26/06/2009
MANGIANDO, BEVENDO, SCRIVENDO, VOLANDO
Immagina una riunione fra amici, denominata affettuosamente corso di scrittura.Immagina che si tenga in un weekend, in una sede un po’ anomala per un corso: una casina ai piedi delle Dolomiti, non lontano da dove qualcuno immaginò che un tempo si fossero verificati un bel po’ di strani miracoli. Una casetta seminascosta tra le altre in un paese piccolo piccolo, eppure immersa nel verde.
Immagina che il corso si intitoli “Mangia, bevi e scrivi”, e ti fai solo una piccola idea della cosa.
Un gruppo di amici, conosciutisi proprio durante altri corsi “ufficiali”, si ritrova a mangiare, a bere e discutere di letteratura con chi di letteratura se ne intende: uno scrittore.
Accolti e raccolti nel verde di un prato, sotto un ombrellone o magari un ombrello, a seconda dei capricci del tempo, in canottiera o col maglione di lana, ad abbronzarsi o a congelarsi indifferentemente, perché così è in montagna, si ascolta con attenzione la “lezione”.
Si impara come viene editato un libro vero, quante e quali correzioni sono necessarie durante la lavorazione. Un libro infatti non nasce già perfetto. Semmai perfettibile. A volte completamente rivedibile. O riscrivibile. Perchè magari contiene una buona idea ma è scritto male (ma gli scrittori possono scrivere male?! Sì, certo, mica sono delle enciclopedie. O dei dizionari.).
C’è tantissimo lavoro dietro la nascita e la crescita di un romanzo.
Ascoltiamo, quasi increduli che uno scrittore che componga il romanzo in questione, all’inizio del suo percorso possa esibirsi allegramente in involuzioni e contorsioni sintattiche che noi, stanne certo, non useremmo mai… e ci sentiamo confortati che dai, in fondo, se quello fa così e scrive un libro, figuriamoci, possiamo farcela anche noi.
Se non fosse proprio così difficile, mannaggia.
E così ci sorprendiamo a fare i critici, pignolissimi, nei confronti dell’altrui scrittura, scoviamo il pelo che infastidisce lo scorrimento della narrazione, ci diciamo “maddai!” … e nascondiamo un po’ d’invidia perché lui, quello là, almeno ce l’ha fatta.
Eh, ma poi tocca a noi essere vivisezionati.
Lo scrittore che abbiamo di fronte è uno scrittore vero e lo è per qualcosa. Abituato a leggere e a scrivere con metodo e competenza.
Non abbiamo scampo.
Ma siamo qui per istruirci, in fondo. Si chiama corso, anche se in sede anomala, anche se di fronte a bottiglie e bicchieri e piatti prelibati, perché abbiamo qualcosa da imparare. Qualche trucchetto per scrivere meglio, per esempio, noi che abbiamo qualche modesta aspirazione e siamo consapevoli dei nostri molti limiti.
E allora immagina che tocchi a te.
Lo scrittore ha davanti a sé la prima pagina di un tuo lavoro iniziato anni fa e mai portato a termine, per molti motivi. Non per ultimo il sospetto che tutto quello che avevi scritto, e non era poco, fosse inutile. Da buttare.
Quella tua prima pagina, faticosamente messa nero su bianco, era poco convincente anche ai tuoi occhi. Ma solo tu sai quanto lavoro, quanto pensare, quanto fare e disfare ti è costato.
Quella tua prima pagina, ora, è piena di segnacci a penna. Piena piena, sì. Praticamente è tutto un segnaccio. Tutta una correzione, una cancellazione, una serie di appunti.
Se fossi stata a scuola una pagina così ti avrebbe fatto guadagnare una insufficienza piena.
Se fosse stato il tema della maturità, i commissari ti avrebbero detto: arrivederci, forse, al prossimo anno. Come ripetente.
Ti senti di colpo un’assurdità. Un’ingenua che farebbe meglio a cambiare indirizzo ai suoi sogni. E vorresti essere lontanissima, in quel momento.
Ma perché hai scelto proprio quel pezzo?!!
E invece.
Invece ti si dice che nemmeno gli scrittori professionisti sono esenti da una prima pagina come quella.
Davvero?
Sì. Allora riprendi speranza. E fai bene, perché tutto quello che viene dopo, tienilo a mente, rimarrà uno dei momenti più notevoli della tua carriera di sognatrice.
La tua storia narrata, sebbene appena accennata in una decina di pagine, piace.
Piace lo stile, sezionato che neanche all’obitorio un cadavere.
Piacciono le trovate, di cui non eri nemmeno consapevole, tanto erano state naturali.
Piace tutto quello che a te non piaceva.
Perché anche se ancora non lo immagini neppure, agli occhi del mondo che scrive, ti viene detto, sei una piccola scrittrice anche tu.
Immagina ora che dopo tutto questo tu vada via pattinando sulle nuvole, da quel posticino sotto le dolomiti, patria di quella grande penna che mai ha dimenticato le sue montagne, reinventandole in racconti e miracoli.
E, a proposito di miracoli, immagina che mentre pattini su nuvolette rosa hai anche la testa a spasso fra le nuvole più alte, e mille pensieri colorati, fiducia, e parole belle, quelle che hai appena udito, che riecheggiano nelle orecchie ma soprattutto fra mente e coscienza. Un sorriso ebete ti accompagna e induce a sospetti chi ti incontra: questa è strafatta!!, leggi negli occhi di chi non sa.
Hai immaginato tutto questo?
Hai fatto bene.
Sappi che non è immaginazione.
silenziosamente concepito da Ramona 16:33:00
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19/06/2009
ENCICLOPEDIA DEGLI SCRITTORI INESISTENTI
Va bene, diciamocelo: nessuno si è mai preso la briga di leggere un’enciclopedia intera per il gusto di farlo. L’enciclopedia si consulta al bisogno, è una cosa seria e affidabile, al massimo soggetta a un fisiologico invecchiamento, visto che gli argomenti più attuali non potevano essere previsti né descritti in un’edizione di, per dire, 20 anni fa.Niente di più serioso di un’enciclopedia. Tanto che di una persona molto colta, magari un filino noiosetta, si dice che ha un sapere enciclopedico. E il comune mortale, per invidia, poi maligna: sì, ma uno così che palle, non sa essere divertente, si prende sul serio, non ride mai, passa la vita a studiare!
Un’enciclopedia è un concentrato di sapienza. È, o dovrebbe essere, obiettiva, precisa, documentata. Concreta.
Merita rispetto.
Dietro ogni volume c’è un lavoro immenso che dura anni. Non si può pretendere che sia anche divertente.
Però oggi c’è un’enciclopedia diversa, che grazie a Dio strappa il sorriso.
Niente voluminosi e seriali tomi a ingombrare i ripiani della libreria: già questo le assicura un doppio punto a favore.
È leggera, in tutti i sensi, occupa poco spazio, solleva lo spirito, rende piacevole la “cultura” (virgolette obbligatorie, e poi vedremo perché) e accompagna senza pretese qualche ora, o minuto, o giornata di chi si prende la briga di sfogliarla.
Il volume è unico, dicevamo. Piccolo, con la copertina cartonata (illustrazione di Matteo Pericoli, mica uno qualunque…), bianca che illumina lo scaffale. Chi ricordava la cupezza delle enciclopedie dal dorso di un nudo color rosso cupo o marrone o le sovraccoperte destinate a lacerarsi anche nell’inutilizzo, si accorge ora, semplicemente, di respirare senza alcuna oppressione.
È un’enciclopedia monotematica. Il che spiega probabilmente anche le ridotte dimensioni del volume. Certo, anche le Garzantine sono volumi monotematici, eppure hanno una consistenza più pesante.
Forse un motivo per cui l’opera è così leggera sta nel fatto che l’argomento trattato non è molto diffuso né conosciuto, ed è ancora in fase di scoperta e aggiornamento. Sono certissima infatti che andando avanti nuove voci si aggiungeranno a queste già raccolte, perché i rinvenimenti si moltiplicheranno e sarà un boom che al confronto nemmeno le scoperte d’Egitto a loro tempo.
Ma allora, di che tratta questa magica enciclopedia?
Il titolo può trarre in inganno: Enciclopedia degli scrittori inesistenti, stampato presso Boopen (Led) editore.
Cioè, se sono inesistenti, che cosa si raccoglie in una enciclopedia che, come si diceva, dev’essere seria, affidabile eccetera? Non è un paradosso?
Di fatto l’enciclopedia, in quanto tale, è proprio serissima, frutto dell’impegno e della fantasia di un gruppo di scrittori (più o meno esistenti), denominati collettivamente Homo Scrivens. Tuttavia l’argomento trattato (scrittori che non esistono, movimenti letterari inventati e riviste fasulle), sotto la parvenza della credibilità più assoluta è affrontato con uno stile assai ironico e piacevole.
Certo, l’operazione di concepire personaggi letterari non reali non è nuovissima. In Bottega di lettura abbiamo già da tempo raccolto vita, opere e miracoli di tale Alex Fringberger, documentandoli e registrando le nuove scoperte sulla assai prolifica opera di questo scrittore… che non c’è.
In questo caso però l’impresa è più ampia, comprende un’infinità di autori, movimenti e riviste del tutto inventati. Ecco perché accennavo alla cultura fra virgolette: un’enciclopedia che non può insegnare nulla.
Eppure.
Eppure ognuno di questi autori, pur non esistendo, affonda spesso radici e attività nel reale, in ciò che esiste o è esistito, che la storia e la letteratura ufficiale riportano ampiamente. E lo fa in un modo che è impossibile credere veramente che questi personaggi non siano esistiti o non abbiano potuto esistere in un certo contesto.
E magari esistono ancora…
Alcuni autori infatti sono dati per contemporanei, in vita o appena scomparsi, come tal Bianchi Mario, detto Mario Bianchi (1952-2009), che dopo aver vinto il premio letterario “Un premio in Italia non lo neghiamo a nessuno” è stato candidato al premio Strega nel 2001, cui non volle partecipare per non turbare l’equilibrio fra le case editrici, e ha smesso di esistere non appena si è accorto dell’esistenza di una scheda che lo ritraeva in un’enciclopedia di scrittori inesistenti (Aldo Putignano).
Oppure come tale De Filippis Incostanzo Maria, nata nel 1960 e… non se ne vede la fine, definita filosofa pedagogista e scrittrice, tra le cui opere sono da ricordare la trilogia a sfondo sociale C’è posto per me! (1995), C’è posto per te! (1997) C’è posto per tutti! (1999) e il sottile scavo psicologico di Uomini e donne: mai capita la differenza del 2003. (Francesco Mari)
Non solo contemporanei. Gli autori del passato la fanno da padroni, incastrandosi nella Storia o nella leggenda in modo mirabile.
Primo fra tutti, ricordo il progenitore degli scrittori, un certo Adamo (Eden anno zero, sesto giorno – Terra ?).
Nato da una sagoma di fango e da un soffio di vino, per tenere nascosti i propri pensieri a una certa Eva, con cui veniva facile solo l’arte dell’incastro dei corpi, ma non la comunicazione, prese a scriverli su foglie di banano cucite fra loro in pile ordinate con graspi d’uva (da qui il termine “sfogliare”), prototipo degli attuali libri; tra i titoli ricordiamo La disgrazia di non essere solo, L’alibi del serpente, Che peccato!, Il trasloco, Ricominciare. Eva poi se ne appropriò e intitolò la raccolta I libri della Genesi. (Cristina Maria Russo)
E gli autori del futuro?
Peter Grimm nato in Canada nel 2056 e in sospensione crionica è concepito in provetta e programmato geneticamente impiantando nel DNA il gene della letteratura; è l’inventore del bio-book, tramite il quale, con una sofisticata apparecchiatura, il lettore può diventare realmente il personaggio del libro, vivendo un’esperienza subalterna alla vita reale.(Angela Petriccione)
E poi le riviste e i movimenti letterari, tutti falsi, che non elenco qui ma che sono spassosissimi, inverosimili, ma perché no?, a volte possibilissimi.
Come già detto, lo stile dei compilatori di questa enciclopedia è generalmente ironico, a volte grottesco, e francamente a certe voci c’è proprio da sorridere o ridere.
Tutto al contrario di un’enciclopedia “vera”.
Curatori del volume sono Giancarlo Marino e Aldo Putignano. Quest’ultimo nella sua interessante prefazione spiega meglio di me la realtà di un’opera irreale, dove persone, miti e opere letterarie mai esistiti di colpo si ritrovano a vivere come in una fiction.
Di mio aggiungo che non è semplice inventare personaggi di questo tipo. Voglio dire, quando si scrive una storia è normale creare i protagonisti e le loro vicende, dare loro un contesto e un percorso di vita. Ma questa operazione enciclopedica secondo me è qualcosa di diverso.
Le citazioni storiche e letterarie di cui le voci sono infarcite e che rendono appunto “reali” gli autori inesistenti sono prova della cultura e delle conoscenze di chi li ha inventati. Per dire, io ero stata invitata a partecipare, ma pur avendo inventato nei miei racconti tante storie talvolta anche ispirate alla realtà, in questo caso non sono stata davvero capace di immaginarmi nulla. Perché pur essendo nato per gioco e come un gioco per divertire, la compilazione di queste vite non è stata, secondo me, semplicissima, o almeno non è stata alla mia portata. Con mio sommo dispiacere.
Il mix di cultura e ironia che pervade il libro mi ha affascinata e ammiro moltissimo chi ha partecipato alla sua realizzazione. Si presenta elegantemente non come un racconto, o un saggio, ma proprio come un testo enciclopedico, o al più come un dizionario, con le voci in ordine alfabetico e i lemmi in neretto. Ci sono forse dei refusi di troppo, ma è garantita la correzione nelle prossime ristampe.
Due parole sull’editore. Io di editoria non m’intendo granché, mi sento ancora in fase di apprendimento, grazie all’esperienza con Vibrisselibri. Boopen è un editore print-on-demand, cioè stampa senza filtri solo su richiesta (rimando al sito per i dettagli). Ma la sezione “Boopen Led” è un vero editore che seleziona i suoi testi e ne cura l’editing e la promozione sempre senza chiedere soldi ai suoi autori.
Io non lo so se questo sarà uno dei futuri possibili per l’editoria, come ripeto, non sono in grado di entrare nel merito. La mia modesta opinione è che comunque, perché si parli di libro “vero”, ci deve essere un dialogo con l’autore. Tuttavia la possibilità aperta a chiunque di veder stampato un proprio scritto mi sembra abbastanza democratica e tutto sommato innocua, visto che la cosa è gratuita per l’autore…
In ogni caso starò alla finestra a guardare, riflettendo magari sulla nota finale del curatore che spiega come il sistema adottato da Boopen “permette a tutti di pubblicare testi anche senza interrogarsi sulle presunte esigenze di mercato […]: se un libro ha senso, ciò basta.”.
Il senso di questa enciclopedia?
Puro divertimento, anche se coltissimo.
E ciò basta.
Metto di seguito l’elenco completo degli autori (esistenti) compilatori. Tra di essi alcuni miei compagni di merende nella mitica Carboneria Letteraria:
Vincenza Alfano, Andrea Angiolino, Carmela Anzalone, Atepais, Antonio Balistreri, Edgardo Bellini, Matteo B. Bianchi, Elisabetta Bilei, Elena Birmani, Francesca Bonafini, Tiziana Brondi, Riccardo Brun, Alexandre Calvanese, Claudio Calveri, Simona Camplone, Davide Cannata, Rosalia Catapano, Ugo Ciaccio, Gianluca D’Angelo, Maurizio De Angelis, Maurizio de Giovanni, Antonella Del Giudice, Giuseppe Della Monica, Giuseppina Dell’Aria, Giuseppe D’Emilio, Eolo Di Casola, Andrea Di Consoli, Francesco Di Domenico, Mascia Di Marco, Gabriele Falcioni, Monica Florio, Marco Fossati, Lucilla Fuiano, Raffaele Galiero, Francesca Garello, Francesca Gerla, Marcella Grimaldi, Daniela Gugliotta, Homo Scrivens, Pino Imperatore, Marco Innocenti, Filippo Kalomenidis, Vinicio Lamia, Biancastella Lodi, Fabio Lubrano, Francesco Mari, Ciro Marino, Giancarlo Marino, Maria Marmo, Francesca Giulia Marone, Ketti Martino, Santa Mileto, Valerio Millefoglie, Sandro Montalto, Davide Morganti, Gianluca Morozzi, Herik Mutarelli, Liliana Nardi, Ada Natale, Mario Natangelo, Giovanni Nurcato, Gaia Pacileo, Mauro Palmis, Luigi Palumbo, Alessandro Papini, Angelo Petrella, Angela Petriccione, Luigi Pingitore, Silvia Pingitore, Antonella Platì, Gianni Puca, Mariarosaria Pugliese, Aldo Putignano, Lucio Ricci, Mariarosaria Riccio, Patrizia Rinaldi, Gaia Rispoli, Lucio Rufolo, Cristina Maria Russo, Arianna Sacerdoti, Sergio Saggese, Alfredo Sansone, Domenico Santillo, Ilaria Santoro, Michele Serio, Riccardo Servanò, Gabriele Stasino, Alessio Strazzullo, Mizzi Taurisano, Rossella Tempesta, Nadia Terranova, Francesca Toglia, Chiara Tortorelli, Luana Troncanetti, Simona Valentino, Licia Vetere, Mariangela Vigo, Andrew Reginald Violet, Maria Carolina Visconti, Nando Vitali.
(Naturalmente questa mia lettura è anche in Bottega, nel solito scaffale)
15/06/2009
APPUNTAMENTO CON IL NOTAIO IN LIBRERIA

Qualcuno ha dimenticato che ho l’onore di far parte dell’associazione no-profit Vibrisselibri? Impossibile dimenticare.
Vibrisselibri è stata un’autentica svolta per me, ma anche per il mondo editoriale. Cosa è Vibrisselibri non lo ripeto qui, lo si può consultare sul sito, oppure, per chi ne avesse tempo e voglia, andando a curiosare in questo mio stesso blog, nel capitolo Io e vibrisselibri.
Ora però ci tengo a fare degli aggiornamenti. Perché il carrozzone di Vibrisselibri non ha mai smesso di andare avanti. Certo va un po’ a rilento ultimamente, ma è la sua stessa natura di volontariato che ne condiziona l’andatura. Tutti i vibrisselibrai prestano la loro opera gratuitamente nel tempo libero, e si sa che il tempo libero, ormai, lo si cerca col lanternino: è rarissimo, siamo sempre tutti di corsa, tutti affannati, tutti presi da mille impegni. Il piacere della lettura (e per qualcuno, me compresa, della scrittura) sta diventando assai difficile da coltivare.
Posso aggiungere, per conto mio, purtroppo??
Niente meraviglie, dunque, se l’opera di Vibrisselibri va dunque a rilento. In questo modo si riesce comunque a trovare ed apprezzare meglio i famosi “mostri”, i libri che al principio nessun editore vuole pubblicare, ma che poi, grazie a noi, tutti (o quasi) vogliono.
Ed ecco le ultime novità, che non sono da poco!
Un altro dei nostri piccoli mostri, parole virtuali editate e pubblicate online da Vibrisselibri, ha trovato un papà di carta. Si tratta di Appuntamento con il notaio, di Alessio Pâsa, che è già uscito in libreria, e dunque sotto forma di pagine e copertina, grazie all’editore Barbera.
Perchè è un mostro questa nostra creatura? Perché è un romanzo che ha una forma particolare, anomala, e dunque mostruosa, al di là del canonico. È un romanzo scritto in versi, ma non si tratta di una poesia lunghissima…
In realtà il romanzo è composto da quattro racconti, ognuno dei quali scritto con l’apparente forma dei versi, ma in realtà è prosa, leggendoli non si ha l’impressione di avere di fronte una poesia, bensì una scrittura più organica, di prosa, appunto. E la cosa incuriosisce molto.
Quanto alle storie narrate, si tratta di storie banali, comuni, quotidiane, che proprio in questa quotidianità hanno la propria forza, perché permettono a chiunque di rispecchiarvisi.
Il libro è scaricabile gratuitamente, come sempre, qui, sul sito di Vibrisselibri. Ma per chi ama la carta, l’appuntamento con il notaio in questione non può che essere in libreria, grazie alla fiducia di Barbera editore.
Il quale editore ha poi in cantiere un altro nostro cuccioletto mostruoso: si tratta di Tutto deve crollare, di Carlo Cannella. Anche questo per ora è solo online, ma sarà in libreria, su carta, in autunno. E quando sarà, ne riparleremo, perché anche questo piccolo grande mostro merita che si parli di lui.
Intanto, pur con i suoi tempi lenti, Vibrisselibri annuncia che sono in preparazione altri due libri che usciranno nella sua meravigliosa vetrina n rete. Ma di questi non vi dico nulla per ora, se no che gusto c’è?...
Però a chi ama leggere, che sia sulla pagina bianca di un monitor, o su quelle di carta, entrambe comunque macchiate irrimediabilmente di parole, non posso che lanciare un avvertimento: tenetevi pronti, Vibrisselibri avanza!
14/06/2009
LA VACANZA (QUASI) PERFETTA
Per una vacanza quasi perfetta occorrono diversi ingredienti.- Un luogo bellissimo, con mare pulito (quasi sempre) e comunque cristallino e liscio come la classica tavola.
- Un gruppo di amici disponibili e generosi
- Cucina a base di pesce da sbavare e leccarsi ogni pelo di baffo
- Tempo stabile al bello o per lo meno incerto o piovoso al momento giusto, né troppo caldo né troppo freddo.
- Pane, amore, amicizia e allegria a volontà
- Fortuna q.b.

Prendere un luogo di vacanza marino, dalle acque cristalline, chiamato dagli indigeni e dai forestieri, in ogni lingua, Portonovo (An). Assicurarsi che il periodo non sia affollato, e dunque i primi di giugno o settembre garantiscono la riuscita del piatto. Ehm.. della vacanza.
Aggiungere, dapprima tutti insieme, intorno a un tavolo, poi separatamente dove vi pare, in riva al mare o a passeggio o in casa, il gruppo di amici. Costoro danno il gusto alle giornate, vi insegnano cose nuove, amano la conversazione e il buon vino che si sa, come le bistecche fa buon sangue, e come le spezie insaporiscono in giusta dose.
Non mancare di mangiare pesce sempre e comunque: personalmente suggerisco risotti e primi piatti in genere, ma anche insalate di mare di varia natura, frutti di mare, e comunque pesce anche in lisca purché deliscato.
Mettersi d’accordo con chi invia il bel tempo su questa piccola baia sull’Adriatico, all’ombra di una montagna che chiamarla tale fa un po’ ridere, per chi vive all’ombra delle Dolomiti, ma tant’è, non si priva certo di irte e faticosissime salite. Dicevo, mettersi d’accordo col dispensatore di bel tempo, che provveda a che la pioggia, se proprio dev’esserci, venga al momento opportuno, consentendo esplorazioni cittadine e campestri anziché spiaggevoli… quanto meno, premunirsi, insieme al costume, di maglioni e indumenti pesanti nonché di ombrelli. Fanno volume in valigia, ma non si sa mai.
Condire con una dose abbondante di amore, amicizia e allegria, perché senza di questi ingredienti nessuna vacanza può veramente riuscire. Come? Il pane? Bè, certo, mica può mancare! Nella fattispecie sottoforma di immancabile e imperdibile bruschetta.
La fortuna va aggiunta e delegata al caso, perché la vacanza quasi perfetta necessita che tutto vada liscio, che non ci siano cioè imprevisti o inconvenienti o incidenti e che gli ingredienti siano dosati nelle giuste quantità.
Poso dire che così è stata la mia vacanza. Un meraviglioso piatto abbastanza ben riuscito.
Abbastanza?
Cosa mancava?
Niente, solo qualche giorno di più e un’indigestione di meno…
Buon appetito ai prossimi vacanzieri!
silenziosamente concepito da Ramona 14:23:00
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03/06/2009
VACANZA? VACANZA!...
È stato un anno molto duro. Anzi, a conti fatti è da più di un anno che è dura.È un pezzo che questa vita corre impazzita senza tregua, senza concedersi e concedermi respiro, senza risparmiarmi emozioni forti, senza regalarmi tempo, risucchiandomi energie sempre più scarse.
È la vita, si dice.
No, dico io. La vita normale non è così, non può essere così.
In una vita normale ci deve essere il tempo per dormire, poltrire, riprendere fiato, dedicarsi alle cose che piacciono e agli affetti.
In una vita normale non deve esistere che si pianga di sfinimento, né che si contino i rimpianti.
In una vita normale si deve accettare il dolore sapendo che c’è l’alternativa ed è il sorriso, una risata di cuore appena dietro l’angolo.
In una vita normale non ci può essere spazio per la fretta, l’ansia, l’angoscia del fare tutto e subito.
In una vita normale le incombenze sono ben distribuite, bene equilibrate, si alternano con momenti di pace e serenità.
In una vita normale non esiste la parola stress: si mangia quando si ha fame, si va in bici a far la spesa e si compra l’indispensabile, si lavora con entusiasmo, si coltivano hobby ed amicizie.
Se non si è capito, in questi ultimi 12 e passa mesi, non ho condotto quella che comunemente si chiama vita normale. La sensazione costante che raramente mi ha abbandonato in questo tempo è quella di essere una pentola a pressione con la valvola di sfiato bloccata. Se non è scoppiata è stato un caso, ma forse sarebbe stato meglio che fosse esplosa, magari avrei potuto recuperare qualche pezzo di me, senza sentirmi compattata a forza come mi sento oggi.
Per fortuna capita anche la tregua, di tanto in tanto.
Arrivano le sospirate ferie, un po’ precoci, per la verità e se mi guardo attorno vedo ancora la neve sulle montagne, infilo un golfino mentre mi sto preparando ad andare al mare e metto il bikini in valigia…
Arrivano le ferie, e insieme a loro un periodo di stacco di cui avverto un bisogno estremo.
Certo le ferie non vengono senza ulteriore carico di stress: bisogna ripulire la casa, che ancora grida vendetta per essere stata trascurata da tanto tempo, ci sono da fare le ultime compere (ultime??? Mancherà sempre qualcosa! Per esempio quella deliziosa camicetta non riuscirò più a comprarla, ma mi serviva proprio!), poi c’è sempre qualcosa che ti serve a-s-s-o-l-u-t-a-m-e-n-t-e ma che non funziona più, e poiché proprio ti serve entri in agitazione, e poi c’è il gatto da sistemare, e ancora un mucchio di altre cose da organizzare, e poi c’è il pensiero della strada, e insomma, tutti quegli incidenti sulla strada non fanno che creare il panico e la macchina sarà a posto o ci farà brutte sorprese? E poi ancora ricordarsi di chiudere il gas, e di programmare il videoregistratore per la puntata di E.R. che non si può assolutamente perdere (ci ricordiamo, per favore?!). E poi, cavoli, non abbiamo comprato l’ombrellone e come si fa, ora è tardi…
Neanche questa è una cosa giusta. Una vacanza deve essere una vacanza, non è normale e non è possibile associarla a una simile accozzaglia di preoccupazioni, grandi o piccole che siano, ma a dire il vero per come sto a me sembrano tutte enormi. E non parliamo poi del pensiero del rientro, no, meglio non pensarci….
La mia meta quest’anno è una bella regione piena di amici: le Marche. Una settimana appena, salvo imprevisti, per staccare la spina dal mondo cattivo e riattaccarla col mondo più giusto, fatto di riposo, mare azzurro, simpatia, cene in allegria, grandi dormite e… bè, tutto il resto che qui non si può dire.
Basterà una sola settimana a ricaricare questa pila esausta? D’accordo che è una pila riciclabile, ma non so fino a quando sarà possibile recuperarla, prima di buttarla via del tutto. E si sa, con gli anni, i tempi di recupero si allungano, invece qui bisogna accontentarsi di quel poco risicato che si riesce a ritagliarsi.
Ok, cercherò di farmelo bastare. Però per piacere: niente imprevisti, niente incidenti, niente obblighi, niente cartellini da timbrare, niente litigi, niente pensieri tristi o preoccupati. Questa settimana dev’essere di una tranquillità ascetica (ma senza le rinunce degli asceti, se no mi stresso di più).
Cercherò di non rimpiangere la camicetta che non ho acquistato né i soldi spesi per la digitale nuova che chissà se riuscirò a far funzionare. Non penserò a quello che succede 500 km più a nord, né 500 km più a sud, però perché funzioni non deve accadere nulla a quelle latitudini!
Mi sforzerò di non provare angoscia al pensiero dell’inevitabile rientro, ma per piacere, quando sarà, lasciatemi i miei spazi, o non tornerò mai più un essere umano, rimarrò il robot che procede in automatico senza concedere nulla al sentimento, quello che sto rischiando di diventare ora.
Insomma, mi godrò questa settimana di vacanza a tutto tondo. Magari così quando tornerò sarò meno lagnosa, più entusiasta, con la pila ricaricata a dovere, avrò ritrovato me stessa e la mia umanità, che tanto mi manca.
Domani parto.
Aspettatemi, e sarò di nuovo quella di sempre.
Buona vacanza.
silenziosamente concepito da Ramona 07:00:00
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30/05/2009
UN TEMPO SCRIVEVA
Un tempo scriveva.Non lo faceva per vivere, ma vivere senza scrivere non le era possibile. Scrivere era una delle attività fondamentali del suo organismo, come respirare, mangiare, dormire. Neanche si accorgeva di farlo, infatti, come non si accorgeva di respirare, perché prendere una penna e sporcare un foglio bianco, o l’angolo di un foglio già scarabocchiato, o un pezzo di carta da rivestimento era automatico.
Scriveva in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento.
Scriveva un diario. Le piaceva conversare con qualcuno che potesse comprenderla senza accusarla. Le serviva per chiarire a se stessa chi era e a cosa serviva nel mondo. Raccontava una storia, la propria, a chi era certa che potesse app
rezzarla, fosse solo un piccolo quaderno a righe.
Scriveva, o meglio, ricopiava, i testi delle canzoni che amava. Riempiva altri quaderni con queste poesie, ché il testo di una canzone in fondo è una specie di poesia. Gustava l’andare a capo, le rime, quello sbandieramento di sentimenti che a lei risultava difficile da praticare, e che limitava alle pagine del diario. Prediligeva le canzoni d’amore che poi imparava a memoria, perché le leggeva tante volte, e le cantava a squarciagola quando era da sola e ascoltava la radio.
Scriveva e riscriveva, sistemandoli, gli appunti presi in classe, a scuola. Dava loro una costruzione, una veste, un senso logico. E anche un certo stile, perché no? A volte le sembrava di risentire la voce del professore che aveva spiegato quelle cose, tanto era stata brava a riportare quasi tutte le parole del docente. Se mancava qualcosa, di collegamento, ce lo metteva lei. L’importante era trascorrere ore su ore a scrivere.
Scriveva aspettando un treno, in una qualsiasi stazione, seduta su un muretto, o su uno scalino, o sulla propria valigia. E scriveva anche durante il viaggio, con la mano che tremava a causa degli scossoni del treno. Rubava il paesaggio che fuggiva dai finestrini e lo fissava sul foglio, in qualche maniera, che tanto poi avrebbe provveduto a riscrivere con la vecchia Olivetti che aveva avuto in prestito da qualcuno. Scriveva di alberi contorti e cieli plumbei, di amori imprevedibili e improbabili, di dolore e speranze.
Scriveva storie, brevi racconti, che nascevano dalla realtà attorno a lei e poi evolvevano secondo un proprio capriccio. Allora aveva tempo di osservarla, la realtà, le era sempre piaciuto, fin da quando, poco più di una bambina, seduta sugli scalini di un negozio, si chiedeva cosa ci fosse dietro le facce che frettolose sfioravano i suoi giorni.
Un incontro, una situazione, un tipo strambo, e nasceva la storia, che lei scriveva, sempre con la biro, seduta al tavolo di cucina, in lunghi e solitari pomeriggi.
Scriveva, nel tempo, racconti sempre un po’più fantasiosi, più elaborati, che vincevano premi, con suo enorme stupore. Ma partecipare era un divertimento, come lo era scrivere, andasse come andasse.
Scriveva un diario pubblico, ora non serviva più la biro, bastava una tastiera di computer, due dita, e con un click quello che era sempre stato segreto, il suo cuore, lo poteva leggere il mondo intero. Emozioni condivise con chi non conosceva, le parole luccicanti dal video navigavano nel mare della rete, a disposizione di chiunque. E nessuno era un chiunque, ognuno che passava era una vita da scoprire.
Scriveva di libri. Poiché leggere era stata la sua prima passione, la scrittura solo la seconda, ma le due cose non erano scindibili. Era facile raccontare cosa trasmettevano le pagine scritte dagli altri alla sua brama di fantasia, di conoscenza, di evasione. Aveva sete di nuove vite, nuove esperienze, nuovi mondi emozionali che cercava nelle parole altrui per un bisogno impossibile da estinguere.
Scriveva del perché e percome aveva scelto un libro, della propria immedesimazione nei protagonisti, della stretta allo stomaco, del batticuore e del pianto commosso. Potenza delle parole che a lei sembrava di non riuscire a rendere abbastanza con le proprie.
Scriveva, scriveva, scriveva, pensieri, piccole cose, racconti, rubando tempo al tempo.
Poi non scrisse più.
Si dichiarò sconfitta.
Il tempo, maligno, aveva avuto la meglio e le si era negato. La fantasia l’aveva abbandonata, perché senza il tempo necessario non si sentiva coltivata nè accudita. La prosaicità del sopravvivere in una frenesia quotidiana assurda ma invitabile aveva azzerato le emozioni.
Ora scriveva solo freddi rapporti, consegne circostanziate e limitate ai fatti.
I fatti.
Ciò che è concreto, che è stato eseguito e perché è stato eseguito. Scriverlo in fretta, non dimenticare niente, sentirne il peso davanti alla legge mentre apponeva la propria firma ai fatti. Non erano consentiti i voli di fantasia, e del resto la fantasia se n’era andata, inutile povera cosa senza senso.
Perfino la sua grafia era cambiata, da piccola, tonda e ordinata era ormai quasi illeggibile. Un rifiuto alla doverosa linearità, al vuoto di immaginazione, all’assenza d’invenzione. Inventare voleva dire commettere reato, in quel contesto.
Per un po’ aveva tentato di fare come una volta: scrivere per conto proprio la realtà rielaborandola ad uso del mondo, illustrandola con parole proprie affinché fosse vista, e conosciuta, attraverso i suoi occhi. Ma diventava sempre più faticoso.
E alla fine dovette arrendersi.
Senza tempo e senza fantasia si sentiva un vecchio contenitore, usato ma ormai vuoto, sfondato, inutile.
E si lasciò vivere, rinunciando ai sogni.
Ma venne un giorno, e poi un altro, e un altro ancora, in cui persone gentili le chiesero quando avrebbero letto ancora qualcosa scritto da lei. Prova tangibile di affetto ed emozioni che era stata capace di regalare, senza neppure volerlo o immaginarlo, a chissà quanti sconosciuti.
Ricordò la parabola dei talenti e capì che quello che per lei era sempre stato naturale era invece un dono, che come nella parabola andava messo a frutto. E il frutto era quello che nasceva dalla sua biro o dai tasti del suo computer.
Un dono era un dono, non era ammissibile trascurarlo. Sarebbe stato un peccato mortale agli occhi di Dio.
Il tempo doveva farsi da parte, la fantasia sarebbe ritornata.
E tornarono i progetti e gli entusiasmi.
Scrivere era parte di lei, solo da morta non avrebbe più scritto.
Sentì un prurito sulla punta delle dita.
Si avvicinò alla tastiera e nacque questa storia.
silenziosamente concepito da Ramona 20:51:00
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22/05/2009
QUANDO MIO FRATELLO RACCONTA: UNA VITA PER LA BICI
(Racconto di Udo Corrado)L’odore dell’asfalto bollente gli secca la gola, entra nelle narici e gli si attacca alla bocca dello stomaco pugnalandolo violentemente.
Il cuore pompa all’impazzata, centoquaranta, centoquarantadue, centoquarantacinque pulsazioni.
Il numero appare sullo schermo del cardio frequenzimetro bloccato sul manubrio della bicicletta e, per un attimo gli ricorda che a quarantasei anni non può osare troppo, ma il limite non è ancora raggiunto.
Centosessanta, le cosce cominciano a bruciare, il rumore che fa il suo fiato gli sembra quello di un metronomo che batte i quattro quarti di un ritmo indiavolato, l’acido lattico è entrato in azione mettendo alla prova il suo livello di allenamento. Ancora qualche secondo, quattro, tre, due, basta!
Centottanta pulsazioni, centocinque pedalate al minuto e cinquantanove chilometri orari. Forse un anno di vita in meno per lo sforzo fatto….
Tornando a casa lentamente, mentre attraversa il centro della città che un tempo considerava la sua migliore amica, si chiede il perché di tutto questo.
Quarantasei anni, una vita dedicata ai sogni, piena di promesse non mantenute, di facce di cui non ricorda i nomi, di donne che ci hanno provato a trattenerlo ma tutte con lo stesso identico risultato…
Ancora adesso tenta di rincorrere un sogno impossibile, forse è questo che gli dà la forza di tirare avanti, di non cedere, di perseverare sino ad essere patetico.
Ripone la bicicletta da corsa insieme alle altre, nello studio, come continua a chiamarlo, reminiscenza di un’altra avventura disperata e utopistica.
La casa è vuota, troppo grande per lui e gli ricorda ancora i tentativi di renderla accogliente e familiare con l’aiuto di una donna, l’ennesima.
Apre il frigorifero, prende uno yogurt e lo butta giù d’un fiato, dicono faccia bene, ma forse avrebbe preferito qualcosa di più soddisfacente di un insipido latte inacidito.
Caldo soffocante, forse avrebbe potuto comprarlo quel cazzo di ventilatore, ma le spese sono talmente tante che non sa più dove sbattere la testa e quindi….caldo…Il getto della doccia gli anestetizza i pensieri, del resto si è specializzato in questo, lo sa fare molto bene. Riesce a non pensare a tutti i casini che ha per parecchio tempo, come se cadesse in una meditazione zen egli si estranea dalla sua stessa esistenza. Sorride. E’ proprio per questo che ancora esiste.
Ma non sempre ci riesce. Ed allora il panico risale dalle profondità dove era stato sepolto, ignorato, e ricomincia a soffocarlo, o almeno ci prova. Il bastardo ancora non ha vinto.
Il letto dove si abbandona fa parte della cura. Con la scusa del recupero post allenamento riesce ad estraniarsi ancora un po’. Ma sa che è solo un palliativo. La guerra è ancora lunga e sa anche che, alla fine, perderà. Forse è per questo che gli preme tentare di portare a termine il suo ultimo tentativo.
I ragazzi che ha raccolto e che allena sono il suo riscatto. Il fatto di riuscire ad inculcare loro la voglia di lottare sino in fondo e di non arrendersi mai, per far sì che nessuno di loro abbia trovarsi nella sua situazione, nel suo stato d’animo è, per lui, determinante. Vorrebbe dire aver fatto qualcosa di buono nella vita, aver messo a disposizione di qualcuno le sue sconfitte e avergli impedito di fallire.
Utopia anche questa, e in fondo, lo sa.
Ma forse uno si potrà salvare.
Ma forse qualcuno ricorderà il suo nome.
Forse riuscirà a lasciare una traccia, chi lo sa.
Intanto il caldo e le mosche rendono inutile anche il ventilatore al massimo. Alle volte si chiede come sia possibile che due o tre ore di allenamento con quel caldo gli sembrino un inezia ed il fatto di rimanere steso sul letto in quella stanza, in quella enorme casa, sia così difficile.
D’estate le ombre della sera tardano ad arrivare. Restano in bilico per un tempo interminabile, fanno a cazzotti con il rosa del tramonto in una lotta tra titani, ma alla fine vincono sempre, riuscendo a portare un a traccia di fresco in questa torrida estate salentina.
Quando comincia la notte inizia per lui l’ultima battaglia della giornata: l’attesa di un oblio parziale che stenta ad arrivare ma che, sempre, lo esaudisce. Qualche ora di sonno non lo fa pensare e, qualche volta, lo fa sorridere.
Il bianco sporco avvolge ogni cosa.
I quattro metri per quattro della stanza a stento riescono a contenere tutti i macchinari che lampeggiano, respirano, squittiscono a tempo.
L’infermiera con un gesto scosta le tende e fa entrare un raggio di sole d’un bianco vivido che taglia in due l’aria e si poggia sul letto dove lui, in coma da dodici anni, sogna.
silenziosamente concepito da Ramona 11:41:00
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12/05/2009
LA GIORNATA DELL'INFERMIERE

Cosa fa un infermiere?
L’infermiere ha un codice deontologico tutto nuovo, ma sarebbe riduttivo fermarsi a una lettura superficiale di tale codice, per quanto ampio e comprensivo esso sia. L’infermiere non ha più mansioni da svolgere, l’infermiere è un professionista e come tale ha la precisa responsabilità delle proprie decisioni.
Ecco cosa fa un infermiere, allo stato attuale delle cose.
L’infermiere organizza il proprio lavoro e quello degli altri, da quello del medico a quello dell’operatore sociosanitario, a quello dell’inserviente.
Il medico ha bisogno dell’infermiere, tra le altre cose, per: avere notizie del paziente;contattare altri medici o altri ospedali; somministrare la terapia; prendere appuntamenti di vario tipo; sollecitare altre visite o esami strumentali; non farsi trovare quando serve; visitare il paziente; trovare qualsiasi cosa in reparto (da un paio di guanti della giusta misura a una cartella clinica misteriosamente scomparsa, da un numero telefonico sulle pagine gialle al primario che non è mai rintracciabile); riordinare il proprio casino.
L’operatore ha bisogno dell’infermiere perché da solo non sempre sa quello che deve o può fare, e la responsabilità di quello che lui fa o non fa è dell’infermiere.
L’inserviente ha bisogno dell’infermiere perché così ogni tanto può dirgli soddisfatto: questa pulizia non mi compete, pensaci tu
L’infermiere quando non c’è l’inserviente, e talvolta anche se c’è, pulisce per terra e se serve anche il cesso, raccoglie vetri rotti e materiale organico di tutti i tipi, chiude sacchi della biancheria e della spazzatura, ripassa la cucina.
L’infermiere quando manca il personale addetto distribuisce i pasti ai pazienti, raccoglie i vassoi e se proprio volesse potrebbe anche pulire sopra e sotto i tavoli.
L’infermiere rileva il bisogno di manutenzione delle infrastrutture in cui opera (tinteggiatura da rifare, pavimenti rotti, rubinetti che perdono) e si attiva per chiamare il personale addetto. Però con l’attrezzo adatto talvolta provvede da sé.
L’infermiere è tenuto ad essere aggiornato e informatizzato, deve sapere usare il computer e la rete informatica, ma non ha diritto ad accedere ad internet dal posto di lavoro, altrimenti potrebbe distrarsi dalle proprie molteplici attività, o magari visitare siti porno, hai visto mai?
L’infermiere deve, con due mani e due orecchie, rispondere ai telefoni che suonano tutti in contemporanea in corsia, e deve avere una risposta pronta per tutti, non può dire io non so o io non c’ero o si rivolga a qualcun altro: risolvere i problemi di chiunque è per l’infermiere una vocazione, anche se questo significa perdere tempo prezioso per l’assistenza.
L’infermiere inoltre non deve mai essere stanco o nervoso, o sentirsi poco bene: quando è in servizio deve rendere al 100% e anche di più, non deve fermarsi mai, deve annullare se stesso a favore dell’utenza (giustamente) e di quello che ruota intorno all’utenza (un po’ meno giustamente).
Oltre a ciò, magari, l’infermiere deve saper interpretare i disturbi del paziente, riconoscere tutti i sintomi spia di un problema più o meno serio, senza peraltro disturbare il dottore per delle sciocchezze. Deve essere veloce a capire l’urgenza e deve saper litigare con chiunque per far capire a sua volta che di reale urgenza si tratta, non di un capriccio, e che se chiede qualcosa non è per sé ma per la persona che sta male.
L’infermiere maneggia liquidi biologici potenzialmente pericolosi e non può permettersi di essere troppo stanco per farlo, perché il peggio sarebbe solo suo e di nessun altro.
L’infermiere è disponibile all’ascolto, vive i problemi dei suoi assistiti come fossero i propri, spesso se li porta a casa perché non riesce a toglierseli dal cuore e peggio per lui se non dorme per questo o se la notte ha gli incubi.
L’infermiere, comunque, è soggetto di per sè a vari disturbi: del sonno, perché scambia il giorno per la notte e spesso a causa dei turni non sa nemmeno in che giorno si sveglia; digestivi, perché i turnisti possono andare a mangiare solo alla fine del turno, cioè quando la fame è ormai passata nel primo pomeriggio (in caso di pranzo, la sera in compenso non è prevista cena), oppure dandosi il cambio con un collega ma senza lasciare sguarnito il reparto, cosa del resto impossibile; dell’umore, perché la mancanza di riposo e di sonno causa sbalzi di serotonina e dunque depressione, ma questo è implicito nel contratto d’assunzione, non gliene frega a nessuno, a meno che lo stesso infermiere non mandi malattia per mesi; circolatori, perché 8 ore a pattinare in corsia lasciano un segno varicoso sulle gambe.
Inoltre l’infermiere che ha un’ernia al disco ha il diritto di farsi mettere in turno con un collega che l’ernia non ce l’ha, per fargliela venire a lui.
L’infermiere è, per definizione un malato immaginario: nessuno gli crede se lamenta qualche disturbo, perché si sa, a stare con gli ammalati si crede di avere le stesse malattie. Per contro, un infermiere che trascura alcuni segnali d’allarme sul proprio stato di salute è quanto meno un incompetente e chi vuoi fagli curare a uno così, meglio non fidarsi.
L’infermiere è soggetto talvolta a un frustrante senso d’impotenza, quando non riesce ad alleviare la sofferenza negli stati terminali. E rischia la bestemmia e la scomunica perché si chiede, in certi momenti, dov’è dio e che ci sta a fare se permette certe cose. E si sente anche i rimproveri del prete se nel momento dell’urgenza non fa in tempo a chiamarlo prima che il paziente se ne sia andato per sempre. Anche l’anima ha le sue esigenze, certo, ma l’anima è immortale e il corpo no, a cosa dare la priorità in certi momenti?
L’infermiere è questo è molto altro.
Oggi è la giornata internazionale dell’infermiere.
Auguri, colleghi.
silenziosamente concepito da Ramona 07:04:00
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22/04/2009
BUON CENTENARIO, SIGNORA LEVI MONTALCINI
Compie cento anni. Un secolo.Esile, leggera come una nuvola, ma con la mente tutt’altro che persa nel blu. Ha i capelli bianchi e la pelle di carta velina. Somiglia un po’ alla nonna di Titti il canarino, ma molto più magra ed elegante. E a pensarci bene, non porta mai neanche gli occhiali. Possibile che non ne abbia bisogno? In realtà i giornali si affrettano ad informarci che la dolce signora quasi non ci vede più e ci sente poco. Ma a sentirla parlare, a guardarla negli occhi, nessuno ci crede.
L’aspetto è dolce, appunto, come quello della nonna che tutti vorremmo, ma quanto carattere, quanta forza di volontà, quanta sapienza, dietro quegli occhi celesti, acquosi ma limpidi, centenari e lungimiranti?
Io l’ho sempre detto che il futuro è dei grandi vecchi. Specialmente quando i grandi vecchi sono come lei. Oddio, non tutti possono essere premi nobel, certo. Ma secondo me chi arriva a questa età con la mente lucida e le forze intatte, seppur proporzionate agli anni, ha vinto il nobel della vita.
Ce ne sono sempre di più, di centenari o giù di lì.
In politica, nello spettacolo, i grandi nomi si sprecano. Ma ce ne sono anche di meno noti, e quelli sono la fortuna e il privilegio di chi li incontra.
Lei compie cento anni.
Cento anni in cui ha visto di tutto, ma non è stata solo una testimone passiva degli eventi. Lei gli eventi li ha creati.
Lei ha voluto essere un medico, in tempi in cui la medicina era quasi solo per uomini, molti dei quali certamente ottusi.
Non solo: il sapere non le bastava mai: cercava cercava cercava risposte alle mille domande che una mente acuta come la sua era costretta a rivolgersi. Perché accadevano delle cose, in natura? C’era un rimedio, una soluzione, una spiegazione? E lei cercava, quasi senza mezzi, costretta a rinunciare ai privilegi del ceto universitario e a fuggire dal suo Paese per l’ignominia delle leggi razziali, che hanno colpito, in quei tempi, menti prodigiose, artisti, e poveracci, tutti allo stesso modo.
Ma lei non è mai stata chiusa in un mondo a parte: la combattiva ragazza di un secolo fa si prodigava anche per gli altri, si esponeva in prima persona. E continuava i suoi studi appassionati.
Ecco, la passione è il fattore X, il segreto di giovinezza. La curiosità, la voglia di fare, di leggere e studiare, e la modestia nel vivere, senza altre pretese che i propri diritti legittimi: questa è la passione.
Tutti i grandi vecchi, meno celebri di questa nonna senza nipoti propri, ma nonna di tutti e famosa in tutto il mondo, hanno in comune con lei una vita appassionata.
Tutti hanno vissuto, e vivono, liberi, nonostante le restrizioni che possono avere incontrato attraversando due guerre mondiali, la fame e la povertà: liberi di essere semplici e curiosi, disponibili e non esigenti. Liberi di provare altruismo e rispetto per se stessi. Di riuscire a guardare oltre senza mai perdere le speranze.
Il loro tempo è sempre stato l’indicativo presente con la certezza del futuro semplice. Il passato, sempre più remoto, solo un mezzo per affinare le esperienze, mai da rimpiangere.
A noi gli esperti raccomandano di seguire poche regole, per diventare come questi nonni.
Mangiare poco e sano, dormire bene, evitare gli stress. Gli esperti non hanno ben presente cosa la vita offre, attualmente.
Di sano, nel nostro mangiare e bere, non c’è assolutamente niente.
Dormire bene sarebbe auspicabile, ma l’ansia ci prende alla gola e a volte fissiamo il buio con la paura del domani. Senza contare quando il lavoro altera il naturale ritmo circadiano, che non verrà mai recuperato.
Evitare lo stress è assolutamente impossibile. È stressato il neonato, il bambino, la casalinga, il barbone. Siamo nati nello stress e di stress c’inzuppiamo.
Eppure è proprio lì che dobbiamo puntare. Dobbiamo ricostruire un mondo a misura d’uomo.
I centenari di oggi hanno conosciuto molte privazioni, la miseria, l’odio tra i popoli, la discriminazione. Ma avevano il tempo dalla loro parte, che scorreva con i suoi ritmi naturali, e l’urgenza di sopravvivere alla Storia.
Noi invece il tempo lo abbiamo stravolto e l’urgenza l’abbiamo, ma non sappiamo bene di cosa. Troppo affannati, troppo di corsa, la mente vuota, la curiosità annullata, la bendisposizione nei confronti degli altri sconosciuta.
Noi non saremo mai centenari, se non cambiamo il passo. Noi non provocheremo meraviglie nei nostri nipoti, che malvolentieri cercheranno e pagheranno qualcuno, un estraneo, che si prenda cura del nostro corpo segnato, piegato e piagato dal male di vivere.
L’amabile signora dai capelli bianchi ha un secolo di vita, spesa in gran parte per gli altri. E non ha alcuna intenzione di mettersi da parte. Forse non ci vede più bene, forse non ci sente. Ma il suo pensiero, forse grazie proprio a questa usura degli organi sensoriali che permette maggiore concentrazione, continua a essere giovane e lucido, e soprattutto continua a essere orientato verso gli altri.
La gentile scienziata ha messo a servizio del mondo quanto ha scoperto nel buio di uno studiolo, ore e ore a studiare e cercare di capire quello che ancora non si conosceva e non s’immaginava potesse essere.
Il suo cervello magico e misterioso continua ancora oggi a cercare di capire il cervello degli altri, specie quelli malati, per aiutarli a guarire (www.ebri.it).
La nonna di tutti aiuta le donne africane a studiare e ad emanciparsi, perché l’Africa è stata la culla dell’umanità e noi stiamo invece cercando di distruggerla, dopo averla sfruttata vergognosamente, chiudendo gli occhi di fronte alle violenze che la devastano (www.ritalevimontalcini.org).
Il pensiero di questa nonna che compie cento anni va ancora oltre, va al di là di se stessa.
Noi spesso non andiamo al di là del nostro naso e ci arrabattiamo nelle piccole grandi miserie morali che ci attanagliano.
In cento anni quanti eventi, quanti incontri, quanto lavoro. Quanti morti.
Sono tutti segnati dietro la fronte alta, la pelle delicata, le vene trasparenti, la dentiera instabile dei nostri vecchi. Che non saranno tutti ufficialmente premi nobel di qualche scienza o arte, ma, lo ripeto, hanno tutti meritatamente vinto quello della vita.
E non dimentichiamo che se noi siamo qua, lo dobbiamo a loro e al mondo che hanno costruito per noi.
Buon compleanno, buon centenario, signora Rita Levi Montalcini.
silenziosamente concepito da Ramona 12:00:00
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06/04/2009
L'AQUILA TERREMOTATA
Arriva sempre nei momenti peggiori.D’inverno, quando non ti puoi difendere dal gelo.
D’estate, quando il caldo fa aumentare la sete, l’acqua manca e incombono le epidemie.
Di notte, mentre dormi, e nulla puoi fare per proteggerti.
Ma forse non esiste un momento meno peggio di un altro, per affrontare un cataclisma. Ogni volta è una tragedia.
Ore 3,32: orologi fermi per l’eternità a fissare quest’ora, in questa giornata sconvolgente.
Un brivido della Terra, il suo cuore che si spacca, ferite che si aprono. L’Abruzzo piange e conta i morti.
Nell’ora più indifesa della notte, quando le coscienze sono sospese in uno stato di non-morte, in un limbo temporaneo che dovrebbe ricaricare le energie necessarie ad affrontare un nuovo giorno, il nemico colpisce a tradimento.
Crollano edifici interi, senza distinzione di uso o destinazione: case, scuole, chiese. Detriti sui letti, sulle culle, nelle cucine, negli ambienti di una tranquilla quotidianità.
Si aprono voragini, sprofondano pavimenti in palazzi che restano con solo l’involucro addosso, sventrati come un pesce, come un pollo, privati dell’ossatura interna, di quegli ambienti di vita normale che l’uomo ha ammassato uno sull’altro, un piano sull’altro, strappando spazio a una terra che di spazio forse non ne ha.
Polvere, macerie, che pesano.
Pesano sul petto di chi è là sotto, di chi non ha più fiato per gridare aiuto.
Pesano addosso a chi ormai non se le sente più, addosso.
Pesano nelle mani di chi scava disperatamente, ferendosi, tagliandosi, chiamando, gridando un nome, asciugandosi le lacrime che tanto ora non sono d’aiuto.
Pesano sul cuore di chi ancora spera, ma teme.
La banalità di una notte pacifica nella gente in pigiama, in mutande, mezza nuda. A quell’ora, in casa propria, che resta da fare, se non dormire?
Ci saranno stati nottambuli, chi stava per alzarsi per recarsi in bagno, chi a bere un bicchiere d’acqua. Chi magari giocava all’amore in quell’ora tarda. Chi allattava il bambino, chi vegliava un malato. Nonni insonni a causa dell’età. Ci sarà stato chi aveva puntato la sveglia per mettersi a studiare, per recarsi al lavoro, per partire.
I più, però, di certo dormivano. Ma anche chi non dormiva, cosa ha potuto fare contro la febbre del centro della Terra, contro il brivido che ha scosso montagne e città? Nulla, o molto poco.
Il gigante si è scosso, il gigante ha cambiato posizione, il gigante non vede le formiche sopra di lui e le schiaccia.
Il gigante in fondo non è stato così violento. Mica è colpa sua se le formiche sopra di lui costruiscono muri di carta velina, spesso centenari, uniti uno sull’altro, ammassati uno sull’altro. Al gigante questo non interessa.
Interessa solo a chi resta. A chi ora piange. A chi ha perso tutto.
Scene che si ripetono, ogni volta.
Le persone sono diverse, ma sembrano sempre le stesse, perché nella tragedia siamo tutti uguali. Uguale la disperazione, le ferite sul volto, sulle mani, i traumi del corpo e dell’anima.
Uguali sono gli angeli che lottano con il tempo per contendersi un’anima in più: questa è mia, è viva, no, è mia, è morta.
Uguali sono i cani dal fiuto eccezionale, che si feriscono alle zampe scavando e si deprimono se trovano un cadavere, ma poi ripartono senza sosta, cercando il premio alla loro fatica: un umano vivo. Chissà quanti loro simili troveranno in questa ricerca: cani e gatti domestici, di cui i media non parleranno, ma che hanno condiviso fino in fondo il destino dei padroni, fedeli fino alla morte.
E uguali il pianto, le preghiere, lo smarrimento negli occhi dei sopravvissuti. Traumi che non guariranno mai, e che riaffioreranno nella paura del buio, della solitudine, di ogni soffio di vento, oppressivi come le macerie da cui sono nati.
Uguali le foto di vacanze perdute, di compleanni indimenticabili, sparpagliate fra le macerie in cerca d’identità, insieme a scarpe, vestiti, oggetti.
È il 1980, in Puglia, a casa dei nonni. Fine novembre, fine serata, le 19,30 circa. La poltrona su cui sono seduta si muove con uno scossone per qualche secondo. D’istinto tutti gli occhi presenti si alzano verso il lampadario e le sue gocce di cristallo, così simile al lampadario di un castello fiabesco, ma molto meno prezioso, molto meno grande. Il lampadario oscilla come un pendolo.
Tutti gli occhi s’incontrano e tutti esprimono un dubbio: è uno scherzo, o c’è da avere paura? Sarà mica il terremoto?! Ma se è già finito!
Ci si affaccia incerti al balcone del secondo piano e si vedono altre persone, più veloci e meno titubanti già per strada. È il terremoto!
Poi la conferma al telegiornale. L’inizio dell’incubo per migliaia di persone, forse milioni.
È stato l’evento sismico che ho vissuto più intensamente, quello che ho avvertito più di tutti, tra i tanti incontrati finora. La vicinanza relativa con l’Irpinia mi aveva fatto assaggiare la tragedia senza farmela vivere. E una cosa ho capito: anche se sei sveglio, il brivido delle terra ti prende di sorpresa, ti paralizza, ti domandi perfino se è vero o se è una tua impressione. Pochi secondi di dubbio che possono essere fatali, ma che ti danno almeno una chance di salvezza. Ma mentre dormi, alle 3 di mattina, sei completamente indifeso. Non ti poni nemmeno il dubbio, il mondo ti cade addosso e non te ne accorgi.
Sogni, progetti, futuro distrutti. Famiglie mozzate. Bambini che non cresceranno e non saranno il bastone della vecchiaia dei loro genitori. Genitori che abbracciando un figlio gli regalano la vita per la seconda volta, perdendo la loro. Affetti perduti, vite perdute, piccole e grandi speranze perdute, oggetti e ricordi perduti.
Il grande gigante d’Abruzzo ha colpito duro.
Come in Sicilia, in Friuli, in Campania.
Come nel resto del mondo.
Le tragedie sono tutte uguali. E fanno male, sempre.