13/11/2009

LA CA', I RACCONTI DEL RESEGONE (DI MARCO SIMI) - un regalo per me dalla Rete


Si  spendono molte parole per criticare la Rete. La Rete è pericolosa, porta a illusioni, a relazioni effimere o pericolose. Non c’è molto di buono nella Rete e quel poco va valutato attentamente.

Non dico che non sia vero.
Da quando navigo in questo mare virtuale ho incontrato un po’ di tutto. Ma non mi sento di demonizzare completamente questo fantastico mezzo di comunicazione e informazione.
Certo, le relazioni si fanno virtuali, il che spesso equivale ad effimere. Amici che vanno, amici che vengono… magari anche amori che vanno e vengono.
Le mie esperienze personali mi hanno portato a prendere ciò che la Rete mi offre con slancio e prudenza e, dopo qualche batosta, a non soffrire per eventuali delusioni. La Rete ingoia ciò che prima ti ha regalato, spesso a ritmo vertiginoso.

Sia. Non per questo bisogna tirarsi indietro, la Rete è il mondo intero, oggi, e anche di più, e noi ne facciamo parte.

La Rete porta ogni tanto delle sorprese impagabili.

Vorrei regalarti un libro.
Una mail, un giorno, mi annuncia questo desiderio.
Mi piacerebbe che lo leggessi. È di un caro amico, parla di cose semplici, come fai tu. Io penso che ti conquisterebbe.

Un regalo da qualcuno che nemmeno conosco, se non per pseudonimo.
Un regalo senza secondi fini, con la semplicità delle persone sincere e motivazioni spiazzanti.
Va bene, ho detto, sorpresa.
Un libro è sempre ben accetto. E questa voglia di donarlo proprio a me, senza altro scopo che non quello di farmi una cosa gradita, di condividere qualcosa di bello, m’impressiona e mi commuove. C’è ancora del buono, a questo mondo.
C’è qualcuno che offre e non chiede nulla.
 
Ma che libro sarà mai? Chi l’ha scritto? Di che parla?

I misteri si risolvono presto.
Il libretto, piccolino ma ben curato, s’intitola La Ca’, i racconti del Resegone, edito da Itaca editore. L’autore è un certo Marco Simi.
Ok, mi dico, non è un best seller, non ho visto recensioni in giro, i lit-blog non ne parlano, l’autore mi è sconosciuto.
La cosa m’intriga ancora di più e cerco informazioni. Ne ricevo in parte dal generoso amico che mi ha fatto questo bel dono, in parte vado da me. Perché la Rete, madre e matrigna, non nasconde nulla e ti dice tutto quello che vuoi sapere.

Marco Simi è un personaggio notevole. Anzi, purtroppo bisogna dire che lo è stato, perché è mancato in una giornata di primavera del 2004, improvvisamente, a soli 46 anni. Lasciando, come si dice, un gran vuoto in chi lo conosceva. Dalla Rete e dal risvolto di copertina giunge la descrizione di un uomo buono, disponibile, che si metteva letteralmente al servizio degli altri. Ha creato, nella sua breve vita, associazioni umanitarie per bambini in difficoltà, ha aperto le porte della sua casa a una serie di affidi regalando la serenità a creature sbandate. Con la famiglia in cui è cresciuto ha dato asilo e conforto a ragazzi tossicodipendenti. Ha affrontato serenamente le battaglie contro la malattia della figlia e le vicende d’ingiustizie legali legate a una delle figlie in affido.
Un uomo normale, ma forte e pieno di iniziative, schietto e onesto. Come la montagna.
E del resto Marco Simi era un uomo di montagna.

Aveva trascorso buona parte della sua vita di ragazzo e poi di adulto, sulle montagne, in particolare sul Resegone, dove la sua famiglia aveva una casa, o una baita, un autentico buen ritiro.
Il Resegone io non lo conoscevo, ma anche qui la Rete amica ha rimediato alla mia ignoranza. Montagna piccola fra le montagne, nemmeno 2000 metri, dall’aspetto tipico a “denti di sega” da cui probabilmente il nome, tra le province di Lecco e Bergamo. Piccola e famosa, visto che viene nominata anche dal Manzoni nel romanzo per eccellenza, I Promessi Sposi:

La costiera, formata dal deposito di tre grossi torrenti, scende appoggiata a due monti contigui, l'uno detto di san Martino, l'altro, con voce lombarda, il Resegone, dai molti suoi cocuzzoli in fila, che in vero lo fanno somigliare a una sega: talché non è chi, al primo vederlo, purché sia di fronte, come per esempio di su le mura di Milano che guardano a settentrione, non lo discerna tosto, a un tal contrassegno, in quella lunga e vasta giogaia, dagli altri monti di nome più oscuro e di forma più comune.

Montagna a tutti gli effetti, col bosco, la neve sulle vette, la vita semplice e antica.

La quotidianità rassicurante della gente montanara, appunto, era rimasta nella pelle a Marco, che, dotato di evidente e grande creatività, aveva voluto fissare sulla carta (o sulle pagine di un computer, chissà), i suoi ricordi e le piccole grandi cose di un ambiente a rischio di estinzione.
Per chi abita in città la vita in montagna ha del folkloristico, si può sperimentare per una vacanza, ma poi è così rilassante tornare a tutte le comodità urbane.
Chi però ci nasce e ci vive, poi la montagna se la ritrova nel sangue. Non sa allontanarsene.
E chi ha il dono di saper raccontare, racconta.

Un racconto di piccole cose quello di Marco: ricordi, qualche riflessione, descrizioni di un angolo di paradiso incontaminato, di momenti belli, divertenti, magari anche commoventi, vissuti nella Ca’, dove il tempo si è fermato, e la modernità ci arriva sì, ma quasi di striscio e non sempre benvoluta. Racconti brevissimi, una pagina o due, da assaporare con calma, con i ritmi lenti della montagna stessa. Perché ci vuole il tempo giusto per fermarsi a leggere la descrizione di un piccolo corso d’acqua che noi da soli non degneremmo di un’occhiata. O la scoperta delle castagne ancora dentro ai loro ricci. O la preparazione dei fagioli con la cipolla: sembra una roba semplice da fare, ma bisogna metterci il cuore, e a seguire la ricetta di Marco si sente l’acquolina in bocca. Un po’ meno, forse, quando si parla di un certo minestrone, più saporito del solito a causa di… due candele cadute inavvertitamente, e sciolte, nel pentolone durante la cottura a fuoco lento. Gli amici non lo sanno, però giurano che quello era il minestrone più buono che abbiano mai mangiato!

Cuor gentile anche nella narrazione, Marco Simi, persino nel descrivere di situazioni ben poco romantiche, ma estremamente naturali, come il problema dell’evacuazione intestinale quando si va per monti… e vi assicuro che non è un problema da poco! Ma la sua ironia leggera assolve questo compito in modo garbato.

Mi sono ritrovata in molte delle situazioni descritte da Marco (no, non quella dell’evacuazione, giuro!!). Io sono nata al mare, e il mare è sempre nei miei pensieri, ma la montagna è la mia casa ormai da tanto, tanto tempo, forse c’è sempre stata, perché un po’ del mio DNA contiene geni che sopravvivono sopra i 2000 metri. Nel  corso di tutti questi anni ho attraversato boschi, raccolto funghi, mangiato polenta fatta sul fuoco, ho visto animali selvatici, ho attraversato corsi d’acqua corrente e limpida, sono andata lentamente e in silenzio per i sentieri, ho ascoltato i racconti di vecchi boscaioli e di chi ha vissuto la guerra da partigiano, ho visto un mondo fantastico da vette altissime e le nuvole sotto di me.
Ho apprezzato questi racconti che sebbene nati nel nord ovest dell’arco alpino, sono così simili a quelli del nord est che conosco meglio.

Lo stile di Marco è colto e semplice allo stesso tempo, non privo di personalità, come del resto lo era lui: a testimoniarlo, in coda ai racconti l’omelia del parroco al suo funerale, e la prefazione di Antonio Socci, noto giornalista e scrittore.

Insomma, è un libretto, questo dei racconti del Resegone, di cui forse i media non parleranno mai. O non con i toni che siamo abituati a sentire: non provocherà schieramenti, non riceverà onorificenze più o meno discutibili, non vedrà vendite stellari e di certo non diventerà il caso letterario dell’anno.

Non importa.

Nella bufera delle polemiche intellettuali e dei grandi numeri, c’è posto anche per una brezza leggera e fuori dal coro: la voce di Marco, da qualunque posto arrivi, aiuta a respirare.

Un grazie a chi me lo ha fatto conoscere.


(Questa lettura inaugura anche il mio nuovo scaffale in Bottega di Lettura, che da pochissimo ha cambiato casa: andate a visitarla qui. )
silenziosamente concepito da Ramona 20:14:00 Commenta:

01/11/2009

HALLOWEEN?


Una decina di bambini in maschera suonano alla porta. Fantasmi con lenzuolo, streghe con il cappellaccio e scheletri ben in carne, quasi tutti con una maschera di cartone sul viso.
Dolcetto o scherzetto?
Per carità, quella volta che non ero in casa lo scherzetto era stato piuttosto antipatico: farina, zucchero e riso sparsi in abbondanza davanti alla porta. Meglio cedere subito.
Non sono molto preparata, questa festa mi sfugge, non fa parte delle mie tradizioni. Ma in casa la cioccolata non manca quasi mai. Se vogliono il dolcetto, saranno accontentati.

Mi affretto a prelevare una tavoletta di adoratissimo cioccolato fondente e la consegno ai bambini.
Per me è un sacrificio non da poco, la cioccolata è una passione senza rimedio e senza sconti.
La mia droga.
Mi sento un tossicodipendente che regali una dose, sapendo di rischiare l’astinenza.
Ma sono bambini, stanno giocando, sono contenta di farli contenti.

Allungo la tavoletta (che proprio non vuole lasciare le mie mani, oltre che la mia dispensa) ad un biondino con gli occhi azzurri che si solleva la maschera e apre la borsa che tiene in mano, mostrando che è vuota. È molto carino e gli dico che poi divida con gli altri. Intendevo dire alla fine, naturalmente, immaginando che tutto il raccolto venisse diviso equamente.

Lui guarda il misero bottino che gli ho appena consegnato, poi si rivolge al gruppo e alle due mamme che lo accompagnano, travestite anch’esse, ma  che si vede vorrebbero essere lontane mille miglia da lì, e dice, con un tono disgustato:
“Ehi, dobbiamo dividere una tavoletta di cioccolata...”

Mi sento un po’ verme per giunta schifosamente tirchio.
Ma richiudo la porta e saluto, senza ricevere neanche un grazie.

Rimugino sulla liceità di questa festa che manda i piccoli a mendicare porta a porta con una sorta di ricatto; per non parlare delle minacce, sia pure scherzose. E continuo a pensare che è una festa, chiamiamola così, che non mi piace.

Suona ancora il campanello di casa.
E chi è adesso?
Apro.
Dolcetto o scherzetto?

Ancora?!

Un altro gruppetto di bambini ancora più piccoli dei primi, sempre con quelle lugubri maschere, tutti con le borse aperte a chiedere il dolcetto.
Aiuto!
La mia dispensa è seriamente minacciata, ma non posso che arrendermi, rassegnata.

Prelevo un’altra tavoletta di cioccolata, stavolta al gusto aranciato, una raffinatezza, aggiungo dei mandarini e spedisco fuori di casa i bimbi, che pure così conciati sono teneri teneri.
E loro sì, carini, almeno mi ringraziano.

Richiudo la porta e vado in cucina.
Davanti alla dispensa vuota di cioccolata mi si stringe il cuore.
Avrò evitato gli scherzetti, certo, ma...

Uscendo di casa trovo davanti alla porta un biglietto scritto da una mano infantile. C’è scritto: “Va’ a ca**re, mostro!”
Scritte anche sui vetri appannati della mia auto, ossessivi come in un film dell’orrore. “Dolcetto, scherzetto!!!!!!!!”

Non è un incubo, ma forse è peggio.
E forse era meglio se la cioccolata me la mangiavo io.
silenziosamente concepito da Ramona 21:31:00 2 Commenti

29/10/2009

GUARDARE, E NON VEDERE, UN CORPO

La signora parla e mi racconta la sua storia, così travagliata. Io l’ascolto un po’ per dovere, visto che lei entra oggi nel mio reparto e alcune domande sono la prassi per inquadrare la situazione. E un po’ l’ascolto perché ogni persona è una vicenda a sé, un’avventura unica al mondo, simile a tante altre ma mai identica.
La mia nuova paziente ha poco più di una sessantina d’anni e da  quasi venti lotta con il cancro. Gli ha sacrificato una parte di sé, quando ancora la mastectomia totale era obbligatoria e senza rimedio. Oggi invece la donna non perde i pezzi quando affronta la stessa sorte, quello che le viene tolto le viene poi ricostruito, perchè non perda dignità e autostima e soprattutto speranza.
Ma allora usava così, e la signora racconta serenamente la propria odissea.

La chemioterapia, poi la recidiva, poi la complicazione del catetere per la chemio rotto (“mai successo prima, signorina, mai!”), la cardiopatia che consegue alla terapia (lei non dice proprio così, parla di scompensi di cuore, ma io so perché li ha avuti, gli scompensi).
E ora di nuovo un nuovo ciclo e un nuovo scompenso.
Non mi rivela perché sta facendo un altro ciclo di terapie, quasi volesse ignorarlo per prima, ma anche questo mi è facile ricavarlo dalla documentazione.
Metastasi.

Scaccio anch’io per un po’ questo pensiero e vado avanti.
Raccolgo dati, eseguo un prelievo, misuro la pressione, rassicuro, sorrido, faccio un elettrocardiogramma.

Faccio un elettrocardiogramma.

È il giorno dopo, ritorno dalla stessa signora, che mi saluta, contenta di rivedere me e la mia gentilezza. Le devo fare un nuovo elettrocardiogramma.
Lei si prepara e continua a sorridere tranquilla, nascondendo l’ansia.
Quando alza la maglia vedo lo scempio del suo corpo: là dove una volta c’era il simbolo del suo essere donna, ora c’è una lunga cicatrice e il vuoto.
E di colpo mi sento male.

Perché io ieri questo orrore non l’ho visto! Io che ho fatto l’elettrocardiogramma allo stesso modo di sempre, così come lo sto facendo ora, io che ho avuto sotto gli occhi lo stesso corpo, la stessa superficie di pelle, io che sapevo quella storia, che la stavo ascoltando in diretta, io questa cicatrice, questo vuoto, non li ho visti.

Non riesco a capacitarmi. È come se vedessi la nudità offesa di questa donna per la prima volta. Ma non è la prima volta, l’ho vista anche ieri, perché ora mi appare come nuova?
Non è una mancanza di memoria, dato che ricordo tutto di ieri.
È una mancanza di attenzione.
E questo mi spaventa.

Ne ho visti a decine di corpi come questo. Mi sono forse assuefatta? Tanto da non notarli più quando mi capitano sotto le mani? Neppure quando li maneggio?
Non mi era mai capitato finora.
Sono forse stanca?

Ho ascoltato dalla voce della donna il calvario che ha attraversato, ma la mia mente in contemporanea  non ha registrato il messaggio che stava ricevendo dagli occhi.
La mia mente, in realtà, viaggiava nel tempo e seguiva di persona le tappe pregresse della sofferenza.
Di questa storia non ho dimenticato niente, ogni particolare mi ha scavato dentro. Ho solo dimenticato di “vedere” il corpo vivo davanti a me. Un corpo di sangue e carne che parlava con il suo solo esserci, senza parole inutili.

Mi chiedo perché è successo.
Forse mi sono troppo immedesimata e ho perso il contatto con la realtà oggettiva, inseguendo invece il dolore del ricordo.
Non lo so.
Voglio solo sperare che non sia perché mi sono abituata agli orrori. Non ci si può abituare alla sofferenza, non si deve, neppure quando la si incontra tutti i giorni.

La signora tossisce, sorride, allontana da sé lo spettro che da vent’anni l’assilla, è rassegnata alla lotta anche se non vuole sapere contro cosa combatte, cerca una rassicurazione.
Io guardo la sua cicatrice e la “vedo”.
Vedo anche la storia futura, quella che avverrà, quello che nessuno mi ha raccontato, ma che è dentro ogni singola cellula di questo corpo ignorato.
Ho un nodo in gola, ma sorrido anche io.

Ci sono, sono presente, connessa e operativa.
silenziosamente concepito da Ramona 20:43:00 Commenta:

26/10/2009

ANCORA UN COMPLEANNO


Ed è arrivato anche stavolta, come sempre illuminato da un certo numero di candeline, in crescita di anno in anno.
E sì che 365 giorni prima sembra una scommessa chiedersi: tornerà o non tornerà?

Il fatto è che niente è più scontato, ormai. Non è detto che essere giovani sia garanzia di lunga vita. E non è detto che si resti giovani per sempre, anzi, direi proprio il contrario: si nasce per invecchiare, si invecchia per tornare bambini, si muore per rinascere. Ma anche questa è filosofia spicciola, niente di ponderabile, di così concreto.
In tutta questa insicurezza, aspirare ad un altro compleanno il giorno in cui si compiono gli anni mi sembra una somma e legittima aspirazione. Ma mai una certezza.

Comunque sia, è tornato.
Il mio compleanno è, ancora una volta, qui. Per soffiare con me sulle candeline un po’ affollate dell’ennesima, gustosissima torta della mia vita.

In un anno quante cose possono cambiare…
Io sembro la stessa dell’anno scorso: complessa ma semplice, contraddittoria eppure coerente, forte ma fragile, determinata e indecisa….
Sono sempre io, uguale a un anno fa.

Eppure nessuno resta uguale a se stesso, nel tempo.

Davanti a questa torta, naturalmente al cioccolato fondente, mi perdo in pensieri e riflessioni. Che scema, invece di tuffarmi sul cioccolato, mi metto a pensare... e non è forse anche questo un segno della mutazione dei tempi??

Dove sto andando?, mi chiedo.
A volte mi sembra di aver smarrito il tempo e forse la strada.
Da qualche parte c’è ancora il bandolo che conduce alla mia voglia, al mio bisogno di scrivere. Però è come se lo avessi perso lungo il cammino, in uno qualunque di tutti questi giorni che mi sono messa alle spalle.
Sono certa che è là, da qualche parte, che mi sta aspettando. In questo labirinto di vita l’ho temporaneamente smarrito nel tempo che non ho.

Tempo tempo tempo.

Se un regalo potessi chiedere, oggi che è la mia festa, è il mio tempo.
Non so dove si sia perduto, ma se lo riavessi indietro lo utilizzerei per me, per fermarmi, per tornare a osservare il mondo reale, le piccole cose attorno a me.
Forse sono cambiata in questo, sono travolta dalla corsa di un treno e non riesco più a scendere.

Medito davanti alle candeline accese, che non mi decido a spegnere. È così bella una torta al cioccolato illuminata dal fuoco di tante (quante???) candeline rosa.
Il cioccolato fondente è amaro, ma una torta non lo è mai. Si sposa con un piccolo quantitativo di zucchero e il risultato è… più che commestibile. Una goduria.

Ma sì.
Non è una torta al cioccolato anche la vita?
Le amarezze ci sono, ma la dolcezza pure, ed il tutto si amalgama per consentirci di vivere in bilico tra lacrima e sorriso, leccandoci le labbra e sputando il veleno.

Un compleanno fa mi mancava quello che ho incontrato un compleanno dopo. Tutto quello che c’è stato nel mezzo mi ha un po’ cambiata, perché noi esseri umani non ci fermiamo mai, facciamo esperienze, ci capitano cose e per forza si cambia. A volte in bene, a volte in male.

Nello slalom tra le candeline in questo ultimo anno ho incontrato un po’ di amaro. Sofferenze e delusioni cocenti; ho avuto anche delle perdite negli affetti, e la salute ora si fa sentire quando manca… sì, ci sono stati dei cambiamenti, a ben vedere. Sono un po’ più disillusa, un tantino più cinica. Sono molto più stanca.

Ma nonostante tutto, quanta dolcezza ho incontrato! Quanto affetto, simpatia e coccole che compaiono, nuovi di zecca, o resistono, inossidabili, da un compleanno all’altro. Quanto amore, tutto per me.

La mia vita in fondo è davvero uguale a questa torta al cioccolato. Non so resisterle. L’amaro del fondente ha un retrogusto che non si può non apprezzare, anzi, è una piccola droga che ti regala la dipendenza del vivere. E in questo, dopo tutto, non sono mai cambiata.

Dovrei esprimere un desiderio, prima di soffiare sulle fiammelle. A dire il vero ne avrei ancora più di uno, piccoli grandi sogni e speranze, che in fondo non sono impossibili. Perché sarò più cinica e realista, ma mi capita di sognare ancora…
Chissà se posso osare e aspirare ad ognuno di questi desideri, che diventino tutti realtà.
Ma sì, io ci provo.

Prendo fiato, ci penso intensamente e soffio forte: le candeline rosa, che pure sono tante, si spengono tutte.
Sorrido, un dito già affondato nella cioccolata.

silenziosamente concepito da Ramona 06:00:00 2 Commenti

10/10/2009

SONO L'ULTIMO A SCENDERE (E ALTRE STORIE CREDIBILI)

                                       Sono l’ultimo a scendere.
Non mi sarei mai persa questo libro, che già dal titolo sento
così vicino a me. Anche io, infatti, sono sempre l’ultima a scendere. Non tanto nella pratica: nei miei viaggi in treno infatti sono la prima ad appressarsi alla porta, sia nel salire che nello scendere; questioni ormai note di lentezza da bradipi e di imbranataggine nel trasportare il bagaglio, di solito sproporzionato, mi suggeriscono di prendermi per tempo, onde evitare di essere linciata dalla folla viaggiante.
Piuttosto sono sempre l’ultima a capire come stanno le cose, l’ultima a entrare nella realtà, persa in un mondo contemplativo e fantasioso: l’ultima in tutto, quella che cade sempre dalle nuvole.
E dunque, un titolo intrigante come quello del recentissimo libro di Giulio Mozzi,  edito da Mondadori, non avrebbe mai potuto non invogliarmi, anche se il senso, in questo caso, vuole essere un altro.
O no?

Comunque non basta certo un titolo a conquistare un lettore. E non basta, spesso, neppure l’amicizia con l’autore.
Un libro deve saper colpire e affondare, nel bene e nel male. Nel senso che deve saper lasciare un segno, una risata, una riflessione, un dolore, in chi lo legge. E finora mai un testo di Mozzi è passato sotto ai miei occhi senza lasciare un solco.

Io questo libro lo leggevo da prima che nascesse.
Lo leggevo sotto forma del diario pubblico, cioè online, di giuliomozzi (come lui ama firmarsi). Lo leggevo tutti i giorni, da quando ne ero venuta a conoscenza.
E in effetti Sono l’ultimo a scendere (e altre storie credibili) non è che un estratto di quel diario in rete, un tentativo di ricavarne il meglio di. Ma è così difficile fare una cernita di anni di aneddoti, personaggi, gag e quant’altro, che secondo me si può parlare proprio solo di tentativo. Moltissima altra vita è rimasta nelle pagine virtuali di quel diario pubblico, e come si può dire che non avesse meritato anch’essa di finire in carta?

Per tornare al diario.
Un diario dovrebbe aiutarti a capire di più la persona che lo scrive. Io lo leggevo per capire meglio la personalità di uno scrittore, conosciuto per caso, che stava diventando un amico. Così come ho letto in seguito molti dei suoi racconti. Ma mentre i racconti, che pure contengono una notevole traccia dell’anima di chi li ha scritti, hanno una struttura narrativa spesso lunga e complessa, che portano all’introspezione, alla riflessione, al riconoscimento di sentimenti a volte dolorosi per entrambi, per chi scrive e per chi legge, il diario pubblico aveva, ha, una forma completamente diversa.
Vi sono descritti, con amabile umorismo, fatti di ordinaria e oggettiva quotidianità, che nulla hanno di ordinario né di oggettivo.
C’è la vita ordinaria e straordinaria di uno scrittore che per vivere fa il consulente editoriale per una casa editrice e partecipa a innumerevoli convegni e corsi in giro per l’Italia, spostandosi solo con treni e pullman. Questo mestiere bello e difficile lo porta a contatto con una umanità quanto mai variopinta e assurda, che ha talmente tanto dell’impossibile, che ti viene da pensare che non può che essere inventata.
E può darsi che lo sia, inventata, almeno in parte, come spiega lo stesso autore nella post-fazione. Tuttavia  c’è anche del vero, sostiene Mozzi, così inframmezzato alla finzione che non si riesce a distinguere le due cose.
Io so che è davvero così.

Di viaggi in treno sono maestra anch’io, sono per così dire nata su un treno, essendo figlia di un capotreno. E da quando ho cominciato a spostarmi da sola, da quando ho cominciato ad osservare la gente e a considerarla fonte inestinguibile di materia prima per una narrazione (e da ben prima di entrare inpuntadipiedi nel mondo letterario), so perfettamente che certe cose succedono realmente, o possono accadere, e certi personaggi esistono sul serio, o possono esistere. Li puoi incontrare da un momento all’altro, o forse li hai già incontrati in uno qualunque dei tuoi viaggi. Basta solo saperli guardare con occhi diversi, meno prosaici, liberare la fantasia e colorare con  pastelli personali ciò che accade, le facce che incroci.
E loro vivono.

Chi è che non ha mai avuto a che fare, com’è raccontato ironicamente nel libro, con ragazzi poco educati che sbraitano parolacce al telefonino rendendo tutti partecipi dei fatti loro? Chi non ha mai incontrato un controllare pignolo, o uno chiacchierone, o uno equivoco, o uno nervoso? E qualcuno ha mai visto una persona alimentata tramite PEG (sondino in pancia) durante un viaggio in treno? No?
Strano.
E due poliziotti di nome Giusè e Tonino, un po’ severi un po’ comprensivi che a forza d’incontrarti e chiederti i documenti finiscono per confidarti i loro umanissimi problemi?
Nessuno li ha mai incontrati?
Eppure esistono.
D’altro canto chi non ha mai incontrato un compagno di viaggio come il Giulio Mozzi protagonista del diario (alter ego irresistibile di quello vero), così amorfo, quasi in preda ad uno stupor psichiatrico, che interpellato risponde a una domanda con altre domande, polemico tranquillo senza neppure volerlo essere, e che perfino nella gentilezza risulta talmente scostante da far innervosire il proprio interlocutore?
Vabbè, forse, e per fortuna, non ce ne sono poi tanti, di personaggi come questo Giulio… ma io non escluderei d’incontrarne, prima o poi.

Questo fantomatico Giulio incontra di tutto anche nei momenti più banali e più quotidiani. Alla fermata dell’autobus, ai tavolini di un bar, mentre si reca ad un appuntamento. Uomini e donne normali, ma che talvolta, per caratteristiche proprie o delle circostanze, si fa fatica a definire tali. E comunque sempre indimenticabili.
Come indimenticabili, surreali, sono le telefonate che il povero Giulio riceve, e che spesso somigliano così tanto a quelle che tutti riceviamo dai call center. Solo che in queste telefonate, già assurde di per sé, il ricevente Giulio innesta un dialogo spiazzante che mette in difficoltà l’operatore o l’operatrice. Quello che tutti vorremmo essere in grado di fare, una volta o l’altra, sperando di liberarci dalle tanto importune chiamate.

Dialoghi surreali, incontri assurdi, circostanze banali ma anomale. Invenzione o realtà, ti ritrovi immerso fino al collo, ci sei dentro senza scampo. Perché sono perfettamente credibili anche nella loro incredibilità.
Io almeno, quando le leggevo in rete, ci credevo quasi sempre. Immaginavo cioè che da un fatto reale la fantasia dello scrittore sapesse ricavarne un aneddoto gustoso, divertente, raccontato ad arte in modo ambiguo.

Eppure ci sono cose che neppure oggi credo siano inventate, ma penso che facciano parte del Mozzi uomo più di quanto lui stesso voglia far capire. Sono alcune riflessioni che sanno troppo di verità, perché riguardano la sua vita privata: gli amici persi, morti per malattia o suicidio; la tristezza del  troppo frequente risveglio in fredde camere d’albergo, tanto perfette da non poterne più; quel senso di vuoto che un creativo avverte più di chiunque altro negli inevitabili momenti di impasse, quando mancano “cose” che riempiano la vita per farti sentire felice.

Questo e molto di più era presente anche nel diario pubblico che lo scrittore metteva a disposizione dei suoi lettori. Io sono felicissima di averlo ritrovato, almeno in parte, sotto forma di libro.
Non è che un libro, certo.
Un libro di piccole grandi storie, credibili o meno, per divertirsi o riflettere.
Per imparare a scendere per ultimi, per guardarsi meglio attorno, e magari guardare il nostro vicino, quello con cui dividiamo un pezzo di vita, un pezzo di viaggio, con gli occhi che in fondo abbiamo tutti: quelli della fantasia.
silenziosamente concepito da Ramona 20:44:00 3 Commenti

05/10/2009

E' SEMPRE VENEZIA


E sì, Venezia è sempre un sogno, per chi ci torna o per chi ci arriva per la prima volta. Anche solo un’ora, o mezz’ora, in sua compagnia ti fa sentire bene, come se avessi vissuto da privilegiato una specie di miracolo.

Venezia si rivolge sempre a te in prima persona, con un tono sussiegoso e un po’ snob, eppure estremamente confidenziale.

 

Ricordo la mia prima volta, il mio primo incontro con lei. Scendevo le scale della stazione e restavo senza fiato. Davanti a me il mare, e le case con le porte sull’acqua! E che case! Con merletti e finestre arabeggianti, come se non si fosse in una città italiana, ma quanto meno ai confini del mondo. Come se la laguna fosse in realtà un mare d’oriente. Da un momento all’altro mi aspettavo che comparissero barchette leggere dalle vele quadrate, o pirati mori con il turbante, come avevo visto nei film.

 

E invece davanti a te, quando scendi dalla stazione, un canale di acqua marina, in cui sfrecciano motoscafi come in un qualsiasi altro centro abitato sfrecciano le auto. E l’autobus non è un autobus, ma una barca un po’ più grande, che si fa carico di nuotare per te, per farti attraversare le… strade e la città.

 

Che cosa strana, e unica!

Venezia colpisce subito per questo.

 

Poi vedi i ponti: un’altra meraviglia. E ti fai domande.

A Venezia ci si sposta a piedi, se non prendi il vaporetto. E vai su e giù dai ponti, in una ginnastica che fa credere, a te turista ignaro, che i veneziani siano tutti in ottima forma, per niente obesi.

Poi si sa, la realtà non è così, probabilmente, ma è bello immaginare che lo sia.

Naturalmente una come me, che fa un certo lavoro, si domanda pure: ma come fanno i veneziani quando si sentono male e abitano o lavorano in centro? Come fa un’ambulanza a raggiungerli e soccorrerli? D’accordo, magari c’è un’ambulanza motoscafo, ma all’interno delle strette calli e dei campi, bisogna andarci a piedi per forza… che atleti, medici e infermieri!

 

E come faranno i disabili a salire sui vaporetti che danzano sulle onde provocate dai natanti, che non stanno fermi alle… fermate? E comunque non vedo come e dove possano stipare le carrozzelle, questi bus senza ruote e ballerini. E come faranno i disabili ad attraversare i ponti con tutti quegli scalini? Come fanno ad andare da una parte all’altra della Serenissima?

Poi penso che anche nelle comuni città i disabili sono alle prese con problemi molto simili. Autobus che non prevedono salita e discesa e perfino la sistemazione di persone che non possono stare in piedi: impedimenti alla circolazione delle carrozzelle con parcheggi selvaggi, scale e marciapiedi inadeguati.

Tutto il mondo è paese, si dice.

Anche Venezia, di certo, ha i suoi segreti su come venire incontro a persone con problemi motori. Ma non è necessario che un turista di un’ora lo venga a sapere.

 

Del resto nel fiume di umanità che anche in questo inizio di autunno, tiepido e soleggiato che sembra quello che è, una giornata di fine estate, in quella marea di gente che spinge, sospinge, cammina, parla, segue percorsi e ti trascina, una figura in carrozzina l’ho vista.

Una donna senza mani, con la pelle dei moncherini piagata e spelata e il resto delle braccia fasciato, a nascondere chissà che orrori. Eppure la donna, apparentemente straniera, seduta in una carrozzina spinta da qualcuno, attraversa la città e ne gusta la bellezza, da una posizione così scomoda.

Vorrei sapere cosa sta pensando.

Come affronta le difficoltà dell’attraversare i ponti.

Come si vive a Venezia da turista disabile, che non può nemmeno scrivere una cartolina, perché mani non ne ha.

Vorrei sapere come vive il resto della sua faticosa vita, ma immagino che quella per lei sia normalità. La diversità è venire qui e lottare per vedere il mondo come tutti gli altri fanno. Anche da una carrozzina che non si sa come possa attraversare i ponti e l’umanità eretta.

 

Venezia comunque incanta anche se vestita da grandi, enormi, cartelloni pubblicitari che non risparmiano neppure i palazzi più prestigiosi.

 

Incantano i negozi ricolmi di paccottiglia, dalle maschere alle gondole ai gioielli in finto vetro di murano. Cose che trovi ovunque, ma che qui sembrano oggetti di grande valore.

 

Incantano i contrasti.

Da una parte il gondoliere scottato dal sole, nella sua divisa tipica e il cappello di paglia con il nastro, cerca il ricco pollo da spennare. Dall’altra una vecchia mendicante e stracciona gesticola parlando alla sua anima malata da pazza, trascinandosi appresso un carrellino a due ruote che contiene, forse, tutta la sua vita.

Da un lato manifesti ovunque avvisano di eventi culturali di tutti i tipi, ricchi, ghiotti e  importantissimi. Dall’altro l’invito disperato del Comune a mantenere pulita la città, così difficile, immagino, da gestire in questo senso, e bigliettini anonimi appesi ovunque anch’essi, con numeri di cellulare anonimi di persone anonime che cercano, con altrettanta umana disperazione, un lavoro anonimo qualsiasi e una sistemazione anonima qualsiasi.

 

Incantano le facce, le persone.

Il bigliettaio gioviale che ha una parola per tutti e riconosce le persone che viaggiano in gruppi come partecipanti allo stesso congresso.

La “gattara” seduta sugli scalini di una chiesa, che mostra le foto dei suoi “bambini” a quattro zampe per cercare loro una sistemazione.

La giunonica turista tedesca, almeno settantenne, con i capelli raccolti in due codini ai lati della testa, a loro volta raccolti in crocchie, come faceva da bambina, che cammina mano nella mano con un compagno più alto e più anziano.

L’uomo dark, anch’egli più o meno settantenne, con capelli lunghi e nero seppia, occhiali scuri, giubbotto di pelle nera con le borchie e il resto del vestiario pure nero, come le cinture borchiate incrociate sul petto alla rambo.

Giovani con lo zaino da esploratore.

Giapponesi con le mappe e le macchine fotografiche.

Uomini in giacca e cravatta.

Donne in carne massiccia e minigonne.

Ragazze in costume e parrucca platinata probabilmente reduci da uno spettacolo teatrale.

C’è di tutto, a Venezia.

 

Io godo voluttuosamente del tiepido sole sul viso, dell’aria di mare fra i capelli e della salsedine nelle narici, mentre il vaporetto mi porta dall’isola di san Giorgio verso la stazione.

Mi emoziono, come tutte le volte, alla vista dei palazzi ricamati, e laggiù il Palazzo Ducale e il campanile di san Marco. E anche a quella dei giganti del mare: le navi da crociera più grandi e più belle del mondo passano di qui, e anche quel veliero enorme, bellissimo, mi fa sognare mete esotiche e viaggi avventurosi attraverso gli oceani.

Poi un bagno di folla, gli occhi pieni di monili e paccottiglie e maschere di carnevale senza tempo. L’arrampicata sui 110 scalini del nuovo ponte della Costituzione, che sembra così diverso quando lo vedi in tv. Un gelato al cioccolato fondente per gustare al meglio la fine di questa giornata, vissuta a Venezia solo di striscio.

Poi la stazione Santa Lucia, l’umanità in movimento, il treno, ancora una volta.

E poi casa.

 

(la foto è presa in prestito da qui)

silenziosamente concepito da Ramona 12:58:00 4 Commenti

21/09/2009

LA PENNA CORRE SUL FOGLIO

La penna corre sul foglio. Lascia un segno. Blu o nero, ma anche rosso, o verde.
Come il foglio di carta non è detto che sia bianco immacolato. Né è obbligatorio che sia un foglio di carta: può essere un quaderno intero, un pezzo di carta o un cartone.
L’importante è che i due, penna e carta, siano compatibili.

Anche il luogo non conta. Meglio se scrivi seduto a un tavolo, o a una scrivania: l’incontro viene meglio. Ma se sei invece alla fermata dell’autobus, o stai facendo un viaggio in treno, va bene lo stesso.
Non è difficile far sì che nasca uno scritto a mano.
Ed è sempre un atto magnifico.

Non c’è computer o programma di scrittura che tenga. La pagina scritta con la penna non è la stessa cosa di una pagina scritta al computer.

Il foglio di carta scritto con la penna conserva la cancellatura, il pensiero nato, poi corretto, o annullato. È lì, visibile, a perenne ricordo. Ti dice che puoi sempre ripensarci. Ti rammenta quanto quella frase sia stata sofferta, quanto tempo le hai dedicato. Di contorno, su qualche angolo della pagina, in alto, o magari in basso, ghirigori, pasticci senza senso apparente, a testimonianza e conferma indelebile di un momento, più o meno lungo, di riflessione.
Un foglio word, anche se può (è un optional) conservare la traccia delle revisioni fatte, non dà la stessa emozione di quegli scarabocchi a margine, delle annotazioni buttate là in fretta, del tempo sospeso davanti a una parola che non è mai quella giusta.

La grafia poi è una parte di noi, figlia dell’emozione del momento, della fretta, del bisogno impellente di mettere sul foglio il pensiero, la parola, l’attimo fuggente che attraversa cuore e mente in quell’istante e non in un altro. Le vocali non tonde come al solito, le virgole messe e cancellate, l’andamento della scrittura che da lineare va sopra o sotto le righe, e non tanto per dire, le cancellature che aumentano, e diventano solo segni veloci che non nascondono tutto l’errore (ma chi lo dice poi che di errore si tratta?): sono tutti segnali di vita.
Niente, sul foglio elettronico dimostra il tormento, l’ansia, la gioia di un termine scelto con cura. La video scrittura resta un tantino anonima, fredda. Senza vita.
O meglio, senza la vitalità che c’è intorno alla frase, al capitolo, al romanzo che hai scritto, e che solo tu che l’hai scritto conosci. Tuttavia anche tu te ne puoi dimenticare, di fronte alla prepotenza della storia che emerge e che vive di vita propria. Ma quando la stessa storia la rileggi sulla carta, dove il segno incancellabile ha fissato per sempre tutto il tuo sudore, il tuo lavoro, i tuoi ripensamenti, bè, dimmi se è la stessa cosa.

Certo al computer scrivi velocissimo. Ma a meno di non aver studiato dattilografia, non usi più di due dita. E compi molti errori dovuti alla velocità: inversione di lettere, soprattutto, e spazi mancanti, perché le tue dita corrono veloci e leggere sulla tastiera, così veloci e leggere che non possono avere la forza necessaria allo scopo. Così perdi un sacco di tempo a cancellare, e correggere. Perché non sopporti le sottolineature rosse del programma di scrittura, che impietose ti dimostrano dove hai sbagliato. E pensare che a volte sono loro che sbagliano, e tu non riesci mai a capire perché ti evidenziano cose correttissime da ogni punto di vista, grammaticale compreso.
Per non parlare di quando il programma si prende la briga di correggere arbitrariamente certe parole che invece sono perfette. Non è mica colpa tua se il vocabolario di questo povero coso meccanizzato è così povero.

Quando scrivi a penna, invece, scrivi esattamente quello che vuoi scrivere, e tu solo correggi l’accento che manca, o la consonante doppia dove dovrebbe essere singola o dimezzata dove necessita invece il rafforzo. Nessuno a parte te, a farti sentire un somaro e a metterti le orecchie d’asino.

E poi, l’atto del ricopiare… che piacere!

Ogni frase buttata là sulla carta in fretta e furia, alla meno peggio, data l’urgenza di uscire dalla penna, trova, nel suo essere rivista e ripensata, una forma migliore, una forma più elegante.
Se riscrivi a mano ti puoi concedere il lusso dimenticato della bella calligrafia. Qualcuno sa ancora scrivere in bella calligrafia?
Se riscrivi al computer, ora sì che questo assume la sua giusta dimensione di aiutante e di memoria. Puoi perfino accettare le segnalazioni di errore. Perché hai il tempo di assaporare ogni virgola, ogni punto. E di riflettere se quel segnaccio rosso che il programma segnala come faceva la tua vecchia maestra, è contestabile o si può ignorare. Tanto, puoi far fesso il programma quando vuoi: gli comandi “Aggiungi”!, e lui aggiunge quasi tutto.
Sei tu la mente che discerne, non lui.

La penna scivola sul foglio.
Lascia un segno indelebile del tuo pensiero.
E ti regala un’emozione infinita.
silenziosamente concepito da Ramona 20:35:00 1 Commento

03/09/2009

INCONTRO CON DAVIDE


Per mesi Davide ha peregrinato di casa in casa, di porta in porta, bussando, chiedendo permesso, accomodandosi e parlando con garbo di sé a chi lo aveva invitato. Davide non chiedeva altro che di essere ascoltato.
Inevitabile che anche io, che di storie belle ho sempre fame, prima o poi incontrassi questo personaggio unico della Storia.
Si era fatto un po’ pregare, il divo. Ricordo che l’ho atteso per due mesi, ma poi è giunto fra le mie mani e mi ha fatto compagnia nella mia breve vacanza al mare. Non avrei potuto lasciarlo a casa, sarebbe stato maleducato, dopo averlo tanto cercato. E così gli ho fatto spazio sul mio asciugamano, in spiaggia, e ho cominciato a conoscerlo.
Un tipo interessante.

Poi ci siamo ritrovati  di persona, ancora prima di finire la conoscenza virtuale, ed è allora che mi sono permessa di fargli delle domande. Perché sono una curiosa e certe cose mi premeva approfondirle.
In fondo se lui se n’è andato così tanto in giro, doveva pur aspettarsi di essere considerato un po’ una celebrità, e come tale deve saper stare al gioco delle interviste, come fanno tutti i vip.

Un tantino di soggezione all’inizio me la metteva.
Lui era un re, una leggenda, un Eletto. Io una qualunque, una lettrice affamata, una che vuole conoscere quanto più possibile le pieghe del passato e che s’incanta davanti a tanto carisma.

Quel giorno che l’ho avuto di fronte, in carne e ossa, mi sono fatta dunque coraggio, ho messo da parte la timidezza e così ho parlato al re.



Ehm… come la devo chiamare? Sire? Maestà?
Mio signore potrebbe andar bene. Così mi ha sempre chiamato il mio popolo.

Bè, non so se ci riesco…Possiamo però darci del tu, vero? Il lei o il voi non erano in uso ai tuoi tempi. Forse suoneranno strani alle tue orecchie.

Invero ho udito queste strane espressioni dei vostri tempi, ma non le comprendo.

Mi dici in due parole chi sei, re Davide? Ammesso che bastino due parole per spiegare il tuo ruolo nella storia dell’umanità, dell’ebraismo e del cristianesimo.
Vorresti dire che hai letto la mia storia e ancora non hai capito chi sono? Eppure le prime parole del volume che hai per le mani lo dice: “Ascolta: io Davide, messia, re d’Israele…”.
Non ti passo a fil di spada perché in fondo anche io ci ho messo un sacco di tempo a capire chi sono in realtà.
Sono l’ultimogenito di Isai il Betlemita, discendente diretto di Abramo. Sono un figlio della tribù di Israele. Ero un pastore di greggi, avevo i capelli rossi ed ero forte; amavo la mia appartenenza e suonare la cetra, niente di più. Ma un giorno fui prescelto e diventai l’Eletto del Signore. Il resto delle mie imprese è narrato negli annali.

Sei l’Eletto… ma secondo quanto scrivi nella tua autobiografia, non sempre ne sembri felice. Anzi, il tuo Signore e Padre, l’Eterno dal nome non pronunciabile, sembra più un datore di lavoro alquanto severo che un genitore affettuoso.
Io avevo un compito, ma la mia doppia natura di uomo, istinto e bestialità, spirito e carne, alle volte confondeva la mia strada. Dio, mio Padre, mi ha sempre condotto nel giusto. Non senza che prima commettessi degli sbagli, qualche volta, per i quali dovevo essere rimproverato e anche punito.

Diciamo che nemmeno tu sei perfetto, vero? Qualche birichinata, qualche ammazzatina, qualche lascivia, te la sei ben concessa…
Sono stato un re, ho avuto la responsabilità di un popolo. E a quel tempo dovevo dare inizio alla più grande storia dell’umanità. Non c’erano i presupposti per andare tanto per il sottile.
Se tu sei qui davanti a me è perché io ho portato avanti il progetto divino con ogni mezzo.
Ho avuto 400 figli che hanno popolato la terra. Forse sei una mia discendente anche tu!

Quattrocento figli… e quante donne? Tantissime, e non solo quelle ufficiali, le tue mogli o concubine. A te quando piaceva qualcuna, te la prendevi, con la scusa di essere il re capostipite dell’umanità…
Talvolta ho abusato del mio potere, è vero. Ma che ci posso fare se Dio oltre che re mi ha fatto uomo e anche molto virile? Della mia potenza nessuna donna si è mai lamentata, anzi…

(n.b. lo guardo affascinata e concordo: è un gran bell’uomo, assai possente, coi muscoli formati dalle battaglie… non posso che sospirare, languida anche io, e bloccare l’immaginazione che ha preso altre strade....)

Eppure sei diventato re, nonostante i tuoi vizi così… terreni. Bell’esempio, per il tuo popolo.
I disegni del padre mio sono sempre stati imperscrutabili, anche per me. Io ho fatto del mio meglio per essere un buon re sotto la guida divina. Ma ero anche un uomo. Questo Dio lo sapeva meglio di me.

Parliamo di Golia e dei duecento prepuzi promessi a Saul?

No. Di quello si sa già tutto.

Ok. Diciamo allora che nonostante tutto, il tuo Signore e Padre magari prima ti bastonava, ma poi ti perdonava. Ti sei chiesto il perchè? Perché ha scelto proprio te, così umano e fallibile?

Sì, me lo sono chiesto molte volte. Non è stato facile essere il prescelto. Dio mi amava e io lo amavo. Ma non è stato così facile amarci.

E non ti è mai venuta voglia di mandarlo al diavolo? Perché hai sempre accettato tutto ciecamente, o quasi: le pretese, le punizioni, le missioni impossibili?

Che domande… perché lui è l’infallibile! Ha sempre i suoi buoni motivi quando si comporta in modo inspiegabile. Per esempio, credevo che l’essere il prescelto facesse di me un essere immortale… e mi sbagliavo, e dunque tremavo come tutti al pensiero della mia morte.
E poi mi ha privato degli affetti più cari, come Gionata. Sono arrivato allora a dubitare, perché come poteva essere Amore colui che l’amore lo toglieva? Ho faticato a comprendere la differenza tra la vita e l’essere. Quando la persona che amavo perdeva la vita, io mi arrabbiavo e mi disperavo. Poi, un po’ alla volta, capivo. Ma so che tanti ancora adesso non capiscono.

(n.b. anche io sono una di quelle che non capisce ancora… ma a Davide non lo dico, ho il sospetto, da come mi guarda, che lo ha ben compreso da sè.)

Si legge chiaramente nel tuo racconto l’ambiguità della tua personalità: ti definisci sdoppiato, come fossero due Davide in te. Vuoi parlarne?

L’ho già detto. Sono stato un uomo, come tutti, con le debolezze dell’uomo. E sono stato spirito perché mi veniva da mio Padre.
Ma non lo siamo un po’ tutti, sdoppiati? Non è questo che ci differenzia dagli animali?

Come distingui il tuo amore per l’Eterno, come lo chiami tu, dalla pura superstizione? A volte leggendo quello che racconti, specialmente quando parli dell’Arca, sembra davvero di cogliervi un certo timore superstizioso, come quello per un gatto nero che attraversa la strada il venerdì 17…
L’Arca è il simbolo, il luogo in cui siede la Divina-Presenza. Me lo spiegarono da piccolo, e io l’ho sempre sentita quella presenza. Non era possibile alzare gli occhi e guardarci dentro. Meno che meno mancare di rispetto e toccarla impunemente. Dovresti avere letto cosa succedeva a chi sgarrava. Dio richiede rispetto. Non sembrate capirlo molto, oggi.

Perché hai sentito il bisogno di raccontare la tua vita? C’erano già gli annali, no?
Le cronache sono sempre di parte, o parziali. Nessuno è mai stato nella mente di un altro uomo, per descrivere cosa la attraversa. Le mie imprese sono state ampiamente descritte. I miei tormenti li sapevo solo io,  e ho voluto che si conoscessero.

Come e dove hai incontrato Carlo Coccioli, l’uomo che  ti ha aiutato a scriverla, la tua vita? Ricordiamo che eri un uomo istruito per i tuoi tempi, componevi versi e suonavi la cetra, conoscevi i testi sacri a memoria, però fare ordine nel caos della tua lunga esistenza non era impresa delle più semplici. Fra donne, battaglie, peccati e pentimenti, disgrazie… e tutti quei parenti!

Le strade degli uomini si incontrano seguendo percorsi prestabiliti. L’uomo chiamato Coccioli si è innamorato (anche lui) di me, della mia fragilità e della mia forza, e delle mie contraddizioni nell’amore assoluto per l’Eterno. Amarlo e contestarlo. Avere voglia di disobbedire, e riconoscere l’infallibilità del suo Essere. Non ho fatto altro, per tutta la vita.
Ho vissuto a lungo, sì. Riconosco che non è stato facilissimo ripercorrere la mia esistenza prima che entrassi nei palazzi dell’Assoluto.

Hai conosciuto bene Coccioli? Che tipo ti è sembrato?

Ha saputo entrare in me. Ha saputo capire. E ha sofferto per il mio dolore.
Ora è anche lui nei palazzi dell’Assoluto.

Secondo te, perché Coccioli si è soffermato su di te e non, che so, su Noè, su Abramo, Isacco o chi si voglia? Sono tutte figure importanti, personaggi illustri, non credi?

Non dovresti porla a me questa domanda. Posso solo dirti che il mio amore per Dio è stato immenso e sofferto. A differenza dei miei antenati, io ho anche provato a ribellarmi, discutere con lui, soffrendo per il suo silenzio… salvo poi continuare ad amarlo e a leggere le sue risposte in quello che non mi diceva.
Io credo che voi contemporanei vi facciate le stesse domande, vi arrabbiate allo stesso modo. Per questo c’è chi, come Coccioli, si ritrova in me.

La tua autobiografia può essere considerata scomoda o interessante, oggi, con quel tuo sbandierato amore per l’Eterno?
Io credo che vi si possano trovare delle consolazioni. Le risposte, poi, ognuno le deve trovare da sé.

Sono passati millenni dalla tua prima sepoltura. Poi ne hai subita un’altra, quando il tuo racconto è finito nel dimenticatoio. Chi ti ha riportato alla luce terrena, aspettando quella dell’Altrove? E soprattutto, perché lo ha fatto, secondo te?

Anche qui devo dirti che le strade che percorriamo hanno una loro direzione, le storie s’intrecciano nei crocevia. L’uomo che ha riscoperto la mia storia scritta da Coccioli, evidentemente doveva incontrarmi perché così era scritto. Il perché lo abbia fatto puoi chiederlo a lui. Ti risponderà che nel mio amore contrastato per l’Altissimo ha ritrovato identico quello del narratore Coccioli per lo stesso Dio, che i nostri sentimenti e le nostre passioni si sovrappongono e questo è ai suoi occhi seducente. 

E poi hai cominciato a viaggiare, oltre che nelle librerie, oltre che sugli articoli di giornali, anche nelle case della gente. Cosa ti pare di questa esperienza? Cosa ti dà il contatto con le persone, che forse da re avevi un po’ trascurato, interessandoti solo ai rapporti di convenienza?

La gente, la mia gente, è sempre stata al centro dei miei pensieri. Solo che fino a che ero re dovevo badare a molte cose e spesso sembravo crudele e guerrafondaio. Ma io amo il contatto con la gente. Ho adorato entrare nelle case di persone che volevano sapere, conoscermi. E io mi sono dato a loro volentieri.

Viaggerai ancora?

È possibile. Ma non devi chiederlo a me.



Insomma, alla fine la timidezza mi è passata, ascoltare il re Davide è appassionante.
Tutti noi abbiamo letto qualche pagina della Bibbia, oppure ce l’hanno letta al catechismo o l’ascoltiamo distratti durante la Messa della domenica. Però è un’altra cosa sentire dal vivo una voce di quei tempi. Oppure leggere le parole attualissime, pure se ambientate in tempi così remoti, dell’uomo Davide. O immedesimarsi nei suoi dubbi laceranti, nelle sue crisi d’identità, e identificarsi nelle debolezze, nella sua umanità.
E alla fine toccare con mano il peso determinante che un uomo, non proprio come tanti, visto che da bambino guardiano di pecore è diventato re, ha avuto nella storia dell’umanità.

C’è ancora una cosa che vorrei chiedergli, ma chissà se mi risponde.

Ancora una cosa, re Davide… Vorrei tanto sapere, per un bisogno personale, ma anche, credo, a nome di tutti coloro che ci leggeranno… insomma…  ecco, ora che anche tu sei entrato nei palazzi dell’Assoluto… puoi dirci… sì, com’è davvero Lui, il Tetragramma? L’Essere dai tanti nomi ma senza un volto? L’Eterno che ci aspetta alla fine della nostra esistenza?...
E insomma, puoi dirci cosa c’è in quel palazzo?


Davide sorride, per niente stupito. Le sue sembianze sono, per me, quelle del bellissimo uomo che è stato, e non del vecchio dalle carni fredde che nemmeno una giovane schiava riesce a riscaldare. Ma nonostante l’aspetto con cui mi piace immaginarmelo, con cui lo vedo, la saggezza da lui acquisita con tanta fatica ha il sapore dell’immensità.
Infatti, non mi risponde.
silenziosamente concepito da Ramona 17:46:00 Commenta:

31/08/2009

POMERIGGIO FRA I LIBRI

Mettere ordine nelle mie librerie l’ho sempre considerata una mission impossible. Come mettere ordine sul ripiano del computer. O negli stipiti degli armadi. Non per l’azione in sé, ma per la sua durata nel tempo.
Io infatti sono una personcina ordinata, ma da me l’ordine non dura, e non so perché.
Comunque, la considerazione che continuando a comprare libri presto sarò costretta a cercare un’altra casa o a implorare un’altra vita, questo pomeriggio mi ha spinto a tentare l’impossibile.
Ed è stata una sorpresa dietro l’altra.

Ho tre librerie. Due in sala, una nel corridoio. Ho anche altri ripiani sparsi, ma quelli sono di poco conto.
La libreria dell’ingresso è arrivata per ultima, e chissà come si è incaricata di custodire gli ultimi acquisti, nonché le cataste dei libri ancora da leggere  e gli “appoggi” vari, quelli che proprio non sai dove mettere e “per il momento” poggi lì…. Poi quanto dura quel momento, è cosa assai variabile nei decenni.
Ormai proprio gli ultimi acquisti messi lì alla rinfusa stavano facendo precipitare il tutto nel caos, e di colpo non è stato più possibile rimandare. Straccio per la polvere, buona volontà e un po’ di creatività, nonché di fermezza, è quanto mi è servito allo scopo.

Due interi scaffali sono riservati alla collana di volumi usciti con Repubblica e a quelli usciti con il Corriere della Sera. In allegato ai quotidiani, infatti, qualche anno fa  uscivano preziosissimi suggerimenti di lettura: classici senza tempo, contemporanei italiani e stranieri, tutti vestiti con una divisa elegante e accurata che li fa ancora distinguere in mezzo a centinaia di volumi.
Quegli scaffali non si toccano. Vanno bene così. Mi dispiace solo non avere la collezione completa, spazio o non spazio.

Lì in alto ci sono delle videocassette di vecchi film registrati in casa. A che servono ora quei vecchi film? Alcuni non li ho nemmeno mai guardati, e intanto compaiono e ricompaiono alla tele. Le videocassette sono ormai un reperto archeologico, ma di scarso valore, soppiantati quanto meno dai dvd o da altri supporti ancora più tecnologici e a me sconosciuti . Il posto delle vhs è dunque nel sacchetto della spazzatura.
Via.

Quaggiù in basso c’è un accumulo di riviste, letterarie e non, messe alla rinfusa e ricoperte di polvere. Faccio strage.
Depliant di vacanze di 5 anni fa. Via.
Pubblicità varie. Via.
Tengo e metto in buon ordine i numeri della rivista Inchiostro, alcuni numeri de Il Falco Letterario e i due numeri di Ali. Il resto via.
Però lì accanto c’è anche una serie di fumetti dedicati a Paperino, e quelli no, non si può eliminarli… Trovo loro un’altra sistemazione onorevole. Paperino è Paperino e non si discute.

Su uno scaffale ci sono un bel po’ di antologie che contengono un mio racconto, comprese quelle carbonare, e poi tutti libri di amici… È quasi al completo! Ma no, ci stanno ancora un altro po’ di volumi che comprerò dal prossimo autunno in poi. Lo spazio per loro, per noi, c’è sempre!

Appena più su  un posticino dedicato ai classici della letteratura, romanzi essenzialmente. Mi accorgo che ci sono altri volumi della stessa collana da un’altra parte, e sono pure da considerarsi classici… non va bene, devono stare insieme. Ma posto non ce n’è! E allora mi coglie un pensiero: perché mai questi capolavori immortali devono starsene nell’ombra del corridoio, e non invece al posto d’onore in sala?
Vado a guardare sulla libreria in sala. Riconosco una vecchia sistemazione fatta molti anni fa, che ora non mi sta più bene. Ci sono libri che possono ritirarsi dignitosamente nell’ombra, che tanto sono durati il tempo di una lettura e non diventeranno classici, e che invito caldamente a trasferirsi. Gli do pure una mano. Anzi tutte e due, perché sono pesanti.
Così la serie della Cromwell sull’investigatrice Kay Scarpetta, trova posto accanto ad altre scrittrici che compravo in serie fino a qualche tempo fa: la McCullogh, per esempio, e la Patrizia Carrano. E per buona misura ci metto pure un po’ di Tamaro e una Erica Jong d’annata. Uno scaffale di sole donne, ma che donne!
Di conseguenza in sala, alla luce, ecco Dostojevski, poi Flaubert, poi Stendhal, Goethe, Hemingway, Garcia Marquez, uno Shakespeare, diversi Sciascia, un Primo Levi e un Tobino. E ci metto pure, di diritto, una scoperta attuale ma meritoria di restare fra i classici senza tempo: due libri di Carlo Coccioli.

Ecco, mi sembra che la libreria in sala si sia alleggerita di peso, ma arricchita di valore. È perfino più luminosa.
Viceversa, quella nell’ingresso si è appesantita e alquanto incupita. Non so che farci.

Ritorno in sala e decido per un’altra radicale trasformazione. Su un ripiano c’è una serie di vecchi libri di  Ken Follett. Che ci fanno lì?! È passato il periodo follettiano, qui ora ci voglio mettere altre cose. Scomodo il Follett nel corridoio e recupero un’altra serie di volumetti di collane di un certo nome: non ho mai fatto caso agli editori, oggi scopro che è anche carino avere più libri della stessa collana, danno un senso di ordinato. Ecco allora un po’ di Oscar Mondadori, per la serie scrittori del Novecento: Grossman (orrore: scopro che il titolo di un suo romanzo è uguale a quello di un mio racconto! E non posso dire che lui abbia copiato da me, ma nemmeno io da lui, almeno non consapevolmente…), ancora Hemingway, Buzzati. Una serie di volumi di una collana Garzanti: i racconti di Cechov, il Tom Jones e Diderot, scoperti grazie a un corso di scrittura. E poi ancora Il giovane Holden  e Il ritratto di Dorian Grey di Oscar Wilde… e così riemerge pure un microscopico libricino con le poesie di Wilde, l’omaggio natalizio di una libreria appena aperta. Dimenticato, sepolto da volumi ben più grossi. Ma c’è un posto dedicato alla poesia, ed è lì che finisce il microbo, pur grande nel contenuto.
Sì, stanno proprio bene questi libri tutti insieme.

Giusto qui sotto un bel po’ di titoli di Stephen King. Ma sì, il re dell’horror ha diritto di restare.
Inalterato rimane lo scaffale dei libri erotici, super affollato, ma non saprei proprio dove metterli altrimenti. Lo stesso dicasi dei libri di Wilbur Smith… è incredibile quanti ne ho comprati, ma li ricordo tutti con nostalgia: mi hanno fatto scoprire un continente e un pianeta: l’Africa e il libro d’avventura. Se poi i gusti sono cambiati, non vuol dire niente, per un lungo periodo ho amato la full immersion africana.

Nota dolente: i manuali… ma quanti ce ne sono? E perché ce ne sono tanti? Interpretazione dei sogni, giardinaggio, cucina (numero imprecisato di riviste culinarie: via! Tanto chi ha più il tempo di cucinare?), atlanti stradali, vari libri dedicati alla Puglia, altrettanti alla montagna veneta, passando per le mappe di Roma e Senigallia…
Ancora una sorpresa: un manuale di scrittura creativa! Non ci posso credere, da dove arriva? Ma lo avrò mai letto? Ne spunta fuori un foglio e riconosco la mia scrittura: quanto meno avevo cominciato a prendere appunti, le prime pagine, poi devo averlo archiviato per qualche motivo, e dimenticato.

L’altra libreria in sala avrebbe bisogno pure lei di un nuovo look, ma per oggi temo che sia al di sopra delle mie forze…

Alla fine ho fatto un bel lavoro. Sugli scaffali liberati in corridoio sono ben disposti un numero infinito di libri ancora vergini, che prima o poi leggerò. Ci sono titoli che non so perché ho comprato, altri che ricordo di aver voluto assolutamente, ma che ora hanno perso di fascino, e altri che vabbè, per qualche motivo sono là…
Sicuro, prima o poi li leggerò.
Ma intanto, volendo, c’è ancora spazio per qualche nuovo acquisto.
silenziosamente concepito da Ramona 20:12:00 Commenta:

25/08/2009

CIAO, ANGELI DELLE DOLOMITI

Ho sempre odiato andare a funerali. La tristezza, il dolore, le lacrime, il senso di perdita, sono cose che ho cominciato a conoscere troppo presto. E non c’è preghiera, purtroppo, che lenisce la sofferenza, quando chi hai amato non c’è più. Solo il tempo e lo scorrere naturale della vita ti aiutano a fartene una ragione.

Odio i funerali.
Ma a questo funerale speciale ho voluto fortemente andare. Volevo salutare di persona Fabrizio, Marco, Dario e Stefano. Volevo esserci.

Piazza del Duomo è gremita fino all’inverosimile. La chiesa è già strapiena almeno due ore prima della funzione. Trovo per una sorta di miracolo un parcheggio su un’aiuola; nessuno, oggi, mi multerà. Sì è già messa in moto la macchina per garantire viabilità e parcheggi alla folla delle grandi occasioni di una piccola città senza troppi spazi.
È una grande occasione oggi.
È lutto provinciale, una condizione che non è nemmeno prevista dalla legge, creata ad hoc. Perché il cuore di tutta la gente di questa parte delle Dolomiti è in lutto, è ferito, ha perso quattro figli.
La fatalità ha voluto che quattro uomini giovani perdessero la vita con il loro elicottero mentre si accertavano di non avere altre vite da porre in salvo, dopo una frana gigantesca ai piedi del monte Cristallo. Niente altro che la fatalità è la colpevole, perché loro erano tutti molto esperti, prudenti, generosi.
La gente bellunese non ha parole per descrivere il dolore, è gente di montagna che parla poco. Parla meglio con i fatti.

Ed eccola qua, tutti vogliono esserci, come me. Quei quattro giovani volti che in questi giorni hanno imparato a conoscere e ad amare, in realtà pochi li avevano visti o conosciuti dal vero. Erano presenze senza volto ma con le ali, le ali di Falco, l’elicottero morto insieme a loro. Lui sì si vedeva e si sentiva quando passava, e si sapeva che qualcuno là dentro c’era, ma chi mai poteva vederli in faccia, a quelle altezze?
Io conoscevo almeno uno dei quattro. Il medico che tante volte ci ha portato pazienti da ricoverare o prelevato pazienti da trasferire in altri ospedali. E chi se lo dimentica, quel bel viso?

Entro nella piazza ed è un’esplosione di colori. Tantissimi i fiori, e poi le divise, tante, colorate. Sono le divise fluorescenti gialle, arancione o rosse del personale di soccorso: il 118, i volontari soccorritori, la protezione civile, il soccorso alpino: vengono da ogni provincia, quasi da ogni parte d’Italia e forse anche dall’estero.
E i vigili del fuoco, polizia e carabinieri, e la polizia municipale, che vegliano sulla sicurezza oltre che a esserci fisicamente e in spirito in un momento di solidale tristezza.
Ci sono le fasce colorate dei sindaci e i vestiti blu e le cravatte dell’uomo di potere. Riconosco Rosy Bindi, vice presidente della Camera dei deputati, che conosceva bene una delle vittime. Non so perché, ma è bello vederla nella sua semplicità poco istituzionale.

E ci sono loro. I colleghi degli angeli con le ali spezzate dalla fatalità. Hanno la divisa rossa del soccorso, e volti tesi, lineamenti tirati dal dolore che tre giorni non sono bastati ad ammorbidire.

E tanta, tanta gente comune. Il cuore della gente che non vuole mancare.
Il silenzio si tocca.
Nessuno parla, non c’è niente da dire. Si aspettano le bare.
Il pianto di un neonato ci ricorda che la vita continua, nonostante per qualcuno si fermi troppo presto.
Telecamere, macchine fotografiche professionali, microfoni. Diritto di cronaca e di informazione: per chi ora non può essere qui, presente, ma lo vorrebbe.
Anche queste cose ci ricordano che oltre il muro del dolore c’è altro. C’è vita.

Io mi nascondo nella folla. Non ho la divisa colorata, la mia è la semplice divisa bianca di un’infermiera qualunque che lavora in corsia, e il mio lavoro, per la gente, non è così eroico come quello di questi angeli che rischiano davvero la vita con salvataggi spericolati, e talvolta effettivamente perdono la scommessa con la morte.
Mi nascondo, qui sono in borghese, voglio mimetizzarmi. E non voglio che la telecamera riprenda i miei occhi già rossi un’ora prima che cominci la cerimonia funebre.

Intanto penso.
Cerco di raffigurarmi il momento fatale, quando il rotore del Falco inciampa sui cavi dell’alta tensione e si ferma. Quanto ci ha messo Falco a cadere? Quanto tempo hanno avuto i quattro a capire cosa stava succedendo? Hanno capito, almeno? Hanno avuto paura? Credevano di potercela fare?
Cosa passa nella testa di chi sta precipitando a tutta velocità verso un suolo troppo duro e da un’altezza troppo elevata? C’è il tempo per pensare? O per gridare? O per bestemmiare?
Mi si chiude la gola in un groppo mentre cerco di immaginare quegli ultimi istanti.
Sono morti sul colpo.
Se tempo hanno avuto, l’impatto col suolo ha annientato in meno di un attimo pensieri, passato, presente ma soprattutto futuro di quattro uomini di età compresa fra i 42 e i 48 anni.

Arrivano. Nel silenzio profondo arriva il corteo funebre. Le quattro bare sono uguali, di legno chiaro, ma ancora un’esplosione di colori nelle rose che le rivestono e nelle grandi foto con i sorrisi di quelli che stanno là dentro.
La foto di Fabrizio, soprattutto, il medico, l’unico che conoscevo, libera la riserva di lacrime che credevo di poter contenere.
Non è giusto, tutto questo non è giusto.

Il parroco li accoglie, mentre le campane suonano assurdamente rumorose e assurdamente festose, o almeno così sembra a me. Il cuore della gente applaude, liberatorio, mentre i feretri entrano nel Duomo, seguiti da un dolore familiare estremamente composto, che di lacrime forse non ne ha più.
Entro anche io in chiesa, sorprendentemente sembra dilatarsi per accogliere quasi tutti. Diranno, poi, che eravamo in 5000, tra dentro e fuori. I più erano dentro.
C’è fresco, per fortuna. La massa umana non riesce a scaldare troppo queste antiche mura, e anche se non manca chi si sventaglia, non si sta male.
L’altare è ancora un arcobaleno. I colleghi delle vittime si sono disposti alla spalle del viola vescovile a gruppi, secondo la propria divisa. Nel mezzo anche un coro di montagna. Non avevo mai sentito cantare dal vero uno di questi cori: è una dolcezza che ti ruba l’anima.

Lì davanti parenti e autorità, da dietro non li vedo, ma non m’importa. Seguo la funzione cercando una risposta, e non la trovo.
Arriva il saluto e il dolore del Papa, attraverso un messaggio del segretario di stato vaticano. Il vescovo legge un paio delle centinaia di messaggi di cordoglio che la gente semplice ha voluto lasciare, colpita nel profondo dalla perdita.
Si legge un brano dell’Ecclesiaste:

Per ogni cosa c'è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.
C'è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante.
Un tempo per uccidere e un tempo per guarire,
un tempo per demolire e un tempo per costruire.
Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per gemere e un tempo per ballare.
Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.
Un tempo per cercare e un tempo per perdere,
un tempo per serbare e un tempo per buttar via.
Un tempo per stracciare e un tempo per cucire,
un tempo per tacere e un tempo per parlare.
Un tempo per amare e un tempo per odiare,
un tempo per la guerra e un tempo per la pace.
Che vantaggio ha chi si dà da fare con fatica?
Ho considerato l'occupazione che Dio ha dato agli uomini, perché si occupino in essa. Egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo, ma egli ha messo la nozione dell'eternità nel loro cuore, senza però che gli uomini possano capire l'opera compiuta da Dio dal principio alla fine. Ho concluso che non c'è nulla di meglio per essi, che godere e agire bene nella loro vita; ma che un uomo mangi, beva e goda del suo lavoro è un dono di Dio. Riconosco che qualunque cosa Dio fa è immutabile; non c'è nulla da aggiungere, nulla da togliere. Dio agisce così perché si abbia timore di lui. Ciò che è, già è stato; ciò che sarà, già è; Dio ricerca ciò che è già passato. Ma ho anche notato che sotto il sole al posto del diritto c'è l'iniquità e al posto della giustizia c'è l'empietà. Ho pensato: Dio giudicherà il giusto e l'empio, perché c'è un tempo per ogni cosa e per ogni azione. Poi riguardo ai figli dell'uomo mi son detto: Dio vuol provarli e mostrare che essi di per sé sono come bestie. Infatti la sorte degli uomini e quella delle bestie è la stessa; come muoiono queste muoiono quelli; c'è un solo soffio vitale per tutti. Non esiste superiorità dell'uomo rispetto alle bestie, perché tutto è vanità. Tutti sono diretti verso la medesima dimora:
tutto è venuto dalla polvere
e tutto ritorna nella polvere.
Chi sa se il soffio vitale dell'uomo salga in alto e se quello della bestia scenda in basso nella terra?  Mi sono accorto che nulla c'è di meglio per l'uomo che godere delle sue opere, perché questa è la sua sorte. Chi potrà infatti condurlo a vedere ciò che avverrà dopo di lui?

C’è un tempo per tutto: per nascere e per morire. Ma non riesco a farmela bastare, questa affermazione, anche se ne comprendo il senso.
E quando si comincia a cantare Io credo, risorgerò, questo mio corpo vedrà il Salvatore, solo allora mi viene spontanea una preghiera: aiutami a credere che sia vero, oppure devo pensare che  niente ha un senso.

La cerimonia finisce, semplice, nonostante tutto, sentita. I feretri escono di nuovo nel sole, sono disposti affiancati, l’equipaggio è quasi al completo. Manca l’infermiere, salvatosi quel giorno solo per una predisposizione che ha del divino. In realtà è presente, o almeno credo: mi è sembrato di vederlo mescolato fra gli altri colleghi. Quale può essere il suo pensiero di miracolato, di fronte a tanto dolore, di fronte a quelle quattro bare chiare?

E in un attimo sospeso nel tempo, nel silenzio pesante del lutto, un rumore che paralizza tutti: un elicottero! Ed è proprio l’elicottero giallo che sostituisce momentaneamente Falco nella sua opera di soccorso, che ora sorvola la piazza, il Duomo, le auto aperte con le bare esposte. Fa due giri nel blu accecante di questa giornata caldissima, ed è inequivocabile la sua presenza. L’estremo saluto dell’elicottero ai suoi amici.
Tutti guardano in su, e tutti, adesso, piangono. Le lacrime sono sui volti di tutti, senza più pudore. Anche sul mio.

Vado via.
silenziosamente concepito da Ramona 22:04:00 2 Commenti
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