nati nel nord ovest dell’arco alpino, sono così simili a quelli del nord est che conosco meglio.
Lo stile di Marco è colto e semplice allo stesso tempo, non privo di personalità, come del resto lo era lui: a testimoniarlo, in coda ai racconti l’omelia del parroco al suo funerale, e la prefazione di Antonio Socci, noto giornalista e scrittore.
Insomma, è un libretto, questo dei racconti del Resegone, di cui forse i media non parleranno mai. O non con i toni che siamo abituati a sentire: non provocherà schieramenti, non riceverà onorificenze più o meno discutibili, non vedrà vendite stellari e di certo non diventerà il caso letterario dell’anno.
Non importa.
Nella bufera delle polemiche intellettuali e dei grandi numeri, c’è posto anche per una brezza leggera e fuori dal coro: la voce di Marco, da qualunque posto arrivi, aiuta a respirare.
Un grazie a chi me lo ha fatto conoscere.
(Questa lettura inaugura anche il mio nuovo scaffale in Bottega di Lettura, che da pochissimo ha cambiato casa: andate a visitarla qui. )
01/11/2009
HALLOWEEN?

Una decina di bambini in maschera suonano alla porta. Fantasmi con lenzuolo, streghe con il cappellaccio e scheletri ben in carne, quasi tutti con una maschera di cartone sul viso.
Dolcetto o scherzetto?
Per carità, quella volta che non ero in casa lo scherzetto era stato piuttosto antipatico: farina, zucchero e riso sparsi in abbondanza davanti alla porta. Meglio cedere subito.
Non sono molto preparata, questa festa mi sfugge, non fa parte delle mie tradizioni. Ma in casa la cioccolata non manca quasi mai. Se vogliono il dolcetto, saranno accontentati.
Mi affretto a prelevare una tavoletta di adoratissimo cioccolato fondente e la consegno ai bambini.
Per me è un sacrificio non da poco, la cioccolata è una passione senza rimedio e senza sconti.
La mia droga.
Mi sento un tossicodipendente che regali una dose, sapendo di rischiare l’astinenza.
Ma sono bambini, stanno giocando, sono contenta di farli contenti.
Allungo la tavoletta (che proprio non vuole lasciare le mie mani, oltre che la mia dispensa) ad un biondino con gli occhi azzurri che si solleva la maschera e apre la borsa che tiene in mano, mostrando che è vuota. È molto carino e gli dico che poi divida con gli altri. Intendevo dire alla fine, naturalmente, immaginando che tutto il raccolto venisse diviso equamente.
Lui guarda il misero bottino che gli ho appena consegnato, poi si rivolge al gruppo e alle due mamme che lo accompagnano, travestite anch’esse, ma che si vede vorrebbero essere lontane mille miglia da lì, e dice, con un tono disgustato:
“Ehi, dobbiamo dividere una tavoletta di cioccolata...”
Mi sento un po’ verme per giunta schifosamente tirchio.
Ma richiudo la porta e saluto, senza ricevere neanche un grazie.
Rimugino sulla liceità di questa festa che manda i piccoli a mendicare porta a porta con una sorta di ricatto; per non parlare delle minacce, sia pure scherzose. E continuo a pensare che è una festa, chiamiamola così, che non mi piace.
Suona ancora il campanello di casa.
E chi è adesso?
Apro.
Dolcetto o scherzetto?
Ancora?!
Un altro gruppetto di bambini ancora più piccoli dei primi, sempre con quelle lugubri maschere, tutti con le borse aperte a chiedere il dolcetto.
Aiuto!
La mia dispensa è seriamente minacciata, ma non posso che arrendermi, rassegnata.
Prelevo un’altra tavoletta di cioccolata, stavolta al gusto aranciato, una raffinatezza, aggiungo dei mandarini e spedisco fuori di casa i bimbi, che pure così conciati sono teneri teneri.
E loro sì, carini, almeno mi ringraziano.
Richiudo la porta e vado in cucina.
Davanti alla dispensa vuota di cioccolata mi si stringe il cuore.
Avrò evitato gli scherzetti, certo, ma...
Uscendo di casa trovo davanti alla porta un biglietto scritto da una mano infantile. C’è scritto: “Va’ a ca**re, mostro!”
Scritte anche sui vetri appannati della mia auto, ossessivi come in un film dell’orrore. “Dolcetto, scherzetto!!!!!!!!”
Non è un incubo, ma forse è peggio.
E forse era meglio se la cioccolata me la mangiavo io.
silenziosamente concepito da Ramona 21:31:00
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29/10/2009
GUARDARE, E NON VEDERE, UN CORPO
La signora parla e mi racconta la sua storia, così travagliata. Io l’ascolto un po’ per dovere, visto che lei entra oggi nel mio reparto e alcune domande sono la prassi per inquadrare la situazione. E un po’ l’ascolto perché ogni persona è una vicenda a sé, un’avventura unica al mondo, simile a tante altre ma mai identica.La mia nuova paziente ha poco più di una sessantina d’anni e da quasi venti lotta con il cancro. Gli ha sacrificato una parte di sé, quando ancora la mastectomia totale era obbligatoria e senza rimedio. Oggi invece la donna non perde i pezzi quando affronta la stessa sorte, quello che le viene tolto le viene poi ricostruito, perchè non perda dignità e autostima e soprattutto speranza.
Ma allora usava così, e la signora racconta serenamente la propria odissea.
La chemioterapia, poi la recidiva, poi la complicazione del catetere per la chemio rotto (“mai successo prima, signorina, mai!”), la cardiopatia che consegue alla terapia (lei non dice proprio così, parla di scompensi di cuore, ma io so perché li ha avuti, gli scompensi).
E ora di nuovo un nuovo ciclo e un nuovo scompenso.
Non mi rivela perché sta facendo un altro ciclo di terapie, quasi volesse ignorarlo per prima, ma anche questo mi è facile ricavarlo dalla documentazione.
Metastasi.
Scaccio anch’io per un po’ questo pensiero e vado avanti.
Raccolgo dati, eseguo un prelievo, misuro la pressione, rassicuro, sorrido, faccio un elettrocardiogramma.
Faccio un elettrocardiogramma.
È il giorno dopo, ritorno dalla stessa signora, che mi saluta, contenta di rivedere me e la mia gentilezza. Le devo fare un nuovo elettrocardiogramma.
Lei si prepara e continua a sorridere tranquilla, nascondendo l’ansia.
Quando alza la maglia vedo lo scempio del suo corpo: là dove una volta c’era il simbolo del suo essere donna, ora c’è una lunga cicatrice e il vuoto.
E di colpo mi sento male.
Perché io ieri questo orrore non l’ho visto! Io che ho fatto l’elettrocardiogramma allo stesso modo di sempre, così come lo sto facendo ora, io che ho avuto sotto gli occhi lo stesso corpo, la stessa superficie di pelle, io che sapevo quella storia, che la stavo ascoltando in diretta, io questa cicatrice, questo vuoto, non li ho visti.
Non riesco a capacitarmi. È come se vedessi la nudità offesa di questa donna per la prima volta. Ma non è la prima volta, l’ho vista anche ieri, perché ora mi appare come nuova?
Non è una mancanza di memoria, dato che ricordo tutto di ieri.
È una mancanza di attenzione.
E questo mi spaventa.
Ne ho visti a decine di corpi come questo. Mi sono forse assuefatta? Tanto da non notarli più quando mi capitano sotto le mani? Neppure quando li maneggio?
Non mi era mai capitato finora.
Sono forse stanca?
Ho ascoltato dalla voce della donna il calvario che ha attraversato, ma la mia mente in contemporanea non ha registrato il messaggio che stava ricevendo dagli occhi.
La mia mente, in realtà, viaggiava nel tempo e seguiva di persona le tappe pregresse della sofferenza.
Di questa storia non ho dimenticato niente, ogni particolare mi ha scavato dentro. Ho solo dimenticato di “vedere” il corpo vivo davanti a me. Un corpo di sangue e carne che parlava con il suo solo esserci, senza parole inutili.
Mi chiedo perché è successo.
Forse mi sono troppo immedesimata e ho perso il contatto con la realtà oggettiva, inseguendo invece il dolore del ricordo.
Non lo so.
Voglio solo sperare che non sia perché mi sono abituata agli orrori. Non ci si può abituare alla sofferenza, non si deve, neppure quando la si incontra tutti i giorni.
La signora tossisce, sorride, allontana da sé lo spettro che da vent’anni l’assilla, è rassegnata alla lotta anche se non vuole sapere contro cosa combatte, cerca una rassicurazione.
Io guardo la sua cicatrice e la “vedo”.
Vedo anche la storia futura, quella che avverrà, quello che nessuno mi ha raccontato, ma che è dentro ogni singola cellula di questo corpo ignorato.
Ho un nodo in gola, ma sorrido anche io.
Ci sono, sono presente, connessa e operativa.
26/10/2009
ANCORA UN COMPLEANNO

Ed è arrivato anche stavolta, come sempre illuminato da un certo numero di candeline, in crescita di anno in anno.
E sì che 365 giorni prima sembra una scommessa chiedersi: tornerà o non tornerà?
Il fatto è che niente è più scontato, ormai. Non è detto che essere giovani sia garanzia di lunga vita. E non è detto che si resti giovani per sempre, anzi, direi proprio il contrario: si nasce per invecchiare, si invecchia per tornare bambini, si muore per rinascere. Ma anche questa è filosofia spicciola, niente di ponderabile, di così concreto.
In tutta questa insicurezza, aspirare ad un altro compleanno il giorno in cui si compiono gli anni mi sembra una somma e legittima aspirazione. Ma mai una certezza.
Comunque sia, è tornato.
Il mio compleanno è, ancora una volta, qui. Per soffiare con me sulle candeline un po’ affollate dell’ennesima, gustosissima torta della mia vita.
In un anno quante cose possono cambiare…
Io sembro la stessa dell’anno scorso: complessa ma semplice, contraddittoria eppure coerente, forte ma fragile, determinata e indecisa….
Sono sempre io, uguale a un anno fa.
Eppure nessuno resta uguale a se stesso, nel tempo.
Davanti a questa torta, naturalmente al cioccolato fondente, mi perdo in pensieri e riflessioni. Che scema, invece di tuffarmi sul cioccolato, mi metto a pensare... e non è forse anche questo un segno della mutazione dei tempi??
Dove sto andando?, mi chiedo.
A volte mi sembra di aver smarrito il tempo e forse la strada.
Da qualche parte c’è ancora il bandolo che conduce alla mia voglia, al mio bisogno di scrivere. Però è come se lo avessi perso lungo il cammino, in uno qualunque di tutti questi giorni che mi sono messa alle spalle.
Sono certa che è là, da qualche parte, che mi sta aspettando. In questo labirinto di vita l’ho temporaneamente smarrito nel tempo che non ho.
Tempo tempo tempo.
Se un regalo potessi chiedere, oggi che è la mia festa, è il mio tempo.
Non so dove si sia perduto, ma se lo riavessi indietro lo utilizzerei per me, per fermarmi, per tornare a osservare il mondo reale, le piccole cose attorno a me.
Forse sono cambiata in questo, sono travolta dalla corsa di un treno e non riesco più a scendere.
Medito davanti alle candeline accese, che non mi decido a spegnere. È così bella una torta al cioccolato illuminata dal fuoco di tante (quante???) candeline rosa.
Il cioccolato fondente è amaro, ma una torta non lo è mai. Si sposa con un piccolo quantitativo di zucchero e il risultato è… più che commestibile. Una goduria.
Ma sì.
Non è una torta al cioccolato anche la vita?
Le amarezze ci sono, ma la dolcezza pure, ed il tutto si amalgama per consentirci di vivere in bilico tra lacrima e sorriso, leccandoci le labbra e sputando il veleno.
Un compleanno fa mi mancava quello che ho incontrato un compleanno dopo. Tutto quello che c’è stato nel mezzo mi ha un po’ cambiata, perché noi esseri umani non ci fermiamo mai, facciamo esperienze, ci capitano cose e per forza si cambia. A volte in bene, a volte in male.
Nello slalom tra le candeline in questo ultimo anno ho incontrato un po’ di amaro. Sofferenze e delusioni cocenti; ho avuto anche delle perdite negli affetti, e la salute ora si fa sentire quando manca… sì, ci sono stati dei cambiamenti, a ben vedere. Sono un po’ più disillusa, un tantino più cinica. Sono molto più stanca.
Ma nonostante tutto, quanta dolcezza ho incontrato! Quanto affetto, simpatia e coccole che compaiono, nuovi di zecca, o resistono, inossidabili, da un compleanno all’altro. Quanto amore, tutto per me.
La mia vita in fondo è davvero uguale a questa torta al cioccolato. Non so resisterle. L’amaro del fondente ha un retrogusto che non si può non apprezzare, anzi, è una piccola droga che ti regala la dipendenza del vivere. E in questo, dopo tutto, non sono mai cambiata.
Dovrei esprimere un desiderio, prima di soffiare sulle fiammelle. A dire il vero ne avrei ancora più di uno, piccoli grandi sogni e speranze, che in fondo non sono impossibili. Perché sarò più cinica e realista, ma mi capita di sognare ancora…
Chissà se posso osare e aspirare ad ognuno di questi desideri, che diventino tutti realtà.
Ma sì, io ci provo.
Prendo fiato, ci penso intensamente e soffio forte: le candeline rosa, che pure sono tante, si spengono tutte.
Sorrido, un dito già affondato nella cioccolata.
silenziosamente concepito da Ramona 06:00:00
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10/10/2009
SONO L'ULTIMO A SCENDERE (E ALTRE STORIE CREDIBILI)
Sono l’ultimo a scendere.Non mi sarei mai persa questo libro, che già dal titolo sento

così vicino a me. Anche io, infatti, sono sempre l’ultima a scendere. Non tanto nella pratica: nei miei viaggi in treno infatti sono la prima ad appressarsi alla porta, sia nel salire che nello scendere; questioni ormai note di lentezza da bradipi e di imbranataggine nel trasportare il bagaglio, di solito sproporzionato, mi suggeriscono di prendermi per tempo, onde evitare di essere linciata dalla folla viaggiante.
Piuttosto sono sempre l’ultima a capire come stanno le cose, l’ultima a entrare nella realtà, persa in un mondo contemplativo e fantasioso: l’ultima in tutto, quella che cade sempre dalle nuvole.
E dunque, un titolo intrigante come quello del recentissimo libro di Giulio Mozzi, edito da Mondadori, non avrebbe mai potuto non invogliarmi, anche se il senso, in questo caso, vuole essere un altro.
O no?
Comunque non basta certo un titolo a conquistare un lettore. E non basta, spesso, neppure l’amicizia con l’autore.
Un libro deve saper colpire e affondare, nel bene e nel male. Nel senso che deve saper lasciare un segno, una risata, una riflessione, un dolore, in chi lo legge. E finora mai un testo di Mozzi è passato sotto ai miei occhi senza lasciare un solco.
Io questo libro lo leggevo da prima che nascesse.
Lo leggevo sotto forma del diario pubblico, cioè online, di giuliomozzi (come lui ama firmarsi). Lo leggevo tutti i giorni, da quando ne ero venuta a conoscenza.
E in effetti Sono l’ultimo a scendere (e altre storie credibili) non è che un estratto di quel diario in rete, un tentativo di ricavarne il meglio di. Ma è così difficile fare una cernita di anni di aneddoti, personaggi, gag e quant’altro, che secondo me si può parlare proprio solo di tentativo. Moltissima altra vita è rimasta nelle pagine virtuali di quel diario pubblico, e come si può dire che non avesse meritato anch’essa di finire in carta?
Per tornare al diario.
Un diario dovrebbe aiutarti a capire di più la persona che lo scrive. Io lo leggevo per capire meglio la personalità di uno scrittore, conosciuto per caso, che stava diventando un amico. Così come ho letto in seguito molti dei suoi racconti. Ma mentre i racconti, che pure contengono una notevole traccia dell’anima di chi li ha scritti, hanno una struttura narrativa spesso lunga e complessa, che portano all’introspezione, alla riflessione, al riconoscimento di sentimenti a volte dolorosi per entrambi, per chi scrive e per chi legge, il diario pubblico aveva, ha, una forma completamente diversa.
Vi sono descritti, con amabile umorismo, fatti di ordinaria e oggettiva quotidianità, che nulla hanno di ordinario né di oggettivo.
C’è la vita ordinaria e straordinaria di uno scrittore che per vivere fa il consulente editoriale per una casa editrice e partecipa a innumerevoli convegni e corsi in giro per l’Italia, spostandosi solo con treni e pullman. Questo mestiere bello e difficile lo porta a contatto con una umanità quanto mai variopinta e assurda, che ha talmente tanto dell’impossibile, che ti viene da pensare che non può che essere inventata.
E può darsi che lo sia, inventata, almeno in parte, come spiega lo stesso autore nella post-fazione. Tuttavia c’è anche del vero, sostiene Mozzi, così inframmezzato alla finzione che non si riesce a distinguere le due cose.
Io so che è davvero così.
Di viaggi in treno sono maestra anch’io, sono per così dire nata su un treno, essendo figlia di un capotreno. E da quando ho cominciato a spostarmi da sola, da quando ho cominciato ad osservare la gente e a considerarla fonte inestinguibile di materia prima per una narrazione (e da ben prima di entrare inpuntadipiedi nel mondo letterario), so perfettamente che certe cose succedono realmente, o possono accadere, e certi personaggi esistono sul serio, o possono esistere. Li puoi incontrare da un momento all’altro, o forse li hai già incontrati in uno qualunque dei tuoi viaggi. Basta solo saperli guardare con occhi diversi, meno prosaici, liberare la fantasia e colorare con pastelli personali ciò che accade, le facce che incroci.
E loro vivono.
Chi è che non ha mai avuto a che fare, com’è raccontato ironicamente nel libro, con ragazzi poco educati che sbraitano parolacce al telefonino rendendo tutti partecipi dei fatti loro? Chi non ha mai incontrato un controllare pignolo, o uno chiacchierone, o uno equivoco, o uno nervoso? E qualcuno ha mai visto una persona alimentata tramite PEG (sondino in pancia) durante un viaggio in treno? No?
Strano.
E due poliziotti di nome Giusè e Tonino, un po’ severi un po’ comprensivi che a forza d’incontrarti e chiederti i documenti finiscono per confidarti i loro umanissimi problemi?
Nessuno li ha mai incontrati?
Eppure esistono.
D’altro canto chi non ha mai incontrato un compagno di viaggio come il Giulio Mozzi protagonista del diario (alter ego irresistibile di quello vero), così amorfo, quasi in preda ad uno stupor psichiatrico, che interpellato risponde a una domanda con altre domande, polemico tranquillo senza neppure volerlo essere, e che perfino nella gentilezza risulta talmente scostante da far innervosire il proprio interlocutore?
Vabbè, forse, e per fortuna, non ce ne sono poi tanti, di personaggi come questo Giulio… ma io non escluderei d’incontrarne, prima o poi.
Questo fantomatico Giulio incontra di tutto anche nei momenti più banali e più quotidiani. Alla fermata dell’autobus, ai tavolini di un bar, mentre si reca ad un appuntamento. Uomini e donne normali, ma che talvolta, per caratteristiche proprie o delle circostanze, si fa fatica a definire tali. E comunque sempre indimenticabili.
Come indimenticabili, surreali, sono le telefonate che il povero Giulio riceve, e che spesso somigliano così tanto a quelle che tutti riceviamo dai call center. Solo che in queste telefonate, già assurde di per sé, il ricevente Giulio innesta un dialogo spiazzante che mette in difficoltà l’operatore o l’operatrice. Quello che tutti vorremmo essere in grado di fare, una volta o l’altra, sperando di liberarci dalle tanto importune chiamate.
Dialoghi surreali, incontri assurdi, circostanze banali ma anomale. Invenzione o realtà, ti ritrovi immerso fino al collo, ci sei dentro senza scampo. Perché sono perfettamente credibili anche nella loro incredibilità.
Io almeno, quando le leggevo in rete, ci credevo quasi sempre. Immaginavo cioè che da un fatto reale la fantasia dello scrittore sapesse ricavarne un aneddoto gustoso, divertente, raccontato ad arte in modo ambiguo.
Eppure ci sono cose che neppure oggi credo siano inventate, ma penso che facciano parte del Mozzi uomo più di quanto lui stesso voglia far capire. Sono alcune riflessioni che sanno troppo di verità, perché riguardano la sua vita privata: gli amici persi, morti per malattia o suicidio; la tristezza del troppo frequente risveglio in fredde camere d’albergo, tanto perfette da non poterne più; quel senso di vuoto che un creativo avverte più di chiunque altro negli inevitabili momenti di impasse, quando mancano “cose” che riempiano la vita per farti sentire felice.
Questo e molto di più era presente anche nel diario pubblico che lo scrittore metteva a disposizione dei suoi lettori. Io sono felicissima di averlo ritrovato, almeno in parte, sotto forma di libro.
Non è che un libro, certo.
Un libro di piccole grandi storie, credibili o meno, per divertirsi o riflettere.
Per imparare a scendere per ultimi, per guardarsi meglio attorno, e magari guardare il nostro vicino, quello con cui dividiamo un pezzo di vita, un pezzo di viaggio, con gli occhi che in fondo abbiamo tutti: quelli della fantasia.
silenziosamente concepito da Ramona 20:44:00
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