09/02/2010
IL GIOCO DELL'ANGELO

Se un certo libro lo compri sovrappensiero due volte, e la terza te lo regalano, è evidente che quel libro vuole essere letto da te.
Ho pensato a questo quando un amico mi ha regalato la mia terza copia del libro, con tanto di dedica. Il gioco dell’angelo, di Carlos Ruiz Zafòn, mi ha proprio cercata.
Questo libro vuole essere letto, mi sono detta.
Sapevo che l’autore spagnolo era lo stesso de L’ombra del vento, un best seller dalle vendite importanti, oltre un milione e mezzo di copie, che però, chissà perché, finora non mi aveva mai ispirato. Forse perché d’istinto ho sempre diffidato dal clamore.
Razionalmente, potrebbe essere il motivo per cui ho scelto questo libro, venuto dopo, invece che il precedente, più famoso.
Invece, irrazionalmente, mi ritrovo a pelle la convinzione che sia stato il libro a scegliere me, che mi abbia cercato con insistenza, per qualche dannato motivo che non so.
I libri hanno vita propria, una vita intelligente e misteriosa che sfugge al raziocinio. Dovremmo affidarci di più a loro, che ci crediamo o no.
Questo misterioso “gioco d’angelo” mi ha intrigato quasi subito. Già all’incipit:
“Uno scrittore non dimentica mai la prima volta che accetta qualche moneta o un elogio in cambio di una storia. Non dimentica mai la prima volta che avverte nel sangue il dolce veleno della vanità e crede che, se riuscirà a nascondere a tutti la sua mancanza di talento, il sogno della letteratura potrà dargli un tetto sulla testa, un piatto caldo alla fine della giornata e soprattutto quanto più desidera: il suo nome stampato su un miserabile pezzo di carta che vivrà sicuramente più a lungo di lui. Uno scrittore è condannato a ricordare quell’istante, perché a quel punto è già perduto e la sua anima ha ormai un prezzo.”
Diciamo che queste parole mi hanno folgorato. Avrei potuto chiudere qui. Un solo capoverso per dire qualcosa di estremamente vero, poetico, ma anche cinico e attuale. Che interessa chiunque abbia una propensione al mestiere di scrivere: l’ambizione di diventare famoso grazie ad un libro, perfino se si è consapevoli della propria mancanza di talento.
Ok, mi sono detta, qui si parla di scrittori e di scrittura, vediamo cosa ha da dirmi con tanta insistenza questo libro.
Mi ci è voluto qualche pagina per abbandonare l’ambientazione della lettura che avevo appena concluso e rituffarmi in un’altra atmosfera, decisamente insolita.
Siamo a Barcellona, nei primi decenni del Novecento. La voce narrante è quella del giovane protagonista, David Martìn, che la prende da lontano. Da quando era un ragazzo con grandi difficoltà familiari ed economiche, che ad un certo punto ha incontrato la passione per la lettura, pur ostacolato dal suo stesso disgraziato padre. In questo amore era aiutato da un libraio, certo Sempere, uomo buono che dei libri era molto più che amante: loro erano la sua ragione di vita. Sarà lui a far conoscere al ragazzo le “grandi speranze” legate a un libro e un luogo incredibile, il Cimitero dei Libri Dimenticati, dove vanno a finire tutti i libri che dopo una più o meno breve vita editoriale conoscono l’oblio. Ed è anche il luogo in cui è il libro a scegliere il lettore.
Caspita, proprio quello che è successo a me!
Le vicende di David Martìn proseguono nell’incontro con una specie di suo benefattore, Pedro Vidal, ricco sfaccendato dall’ambizione letteraria che lo prende a cuore, per un motivo che poi si capirà strada facendo. Vidal lavora, o meglio, presta la sua firma, oltre che ad esserne azionista, ad un quotidiano, offre quindi al giovane Martìn un posto di lavoro e tutto il suo appoggio. Da qui nasce un momento di celebrità per il ragazzo, che nutre un’altrettanto divorante ambizione di diventare scrittore. Comincia a pubblicare sul giornale una serie di racconti noir che riscuotono notevole successo in città. Le conseguenze sono che perde il lavoro, a causa dell’invidia dei colleghi e che riceve per posta uno strano invito da un certo Andreas Corelli, presunto editore parigino. Invito che per il momento cade nel vuoto. David ora è tutto preso da un nuovo lavoro e un amore impossibile. Il lavoro consiste nello scrivere alle dipendenze di una losca casa editrice locale. Sotto pseudonimo inforna un successo dietro l’altro, un’altra serie di gialli ambientati in città. Ma è sfruttato dagli editori per una miseria. Quando se ne rende conto, quando crede di avere poco tempo per vivere a causa di un tumore, quando il suo amore è chiaramente destinato a non avere futuro, ecco che ricompare Corelli, che gli fa un’offerta assai più che allettante. Scrivere un libro per lui, un testo religioso destinato a sconvolgere il mondo. In cambio della salute, del successo e di una montagna di soldi.
In qualche modo David accetta e da qui parte la sua nefasta avventura, più ombre che luci, tema centrale di tutto questo prolisso narrare. Zafòn infatti ha prodotto un testo di quasi 700 pagine, un malloppo imponente.
Non voglio anticipare troppo, tuttavia devo dire la mia.
Non appena ho incontrato la figura dell’editore Corelli, quella notte, a letto, chiusa la pagina, sono stata presa dall’inquietudine. Ho capito immediatamente di che o di chi si trattava, né l’autore lo nasconde troppo. Un po’ di maledizioni da parte mia se l’è pure prese, il buon Zafòn, perché questo è un genere di letture che cerco di evitare, come pure la visione di film analoghi. Sono una lettrice che si immedesima troppo nella storia, che rende veri i personaggi, perciò quel tizio mi faceva davvero sentire a disagio. Nelle mie ore notturne di lettura, temendo di vedere entrare in camera una specie di spirito malefico dagli occhi senza fondo e avvolto in un nero mantello, spiavo ogni due minuti lo stato d’animo del mio gatto, animale notoriamente molto sensibile alle presenze maligne. Se era tranquillo, potevo restare tranquilla anche io.
La trama, in fondo, ricalca grosso modo quella del sempre giovane e bello Dorian Grey. I termini sono solo un po’ diversi, qui si parla di libri e scrittura, dannata ed eterna, parole che possono cambiare il destino del mondo nel bene e nel male.
Io a questo ci credo. Nella storia se ne sono incontrati di libri destinati ad influenzare l’umanità: la Bibbia in senso buono, Mein Kampf , di Hitler (senza voler fare paragoni blasfemi, ma è il primo che mi viene in mente) in senso cattivo. Per non parlare di altri pensatori celebri.
È molto interessante che l’autore abbia pensato a questa versione del patto col diavolo…
Il testo, dicevo, è molto lungo, eppure si divora. La scrittura dell’autore è semplice ma anche non priva di originalità e in qualche occasione mi ha affascinata. Certo un duecento pagine in meno non sarebbero state male; inevitabili alcune piccole ripetizioni (a Barcellona pare che il tramonto sia sempre infuocato, per dire, viene ripetuto non so quante volte…) Tuttavia le vicende sono perfettamente incastrate l’una nell’altra, e forse doveva andare così.
Ho avuto un po’ di perplessità sui dialoghi, a volte con riferimenti molto moderni, ma qualche ricerca mi ha indicato che potevano starci. Secondo me con un po’ di fatica, ma vabbè.
Nitidi i personaggi, interessantissimo quello della giovane isabella (chi è? Leggere per saperlo!)
Qualcuno trova interessante l’ambientazione gotica di questa Barcellona sempre cupa, sempre con tramonti di fuoco, appunto, o piogge lugubri. Sarà. A me infonde malinconia, ma ovviamente la storia lo richiede, mica si può pretendere sole caldo, colore e sangria per parlare di certe cose.
Il Cimitero dei Libri Dimenticati è un luogo da brivido… da come viene descritto mi ha fatto pensare alla biblioteca maledetta de Il nome della rosa. Eppure dovrebbe essere il paradiso dei lettori, nonché degli scrittori.
Mi dà da pensare a quello che accade alle pubblicazioni attuali.
Un libro oggi ha vita brevissima. Se ha la fortuna di approdare in una libreria, ci resta per poco, poi viene ritirato. E dopo un periodo di permanenza nei depositi dell’editore, va al macero.
Al macero!
E questo sì che è da brivido! Pensare a quanto sudore, a quanta fatica, a quanto lavoro c’è dietro la nascita di un libro… se non diventa un classico immortale, destino di pochissimi, è la fine.
Se ne potrebbe ricavare una tristissima morale: vale proprio la pena di … ehm… dannarsi l’anima per apparire qualche mese su uno scaffale di libreria, ignorato dai più, per poi finire al rogo?
C’è molto di attuale in questa considerazione.
C’è molto di attuale nel vendere l’anima per il successo come accade nel libro: non è uguale all’odierno sgomitare da pazzi, al cercare compromessi e raccomandazioni per “arrivare” in libreria e a un effimero successo, talento o non talento?
A parte tutto, è consolante immaginare un luogo che non sia il puro oblio per i libri. È consolante pensare che le parole che sono riuscite a incontrare la carta per mano di uno scrittore, che sono riuscite a dire qualcosa a qualcuno, sono destinate a vivere per sempre. Sì, certo, lo si chiama Cimitero, ma in fondo un libro non muore davvero mai.
Altri spunti di riflessione se ne possono trovare, ma ognuno certo scoverà il suo.
Il finale del libro in questione è un po’ scontato, almeno per me. Da quando ho capito chi era Andreas Corelli, non mi sarei aspettata altro.
Ma la lettura gradevole, la tensione emotiva, l’ambientazione inquietante, mi hanno soddisfatto.
Quello che mi resta è solo un dubbio.
Perché questo libro mi ha cercato con tanto insistenza?
30/01/2010
PARLA UN CUORE

Ehi, mi senti? Lo senti che ti sto parlando? Sono il tuo cuore e sto cercando da tempo di comunicare con te. Cuore nel senso anatomico, non l’anima o la coscienza o quello che s’intende di solito con questa parola.
Sono io, e vorrei che tu ora finalmente mi ascoltassi. Credo di averne diritto, visto il modo in cui mi hai trattato.
Io e te non siamo nati insieme. Ci siamo incontrati per lo strano gioco del destino, quando il tuo vero cuore, malato e sfinito per i tuoi stravizi, stava per abbandonarti. Io invece ero giovane e sano. Forte. Fino a poco prima scandivo il tempo senza stancarmi nel petto di un ragazzo di qualche anno più giovane di te.
Ci volevamo bene, io e il ragazzo. Lui mi trattava con cura, pur senza pensarci troppo, semplicemente perché amava la vita. Mi teneva in forma perché gli piaceva fare sport: correre, nuotare, giocare a calcio. In questo modo lui si divertiva e al contempo regolava la mia salute e il mio battito, che non faceva mai capricci. Poi, certo, ci pensavano le ragazze a sconvolgere il mio ritmo tranquillo. Quando ne incontrava una che gli piaceva il suo cervello, al quale ero strettamente collegato con una serie di abbracci chimici e neuronali, mi mandava un certo segnale e alè!: iniziavo una danza matta che dava il via ad una serie di piacevolissime conseguenze a catena.
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Che brividi, che scosse!! Colpa dell’adrenalina e di tutta una serie di ormoni dispettosi che stuzzicavano anche me. Ma che piacere, però… Poi, finita la tempesta tornavo alla mia cadenza naturale, fino al nuovo innamoramento: la ginnastica migliore che ci sia, credimi.
Conoscevo bene il ragazzo che mi ospitava, non parlo tanto per parlare. Ci eravamo formati insieme, giorno dopo giorno, in quei lunghi mesi immersi nel liquido buio, e credevamo di essere così indissolubili che pure insieme, il più tardi possibile, avremmo detto addio al mondo.
Vai a immaginarlo che non sarebbe stato così.
Conoscevo i suoi pensieri, tramite quel collegamento un po’ magico con il cervello e quel quid che nessuno sa ancora cos’è, ma che tutti chiamano anima. Qualcuno, come dicevo, confonde questa con me, e io stesso alle volte mi domando se non siamo davvero un’unica cosa. Ma questo è un altro discorso. Ciò che mi premeva spiegarti è che io conoscevo l’allegria e la voglia di vivere, la sensibilità e la generosità di quel giovane uomo. Io ero lui, capisci?
No, non so se mi capisci.
Tu un rapporto col tuo cuore non lo hai mai avuto. Se non per strapazzarlo fino a farlo morire.
Me lo ha detto lui, quando ci siamo incontrati, per un attimo solo, in sala operatoria. Era enorme, sfigurato e sfiancato da una vita senza regole all’impronta di ogni vizio: alcool, soprattutto, e fumo. E accidia. Non eri cattivo, mi disse disperato il tuo cuore prima di morire, eri fatto così. Ha cercato fino all’ultima sua contrazione di difendere te e la tua sconsideratezza, che è stata alla base, pur se con una buona dose di sfortuna, della malattia che lo ha lentamente distrutto. E mi disse anche: “Te lo affido, ora è tuo. Aiutalo tu.”
Così io non ho potuto nemmeno piangere il mio amico, il mio me stesso, perché già investito di una responsabilità enorme: far vivere te.
Lui non era già più mio. Io non ero già più lui.
Ora ero te.
Quella maledetta sera me la ricordo molto bene. Ricordo come ad un tratto mi sentii impazzire di paura e cominciai a martellare violentemente. Durò così poco, il tempo di un impatto mortale. Un’auto contro il mio giovane amico, praticamente sulla soglia di casa. Lui la vide arrivare e mi trasmise l’immagine assurda che provocò in me, in lui, quegli istanti di terrore, ma non ebbe il tempo di pensare a spostarsi che già stava volando, stavamo volando in due. E all’atterraggio non ebbi più la percezione del contatto con il cervello del mio amico. Spezzato in due.
Mi sembrò di percepire però la sua anima. Almeno credo, perché a questo punto i ricordi si accavallano e si confondono. Attimi convulsi, confusione, le cose che cambiavano così in fretta… Avvertivo un’eco lontana. Forse era lei: l’ultimo legame che mi teneva ancorato al mio amico, e che, lo sentivo, non voleva lasciare né lui né me.
È tutto così confuso e complicato da spiegarti. Lo so che non ti interessa nemmeno, ma io invece vorrei che tu conosca queste cose. Che tu capisca cos’è stato per me, mentre percepivo l’assenza del legame materiale con il mio amico, mentre il dolore era così grande che anche io volevo smettere di ritmare con tanta ostinazione per poter piangere la sua perdita, la nostra perdita, che tu capisca cos’è stato sentire invece la sua voce, la sua anima, incitarmi a resistere. Ancora un po’.
E poi di colpo mi hanno preso, reciso come un fiore in un prato, messo nel freddo e infine… ricucito dentro te. Nello stesso istante il cui il tuo cuore, reciso anch’esso, ma senza cura, ti ha affidato a me.
Nei primissimi istanti a contatto con te ero così frastornato, così indeciso, che sembravo morto anche io. Tolto dal contenitore freddo mi avevano reimpiantato in una culla familiare eppure estranea. Il torace di un uomo è, grosso modo, uguale da individuo a individuo, l’anatomia è quella. Però c’era differenza fra il tuo e quello del mio amico.
Io lo sentivo che non ero a casa. Il dolore mi annientava. Per qualche secondo mi sono rifiutato di rimettermi in marcia. Mi sentivo sguardi addosso, ansia e incitamento. Coraggio, vai!, mi dicevano. Ho ripensato al mio amico e al tuo cuore, morti entrambi, e allora ho sentito il tuo sangue fluire in me, e sono andato, per onorare entrambi, ho ripreso il mio lavoro di sempre, quella marcia che in fondo non cambiava, anche se tutto era cambiato.
Dopo qualche tempo di spaesamento mi sono adattato a te. Aspettavo di sentire la stessa sinergia che avevo col mio amico, aspettavo di avvertirla vibrare spontanea fra me, il tuo cervello e la tua anima. Ma non succedeva. Non c’era niente fra me e te.
Eppure ci avevano definiti compatibili.
Però sono stato un bravo soldatino. Svolgevo il mio lavoro con impegno ed energia. Pompavo sangue a pieno ritmo, un ritmo sano, ti restituivo la vita. Anzi, era stato il mio amico a regalartela, rinunciando, suo malgrado, alla sua, ad un futuro che in un attimo non è stato più.
È per questo suo sacrificio che mi sono fatto un puntiglio di andare avanti. E per la promessa strappatami dal tuo vecchio cuore in punto di morte.
C’eri tu, adesso, per me.
E c’ero io, in qualche modo, per te.
Ma non eravamo una squadra.
Non erano più lo sport o le ragazze a mantenermi allegramente in funzione, ma un sacco di medicine. E pazienza. Tu non eri così giovane e dovevi anche riguardarti di più. Trattarmi con i guanti bianchi, con la delicatezza che si usa per non sciupare i petali di una rosa. Ero un ospite di riguardo a tua disposizione, dovevamo solo cercare di andare d’accordo.
Sembrò funzionare. Tu eri rifiorito, in un’età ancora preziosa per un uomo, conoscevi una seconda nascita. Io mi davo da fare. E una parvenza di vita normale, per un po’, l’abbiamo avuta.
Cosa è successo, dopo?
No, non cercare di evitarmi, non puoi, io sono dentro di te, fino a che ti risuono in petto devi darmi retta. Non so quanto questo durerà, sono quasi alla fine. Tu mi stai uccidendo.
Hai smesso di prendere i farmaci, consapevole di cosa questo significasse. Hai ripreso la vita sregolata di prima, fregandotene di te, di me, di tutte le persone che ti sono state vicine, che ti hanno aiutato a vivere la tua seconda opportunità. Hai ripreso a ubriacarti, ad abbrutirti, hai cercato un paradiso artificiale senza accorgerti che eri già nel paradiso, scampando alla morte quando scampo non ne avevi.
Cosa è successo?
Sapevi bene che il tuo farti del male avrebbe fatto del male a me. Te lo hanno spiegato mille volte prima e dopo l’intervento.
La realtà è che tu volevi uccidermi. Con intenzione. Eri al corrente di cosa significava abbandonare le terapie, smettere i guanti bianchi. Significava morire, io e te.
Mi chiedo se questa idea del suicidio non fosse già latente in te quando hai scelto di mandare a fottersi tutte le regole che ti erano state raccomandate. Se è così, perché mi hai accettato?
E perché, semplicemente, se volevi farla finita, non hai scelto un modo più veloce e sicuro e senza sofferenza? Che so: buttarsi da un ponte, asfissiarsi col gas dell’auto, gettarsi sotto un treno… e tanti altri. Che senso ha aspettare consci una lunga e difficile, ma inevitabile fine? Quella che tu hai scelto rinunciando alle medicine e alla cura di te.
Non ti sei mai voluto bene.
Non saprei dire perché. Ho visto solo gente che aveva tanta voglia di aiutarti, che ha fatto di tutto per garantirti affetto
Il libero arbitrio di un uomo consiste anche nello scegliere come vivere e, potendo, perfino come morire. Non contesto questo, sebbene devo per forza pensare che il mio amico non ha avuto la stessa possibilità di scelta. Né metto in discussione il modo in cui hai vissuto prima di me.
Ma ora… ora ti parlo per la mia stessa sopravvivenza, che di per sé è poca cosa, ma non riguarda solo me e te. C’è di mezzo il ricordo di una giovane vita spezzata, un atto estremo di generosità che meriterebbe più rispetto e riconoscenza di quanto tu dimostri. So che sono possibili, l’ho visto in storie simili alla nostra.
Guardami ora, se puoi, attraverso tutti gli esami clinici che ci hanno fatto arrivati a questo punto. Non sono più lo stesso. Somiglio così tanto, ormai al tuo vecchio cuore. Presto sarò inutile e inutilizzabile. Non ce la faccio più.
Era questo che volevi, lo so. Tu non mi hai mai accettato, non ci hai nemmeno provato. La tua passività rispecchia il buio della tua mente, l’inconsapevolezza del grande dono che il mio amico ti ha fatto.
Sei riuscito a rendere inutile la sua morte, la tua seconda vita, il mio volenteroso lavoro, l’affetto e le attenzioni di decine di persone.
Anche questo fa parte del tuo libero arbitrio. Ma quanta tristezza causa la tua scelta.
Non durerò a lungo.
Volevi uccidermi e ci stai riuscendo.
Volevi ucciderti, senza neppure capirlo, e ci stai riuscendo nel modo peggiore.
Io non potrò più essere utile a nessuno. Tutto è stato vano.
Chissà se quando tutto sarà finito, quando, come dicono, i corpi ritorneranno, io ritroverò il torace, il cervello e l’anima del mio giovane amico.
Lo spero tanto.
10/01/2010
PERCHE' ROMA E' ROMA
Perché Roma è sempre Roma.Anche quando arrivi e ti accoglie il diluvio di Noè. Che importa, tanto a Roma il rimedio si trova sempre. Due passi oltre l’uscita della stazione ferroviaria e un premuroso ambulante rigorosamente extracomunitario, assai fornito di ombrelli, sembra messo lì apposta per soddisfare le tue esigenze. Al modico prezzo di 5 euro.
Vabbè, in fondo è così gentile.
Roma è Roma anche quando cerchi aiuto per capire come muoverti per raggiungere il luogo che ti aspetta e che hai scoperto essere fuori dalla tua piantina. Come se Roma per i topografi fosse solo il suo ombelico. O come se, al contrario, fosse troppo enorme per starsene contenuta in un foglio così piccolo.
Cerchi i biglietti dell’autobus e ti dicono: all’edicola o al tabacchino. Ma nessuno ti dice dov’è il tabacchino o l’edicola. È compito tuo giocare a rimpiattino sotto la pioggia.
Cerchi la fermata e scopri che “sta proprio llà”, ma sempre un po’ più in là di quello che ti dicono.
Del resto è tutto così grande a Roma. Che sorpresa scoprire i numeri degli autobus… vanno anche nell’ordine del centinaio: dove vivi tu ci sono sì e no quattro linee.
Roma è nella gentilezza ruvida dell’autista cui chiedi dove scendere: “Je lo dico, sì, ma nu se metta seduta sennò me scordo”. E poi per eccesso di zelo ti fa scendere una fermata prima, così devi scarpinare un pezzo sotto il diluvio.
Tanto, l’ombrello ce l’hai, che te stai pure a lamentà???
Roma multicolore e multietnica, Roma signora e accattona.
Non ti lasciano mai indifferente le sue contraddizioni. Anche quando hai poco tempo. Perché solo qui hai visto la vera miseria, nello sguardo offuscato di resti d’uomo distesi sulle grate del marciapiedi per rubarne un po’ di calore, ammucchiati uno sull’altro, abbracciati non fra di loro, ma a una bottiglia. E solo qui tocchi con mano il cuore pulsante della nazione, il centro del comando, la ricchezza di vie e monumenti, piazze e fontane, chiese e negozi. A due passi dalla Storia, in un Presente pigro e indolente, eppure frenetico.
Roma caotica; tuttavia, ti dicono, l’autobus passa ogni quarto d’ora. Accidenti che organizzazione. Peccato che quando hai fretta lo aspetti per un’ora. Nessuno si spazientisce, si aspetta: prima o poi passa. Come in Africa, quando le persone lasciano il villaggio nella foresta per andare nel luogo in cui sanno che prima o poi passerà un treno, ma non sanno quando.
Si aspetta: prima o poi passa.
Roma è anche nell’odierno scorrere impetuoso del Tevere, che riprende vita con l’orgoglio delle sue acque torbide ma non morte, e che non impensierisce affatto i romani, che prendono le distanze dagli allarmismi dei tiggì, con quel distacco sornione che solo qui ritrovi.
Roma, lo senti, è sempre Roma anche quando i monumenti che, dopo che li hai visti una sola volta, solo nel rimirarli da lontano ti fanno sentire a casa. E un po’ di nostalgia ti prende nel non poterli toccare di nuovo. Così come la vista dei resti del popolo antico ti assale ogni volta nel renderti conto del passaggio dei secoli da questi luoghi.
E poi Roma è anche al di là del Tevere, in strade suggestive, in una chiesa mozzafiato e nella fontana che hai visto tante volte nei film. E in tante altre cose che non fai in tempo a elencare nemmeno a te stesso.
Ma poi, Roma è speciale nel far incontrare gli amici, intorno a un libro, o a un piatto o a un bicchiere di vino. Ti accorgi che c’è una mescolanza di insiemi di persone per te importanti che hanno proprio te come fattore comune, come intersezione. Come se tu fossi il crocevia da cui passare, e non una modestissima pedina. Ma c’è tanta naturalezza nell’incontrarsi, nel ritrovarsi, nell’abbracciarsi e baciarsi, che un po’ ti commuovi.
Sarà l’aria frizzante, il diluvio che è cessato apposta per regalarti una bella serata, sarà la magia del posto, quel passare e ripassare i ponti, l’atmosfera un po’ bohemienne. Sarà che per la prima volta entri nel quartiere ebraico e con soggezione ti immagini il tempo in cui alle porte erano disegnati quei marchi infamanti sottoforma di stella, e le restrizioni, le violenze, la resistenza passiva, le preghiere e i tesori nascosti, le deportazioni e i nascondigli, e senti la voce stridula dei mitra che non ammette repliche…e non puoi reprimere un brivido.
Insomma, sarà anche un po’ tutto questo e certamente anche altro, ma di sicuro Roma è il luogo ideale per ritrovarsi, passeggiare, chiacchierare e sedere attorno a un tavolo, fra la storia passata e quella ancora da scrivere: ogni angolo ha qualcosa da raccontare, ogni angolo ispira una storia nuova.
Perché a Roma, diciamolo, tutto è già successo, ma tutto è ancora possibile, e tutto ha un sapore unico e irripetibile.
Ringrazio di cuore gli amici della Carboneria e quelli di Vibrisselibri, che si sono incontrati in armonia, come nei miei sogni, regalandomi una serata di emozioni e allegria nella città che più mi fa tremare il cuore.
Perché Roma è sempre Roma.
04/01/2010
QUELLO CHE RESTA

E che cosa resta adesso che le feste comandate sono finite, che un altro natale puntuale è arrivato e se n’è andato, e un anno diverso ha iniziato un nuovo cammino, mentre il precedente è ormai archiviato negli annali della Storia? Cosa resta dopo i cenoni più o meno riusciti, i baci sotto il vischio, dopo che mestamente si spengono le luminarie, dopo che la bellezza dei fuochi colorati si è confermata effimera, dopo che il Bimbo passa ancora una volta dalla culla alla scatola, per altri dodici lunghi mesi?
Restano le solite considerazioni scontate e gli improbabili propositi: anno nuovo vita nuova. Restano le speranze collaudate di un domani migliore, che l’oggi è così così e ieri, durato un anno, è stato proprio orribile… o così si dice. È ancora troppo presto, infatti, perché il passato di un anno fa si colori di nostalgia. Quello accade dopo, molto più in là nel tempo, e allora sì che ciò che sembrava brutto perde i contorni malevoli e il ricordo si trasforma in benigno rimpianto.
Ma l’arco di tempo che così spietatamente analizziamo quando le luci della festa si spengono e i tappi dello spumante non saltano più, è costituito da 365 mattoni. Qualcuno, è vero, sarà stato fragile, qualcun altro mal riuscito, qualcuno si sarà posizionato di traverso. Ma tanti mattoni saranno stati onesti, normali, qualcuno perfino super. Dobbiamo pur ammetterlo.
Resta poi, a questo punto, la solita, riassuntiva, analisi sociologica, mai così amara. L’evidenza del (mica troppo) subliminale lavorio di annullamento delle funzioni cerebrali dell’umanità da parte di un potere arrogante e di una classe mediatica meschina . Ma resta anche la ribellione del popolo dell’intelletto, che non ci sta e continua a ragionare con la sua testa per non morire, per non finire in un coma vegetativo indotto dalla prepotenza. E resta la creatività, la fantasia, il bello a dispetto delle censure. Pur con la certezza che nemmeno il nuovo anno, con tutta la sua buona volontà, porterà cambiamenti in meglio.
Resta in compenso la percezione di altri mutamenti apocalittici e inevitabili. La storia segue un corso e un ricorso inarrestabile. Le invasioni di altri popoli, la fine di un evo, le conquiste nel nome di una religione che ancora, dopo millenni, non si vuole riconoscere come unica: l’uomo ha bisogno di un padredio, che cambia fisionomia a seconda delle latitudini. Può avere la barba bianca e il cipiglio severo; può essere obeso da scoppiare con l’ombelico esposto; può abitare un paradiso fatto di vergini. O può essere un palo di legno, o una vacca magra e cornuta, o addirittura mutare forma all’infinito. È sempre lo stesso diopadre, e non ce ne accorgiamo.
Resta, tra i cambiamenti, l’angoscia per lo spegnersi della vita e l’ostinazione a volerla proseguire a tutti i costi. Morti viventi del cui pensiero, se c’è, nulla si sa, e la ricerca di un’evasione verso altri pianeti a perseguire un sogno di eternità. Eppure guardare il sole e immaginarlo spento e freddo non è fantascienza. È una realtà sempre più vicina, la riflessione impressionante sulla precarietà dello stesso universo. Lontano da qui a una distanza inimmaginabile questo sole è già spento e noi… dove siamo? Un anno che termina sulla Terra o che ricomincia con il solito gennaio è uno zero assoluto fra le galassie (abitate, deserte, chissà…), niente altro che un giro di un microscopico pianeta intorno a se stesso. Eppure quanti pensieri ci dà.
Resta dunque la girandola di oroscopi e previsioni, uno scacciapensieri stellare, la presunzione di poter parlare con una porzione così ristretta di firmamento eppure troppo grande per formichine come noi siamo. Le costellazioni dirigono la nostra vita, ammaestrano il fato e mettono in riga perfino il padredio di cui poco più sopra. Barbuto o cornuto, si fa prima a interrogare l’astrologo che il dio. Almeno quello ti risponde.
Resta, in un orticello più personale, una voglia matta di costruire qualcosa, di lasciare un segno. Alle spalle un tempo che ha avuto un senso che ancora sfugge: nella catena di mattoni ogni pezzo ha avuto un significato, ma questo non è sempre chiaro. E poi è già lontano, inafferrabile, non c’è più. Nel prossimo domani lascerò la zampata, quel qualcosa che farà parlare di me, che avrà dato quel senso che sfugge al mio involontario passaggio in questo mondo.
Anche perché il tempo stringe. Davanti c’è meno strada di quella che ora è alle spalle. Non è un calcolo matematico, e l’imponderabile non si può quantificare, ma è un un’attendibile conteggio delle probabilità. Le quali sono inversamente proporzionali all’età: le une diminuiscono al crescere dell’altra. E dunque sentiamo il fiato sul collo del tempo che fugge, e ci affanniamo, ma tanto il Momento arriverà quando tutti i giochi saranno fatti, non prima. Saranno forse le stelle, o forse il dio obeso o quello barbuto a stabilire quando i giochi saranno fatti. Mica noi.
A noi resta da conteggiare la nostra fragilità corporea. Siamo fatti di niente, polvere che sta insieme per il capriccio divino o del fato. Siamo solidi quanto basta, ma non esiste macchina che conoscerà l’eternità. È più facile riconoscere con sorpresa l’usura, il dolore, la consapevolezza della sofferenza di ogni singola cellula. Il tagliando che scade e senza più garanzia. Discorsi che si riempiono con gli elenchi degli acciacchi, mentre fino a ieri si coloravano di amanti: la mia lombalgia per la tua cataratta, la sua dentiera contro la loro miopia indisponente. Ieri non sembrava possibile.
Fortuna che resta il coraggio e la fantasia e la voglia di non arrendersi.
Si ripongono le luci e il Bambino.
Si spegne l’eco dell’ultimo botto.
Arriverà la befana e si porterà via, definitivamente tutto.
Oggi si fa il conteggio di ciò che resta.
Domani ci si rimbocca le maniche e si ricomincia a vivere con speranza.
(l'immagine è presa in prestito da questo sito qui, che ringrazio)
25/12/2009
SONO UN EROE?
Sono un eroe.
Uscire di casa con questo brutto tempo, di notte, all’ora in cui tutta l’umanità, o quasi, invece rientra.
O sono pazza?
Nevica.
Dal primo pomeriggio viene giù l’iradiddio in batuffoli bianchi, fitti fitti. Fiocchi a bizzeffe, a miliardi, incalcolabili. Gli angeli rifanno i loro cuscini, ne riversano il candido contenuto in terra, su noi piccoli e mortali.
Fiocchi multiformi e leggeri, così leggeri che danzano nell’aria gelida e non diresti mai, dai volteggi che fanno, che prima o poi dovranno toccare il terreno. Anche i fiocchi più perfetti e aerodinamici infatti devono arrendersi alla gravità, devono scontare la materialità del suolo. E arrivano, si accomodano, si distendono, ma sono talmente tanti che finiscono uno sull’altro, si ammucchiano, crescono. I centimetri di candore s’innalzano. Prima qualche millimetro, poi un centimetro, due, e nel soffio che stasera non c’è, i centimetri diventano cinque e poi dieci. E poi ancora.
Non c’è tregua.
La neve è bella, meravigliosa, un dono del cielo. La vedo scendere precipitosamente rimirandola nel contrasto con i lampioni e le luci colorate di Natale. Affascinata, resto, come sempre. Tuttavia questa notte la neve vorrei tanto limitarmi a guardarla dalla finestra, invece di affrontarla di persona. Vorrei spiarla da dietro le tende, con un fuoco di camino allegro e impertinente alle spalle, mentre tutto intorno a me parla di casa e di cose buone. Vorrei sognare di immensità bianchissime, ma da dentro le mura un po’ meno candide di casa mia.
Invece è notte, è l’ora, e devo andare.
Devo andare a lavorare.
Sono un eroe.
O sono pazza.
Comunque devo uscire di casa nella tormenta. Va bene, sto esagerando, non è una tormenta. Ma quei centimetri che aumentano cancellando ogni traccia di normalità intorno a me, se non sono il frutto di una tormenta, poco ci manca.
A causa del maltempo ovunque chiudono i battenti gli uffici e le scuole, saltano i collegamenti, treni e aerei s’immobilizzano. Ma gli ospedali no. Non possono chiudere. Non possono saltare in aria a causa di capricci meteo. Pioggia, neve, tornadi, tsunami o terremoti, il personale sanitario deve raggiungere a tutti i costi il luogo in cui presterà la propria opera.
L’infermiera avanti a tutti.
Non la fermerà certo una tormenta di neve.
In corsia c’è bisogno.
E non conta il clima vacanziero, la festività incombente, l’allegria imperante di chi finalmente per qualche tempo dimenticherà il dovere quotidiano. Non conta niente. L’ospedale non chiude. Non chiudono i reparti di degenze o le unità intensive e il pronto soccorso. I malati non è che non si ammalano perché fuori nevica o perché è Natale.
Esco di casa con mezz’ora di anticipo. Con questo tempaccio potrei incontrare dei rallentamenti, dunque devo regolarmi, fare tardi non è previsto.
Mezz’ora di anticipo e pulsazioni raddoppiate. Ho l’ansia da maltempo. Guidare con forti piogge o abbondanti nevicate come questa mi mette in stato d’allerta, mi scatena tutte le riserve di adrenalina.
Ogni volta mi riprometto di imparare a mettere le catene… ogni volta non imparo mai. Le gomme termiche di solito tengono e sono sufficienti per andare a compiere la mia missione. Ma sai l’ansia?… Certo che una volta o l’altra mi ritroverò ad affogare nella neve, con le ruote dell’utilitaria che girano a vuoto, galleggiando a mezz’altezza. E allora che farò? Semplice: fermerò il primo sventurato meccanizzato che passa, gli chiederò disperata di aiutarmi, che in ospedale aspettano me, solo me, è una questione di vita o di morte… e magari gli reggerò l’ombrello, intanto che il poveraccio, immaginando che potrebbe esserci lui nel bisogno di una corsia ospedaliera, si sporca e si gela le mani, commosso e fiero di aiutare un eroe. Un eroe che non sa destreggiarsi se la neve sale troppo. E sì che da decenni ormai l’eroe vive in montagna.
Che piccolo piccolo eroe incapace.
La strada intanto è tutta bianca. La coperta che viene giù dal cielo è sempre più spessa. Passeranno presto gli altri veri eroi, quelli che a qualunque ora sono pronti a gareggiare con i batuffoli dal cielo. Facciamo a chi è più veloce: i fiocchi a ricoprire l’asfalto, o i mezzi meccanici a ripulirlo.
Uomini e mezzi, alleati, prima o poi apriranno le vie e permetteranno il ritorno alla vita di sempre.
Ma intanto io devo andare e affrontare questo tappeto spesso e anche insidioso, che ricopre lastre di ghiaccio invisibili ma pronte a farti lo sgambetto.
Parto. Piano.
Vado piano. Sono tesa, non si vede quasi niente. Ma vado. Con prudenza, le gomme termiche come unica arma. Sì, le catene sono in macchina, ma non le conto, che tanto non le so usare. Per quel che mi riguarda, sono una pistola scarica.
E poi non servono.
Ce la faccio.
Credo di essere la prima ad arrivare fra tutti coloro che oggi faranno il turno di notte…
Al parcheggio ci sono giunta sana e salva. Ma ora un’altra impresa pazzesca è raggiungere l’entrata. Saranno
Vado piano, molto piano, anche a piedi
.
Un piede dietro l’altro, un passo lento dopo l’altro, come quello dei montanari, ma con la pazienza dei pescatori. La neve a terra invade il carrarmato degli scarponcini e li trasforma in pattini, gelando all’istante. Nevica e il termometro segna -10° C, che si può pretendere?
Una lamina ghiacciata sotto gli scarponi, ma anche con i pattini, come con le catene, come con gli sci, qualche problema irrisolto ce l’ho, ce l’ho sempre avuto.
Avanza piano, soldato, o ti ritrovi sì in ospedale, ma dall’altra parte della trincea, con una gamba rotta.
Ma quanto sono lunghi, questi
Piano, piano, mentre mi riempio il cappuccio di neve e gli scarponi s’inzacchereranno tutti. Le orme che lascio oggi domani non ci saranno più, rivestite di nuovo di bianco. Del mio passaggio non resterà traccia.
Ecco, ce l’ho fatta. Timbro il cartellino. Prendo servizio ufficialmente. I tabulati non riporteranno la mia avventura di stasera, nessuno lo saprà, quando faranno il rendiconto. Sono arrivata in orario e questo conta, non interessano a nessuno le mie ansie, i miei scivoloni, la giravolta che farò con l’auto domani mattina sul fondo ghiacciato.
L’importante è esserci.
Sono un eroe.
Lasciare il caldo rifugio di casa, mentre tutti corrono a riconquistare il proprio, scalciando giubbotti e scarponi, ritrovando pantofole e pigiama, abbracciando affetti e guanciali.
A volte penso che pagherei una cifra per non uscire di casa in notti come questa. Per condurre un’esistenza normale, vale a dire dormire di notte e vivere di giorno.
Pagherei per non affrontare il buio, il freddo, la neve, la strada insidiosa e i pattini sotto gli scarponi.
Pagherei per chiudere la notte e tutto questo gelido biancore fuori dalla porta, e riaprire la stessa porta domani, con la luce e col sole, chissà.
Anche questa volta, però ce l’ho fatta. Ce l’ho fatta resistere, a vincere lo sconforto e il timore, e il freddo e tutte le mie ansie da maltempo.
Ce l’ho fatta e ora sono qui, a fare quello che devo fare, a guardare ogni tanto fuori dalla finestra, a contare quei miliardi di fiocchi che continuano, inesorabili, a scandire le ore del buio, senza mai fermarsi.
Un pensiero mi sfiora. Tra qualche ora dovrò affrontare lo stesso percorso, in senso inverso, con lo stesso patema ma con una meta più ambita: la mia casa e la mia vita così anormale.
Non importa, tutto questo non importa.
Ora sono qui e qualcuno, di là, ha un bisogno e mi chiama.
Non sono un eroe.
Non sono pazza.
Faccio solo il mio dovere.
Dedico questo piccolo scritto a tutti coloro che, come me, lavorano di notte e durante il Natale e tutte le festività. Auguri a noi, e alla nostra vita così diversa.
24/12/2009
SI STA COME A NATALE

Era il Natale di due anni fa quando nasceva questo libro. I vibrisselibrai avevano ideato, inventato o recuperato dai loro cassetti ventuno racconti ad atmosfera natalizia per farne un unico dono. Un’antologia a tema, che, dato il periodo, non poteva essere che il Natale, appunto.
Il dono, simpatico, accattivante, classico ma originale, era per chiunque lo volesse. Perchè questo libro era nato, come tutti i libri di Vibrisselibri, per essere prelevato gratuitamente dal web.
Certo, se qualcuno avesse voluto stamparlo, ci sarebbe stata la minima spesa di carta e inchiostro, ma per leggerlo la stampa non è mai stata un obbligo.
Io a questa raccolta ci sono affezionata. È stata la mia prima esperienza di curatrice, mi ci ero tuffata con slancio e incoscienza, confortata dall’aiuto di tutti, e di un’amica in particolare, come scrivevo allora qui. Un’avventura, insomma. Che mi piace ricordare con affetto.
Molte cose sono accadute da allora, due anni sembrano un secolo, quella data è lontanissima nel tempo, ormai. La vita corre veloce, cambia legami e abitudini e perfino i pensieri.
Il Natale resta, però, e torna, puntuale, sempre nello stesso giorno, assegnatogli ormai da tempo immemore. Fa da punto fermo ai ricordi.
A ogni Natale si fanno un po’ di tristi conti, nelle famiglie spesso manca qualcuno a tavola.
Ma Natale dovrebbe essere anche un momento di serenità, l’unico giorno dell’anno in cui si spera di riuscire a mettere via i cattivi pensieri e le cattive azioni. “Almeno a Natale!”, si esclama convinti.
E così, mentre spero anche io che il dolore mondiale si attenui almeno in questo giorno, come principio per quelli a venire, contribuisco in un piccolo piccolo modo, ricordando questa serie di racconti leggeri, scritti con il cuore, e con il cuore regalati.
A me ricordano un periodo particolare e bellissimo. Spero che anche chi li leggerà oggi potrà sentire e condividere l’emozione che ci ho messo allora.
La scheda del libro è qui.
Per leggere i racconti, bisogna andare qui.
Buon Natale a tutti.
21/12/2009
DIGESTIONE DEL PERSONALE, di Paolo Cacciolati

Ogni volta ci casco.
Mi capita talvolta d’incontrare narrazioni, specie contemporanee, in cui il vissuto concreto dell’autore, che sia il suo io profondo o il luogo in cui materialmente vive e lavora, si mescola alla fantasia. Leggi cose che daresti per scontato essere vere, poi vieni a sapere che, a meno di non essere esplicitamente dichiarato il contrario, non è così, che è tutta un’invenzione, che di vero c’è solo un contesto noto all’autore.
Paolo Cacciolati mi ha fatto uno scherzetto del genere.
Paolo è, nella vita, un dirigente d’azienda. Digestione del personale, il suo primo romanzo edito da TEA, è ambientato in un’azienda… leggendolo mi verrebbe spontaneo fare due più due, per forza di cose: qui si parla di qualcosa di autentico!
Se fosse così sarebbe un affar serio, dato che nel libro ci sono due morti ammazzati…. Roba da chiamare subito le forze dell’ordine e denunciare il delitto!
Ma no, si tratta di un romanzo.
La dimensione del giallo, svelatasi fin dalle prime pagine, e in seguito velatasi di amara ironia, ti fa capire subito, per l’appunto, che non si tratta di un’autobiografia romanzata, ma è proprio come dicono sempre gli autori interrogati in proposito: ci sono sì dei riferimenti ad un ambiente che si conosce bene, ma il resto è solo una storia inventata.
Eppure….
C’è, come ho detto, un morto ammazzato fin dalle prime pagine. Siamo all’interno del cubone, un palazzone di vetro sede commerciale, a Torino, di numerose aziende, a volte fittizie, a volte importanti, come la Elektracar, ditta produttrice di utensili elettrici in cui è ambientata tutta la nostra vicenda. Il morto ammazzato è il capo di questa ditta. Con lui, a fargli compagnia per tutto lo svolgimento della narrazione, c’è Marco Michichi.
Marco è il centro e il mezzo della storia. Di professione consulente aziendale, produttore di corsi di aggiornamento e di formazione, ossia venditore di nulla, di parole vuote, di lavaggi del cervello del personale. Per arrotondare si destreggia nella truffa ai danni dei suoi stessi clienti, alleggerendoli impunemente di decine di migliaia di euro.
Lui è lì, nelle prime pagine del romanzo, accanto al cadavere a cui in seguito se ne aggiungerà un altro, nell’attesa che le forze dell’ordine vengano a prenderlo. E in quella manciata di ore, in cui è da solo nel cubone, rivive le vicende degli ultimi tempi, quelle che lo hanno portato a trovarsi in circostanze quanto meno singolari.
Lo dico subito.
Ci ho messo un po’ prima di riuscire a immergermi completamente nel romanzo. Come sempre succede quando si affrontano argomenti sconosciuti, è inevitabile scontrarsi con delle iniziali difficoltà di comprensione. Del resto, entrando in un libro, entri ogni volta in un mondo. Che non è detto ti sia familiare. Anzi, il più delle volte, come capita a me, che scelgo storie lontane dal mio quotidiano, non lo è.
Lo scenario, come detto, è quello di una grande azienda commerciale. Da subito ci si ritrova immersi nel linguaggio aziendale, nel comandamento fondamentale: vendere, guadagnare, ricavare. Oddio, io che sono tendenzialmente romantica, votata al sentimento, ricevo una doccia fredda…
Se non c’è profitto non si esiste.
Se il venditore, perno dell’azienda, non vende, è nessuno, va silurato.
Oh, ma mica è spiegato in modo così semplice….Lo si capisce, certo, ma il linguaggio aziendale è fatto di parole come mission, vision, customer enjong, performance e output, competitors, outplacement… e via di seguito. Abbastanza faticoso, per chi ignora il gergo. Ma poi utile per capire come tale linguaggio viva di slogan, frasi fatte che devono plasmare i venditori perfetti, o quanto meno un personale motivato a vivere e morire per l’azienda. Ma senza amore.
Ci ho messo un po’, ripeto, ma poi mi ci sono calata alla grande, nel romanzo. Grazie a Marco Michichi.
Nevrotico, maniaco, imbroglione,amorale…Inventore del Simulwork, un simulatore di realtà da consultare come fosse la Bibbia, e dei generatori d’entusiasmo, corsi formativi costituiti, come dicevo, di vuoti slogan per ri-motivare il personale, che ricordano tanto la strategia oratoria mussoliniana (avete presente il celebre “Credere, obbedire, combattere?”…).
Un piccolo uomo che sa di essere piccolo, ma tenta di ignorarlo con le manie di grandezza. Un venditore di fumo che passa sopra ai sentimenti per la convenienza, che non esita a vendere quel po’ di simil-amicizia che pure si scopre capace di provare, solo per il proprio interesse. Un farabutto che troverà il suo riscatto, sia pure grazie alla solita, egocentrica convenienza.
Perché lui è il migliore e tutto il mondo lo deve sapere.
Nella cronaca li abbiamo visti, personaggi simili, in altri ambiti: a me ricorda un certo fotografo sotto processo di questi tempi per tentata estorsione nei confronti di personaggi famosi: un tantino più sfacciatamente sbruffone del Michichi, ma quando mi raffiguro il consulente è così, con quella immagine che me lo immagino: bello e tenebroso, amorale ed elegante.
Un bel personaggio, però, un eroe negativo a cui mi sono proprio affezionata. Me ne sono accorta alla fine, chiudendo l’ultima pagina del romanzo e considerando che da quel momento il farabutto non mi avrebbe più fatto compagnia (metaforicamente) la sera, nel letto, prima di spegnere la luce. Peccato.
Ora che ero entrata per benino nel meccanismo della narrazione.
Il quale meccanismo mi è stato pure un tantino ostico, all’inizio. I salti temporali scanditi dal SuperB… ma cosa diavolo è un SuperB??? In realtà è spiegato subito, ma la cosa mi era sfuggita, per cui solo dopo un po’ ho capito che si tratta di un palmare in cui il protagonista ha annotato tutta la sua storia recente, e a cui fa ricorso per rievocare gli episodi salienti che spiegano il motivo del suo trovarsi alle prese con un cadavere, anzi due, in quella notte, aspettando che una polizia un po’ imbranata si decida a venire a prenderlo.
Questo SuperB è il trucco, dunque, che scandisce e racconta, che salta indietro nel tempo, ma senza un ordine preciso, seguendo i ricordi personali del Michichi.
Non ci voleva molto a capirlo, dopo tutto, ma tant’è.
C’è una cosa tuttavia che ancora adesso non mi è chiara. Il ruolo di un personaggio definito “spione” che si scontrerà col Michichi, dopo averlo a lungo esasperato, avendo la peggio. Mi è rimasta l’ansia e un punto di domanda, al riguardo.
Son proprio dura di comprendonio, l’autore mi scuserà, ma questo mondo è del tutto nuovo per me. Devo dire che però grazie alla quanto meno programmata digestione del personale, titolo alla fine assai illuminante, così come la copertina, ci ho capito qualcosa di più. È stata una scoperta, ma in fondo non sono cose che già un po’ s’immaginano? Altrimenti, da dove vengono la crisi economica di questi tempi, i cassintegrati, i fallimenti, i licenziamenti di massa?
Non sarà una storia vera, quella di Cacciolati, non di per sé, ma non stento a credere che le crudeli manovre di selezione/digestione (se non produci sei out, sei fuori, sei licenziato), che l’assoluta assenza di considerazione umana (sei solo un ingranaggio produttivo, non una persona), che la terribile logica del profitto a tutti i costi (costi quel che costi, se mi si passa il bisticcio)… non stento a credere che ai giorni nostri tutto questo sia possibile, anzi reale.
Tanto reale da giustificare e rendere attualissima l’umiliante, eppure chiarificante, massima del Michichi, un invito rivolto ai frequentatori dei suoi corsi: “Essere flessibili a trecentosessanta gradi e pronti a piegarsi a novanta.”.
Come a dire, vendetevi pure la vostra dignità di persona, ma siate produttori di guadagno. È quello che conta.
11/12/2009
SOGNO, AL MARE
Siamo al mare, su scogli alti e spinosi. La giornata è luminosa, come sempre al sud.Discutiamo, ma non in modo cattivo. Stiamo solo parlando. Tu fai un passo indietro, non guardi, precipiti nell’acqua.
Cerchi concentrici si chiudono su di te.
NOOOOOOOOOO!!!!!!!
La mia mente è un urlo puro.
La mia anima si squarcia.
Tu non sai nuotare, non hai mai imparato!
Ho provato tante volte a insegnarti ma non c’è stato mai niente da fare.
Grido, e mentre grido tutta una vita condivisa mi scorre davanti agli occhi. L’acqua, verdissima, ma torbida come una palude ti ricopre.
Grido e mentre grido non so immaginare il presente, nè il futuro senza di te, mentre il passato in un istante lungo una vita mi travolge e sconvolge.
Grido e mentre grido i miei occhi incontrano lo sguardo di mio padre. Salvalo, gli dico senza parole. Lui pure risponde senza parole, ha l’impotenza dipinta sul volto. Realizzo di colpo la sua età, i suoi problemi di salute, e non conta che fosse stato in passato un bravo subacqueo, che sapesse andare in apnea a caccia di pesci, molluschi e ricci di mare. Ora non è più niente di tutto questo.
Resta il mio urlo silenzioso che mi sfonda la mente e il cuore.
Alcune bollicine nel punto in cui sei sparito e ancora non so che fare, oltre che disperarmi.
Medito di gettarmi io nell’acqua. Non so immergermi, sono imbranata, ho mille problemi, lo sai, ma lo farò, a costo di affogare con te.
Ma.
Riemergi, placido.
Nuoti come un pesce, non hai nemmeno il fiatone, né l’affanno. Non sei mai stato così agile in acqua, ora è il tuo elemento.
Incredula torno a respirare, come se l’apnea fino a quell’istante fosse stata mia.
Tu in mano stringi due paletti catarifrangenti, quelli che delimitano i bordi delle strade.
Sei riuscito a toccare il fondo e a recuperare quei due cosi, forse anche un vecchio copertone, ed è come se la tua fosse stata una missione ecologica, invece che una caduta a rischio della vita.
Esci da quell’acqua così opaca, eppure così apprezzata da tutti lì intorno, e non ti ho mai visto così bello, come se Nettuno ti avesse trasfigurato e reso simile a un semidio.
Passeggiamo ancora un po’ in uno scenario così strano… sembra una grotta magica, pareti di roccia intorno a noi, sfondo azzurro e quell’acqua verde… molta gente fa il bagno, è un luogo d’eccellenza.
Per te è un richiamo.
Ti rituffi, stavolta spontaneamente, nuoti, sei un delfino. Mi chiami e io, sempre più meravigliata, entro in mare prudentemente, un po’ alla volta, sono molto più timorosa di te. Che, di nuovo, vai giù verso il fondo e ancora porti in superficie altri due paletti… ci hai proprio preso gusto, mentre io a stento galleggio, fatico a starti dietro e di certo non mi sogno neppure di imitarti.
E invece tu sorridi, e tuoi occhi azzurri sono il mare più bello, e più nuovo, per me.
Mi sveglio.
Non ci sei.
05/12/2009
L'UOMO DI DIO E DELLA MONTAGNA
A volte anche un uomo di Dio dimentica i propri limiti, dimentica di essere un uomo.A volte la passione umana per i doni di Dio trascende umiltà e ragionevolezza.
Ed è così che un sacerdote perde la vita per ciò che forse l’aveva riempita fino ad allora più di ogni altra cosa.
La montagna, dono di Dio agli umani, sa essere una droga. L’ho detto altre volte, la magia che esercita il contatto con la natura, sulle vette altissime ma accessibili, è irresistibile. Ci sono uomini che amano mettersi alla prova con i giganti, mettersi alla pari, piccoli come sono eppure capaci di sfidare il pericolo, fidandosi della propria esperienza e delle proprie capacità.
Ma un piccolo uomo non sempre può riuscire a piegare il gigante. Nemmeno se veste una tonaca.
La montagna è stupenda, la montagna emoziona in un modo indescrivibile. La montagna ti dà il senso della vita, ti fa sentire in cima al mondo quando ne conquisti la sommità. Salire in cima, arrampicarsi, è mettersi alla prova, saggiare le proprie forze.
Scendere con gli sci sulla neve fresca, da 2000 metri, in una notte di luna piena, ti fa forse sentire più vicino a quel Dio che dovresti servire da lontano.
Ma l’approccio non è quello giusto.
La montagna chiede rispetto. Lei è più grande, più forte. Regala tutto di sé, ma bisogna rispettarla e capire i propri limiti.
Nessuno è onnipotente, al di fuori di quel Dio che tutto sa e tutto vede, se ci crediamo.
Ma quel Dio non si intromette mai con le nostre scelte. Per quanto lo amiamo, per quanto ci ami, i nostri sbagli sono solo nostri e siamo noi a pagarne le conseguenze.
Un uomo di Dio queste cose le sa.
Sa che la vita è nelle mani di quel Dio, ma sa pure che la libera scelta di farne quel che vogliamo è un suo regalo da onorare.
Un uomo di montagna sa che ci sono condizioni in cui è bene non sfidare la montagna, per l’amore e il rispetto per la vita che essa pretende. Un uomo di montagna sa quanto è forte, la montagna.
E un uomo di Dio e di montagna non può ignorare di essere entrambe le cose.
Non può sfidare la sorte e il gigante confidando sull’aiuto di un Dio che gli ha dato la ragione e tutti gli elementi per discernere il bene dal male, ciò che si può fare e quello che non si dovrebbe. Un Dio che predica l’umiltà e non la presunzione.
Ignorare questi fattori porta il sacerdote in questione a tentare la discesa con gli sci, da solo, in una notte troppo calda e troppo ventosa, su una neve troppo fresca, troppo molle. Gli sci vanno che è una meraviglia, ma un uomo di montagna sa che la combinazione di tutti quegli elementi può portare a una sola conseguenza. Gli sci tagliano la neve. Si stacca un fronte immenso, che non ha il cemento del ghiaccio, non ancora, in questo autunno così caldo. Si stacca e travolge il sacerdote, coprendolo con quasi due metri di manto bianco e freddo.
Al bordo di questa massa enorme di neve i solchi binari degli sci del sacerdote, che s’interrompono là dove inizia la slavina. Eloquenti come niente altro, in uno scenario di una bellezza astrale: la neve, il cielo chiaro di mezzanotte, la luna piena, le rocce affioranti. Il silenzio, dopo il boato.
E quei binari.
Chissà se il sacerdote ha avuto il tempo di ricordarsi del suo Dio e di rendergli l’anima troppo piena di tutta quella bellezza. Forse mentre scendeva rendeva comunque grazie a quell’inventore matto, che nessuno può eguagliare perché è Unico. Così almeno insegnava gli studenti, ai bambini. Quel Dio è unico e misericordioso, affidiamoci a lui con fiducia.
Ma dove finisce la fiducia e dove incomincia la presunzione? Dov’è il confine fra la protezione di un Dio cui abbiamo dedicato la vita e la responsabilità di ciascuno di noi per le nostre scelte?
La scelta del sacerdote è stata libera da costrizioni e, anzi, sorda ai consigli più prudenti. Inspiegabile con la logica umana.
Forse perché il sacerdote sapeva di rispondere a una logica più alta. Alla seconda e definitiva chiamata di quel Dio che ha amato, pur se in un modo tutto suo.
Lo vedo, il sacerdote, mentre scende con gli sci ai piedi, che nemmeno la slavina gli ha strappato, gli occhi pieni dello splendore notturno.
Sta rispondendo felice alla chiamata.
Eccomi, sono qui. Sto arrivando.
25/11/2009
UNA FOGLIA D'AUTUNNO

Sono nata qualche mese fa. Ricordo che dapprima non c’ero, e poi di colpo ci sono stata.
La prima sensazione che rammento è di tepore, qualcosa cioè di non troppo freddo né di troppo caldo, sufficiente a farmi sbocciare.
Ho visto subito la luce, ed è stata un’altra bellissima emozione.
Era la luce a darmi anche il calore, e là ho cercato, per quanto possibile, di volgere lo sguardo. Ma non mi è stato possibile più di tanto, perché la mia base era legata a qualcosa di solido e pressoché immobile.
Non mi è importato poi troppo. Ho ugualmente imparato presto che quel calore e quella luce venivano da una cosa chiamata sole, che da subito ha dato un senso cronologico alla mia vita neonata.
Un tocco gradevole, fresco, ogni tanto mi sfiorava, in un piacevole contrasto col tepore che tanto mi piaceva. Era il vento, che in seguito ho capito poteva essere brezza gentile e amica o tempesta scatenata e temibile.
Appena nata avevo sete e fame e dal basso mi arrivò subito un nutrimento eccezionale che mi fece crescere rapidamente. L’acqua per bere mi arrivò poi dal cielo, talvolta in abbondanza, talvolta invece mancava. Quella che mi dissetava davvero la ricevevo dalla base. Quando invece veniva giù mi lavava tutta, mi liberava della polvere aiutandomi a respirare meglio. Io poi la regalavo al suolo. Ogni goccia mi scivolava addosso, dopo aver percorso la mia piccola superficie, e raggiungeva il suolo sottostante. Io non ho mai trattenuto niente, non sono nata egoista. Per vivere mi è sempre bastato molto poco. Il tepore, la luce, la linfa.
All’inizio ero un po’ pallida e piccola. Il mio colore era di un verde chiarissimo e delicato, ma io non ero così fragile come apparivo. Ero tenacemente attaccata alla mia base, che poi pian piano ho scoperto essere un ramo, a sua volta attaccato a una creatura chiamata albero, che nutriva entrambi e un numero immenso di altre “cose” come me.
Foglie.
Ecco, sì, il nostro nome era questo: foglie.
Appena sbocciate eravamo tutte curiose di vita. Io in particolare, ero decisa a capire il mio ruolo, il perché ero nata, se un perché c’era. Nessuno mi avrebbe scalzata dal mio posto, se non con l’uso della forza.
La veste verdina, divisa ufficiale di noi neonate, era destinata a cambiare da lì a poco. Sarebbe diventata di un verde più scuro, relegando la sfumatura più chiara solo alla faccia inferiore. Un abito stupendo, adatto alla parte di mondo in cui vivevo. Sono sicura infatti che in precedenza, senza di me e le mie compagne, il bosco era triste e freddo.
Dopo qualche tempo, dunque, sono diventata più forte, più grande, brillante.
Ho imparato a cantare.
Non so se per questo devo ringraziare quelle creature colorate e leggere che venivano così spesso a trovarmi. Loro non erano statiche come me, potevano muoversi e restare sospese nell’aria finché volevano. Per poi ritornarmi accanto a riposare e a rallegrarmi con una voce meravigliosa.
Ecco, se una divinità esiste, io credo che dimori nella melodia di un uccello.
Certo non è stato per una voglia assurda di emulazione nei confronti di queste creature alate: eravamo, siamo, troppo diversi. Forse era semplicemente nelle mie corde: di fatto, un giorno mi sono ritrovata a cantare.
C’era il vento, e faceva caldo. Mi sentivo così bene che temevo di scoppiare dalla gioia. Il momento era perfetto. Attorno a me il silenzio. Nessuno degli abitanti del bosco, di quelli dotati di voce, si faceva sentire, forse per il caldo.
D’un tratto, d’istinto, ho provato l’impulso di lasciarmi andare, di abbandonarmi senza riserve. E l’ho fatto.
Il vento si è allora impossessato del mio piccolo corpo, mi ha accarezzato fino a farmi impazzire di piacere, abbiamo danzato insieme. E dalla nostra unione è nata la vibrazione. La musica.
La magia è accaduta anche alle altre mie compagne. Avevamo tutte una voce, ed era come se facessimo parlare il vento.
Un lungo fischio, un soffio, un sibilo, e poi la musica. Note delicate che sgorgavano dal nostro languido abbandono, singolarmente appena udibili, ma tutte insieme, nel coro, si trasformavano in un suono incantevole paragonabile al canto delle creature alate.
Nessuno nel bosco, sopra e sotto di noi, disturbava la nostra canzone. Nel silenzio più assoluto, la nostra voce ritrovata era la sola, tutti ci ascoltavano rapiti.
Infine la luce è diventata meno intensa e meno calda. Il nutrimento ha cominciato a scarseggiare in questo punto fermo che è stato tutta la mia vita.
C’è qualcosa di diverso, ora.
Ho cambiato il vestito. Neanche troppo lentamente me ne sono ritrovata addosso uno tutto giallo.
Anche le mie compagne. Qualcuna addirittura si è vestita di rosso, chi di marrone, poche conservano tenacemente, per ora, l’abito verde. Tutte insieme siamo una festa. Se la nostra voce, grazie al vento, era una melodia, la nostra nuova veste colorata fa di noi una sinfonia.
Una mescolanza di colori caldi così perfetta che non credo esista qualcuno in grado di replicarla. Ognuna di noi foglie ha un posto preciso in questa scala cromatica, il solo fatto di essere lì su quel ramo e non altrove rende lo scenario complessivo di una bellezza mozzafiato.
Forse è per questo, solo per questo, che sono nata. Per essere consapevolmente qui dove ora sono.
Il bosco cambia aspetto, è più luminoso. I rami che s’intrecciano, gialli e rossi, creano una galleria policromatica sotto la quale tutti ammutoliscono: le parole sono superflue, il sangue, in chi ce l’ha, corre più caldo sul filo dell’emozione.
A me però il nutrimento scarseggia, mi sento debole. Leggera, trasparente, impotente, ad un tratto non sono più attaccata al ramo. Sto volando!
Non lo credevo possibile, pensavo che solo gli uccelli o gli insetti, o comunque le creature dotate di ali potessero volare, invece lo sto facendo anche io. Il mio amico vento, dopo che mi ha regalato la voce, ora mi regala il volo. Per un attimo che sa d’infinito mi trascina con sé in un vortice, e io, senza forza e felice, mi lascio cullare. Mi abbandono.
Ma presto la danza finisce e tocco il suolo, senza dolore.
Che strano.
Ora guardo dal basso quella che è stata la mia casa. È così grande, il mio albero. Ma mi appare nudo e triste. Forse ha freddo, senza di noi. Io e le altre foglie, infatti, non siamo più lì a vestirlo. Abbiamo rivestito i suoi piedi e quelli di tutti gli altri alberi di un tappeto morbido.
Dopo un po’ scopro che la vita è anche sotto di me. Esseri piccolissimi e striscianti proteggono il loro nido col mio corpo. Si nascondono dai pericoli. E strane creature nascono e crescono da un momento all’altro. L’umidità che trattengo sotto di me aiuta i funghi, così si chiamano, a sbocciare dal nulla, proprio com’ero sbocciata io: poi li aiuto a nascondersi, li proteggo dalla vista dei predatori. Ma la loro vita è così breve, ancor più della mia. Quando comincio a pensare che il mio scopo in fondo è di proteggerli, è troppo tardi. Loro non ci sono più.
E mentre me ne accorgo, realizzo anche altre cose.
Che ora fa freddo, per esempio. Che intorno al bosco le montagne sono diventate bianche. E che sto diventando sempre più rugosa, più secca.
Sento la vita che mi abbandona.
Sento che mi sto letteralmente sbriciolando, mi dissolvo nell’aria e nel suolo. Quel che resta di me si ricopre di una coltre bianca.
Sono diventata terra, polvere, molecole, atomi.
Sono diventata nutrimento.
E alla fine, forse, era questo il vero scopo della mia vita.